Category Archives: Cultura

V: l’incarnazione dell’Ideale

“V per Vendetta”, graphic novel sceneggiata da quel genio pazzo di Alan Moore (autore, fra le altre cose, di “Watchmen”, “La Lega degli Straordinari Gentlemen” e di alcune fra le più belle storie di Batman,) e disegnata da David Lloyd (illustratore di fumetti come “Hellblazer” e “Storie di Guerra”), fu originariamente pubblicata in dispense dal 1982 al 1988, a causa di una storia editoriale piuttosto travagliata. Il fumetto diventò subito un cult: a conquistare i lettori fu la storia del terrorista anarchico V, in lotta per sovvertire il governo totalitarista e fascista di una Londra distopica, all’indomani di un conflitto nucleare. Il protagonista del romanzo arrivò a conoscere fama mondiale, anche grazie alla buona – seppur poco fedele – trasposizione cinematografica, diretta da James McTeigue e sceneggiata dai fratelli Wachowski (gli stessi di Matrix). Continua a leggere

Pink Floyd, un fiume senza fine

Il gruppo inglese dei Pink Floyd (che da poco ha pubblicato il suo ultimo album con una formazione ristretta, o semplicemente nuova) nasce verso la fine degli anni ’60, distinguendosi nei club della Londra underground per un suono nuovo e coinvolgente. I Pink Floyd sono stati pionieri e “ricercatori” della musica, e infatti aprirono orizzonti nuovi, sviluppando sonorità innovative e ampliando la concezione della musica psichedelica, elettronica e progressive. Continua a leggere

Da Hokusai a Leiji Matsumoto: il manga nella storia

Contrariamente a quanto si pensa, il manga non nasce recentemente, ma agli inizi degli anni ‘50, come il fumetto statunitense. Per dirla alla giapponese “日本の漫画”, per i profani il nihao no manga, ( o, per quelli ancora più profani, il manga) era una forma di intrattenimento per ragazzi: vignette comiche in cui i personaggi erano delle figure umane buffe e goffe, che si scambiavano delle semplici battute. In seguito questa corrente del fumetto è cresciuta sempre di più, cambiando temi, storie, disegni e sceneggiatura, diventando una vera e propria arte in tutta la sua complessità, e famosa in tutto il mondo. Chi non conosce capolavori come “OnePiece”,“Dragon Ball” o “Capitan Harlock”? Continua a leggere

Il Cavaliere e lo Specchio

C’era una volta un nobile cavaliere che, in sella al proprio destriero, aveva compiuto per tanti anni mirabili imprese nel suo reame. Un giorno, mentre si trovava a corte, giunse uno straniero incappucciato a rendere omaggio al sovrano e a offrire a qualunque valoroso un compito assai semplice; il recupero di un antico specchio, appartenuto alla sua famiglia e ora incustodito nel vecchio castello del casato. Fu proprio il cavaliere a prendersi carico dell’impresa e, messosi in cammino, attraversò grandi valli e foreste silenziose prima di giungere in vista dell’imponente maniero. L’intera fortezza era in rovina e arbusti e rampicanti strozzavano le torri diroccate; soltanto il mastio si ergeva in quella desolazione. Il cavaliere varcò l’alto portale e si ritrovò in un salone scuro, con i vessilli che ancora ricadevano stracciati fra le travi. Il giovane paladino vagava da un po’ per le vuote stanze della dimora, quando d’improvviso eccolo entrare in una biblioteca vasta e polverosa. Dinanzi a lui si trovava, tra due lunghe file di librerie, un enorme specchio racchiuso in una fulgida cornice dorata. Il cavaliere si avvicinò, si tolse l’elmo e rimase ad ammirare la propria immagine. D’un tratto la superficie parve tremolare come uno stagno turbato dal vento. Si accostò al riflesso e il suo sguardo fu assorbito da un cangiante vorticare di immagini. Grandi città con alti castelli di vetro e acciaio e creature metalliche dagli occhi luminescenti che guizzavano nelle strade. Questi luoghi sembravano però soffusi di un grigiore indefinito, un’opaca pesantezza che soffocava le emozioni. Fu allora che si avvide della presenza di qualcuno. C’era un uomo di fronte a lui, in un letto. Un uomo attaccato a delle macchine che emettevano suoni ritmici. Ticchettii di sconfinata malinconia che scandivano quel riflesso di solitudine. Il cavaliere non credeva che sarebbe stato così doloroso ricordare; tornare a guardare una vita seppellita in un sonno che di magico non aveva proprio nulla. I suoi occhi si velarono di tristezza. “Cosa fare se si è destinati a dormire per sempre?”. Guardò l’uomo un’ultima volta, poi rimise l’elmo. “Sognare” si disse.

