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“AI MIEI TEMPI NON ESISTEVANO” O FORSE Sì

Come tutti sappiamo, il mese di giugno è anche il Pride Month, o mese del Pride. Esso prevede la promozione dell’orgoglio, dell’autoaffermazione, dell’uguaglianza e della dignità delle persone facenti parte della comunità LGBTQ+.
Si tratta dunque di concetti importantissimi, fondamentali per il sostegno dei diritti LGBTQ+.
Nonostante però l’amore, indipendentemente dal sesso delle persone, dovrebbe essere celebrato e considerato come la cosa più naturale del mondo, ad oggi ci sono ancora moltissime persone che considerano l’omosessualità una moda, qualcosa che si sbandiera per seguire l’onda del momento.
Spessissimo capita infatti di sentir pronunciare la fatidica frase: “ai miei tempi non esistevano, ora invece essere omosessuali è una moda”.
Ma è davvero così?
Una moda è, secondo definizione, qualcosa di passeggero, che cambia nel tempo, si trasforma e, con molta facilità, muore.
L’omosessualità è invece sempre esistita, in qualsiasi periodo della storia umana. Essa è presente fin dal mondo antico: per gli uomini dell’antichità, anzi, non esisteva nessuna opposizione tra eterosessualità e omosessualità ed era normale per un uomo avere rapporti sia con una donna che con un ragazzo, in genere più giovane e di ceto sociale inferiore.
La discriminante non stava dunque nel sesso, quanto in caratteri prettamente sociali. Il concetto di omosessualità probabilmente nemmeno esisteva, poiché non ci si definiva in base a orientamento sessuale o identità di genere ma in base appunto a criteri sociali.
Pratiche omosessuali sono ampiamente documentate tra numerosi popoli dell’antichità, tanto che per elencarli tutti ci vorrebbe moltissimo tempo.
Per comodità, dunque, la nostra attenzione sarà focalizzata solamente sul mondo classico.
In Grecia, i cittadini vivevano una vita di fatto bisessuale, con preferenze individuali.
Tra i Greci era diffusissima, soprattutto in ambito aristocratico, la pederastia, risalente all’epoca della civiltà minoica, ovvero una relazione tra un uomo adulto e un adolescente. Questa relazione amorosa era inoltre inquadrata nell’ambito dell’educazione: l’amante, più anziano, aveva funzione di guida e modello per il giovane amato.
Si tratta quindi senza dubbio di una concezione dell’omosessualità molto diversa da quella moderna ma, comunque, largamente diffusa.
La mitologia e la tradizione greca comprendono inoltre racconti e leggende i cui eroi e divinità maschili si innamorano di altri uomini: basti pensare all’amore del dio Apollo per il mortale Giacinto o alla più famosa e ampiamente tramandata storia d’amore tra Achille e Patroclo.
Tra i personaggi storici, invece, famoso è il rapporto tra il re macedone Alessandro Magno e il suo più caro amico Efestione, generale dell’esercito di Alessandro e, secondo diverse fonti, suo innamorato, tanto che i due vennero paragonati (e si paragonarono) agli stessi Patroclo e Achille.
Il filosofo Platone, nel suo Simposio, attraverso il cosiddetto mito degli androgini parla di due tipologie d’amore: il rapporto eterosessuale e quello omosessuale.
Platone esprime una pari concezione di queste due tipologie, non parla infatti di un rapporto più nobile o migliore dell’altro.
Per quanto riguarda le donne, famosissimo è il caso di Saffo, poetessa del VII secolo a.C. che, nei suoi componimenti, cantava dell’amore omosessuale femminile e delle donne da lei amate.
Il termine “lesbica”, infatti, deriva proprio dall’isola di Lesbo, patria di Saffo.
Per quanto riguarda il mondo romano, nemmeno in questo caso si può distinguere tra omosessualità ed eterosessualità, in quanto a Roma, ancor più che in Grecia, i rapporti trai cittadini erano più che altro bisessuali.
Nell’Urbe, soprattutto nel periodo arcaico, era però accentuato il carattere sociale: era considerato infatti normale per un cittadino romano avere rapporti con schiavi o liberti, mentre una relazione tra due cittadini sarebbe stata fortemente disapprovata.
Nel I secolo a.C. invece, nel periodo dell’età di Cesare, i tempi cambiarono e i costumi divennero più liberi, come testimoniano i carmina di Catullo, personalità che comunque a Roma costituiva l’eccezione più che la regola.
Catullo infatti parla apertamente dei suoi sentimenti, fatto considerato assurdo per un cittadino romano e, oltre ai famosi componimenti dedicati all’amata Lesbia, il Liber del poeta contiene anche un gruppo di poesie dedicate a Giovenzio, un ragazzo libero molto giovane, cui Catullo dedica parole d’amore simili a quelle destinate a Lesbia.
Lo stesso Giulio Cesare, pensato nell’immaginario comune come un uomo dalla grande virilità, venne soprannominato “il marito di tutte le mogli e la moglie di tutti i mariti”.
Questa battuta circolava a Roma per evidenziare il notevole numero delle mogli e amanti di Cesare ma alludeva anche a dei suoi presunti rapporti omosessuali.
Molto chiacchierata era infatti nell’Urbe la giovinezza di Cesare: si diceva che il politico fosse stato l’amante del re di Bitinia Nicomede IV.
In età imperiale la sessualità divenne ancora più libera: l’imperatore Nerone arrivò anche a sposare pubblicamente Sporo, uno dei suoi schiavi adolescenti.
L’imperatore Adriano, invece, amò profondamente il suo amasio Antinoo, un giovane greco, venendo ricambiato.
In seguito alla morte precoce del ragazzo, annegato nel Nilo a soli diciannove anni mentre si trovava in Egitto con Adriano, l’imperatore lo innalzò in apoteosi elevandolo a semidio e fece ergere una città, Antinopoli, in suo onore.
Profondamente sconvolto dalla morte di Antinoo, Adriano fece inoltre costruire nella sua Villa Adriana, a Tivoli, un monumento funerario in sua memoria, l’Antinoeion.
Di esempi da riportare ce ne sarebbero molti altri ma, per non dilungarsi troppo, già questi sono sufficienti per provare la falsità della convinzione esposta all’inizio.
Perciò, la prossima volta che alcune persone vi dovessero dire che l’omosessualità non è altro che un’attuale moda passeggera, potreste consigliare loro di leggere Catullo o Saffo!