 

 

ANDREA MASSIMI

Considerazioni sulla propria idea di Dio

“Lasciando da parte la logica, trovo strano si possa pensare che una divinità onnipotente, onnisciente e benevola abbia preparato il mondo da nebulose senza vita. Io sono fermamente convinto che le religioni, come sono dannose, così sono false. Si ritiene virtuoso credere, avere cioè una convinzione che non tentenna di fronte a evidenze contrarie, e se l’evidenza contraria fa sorgere dubbi, ritenere di doverli sopprimere. Tutto ciò ha sempre predisposto l’umanità e la predispone ancora ad una guerra micidiale.

La convinzione che è importante credere questo o quello senza ammettere libere indagini, è comune a quasi tutte le religioni, e ispira tutti i sistemi di educazione. Il mondo che io auspico dovrebbe essere libero da faziose incomprensioni, e consapevole che la felicità per tutti nasce dalla collaborazione e non dalla discordia. L’educazione dovrebbe mirare alla libertà della mente dei giovani, e non al suo imprigionamento in una rigida armatura di dogmi destinati a proteggerla, nella vita, contro i pericoli dell’evidenza imparziale. Il mondo necessita di menti e di cuori aperti, non di rigidi sistemi, vecchi o nuovi che siano.”

Estratto dalla prefazione di “Perché non sono cristiano” di Bertrand Russell.

 

Lasciando da parte ogni criterio parziale, trovo strano che il filosofo premio Nobel Bertrand Russell sia stupito, come dichiara nell’incipit della sua opera, del fatto che l’uomo possa credere ad un Dio onnisciente creatore ed ispiratore dell’universo.

Chi parla di uomo parla di Dio, e chi parla di Dio parla dell’uomo. Non perché Dio si possa considerare solo come un prodotto dell’uomo, un’idea della sua mente, ma perché l’uomo è quella parte dell’Essere che non solo partecipa dell’esistenza, ma ne indaga i fondamenti e le ragioni. L’uomo è, e si scopre dotato di un senso innato di Dio, del soprannaturale, del “di più”. La storia dell’umanità, fin dalle sue più primitive radici, è pervasa di senso religioso. Questa attitudine alla ricerca dell’origine del mondo e del perché finalistico della sua esistenza è forse la caratteristica più universale dell’uomo, che ci unisce tutti, se non nelle conclusioni, di sicuro nelle premesse. Dio è oggetto di fede, e come Tommaso d’Aquino afferma all’inizio della “Somma contro i Gentili”, “I principi naturali non possono essere in contrasto con la verità della fede, sebbene la verità della fede cristiana superi le capacità della ragione”. L’esistenza di Dio è indimostrabile ed innegabile, e se la verità scientifica non entra in contraddizione con essa, è anche vero che non può supportarla, perché la fede si muove aldilà del dimostrabile e del sensibile, diventando un fatto individuale.

Russell prosegue: “Si ritiene virtuoso credere, avere cioè una convinzione che non tentenna di fronte a evidenze contrarie, e se l’evidenza contraria fa sorgere dubbi, ritenere di doverli sopprimere. Tutto ciò ha sempre predisposto l’umanità e la predispone ancora ad una guerra micidiale.” Attraverso le tracce umane nella storia, e a volte ancora oggi nella mentalità di singoli individui o gruppi religiosi, è stata adottata la religione come mezzo conoscitivo, e ai testi sacri è stato attribuito carattere scientifico. E’ anche vero che la scienza e i suoi progressi hanno portato lentamente ad una nuova concezione della realtà, non più di tipo deterministico e sempre meglio organizzata nelle sue leggi. La religione nelle prime fasi dell’indagine umana ha fornito una sua risposta alle evidenze del mondo. Tale risposta è carica di dignità nel suo essere rudimentale, perché riflette il riconoscimento dell’uomo di una perfezione superiore. Tutto ciò non toglie che al giorno d’oggi sia assurdo reputare scienza e religione due alternative: i campi d’azione sono stati definiti e chi trova che la scienza sia in contrasto o metta in dubbio la propria fede, in effetti vive il suo credo in modo sbagliato. Il filosofo critica inoltre le guerre di religione. Ingenuo chi ancora sostiene che esistano guerre di religione, come anche di ideologia. I conflitti, oggi come ieri, mirano a finalità ben più materiali di tipo economico. Il motivo religioso, l’ideale, il sentimento, sono stati introdotti per eccitare gli animi di coloro che avrebbero ucciso e sarebbero morti per un vantaggio che non li avrebbe riguardati (perché per sacrificarsi è essenziale una ragione). L’uso della religione è stato strumentale. Sappiamo che molti sono i gruppi fondamentalisti che giustificano la violenza con la loro fede. Tuttavia ogni credo religioso, nella sua espressione più genuina, promuove la pace e la comunione tra gli individui attraverso il superamento delle differenze in nome degli obiettivi comuni fondamentali. Nel “Discorso della Montagna” Cristo parla dei veri cristiani come di “operatori di pace”.

Nell’ultima parte del suo discorso, l’autore accenna ai sistemi educativi in relazione ai dogmi religiosi, dichiarando che questi imprigionano e compromettono la “libertà della mente dei giovani”; egli auspica infine ad un mondo di “menti e cuori aperti”. Mi ha colpito molto una frase di Cesare Pavese, nel racconto “La casa in collina”. Il protagonista discute con una sua amica in merito alla scelta di quest’ultima di non far frequentare il catechismo al figlio. Egli dichiara che qualunque sia la scelta del genitore, questa è comunque un’imposizione. Infatti il bambino non sa decidere, e insegnarli o meno una dottrina religiosa è insegnargli qualcosa contro la sua volontà. Scrive l’autore: “E’ religione anche non credere in niente”. Russell si riferisce in modo sommario alla “libertà della mente”, ma cosa intende? Se si riferisce all’assenza di schemi e linee guida di pensiero, la libertà è impossibile. Qualsiasi tipo di educazione contiene inevitabilmente dogmi, in quanto durante l’infanzia tutta la conoscenza è percepita in modo dogmatico, indipendentemente dalla religione. Tuttavia le nozioni che si insegnano ai bambini non li limitano, in quanto potranno essere vagliate in età adulta e a quel punto accettate o rifiutate o meglio dimostrate. Il problema educativo è molto più esteso, dipende dall’impostazione con cui la cultura viene trasmessa dagli educatori. Qualsiasi tipo di conoscenza, se impartita in forma dogmatica e categorica, è un potenziale motivo di scontro e di crisi.

Dio e la fede sono per me un’esperienza viva ed incessante, una verità che ho bisogno di confermare ogni giorno e di arricchire attraverso l’interrogativo, il confronto, la ricerca dentro e fuori di me. Credo innanzitutto nell’importanza della dimensione spirituale come estrema realizzazione della mia esistenza umana e come affermazione profonda della mia identità.

 MARIA VITTORI

 

Sin City: una donna per cui uccidere

Nel 1991 Frank Miller, autore di massima importanza all’interno del panorama fumettistico internazionale, conosciuto per aver rinnovato personaggi come Batman e Daredevil e per aver scritto la graphic novel di 300, dà vita all’universo narrativo di Sin City. E da qui fino al 2000 ha approfondito questo universo dando una ventata d’aria fresca al genere noir e scolpendo nella mente di ogni buon appassionato di fumetti dei personaggi, delle storie e uno stile grafico molto caratteristici, per non dire unici.