CAROLINA CORSETTI

The Falcon and the Winter Soldier: una gradita sorpresa

Disclaimer: contiene spoiler

Tra il 19 marzo e 23 aprile la serie “The Falcon and the Winter Soldier” ha tenuto compagnia ai fan della Marvel, rimasti orfani della precedente “Wandavision”, conclusasi due settimane prima. Come nel caso di quest’ultima, prima dell’inizio della serie, i fan si sono dati battaglia su Internet. Chi credeva che lo standard imposto da “WandaVision” non si potesse raggiungere e chi pensava che questa nuova serie sarebbe riuscita a eguagliare la precedente. Onestamente mi trovavo d’accordo con il primo schieramento. Trovavo impossibile che  questa serie sarebbe stata all’altezza di un capolavoro come “WandaVision”; tuttavia mi sono dovuto ricredere. Sono rimasto, infatti, seriamente colpito da “The falcon and the winter soldier” per la quale non avevo un briciolo di hype (se non forse nel rivedere il personaggio del Barone Zemo, villain, interpretato da Daniel Brǘhl, apparso per la prima volta in “Captain America: Civil War”).

Questo prodotto fonde insieme sequenze d’azione mozzafiato realizzate con una CGI portata ai massimi livelli e scene di scanzonata ironia, con discorsi a sfondo politico e sociale di grande profondità. Di per sé questi ultimi elementi non sono propriamente una novità all’interno del panorama dei cinecomic. Difatti persino nel primo film dell’MCU, “Iron Man”, la Marvel si schiera, attraverso le parole di Tony Stark, contro il mercato delle armi, tema in quegli anni di scottante attualità.

In questa mia recensione/analisi della serie non mi concentrerò sui protagonisti, come Sam, Bucky, John Walker o i Flag Smashers. Più che altro vorrei parlare, invece, di un personaggio secondario che però mi ha toccato il cuore. Ed è proprio grazie a lui che mi sono appassionato alla serie. Sto parlando di Isaiah Bradley.

Isaiah è stato un soldato afroamericano che durante la Seconda guerra mondiale aveva ricevuto un surrogato del siero del supersoldato, lo stesso preparato che aveva dato a Captain America i suoi poteri. Bradley, per utilizzare le parole di Bucky, fu “Uno di quelli che l’Hydra  temeva di più, come Steve”. Si parla di un vero e proprio eroe di guerra. Come “ricompensa” per i suoi servigi, però, Isaiah fu condannato a trenta anni di carcere e fu oggetto di esperimenti e torture. Dopo la sua liberazione il governo insabbiò tutto e addirittura cancellò da ogni fascicolo e da ogni documento ufficiale il suo nome. “Temevano che la mia vicenda venisse fuori, così hanno cancellato me. La mia storia. Ci sottomettono da 500 anni. Giuri fedeltà a quello, fratello?” Con queste parole, taglienti come una spada, il veterano si rivolge a Sam Wilson, venuto da lui per chiedergli un consiglio su come affrontare una battaglia imminente.

Ma all’interno della serie lo spazio dedicato alla tragica storia di Isaiah non finisce al secondo episodio. Infatti, poco prima dello scontro finale contro i cattivi della serie, i Flag Smashers, Sam va a casa del veterano e qui si svolge uno dei dialoghi più profondi e toccanti di sempre, che comincia citando la storia dei Red Tails, un battaglione composto esclusivamente da afroamericani che, dopo aver dato un enorme contributo alla sconfitta del nazismo, tornarono a casa e trovarono cappi appesi agli alberi dei loro giardini e croci in fiamme sotto il loro portici.

Poi parlando del ruolo di Captain America e dell’eredità che Steve ha lasciato a Sam, Isaiah afferma schiettamente: “Non permetteranno mai che un uomo di colore sia Captain America. E anche se succedesse, nessun nero che abbia rispetto per se stesso vorrebbe diventarlo.” Un discorso a dir poco devastante, che si richiama al triste passato della storia americana, ma allo stesso tempo anche ai giorni nostri, in quanto ancora oggi episodi di razzismo e discriminazione avvengono quotidianamente negli Stati Uniti d’America. E non si tratta di una scena inserita senza contesto, in quanto il discorso con Isaiah diventa parte integrante della caratterizzazione e del percorso di crescita di Sam Wilson. E proprio dopo queste parole durissime Falcon è pronto a ereditare lo scudo e il nome di Captain America, cercando di abbattere ogni forma di pregiudizio. E lo farà non solo per queste motivazioni, ma anche e soprattutto per rendere onore a un eroe di guerra come Isaiah e a tutte le sofferenze che quest’ultimo ha patito: “È sopravvissuto all’inferno, se fossi nei suoi panni mi sentirei esattamente come lui. Ma che senso avrebbero tutte queste sofferenze, tutti questi sacrifici se poi rinunciassi a farmi valere e a lottare?”. E così termina il percorso di crescita di Sam che da essere il sidekick del leader degli Avengers è passato a essere lui stesso il secondo Captain America. Percorso durante il quale è stato accompagnato dalla voce di Isaiah, vera e propria personificazione della cultura e della dolorosa memoria collettiva di un intero popolo.

ALESSANDRO PETRASSI

(Non) è solo un videogioco

Voglio iniziare questo mio articolo con una provocazione, un paradosso in cui mi sono imbattuto qualche mese fa e da cui mi è sorta una riflessione. Avete mai sentito parlare del bonus cultura? Immagino di sì. Comunque, per chi non lo sapesse, si tratta di 500 euro che lo stato garantisce ormai dal 2016 a chi compie diciotto anni. Come suggerisce il nome di questa iniziativa, la somma di denaro è spendibile per tutto ciò che viene considerato “cultura”, con lo scopo di inserire in questo mondo anche i più giovani e permettendo a chi magari non ne ha la possibilità economica di comprare qualche libro o assistere ad uno spettacolo teatrale. Fin qui tutto bene, l’evento che però mi ha fatto storcere il naso è stato, una volta riscattato il bonus, leggere il catalogo di ciò che potevo acquistare: libri, cd, vinili, eBooks e DVD. Nulla di strano direte, ma la mia delusione è sopraggiunta quando scorrendo non ho trovato alcuna sezione dedicata ai videogiochi. Sì, so già cosa state pensando: “i videogiochi?! Che idiozia, quella è roba per bambini, che c’entrano con la cultura!” e cose simili… È proprio questo il punto del discorso, mi sono reso conto, infatti, dell’enorme pregiudizio che gira intorno a questo mondo, non che non ne fossi a conoscenza prima, ma questa cosa mi ha mostrato come non sia colpa dei ragazzi o degli adulti che ritengono i videogiochi “una cosa da ragazzini” ma proprio del background culturale del nostro paese, incredibilmente ancorato alle tradizioni ed estremamente retrogrado, che favorisce e giustifica questa discriminazione nei confronti di quella che è, invece, a tutti gli effetti, una forma d’arte al pari di letteratura, cinematografia e molte altre. In fondo basterebbe allontanarsi da tutta la pubblicità negativa che si fa nei confronti del mondo videoludico, bersagliato continuamente da servizi televisivi più o meno validi e presentato al grande pubblico solo superficialmente, mostrandone soltanto i problemi per capire che ciò che dico non è poi così assurdo. Quante volte avete sentito parlare di “violenza nei videogiochi” o magari di “dipendenza da playstation” e tante altre frasi intimidatorie che vengono dette per sminuire una realtà che sarebbe invece importante supportare e sviluppare? Non è un caso se infatti, in Italia, non esistono case produttrici importanti e la maggior parte delle grandi produzioni provengono dall’America o dal Giappone, paesi in cui lo sviluppo di videogiochi è ben visto e la popolazione è aperta alle novità. Mentre in Italia Le Iene ironizzano sul fenomeno Fortnite, negli USA è uscita pochi mesi fa la notizia che l’università del Tennessee utilizzerà Read Dead Redemption e il suo sequel per un corso di storia americana del 1800/1900. Avendo nominato Fortnite ci tengo a fare una precisazione: come in ogni settore esistono varie categorie di videogames, e quando parlo di giochi come forme d’arte non mi riferisco ovviamente ai multiplayer, che sono in realtà gli unici che godono di una certa risonanza mediatica anche fra chi non si interessa al settore (per farvi qualche esempio: Call of Duty, Fifa, Fortnite etc), certamente divertenti e ottimi passatempo, ovviamente se presi con moderazione (senza addentrarmi troppo nella questione) ma ai cosiddetti singleplayer e a tutte quelle produzioni che si sforzano di raccontare una storia e proporre un messaggio, un insegnamento (The Last of Us, Detroit become human, God of war…). Per riassumere I VIDEOGIOCHI NON SONO SOLO FIFA O COD c’è molto altro dietro: un mondo enorme fatto di storie strappalacrime, emozioni, attaccamento ai personaggi, immedesimazione nei vari eventi e molto altro. Esattamente le stesse cose che cerchiamo nei libri e nei film, che però vengono ben visti dalla critica, possiamo non solo trovarle, ma viverle e “giocarle” in prima persona grazie ad una bella produzione videoludica. Se questo discorso non vi è bastato e credete che sia giusto che non ci siano i videogiochi nel catalogo del bonus cultura vi voglio solo far presente che in prima posizione nella lista dei bestseller fra i DVD è possibile acquistare il film “la vendetta del signor S” dei Me contro Te ed è solo una delle tante assurdità che si possono trovare in lista. Vi invito quindi ad andare oltre i pregiudizi e non fermarvi all’apparenza, a rispettare le opinioni e le passioni altrui e ad esplorare un nuovo mondo che potrebbe interessarvi e trasmettervi tanto ma, soprattutto, vi invito a riflettere sulla condizione in cui si trova il nostro paese estremamente arretrato sotto molti, forse troppi, aspetti.

LORENZO SACCO

Il #freeBritney: essere schiavi della propria immagine

Era il 2008 quando Britney Spears, famosa cantane americana, ebbe una grave crisi nervosa di cui tutt’oggi ricordiamo le foto. In seguito a ciò fu sottoposta ad un trattamento sanitario obbligatorio e il controllo delle finanze fu affidato al padre Jamie.

Ripercorriamo, però, quello che è stato il percorso della star americana e di come, in realtà, la sua crisi sia stata solamente la reale conseguenza dei vari soprusi che ha subito sin dalla tenera età.

Britney diventò famosa nel 1999 con il celebre album …Baby one more time che riscosse talmente tanto successo da essere, tuttora, l’album pop femminile più venduto di sempre. Da qui la sua scalata verso la fama si è evoluta precocemente, approdando anche nel cinema (anche nella celebre serie tv How i met your mother) e producendo diversi album, tutti di successo. Parallelamente a ciò la teen star iniziò ad essere dipendente dalla droga ed ebbe diversi problemi familiari. Tutto questo la portò ad una crisi nervosa, un “crollo” che la costrinse a trattamenti sanitari obbligatori e ricoveri in centri di riabilitazione. Le fu tolta la custodia dei figli, affidati al padre Kevin Federline, e il patrimonio gestito dal padre.

 Il crollo fu un momento drammatico per Britney, tanto che lei stessa affermò: “Ho davvero toccato il fondo. Ora non penso che il mio problema fosse alcol o depressione. […] ero come una bambina affetta da ADHD che corre in giro». Nonostante ciò, la cantante si riprese tanto da riottenere la custodia dei figli nel 2015, sette anni dopo l’accaduto.

La tutela del patrimonio prende nome di Conservatorship ed è una tutela temporanea ma James Spears e il suo avvocato la resero permanente.

Dobbiamo andare avanti di circa una decina di anni per vedere come la situazione si sia complicata: il 2018.

Il padre viene ricoverato per un intervento e la cantante annulla il tour. Poco dopo si annuncia che la star è stata ricoverata in una clinica per ragioni di salute mentale, sembra essere “devastata” dalla malattia del padre. Le voci iniziano a circolare: vari podcast, post su instagram iniziano a speculare sul fatto che, forse, dietro il ricovero della cantante e l’annullamento del tour non ci fosse il volere di Britney, ma del padre. Inizia a diffondersi l’idea che il padre non stesse gestendo solo il patrimonio della cantane ma tutta la sua vita, imponendole decisioni sulla carriera e sulla vita privata.

Nel settembre 2019 l’ex marito Federline ottiene un ordine restrittivo contro James Spears accusandolo di aver aggredito fisicamente uno dei suoi figli.

Nasce il movimento #FreeBritney che riceve l’appoggio di numerose celebrità, tra cui Miley Cirus, Cher, Chiara Ferragni e Paris Hilton.

Insomma, si leva un grido contro un padre approfittatore, aggressivo e abusivo che mostra la sua natura: denuncia i vari blogger che scrivono periodicamente contro di lui e in tribunale chiede l’estensione della conservatorship.