(Scene tratte da “That Yellow Bastard”)

 

Nel 2005 Robert Rodriguez convince Miller a realizzare una trasposizione cinematografica di Sin City, che vede la luce anche grazie collaborazione di Quentin Tarantino e che riesce tanto a coinvolgere lo spettatore medio quanto ad esaltare i fan del fumetto grazie all’impatto visivo e alla narrazione identici all’opera cartacea. Da Sin City: una donna per cui uccidere, il secondo capitolo cinematografico nelle sale dal 10 ottobre di quest’anno, non ci si aspettava niente di meno e, anzi, gli episodi inediti promessi accrescevano l’hype, pur sollevando il timore che questo film non avesse  la qualità dei lavori precedenti. Potete quindi immaginare il nostro stato dall’uscita del trailer all’entrata al cinema, in quanto fan della saga quali riteniamo essere. Siamo rimasti delusi? Nah…La prima cosa molto buona è che il film, un noir anch’esso strutturato a episodi, nonostante qualche piccola cosa che non ci è andata giù, come ad esempio il ritmo un po’ lento nell’episodio principale, è reso assai simile al fumetto grazie a scelte narrative, grafiche e di inquadratura. Ma spieghiamoci meglio: il disegno di Miller, come già detto, è molto particolare, e la pellicola cerca quanto più di avvicinarcisi, riuscendoci appieno. È dunque lui, Miller, ad aver la maggior parte del merito avendo disegnato, dato che l’episodio principale è la trasposizione praticamente perfetta della controparte su tavole. E gli episodi inediti riescono a rispecchiare lo stesso stile, quello di un bianco e nero in cui il primo ha la sola funzione di esaltare il secondo dando vita a meravigliosi giochi di ombre e luci. A lui va anche il merito di aver caratterizzato quei personaggi che incontriamo e di averli inseriti in storie avvincenti e significative che analizzano nel profondo la realtà di Basin City (il vero nome di quella che poi è stata chiamata ufficiosamente Sin City dai suoi abitanti), vera protagonista delle vicende. Infatti i personaggi non sono altro che pedine che seguono le regole del gioco sporco e scorretto imposto dalla città stessa (metafora della partita a poker su cui si basa uno degli episodi): è lei che corrompe i suoi abitanti e “chi non corrompe insudicia”, plasmando i tipi umani presentatici nel corso della visione. Abbiamo perciò un senatore Roark, che è l’archetipo della corruzione e nelle cui mani si concentra il potere, una Ava che è la classica femme fatale e che approfitta del contesto per corrompere a sua volta, un Johnny che tenta di sconfiggere le ingiustizie, una Nancy che, pur insudiciata, non si lascia corrompere, un Dwight che cerca la sua identità divisa tra bene e male non tanto ben distinguibili fra loro e poi gente come Marv, personaggio amatissimo dallo stesso Miller, che fa di questo piccolo angolo di inferno il suo ambiente ideale. Dunque Sin City è una visione esagerata e stravolta della corruzione che è presente in qualsivoglia ambito della vita umana ed è perciò un posto dove il male regna, ma anche dove, grazie ai valori personali dei singoli, c’è ancora una briciola di senso del giusto. In conclusione, sono riusciti Frank Miller e Robert Rodriguez dopo più di vent’anni a far rivivere un brand considerato esaurito e, con esso, a intrattenere spettatori nuovi e vecchi? Ci sentiamo di rispondere con un sì e siamo molto felici quanto soddisfatti di poterlo fare.

 FRANCESCO PASSARETTI

DAVIDE RUBINETTI

Quando una casa discografica crea un genere musicale

La Motown è un’etichetta discografica fondata nel 1959 da Berry Gordy Jr. con 800$ presi in prestito dalla famiglia. Il nome Motown deriva da Motor Town poiché Detroit era una città con moltissime fabbriche, industrie e ciminiere.

In pochi anni iniziò a vendere molti più album di qualsiasi altra casa discografica, non solo grazie ai grandissimi cantanti e musicisti con cui lavorava (tra i tanti Stevie Wonder, Diana Ross, Marvin Gaye o i Jackson 5), ma anche e sopratutto perché tra gli anni ’60 e ’70 divenne un vero e proprio movimento culturale. Infatti, il successo che crebbe in quegli anni era anche dovuto alle contemporanee proteste contro la discriminazione razziale, che portarono alla stesura del “Civil Rights Act” sotto John Fitzgerald Kennedy nel 1964, vietando così qualsiasi discriminazione razziale. Ciò che rese importante e sopratutto riconoscibile questa etichetta discografica è il marchio indelebile negli arrangiamenti, nel linguaggio con cui gli strumentisti e i cantanti scrivevano e suonavano i brani. Nonostante gli stili interpretati fossero molti, lo stile Motown si sente sempre. Probabilmente questa sonorità tipica, che negli anni ’60 veniva chiamata ” The Sound Of Young America”, è dovuta prevalentemente dagli strumentisti che erano sempre gli stessi, o quasi.