La storia ha un epilogo. Nel 2020 il tribunale prende una decisone: accetta una mozione attraverso la quale viene richiesta la rimozione del padre di Britney dal ruolo di tutore legale della cantante e la sostituzione permanente con Jodi Montgomery e il mese successivo viene accolta la richiesta che il patrimonio della cantante venga co-gestito da una società finanziaria esperta, la Bessemer Trust Company.

Dai documenti legali presentati dal legale della Spears si evince, inoltre, che la Spears non tornerà a lavorare finché non si sarà liberata della tutela del padre.

Per concludere una piccola riflessione: Britney Spears è stata una delle prime teen star, è stata resa un oggetto, una macchina per i soldi sin dalla tenera età. Le sue vicende, anche le più intime, sono sempre state di dominio pubblico. Se da un lato si è arricchita di soldi dall’altro si è impoverita di vita, è stata resa schiava della sua stessa immagine e questo la ha portata inevitabilmente ad “esplodere” non appena la sua persona non coincideva più con la sua nomea.

B. T.

DESTINAZIONE VERITà

“Ma tutto m’era divenuto indifferente, e tutti i problemi mi si erano allontanati”.

Il protagonista del romanzo “Il sogno di un uomo ridicolo” di Fëdor Dostoevskij, scrittore e filosofo russo ottocentesco, è appunto un uomo “ridicolo”. Il termine viene inteso come qualcuno che, secondo la società, agisce in modo non appropriato sulla scena del mondo, poiché non sa presentare sé stesso secondo i canoni di conformismo che lo renderebbero accetto.

L’io narrante, infatti, già dalle prime righe, racconta quanto si affliggeva per il suo aspetto “ridicolo” in ogni senso: di lui ridevano tutti e sempre.

Dal giudizio degli altri è giunto alla conclusione di essere veramente diverso, di conseguenza sbagliato.

Il senso di angoscia lo divora, così l’unica soluzione che trova per placate il suo dolore è iniziare a vivere con indifferenza, in questo modo smette di colpo di adirarsi con gli uomini.

La coscienza dell’irrilevanza della volontà umana e delle sue manifestazioni rende agli occhi del protagonista insignificanti e quasi inesistenti gli altri uomini, i quali si muovono in una dimensione di inautenticità. “Io presi a sentire e ad avvertire con tutto il mio essere che in mio dominio non c’era nulla”.  Pertanto, la stessa vita individuale precipita nell’insensatezza.

Come fuggire dunque da una vita vuota?

Egli trova solo una risposta: il suicidio.

Mentre rientra a casa, convinto a fondo della sua decisione, una bambina in lacrime lo accosta chiedendo aiuto per la mamma. Non ne conosciamo il motivo, poiché il protagonista, assorto nei suoi pensieri, la scaccia.

Tuttavia, tornato a casa e puntatosi la rivoltella alla tempia, si rende conto della compassione provata per la bambina e ciò lo distrae dal suo proposito autodistruttivo e inizia a vergognarsi del suo atteggiamento avuto in precedenza.

Proprio dalla sua stanza povera e piccola, illuminata solo dalla luce fioca di una candela, inizia il passaggio al sogno. “I sogni li indirizza, pare, non la ragione, ma il desiderio, non la testa, ma il cuore e intanto quali ingegnosissime cose che ha operato a volte la mia ragione nel sogno!”

Il suo viaggio onirico ha inizio proprio dal suo suicidio con un colpo al cuore. In seguito, viene trasportato da un angelo in un nuovo scenario, un universo incorrotto. Acquista dunque la certezza di una vita dopo la morte. Gli uomini che abitano il pianeta sono in perfetta armonia con la natura e non conoscono il tormentoso dissidio che oppone gli uomini (del tempo, ma anche moderni) all’ambiente e alla società.

“Ma il loro sapere era più profondo e più alto di quello della nostra scienza; giacché la nostra scienza cerca di spiegare che cosa sia la vita, essa stessa aspira a rendersene conto per insegnare agli altri a vivere; quelli invece anche senza la scienza sapevano come dovessero vivere, e questo io lo capii, ma quello che non potei capire fu il loro sapere”. Costoro sono parte della natura, parlano con gli alberi, vivono pacificamente con gli animali e soprattutto tra loro, glorificando tutto ciò che li circonda.

 La presenza del protagonista, però, altera la situazione paradisiaca e trasmette agli uomini di questa terra incorrotta parole e concetti di cui nessuno era a conoscenza fino a quel momento: la menzogna, la malizia, la sensualità, la vanità, la gelosia e l’invidia, i quali contribuiscono allo spargimento del primo sangue. “Quando divennero cattivi cominciarono a parlare di fratellanza e di umanità e capirono queste idee. Quando divennero colpevoli inventarono la giustizia e si prescrissero interi codici per conservarla, per far rispettare i codici stabilirono la ghigliottina.”

L’io narrante si sveglia e diventa coscienzioso di una verità. “Una volta che hai conosciuto la verità e l’hai veduta, sai bene che quella è la verità e che un’altra non c’è, né ci può essere, sia che si dorma o si vegli”.

Qual è dunque questa verità?

Ha capito il suo scopo, quello di gridare che tutti gli uomini possono essere bellissimi e felici senza perdere la capacità di far parte di questa terra. Si risveglia pronto a riprendere in mano la sua esistenza, con la consapevolezza che la compassione e la benevolenza possono essere applicate nel mondo e che se imparassimo a comportarci come vorremmo che gli altri si comportassero con noi, quel paradiso non rimarrebbe solo pura immaginazione, bensì una realtà a tutti gli effetti. L’altruismo è alla base dei rapporti umani.

Esiste la possibilità che l’uomo sia felice sulla Terra solo quando, superata l’indifferenza, sarà capace di praticare quotidianamente la benevolenza verso l’altro; l’amore è l’unica potenza in grado di liberare l’umanità dal dolore. La felicità perfetta di Dostoevskij è intesa come un cammino interiore di elevazione del dolore personale verso un fine più alto: risolvere il senso drammatico della libertà e trovare il coraggio di essere liberi, liberi di essere felici. L’amore è libertà, la libertà è felicità, il paradiso del sogno non è un’Utopia, perché il paradiso è dentro l’uomo, ed è solo suo compito scoprirlo.

Degno di nota è il fatto che, benché “Il sogno di un uomo ridicolo” sia stato pubblicato nel 1877, sia assolutamente attuale. L’autore infatti si rivolge, dietro la finzione letteraria, alla società intera e ne denuncia i vizi che la allontanano dalla felicità, fondata semplicemente sull’amore e sulla solidarietà, al posto dell’avidità e dell’egoismo.

LIVIA PAOLIZZI

LA VISIONE DI WANDA

Wandavision, la nuova serie tv targata Marvel Studios, è stata rilasciata il 15 gennaio di quest’anno e acclamata da pubblico e critica. I fan sapevano già, anche prima dell’uscita, che questa serie sarebbe stata un importante punto di svolta per l’universo cinematografico Marvel. E dopo più di un anno dal rilascio di Spider-Man: Far From Home, ultimo film Marvel in ordine di uscita, le aspettative erano alle stelle. E da spettatore, posso dire con assoluta certezza, che non sono state disattese. Wandavision, a mio avviso il miglior prodotto mai creato dai Marvel Studios, riesce a rendere finalmente giustizia a due personaggi che non avevano ancora avuto un adeguato approfondimento psicologico: Wanda Maximoff, strega proveniente dall’immaginaria nazione di Sokovia, e Visione, un androide con sentimenti umani. Tra i due era scoccata la scintilla subito dopo il loro primo incontro, ma la relazione era stata troncata dalla morte di quest’ultimo nel corso del film Avengers: Infinity war. Lo spettatore che si accinge a guardare il primo episodio della serie, dunque, si aspetta di ritrovare Wanda là dove l’aveva lasciata, affranta per il lutto che l’ha colpita.

Il primo episodio, invece, ci proietta in uno scenario del tutto inaspettato. Troviamo Wanda e Visione che conducono la loro felice vita da neo sposi nella tranquilla cittadina di Westview. Altri elementi, inoltre, si aggiungono a disorientare lo spettatore: l’inquadratura è a 4:3, tipica dei vecchi televisori, le immagini sono in bianco e nero, la trama va avanti fra gag ed equivoci sottolineati da risate finte in sottofondo. Insomma, sembra di assistere a una sit-com americana anni ’50, punteggiata però da momenti di strisciante inquietudine. Lo spettatore rimane spiazzato e non può far altro che porsi delle domande. Che sta succedendo? Perché Visione è vivo? E soprattutto, perché i due si muovono all’interno di una vecchia sit-com? Fiducioso di trovare risposte, lo spettatore approda al secondo episodio. Ma lo schema narrativo non cambia. Anche il terzo episodio non svela nulla, ma capiamo che esiste una progressione temporale della storia, sottolineata dal passaggio dal bianco e nero al colore. Insomma, lo spettatore continua a domandarsi dove gli autori vogliano andare a parare.

Finalmente, nel quarto episodio, assistiamo ad un cambio di prospettiva e viene mostrato allo spettatore ciò che accade fuori da Westview. All’esterno si è radunata una speciale task force chiamata S.W.O.R.D. che ha il compito di monitorare le azioni di Wanda, che scopriamo svolgersi all’interno di una cupola che ricopre la cittadina. Si apprende che all’interno della barriera tutti gli abitanti di Westview sono controllati dalla strega Wanda che ha imposto a ciascuno la propria “visione” del mondo. E presto capiremo come e perché. A questo punto la serie cambia completamente aspetto, trasformandosi nel più classico dei prodotti Marvel. Combattimenti, scazzottate ed effetti speciali spettacolari che riportano la serie all’interno dell’alveo del classico cinecomic.

Da spettatore, ma soprattutto da lettore di fumetti Marvel, non posso che dare un giudizio positivo riguardo questa serie. Senza nulla togliere alle scene d’azione, rese magnificamente dalla grande qualità della CGI, Wandavision è una serie che racconta magistralmente la crisi interiore e il dolore di Wanda per le molteplici perdite che ha dovuto subire nel corso della vita. I suoi genitori deceduti davanti ai propri occhi quando era piccola, la morte di suo fratello Pietro e, infine, il tragico addio del suo amato Visione. Wanda, straziata dal dolore, ha creato un luogo-rifugio per se stessa, dove poter vivere una vita finalmente serena, lontana dal mondo esterno. Ma perché scegliere come oasi di tranquillità ambienti che rimandano a vecchie sit-com? È presto detto. Nell’ottavo episodio, Wanda è costretta a rivivere i momenti della sua vita che l’hanno portata a diventare una delle streghe più potenti della Terra. E proprio in un flashback rivediamo Wanda bambina nella sua casa a Sokovia, piccolo stato dell’est Europa perennemente sconvolto da guerre e conflitti interni. In questo clima di violenza Wanda è attratta dalla ricchezza e dall’abbondanza che viene rappresentata nelle sit-com americane, mostrate a lei e al fratello dai genitori affinché imparino la lingua inglese, strumento fondamentale per poter accedere a una vita migliore. L’elemento ideologico è molto presente ovviamente, ma dobbiamo pensare che nei fumetti il personaggio di Wanda è stato introdotto negli anni ‘60, in piena Guerra Fredda.

In conclusione Wandavision è una serie, per così dire, completa. Di solito, nelle pellicole di supereroi i registi e gli sceneggiatori prediligono trame semplici e lineari, condite con un’abbondante dose di combattimenti. In questo Wandavision si differenzia da tutto ciò che è stato creato dai Marvel Studios fino ad ora.

Wandavision, infatti, mostra il lato intimista e sentimentale dei protagonisti, riuscendo a coniugarlo alle scene d’azione tipiche del genere cui la serie appartiene. Essere riusciti a realizzare un prodotto del genere non è da poco. Lo spettatore si commuove davanti al dolore di Wanda e si emoziona travolto dal ritmo frenetico delle sequenze d’azione, come sempre arricchite dagli straordinari effetti speciali.

ALESSANDRO PETRASSI

CHIACCHIERE AL BAR CON GIANNI DI GREGORIO

Ciò che segue è la messa in prosa di pagine e pagine di appunti presi ad un bar contenenti la carriera di Gianni Di Gregorio, regista del cinema indipendente italiano, dalla sua formazione ai suoi successi. Vi racconteremo i fatti come lui li ha raccontati a noi ed è per questo che ora lasciamo la parola al diretto interessato.