Quindi i medesimi chitarristi che suonavano con Stevie Wonder, lavoravano anche con Marvin Gaye o Diana Ross.

Gordy, prima di fare o produrre musica, aveva tentato di fare carriera in altri ambiti, tuttavia dopo aver conosciuto William “Smokey” Robinson, musicista e compositore dei Miracles, iniziò a scrivere canzoni. Successivamente proprio con Robinson iniziarono a cercare artisti per la nuova casa discografica. I primi musicisti che approdarono alla Motown facevano parte della classe povera e lavoratrice di Detroit e dintorni.

La prima hit pubblicata dalla casa discografica fu proprio una dei Miracles (“Shop Around”) nel 1960, dopodiché i primi artisti o gruppi a essere stipendiati dalla Motown furono le Marvelettes, Marvin Gaye e Mary Wells; nel 1961 Stevie Wonder firmò a 11 anni il suo contratto con l’etichetta discografica. Due anni dopo pubblicò la sua prima traccia, “Fingertips Pt. 2”, che rimase in vetta alle classifiche degli ascolti per diverse settimane. Già si intuiva la genialità del piccolo Wonder, che diventò uno dei più grandi artisti del ventesimo secolo, capace di suonare tastiera, batteria, basso, percussioni e armonica a bocca, ma sopratutto autore e cantante di alcune delle più belle canzoni della musica moderna. Durante gli anni ’60 e ’70 la Motown Records godette di moltissima fama e molte sono le canzoni e gli album indimenticabili che furono pubblicati. Nel 1971 Marvin Gaye pubblicò What’s Going On che venne celebrato come miglior LP Soul mai registrato e occupa il settimo posto nella classifica stilata da Rolling Stones “I Migliori 500 album della musica moderna”.

Nel 1988 Gordy cedette la sua casa discografica alla MCA and Boston Partners, sancendo così la fine della Motown Records come etichetta indipendente, e quindi anche di un’era. Oggi Motown è parte della Universal Music Group.

Motown Records, la casa discografica che aveva risposto con il R&B, il soul e il funk dei neri al rock ‘n roll, rockabilly e Hard Rock dei bianchi, creando un sound nuovo, innovativo e personale. Infatti il Blues dei neri, che colpì durante i primi anni del ‘900, venne rubato ed elaborato dai bianchi, che avevano il Country come musica popolare.

Case discografiche come la Sun, in cui militarono artisti del calibro di Johnny Cash e Elvis Presley, facendo scalpore negli anni ’50 con pezzi dal sapore nuovo: il rock ‘n roll. Lo stesso fecero anche molti gruppi musicali inglesi che interpretarono il blues più tradizionale, dando origine al “British Blues”, una versione europea del blues afroamericano, di cui sicuramente gli interpreti più famosi sono gli Yardbirds, in cui suonavano Jimmy Page e Eric Clapton, che fondarono subito dopo rispettivamente Led Zeppelin e Cream. Ovviamente la controparte nera a questi musicisti bianchi era rappresentata (tra i più celebri) da Chuck Berry, James Brown, Sam Cooke e dagli anni ’60 in poi anche e soprattutto dalla Motown Records e dai grandissimi artisti che la frequentarono.

Chi già conosceva la Motown, riuscirà ad apprezzare questo articolo rendendosi conto della genialità e della bellezza della musica prodotta da questa etichetta un tempo indipendente.

 

 

A chi invece ha letto e scoperto per la prima volta gli artisti nominati in precedenza, consiglio, se si vuole spendere un po’ di tempo, di accendere il computer, accedere a Spotify o Youtube e di ascoltare qualcosa di nuovo!

 

 

RAFFAELE VENTURA

 

 

Recent Entries »