Sono diventato regista da grande. Prima ho lavorato come sceneggiatore per alcuni film, tra i quali risaltano alcune opere di un mio grande amico, Matteo Garrone, come “L’Imbalsamatore” e “Gomorra”. Da sempre ho amato il cinema e devo questa passione forse soprattutto grazie a mio padre, che mi ha abituato ad andare in sala appena avessi un momento libero, tanto che ancora oggi a distanza di anni credo che le emozioni che si vivono al cinema siano le più grandi che si possano provare.

Ho sempre avuto un debole per Rossellini. Adoravo le sue opere e in particolar modo mi ritrovavo molto nella sua “filosofia”, ovvero che “l’importante è ciò che avviene davanti alla telecamera”; lo studio è importante fino ad un certo punto, poi bisogna lasciare spazio alla creatività e alla passione che sono i carburanti migliori per lavorare bene. Mi sono subito trovato a mio agio con Matteo Garrone anche perché lui metteva in atto gli insegnamenti che avevo appreso dal maestro Rossellini: andava a braccio, era un giovane appassionato che si lasciava trasportare dai suoi lavori.

La mia formazione da attore la devo al teatro sperimentale; mi sono formato alla Scuola di Alessandro Fersen, ho partecipato a seminari e ho avuto modo di assistere a molte prove di spettacoli teatrali che mi hanno molto aiutato durante il mio percorso. Ciò che ho imparato è che l’elemento fondamentale affinché un’opera riesca bene è la veridicità dell’insieme. Ho lavorato molto sulla verità e sulla spontaneità; credo che più le emozioni degli attori sono vere più emozioni l’opera trasmette allo spettatore. Il primo passo è mettere gli attori a proprio agio, capire i loro caratteri e agire di conseguenza. Bisogna divertirsi, bisogna essere naturali, tanto che durante le riprese dei miei film molto spesso le scene sono state improvvisate. Ritengo che la prima ripresa sia la migliore e che a volte alcune battute inventate sul momento possano rivelarsi nettamente migliori di quelle all’interno del copione.

Io ora sono regista, sceneggiatore e attore delle mie opere e devo dire che non è facile gestire questi tre ruoli; mi sento sicuramente più regista e sceneggiatore che attore, ma dopo il successo del mio primo film sono quasi costretto a comparire sempre sullo schermo. La regia mi diverte moltissimo, ma devo ammettere che fare l’attore ha un vantaggio: sulla scena riesco ad essere molto naturale e questa mia caratteristica riesco a trasmetterla agli altri attori e così si ritorna al concetto della verità e della spontaneità, sempre presente nelle varie pellicole. Nelle varie storie che ho portato sullo schermo ci sono sempre dei dettagli personali, che mi permettono di immedesimarmi molto nei personaggi e ciò mi aiuta ad essere sciolto sul set.

Tutti i miei film hanno una vena comica, perché da sempre ho giocato con la comicità; quando frequentavo la Scuola di Alessandro Fersen, durante varie prove di recitazione, mi capitava spesso di non trattenermi e di scoppiare a ridere nonostante il testo in questione fosse serio. E’ successo così tante volte che un giorno, mentre stavamo recitando “Macbeth”, il mio insegnante mi disse che non ero un attore ma un comico. Da sempre per me la comicità è una reazione alla vita, uno scudo che mi protegge, tanto che fin da piccolo prendevo le cose a ridere; la verità è che la comicità mi ha aiutato ad eliminare, o almeno alleviare, il dolore che ho provato nel corso della mia vita ed è un comportamento assolutamente automatico che mi porto dietro tutt’ora nella vita e nel lavoro.

Decido di girare un film solo quando trovo una trama che sento mia e che ritengo importante; i miei lavori sono storie di vita vera, quotidiana e per metterle in scena scelgo spesso dei “non attori”, ovvero persone comuni, che non hanno esperienza nel campo della recitazione, che possano dare al film una sfumatura più autentica e naturale. Nel film “Pranzo di Ferragosto” le varie signore anziane protagoniste non erano tutte delle attrici: una di loro è mia zia, che accettò molto volentieri di unirsi al progetto dicendomi che era sempre stato un suo sogno diventare un’attrice; sempre nella stessa pellicola è presente “il vichingo” di Trastevere, iconico personaggio del quartiere purtroppo scomparso tre anni fa. Il vichingo lo potrei definire come la mia musa: nel film “Lontano Lontano” un personaggio è ispirato alla sua figura ed ero così tanto legato a lui che una volta sua figlia disse riferendosi a me “tutti hanno una musa lui ha il vichingo”. Un altro “non attore” è per esempio il ragazzo che ha interpretato Abu nel film “Lontano Lontano”: era infatti uno degli immigrati di Riace (località conosciuta anche per il dibattito sull’immigrazione che ha infiammato la zona negli ultimi anni) che con i ricavati del film si è pagato un viaggio per il Canada, suo sogno anche nella storia. Le interpretazioni di queste persone regalano emozioni uniche e trasmettono verità come nient’altro.

Il mio primo film “Pranzo di Ferragosto” era un piccolo progetto realizzato in maniera molto artigianale, con un budget abbastanza basso e girato in luoghi semplici come la mia stessa casa; non mi sarei mai aspettato un tale successo. Fu lo stesso Matteo Garrone a incoraggiarmi ad andare dietro alla telecamera.  Il film è stato apprezzato da pubblico e critica, ha vinto premi tra cui anche un riconoscimento al Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e poi è stato distribuito in moltissimi paesi: tante emozioni e tante soddisfazioni. Anche se ovviamente speravo nel successo del film, quando questo è arrivato, non mi ha cambiato: non mi sono montato la testa, sono rimasto sempre lo stesso e ciò è successo forse anche grazie al fatto di essere diventato regista ad un’età matura avendo già esperienza alle spalle. Il successo mi ha permesso di viaggiare, di incontrare grandi personaggi del mondo del cinema e di vedere i miei film proiettati in luoghi meravigliosi come per esempio il museo MoMA.

Ricordo ancora quando io e il cast di “Pranzo di Ferragosto” andammo a Venezia: fu esilarante. Le signore del film furono assalite dai giornalisti mentre io mi preoccupavo che non si facessero male scendendo dal motoscafo una volta arrivati al Lido; il vichingo salì sul red carpet con una canotta invece che con un completo e ricordo ancora ciò che mi disse sulla barca prima della proiezione: “guarda dove siamo arrivati con la cazzata che avemo fatto”.

Di ricordi ne ho tantissimi: ricordo per esempio che mentre ero a Cannes con Matteo Garrone per presentare il suo film “Gomorra”, di cui ero sceneggiatore, vidi in fila davanti a me il grande Roman Polansky, non resistetti e gli toccai velocemente la schiena, fiero di aver avuto un “contatto” con un grande regista come lui; sta di fatto che un po’ di tempo dopo lo stesso Polansky mi contattò per farmi i complimenti per l’opera: un onore come pochi.

Ricordo che alla fine della proiezione di un mio film in Giappone mi si avvicinò la figlia del grande regista Akira Kurosawa per farmi i complimenti o che mi ritrovai in motoscafo con il maestro Mario Monicelli a Venezia o ancora che Jon Voight mi abbracciò: tutte memorie indimenticabili.

Trastevere è sempre presente nelle mie opere; questo quartiere per me rappresenta prima di tutto casa, poiché ci sono nato e vissuto e poi è un luogo magico, ricco di atmosfere che arricchiscono le pellicole. Giro spesso scene in zone di Monteverde e Trastevere e credo che guardando i miei film si possa avere una finestra sulla quotidianità di questi quartieri che vivono grazie alla vitalità dei loro abitanti.

Un argomento che per ora ho sempre sfiorato e mai toccato e approfondito è l’amore. Ci ho sempre girato intorno senza mai decidermi ad affrontare la questione, forse perché raccontare una storia sull’amore significherebbe uscire dalla mia zona confort e provare una nuova strada. Nonostante nei miei film abbia sempre esitato a parlarne io ritengo che l’amore esista per tutti e che soprattutto possa arrivare anche quando si pensa di essere troppo grandi, quindi credo di poter affermare che prima o poi potreste sentir parlare di qualche mio progetto diverso dai precedenti.

La mattinata è passata veloce al bar sotto casa del regista Gianni Di Gregorio, luogo dove ha inoltre girato molte scene dei suoi film. Una mattinata in cui abbiamo avuto il piacere e l’onore di poter avere una chiacchierata informale con un uomo cortese e gentile che ci ha subito trattato come se fossi un vecchio amico e che speriamo di rincontrare presto. Lo ringraziamo per averci raccontato le sue esperienze che terremo ben custodite nella nostra memoria come un grande tesoro.

Ah, abbiamo dimenticato di specificare che stiamo parlando di un ex manariota.

Gianni Di Gregorio, classe 1949, sceneggiatore tra l’altro di “Gomorra” di Matteo Garrone (2008). Ha scritto diretto e interpretato i film “Pranzo di Ferragosto” (2008), “Gianni e le donne” (2011), “Buoni a nulla” (2014), “Lontano lontano” (2019).

CESARE NARDELLA E VANESSA BARRY

IL CUORE, LA MENTE IN POLVERE E POI (FORSE) LA RICOSTRUZIONE

Ciao a tutti, scrivo questo articolo con la piena consapevolezza di poter risultare un tantino pesante e eccessivamente attaccato alle vicende riguardanti la mia vita, beh sta di fatto che io non sono un giornalista, né tantomeno desidero apparire così. Scrivo per il semplice bisogno di esprimermi, quindi non sono tenuto a far pubblicare una semplice e noiosa recensione che sicuramente nessuno si filerebbe (e l’avrei voluta fare in parte perché mi piace anche quello), son fatto così quindi spero che mi perdonerete cari manarioti.

Insomma, io dovrei e vorrei parlarvi di questa meravigliosa serie tv americana che ho visto pochi mesi fa, un cult assoluto che troppe volte viene dimenticata oggigiorno qui da noi, ossia “I Soprano”; ora devo cercare di mettere in ordine le idee mentre scrivo, dato che ho finito la serie più di due mesi fa oramai e ancora oggi devo metabolizzare del tutto ciò che ho visto.

Torniamo indietro di sei mesi, a Ottobre, per l’esattezza il 29 Ottobre 2020, giorno in cui inizio la serie dopo che un mio caro amico mi ha spinto varie volte ad incominciarla (io ne avevo sentito parlare ma non mi era mai scattata la scintilla). Si tratta di un periodo abbastanza particolare tra vicissitudini personali, una situazione pandemica nel pieno della seconda ondata ed io, che per quanto fossi stato bene in quarantena, grazie anche a vari interessi e passioni che coltivo tra cui il cinema, la musica e la lettura, sentivo che qualcosa stesse andando sempre più per il verso sbagliato; mi crogiolavo nella mia solitudine, uscivo sempre meno e pensavo che tutto ciò andasse bene… aspettate un attimo, parlo come se fossi ad una seduta dallo psicologo.

Ecco a proposito di psicologo posso dirvi subito che ne “I Soprano” troviamo il boss mafioso Tony Soprano, interpretato straordinariamente dal compianto e grandissimo James Gandolfini, che va proprio da una psicologa, si tratta di un uomo messo totalmente a nudo dinnanzi allo spettatore, noi in quel momento siamo con lui e siamo (in un certo senso) la psicologa interpretata altrettanto bene da Lorraine Bracco. Fin dal primo episodio capisci che l’elemento che rende davvero eccelsa quest’opera è proprio quello psicologico, e lo dico perché penso che non si sia mai raggiunta una tale profondità di scrittura dei personaggi nel media televisivo. Si tratta di un qualcosa di monumentale, in sei stagioni David Chase parla dell’umanità, della vita e di tutte le sfaccettature che vi sono in esse attraverso un racconto della quotidianità malavitosa e tutto ciò senza alcun giudizio morale; Tony Soprano non è un semplice boss mafioso, è chiaramente un individuo che avrebbe potuto essere molto più di quel che è se solo non fosse cresciuto in un determinato contesto.

Ed è qui che entra in gioco anche la pesante critica che l’opera statunitense fa proprio nei confronti del suo stesso paese; tutti potremmo pensare ad un boss mafioso, considerato “convenzionalmente” il carnefice, e agli Stati Uniti come vittima di esso e di tutta l’organizzazione malavitosa, ma no! Sarebbe molto semplice pensarla così, e ce lo fanno capire ben più di una volta che le cose stanno diversamente, infatti Tony e tutti i suoi parenti, amici e collaboratori non rappresentano lo stereotipo del criminale bastardo privo di sentimenti, tutt’altro: sono umanissimi, più umani di molti altri personaggi che vediamo nel corso della serie e che dovrebbero essere “bravi” cittadini moralmente parlando. È sottilissima la linea che separa il bene dal male nella serie, e forse anche per questo per anni qui da noi è stata ripudiata, siamo troppo abituati a certi “dogmi” che non riusciamo a toglierci dalla testa.

Ma tornando a noi, Tony non è di certo uno stinco di santo, ma forse non lo è anche perché è cresciuto in un ambiente pieno di violenza e rabbia, che in questo caso è casa sua, ma il tutto si può tranquillamente estendere agli Stati Uniti in generale; lui e tutti i suoi amichetti sono figli della terra in cui vivono, sono frutto di una cultura e di un sistema violento che non va. Il nostro protagonista in particolare è un uomo che non ha mai realmente avuto l’opportunità di riscattarsi a livello sociale proprio a causa del paese in cui vive, e nel quale si preferisce fare show sulla mafia stessa invece che informazione vera e propria (varie le scene in cui vi è un chiaro attacco ai servizi televisivi e alla spettacolarizzazione che si ricerca sempre sul tema mafia). Vorrei dire molto di più ma evito di fare spoiler (anche se mi è davvero difficile quindi guardatevela).

Ora ritorno un attimo al 29 Ottobre scusatemi, se state ancora leggendo vi starete chiedendo del perché dovrei parlare della mia vita in una pseudo-recensione, ve lo spiego subito ed è molto semplice in realtà; in un momento di solitudine ho avuto un qualcosa che mi tenesse in vita, che mi facesse sentire realmente vivo, che mi facesse anche riflettere su determinate cose e mettesse in discussione molte delle mie certezze creandomene allo stesso tempo altre (chissà come mai). Nel titolo parlo di ricostruzione dopo un periodo assai buio a livello emotivo, ed è parallelo in un certo senso al percorso che cerca di compiere Tony a livello umano nella serie. L’arte penso abbia salvato e stia salvando molte persone in questo periodo davvero ostico, e se avete bisogno di vivere emozioni forti, di riflettere su un qualcosa (ossia l’uomo e il mondo che ci circonda) fate un piacere a voi stessi e forse scoprirete realmente qualcosa in più sull’animo umano. “I Soprano” li definirei la Divina Commedia del 21° secolo made in USA, hanno fatto scuola nel mondo delle serie tv (opere come Breaking Bad o Peaky Blinders e non solo gli devono molto) e visto l’enorme successo di questo media, grazie a piattaforme come Netflix o Amazon prime, ne ho approfittato per consigliarvi questo capolavoro. LA TROVATE SU NOW TV O SU SKY ON DEMAND.

MICHELE TANTILLO

LA PLAYLIST

Siamo arrivati quasi alla fine del tortuoso cammino che è stato l’anno scolastico corrente, ci restano solo pochi mesi prima che la scuola chiuda i portoni dando il via all’estate, fino ad ora il tempo è scorso velocemente e ci è scivolato fra le dita, siamo stati fra i banchi relativamente poco, il lungo strascico portato da questa Pandemia pian piano sta ingurgitando la nostra adolescenza senza pietà, perciò mentre tutto ciò accade ci vuole almeno una buona colonna sonora.

“Mannequins”- Bilk: Questo brano del 2019 proveniente dall’EP “Chipped out” della suddetta band britannica proveniente dall’Essex, per me si può riassumere nella parola energia, racchiudendo al suo interno i principi del Punk mischiandolo al Rap si ottiene un mix esplosivo, il quale aggiunto ai loro testi ironici e talvolta crudi favorisce un ascolto complessivamente interessante.

Genere: Rap/Punk

“Breezeblocks”- Alt-J: Brano datato 2012 dall’album “An awesome wave” della band indie-rock britannica che nel decennio scorso ha sbancato le classifiche a livello mondiale, ricevendo però poco riscontro in Italia, come purtroppo spesso accade. Strumentalmente si può percepire un crescendo continuo, aggiungendo man mano che si va avanti nuove componenti in grado di catalizzare l’attenzione dell’ascoltatore, il testo d’altro canto racconta un amore tossico e tormentato, nella quale il “narratore” abusa costantemente psicologicamente della sua compagna, essendone cosciente ma non al punto di riuscire a fermarsi, costringendola a scappare e implorandola di rimanere dandoci un quadro alquanto chiaro e struggente di una relazione non sana. Tutto ciò rende questo brano a tratti malinconico, come se fosse un pianto disperato ignorato in una stanza con troppa confusione.

Generi: Indie/Pop, Art Rock

“Mr. Sun (miss da sun)”- Greentea Peng: Brano del 2019 tratto dall’EP “Rising” di quest’artista britannica con una vocalità singolare e immediatamente riconoscibile in grado di soddisfare il suo pubblico con ogni sua nuova uscita. Questa canzone, in particolare, la trovo estremamente d’impatto per il suo sound che fonde Jazz e musica Elettronica in maniera delicata, caratterizzato da un cantato molto elegante con un testo avvolgente anche se criptico, nella quale l’artista racconta al pubblico il suo bisogno di trovare luce al fine di vivere in felicità, come se fosse una pianta che sente ancora la necessità di crescere, intrappolata nella sua mente descritta da lei stessa come una Babilonia senza Sole.

Generi: Elettronica, Jazz

“Acid Brain”- Bad Waitress: Brano del 2018 dall’album “Party Bangers: volume 1” di questa band canadese completamente al femminile pronta a portare in alto il nome del punk anche dalla prospettiva delle donne. Questa canzone a livello strumentale presenta una linea costante ma molto potente e vigorosa, non ridondante grazie alla scelta della forte distorsione della chitarra e la durata ridotta del brano. Il testo rappresenta l’insicurezza e l’incertezza di vivere alla giornata, non sapendo comporre la propria vita in maniera ordinata, lasciando però perdere la speranza di riuscire a poter sistemare qualcosa che oramai è in frantumi ed è molto più semplice assecondare che contrastare.

Generi: Punk, Alternative/Indie

“April in Paris”- Billie Holiday: Quest’artista non penso abbia bisogno di introduzioni, in quanto figura iconica della scena Jazz, e come lei anche questa canzone del 1956, cover di un brano del 1932 tratto dal musical “Walk a little faster”, che con avvolgente raffinatezza trasporta l’ascoltatore in un limbo lontano nel tempo, dove il mondo che ci circonda caldamente ci invita a danzare, dimenticando i nostri crucci quotidiani.

Genere: Jazz

“Où va le monde”- La Femme: Brano del 2016 tratto dall’album “Mystère” di questo gruppo francese dalle sonorità peculiari. La strumentale resa dinamica dallo stile accomunabile al rock psichedelico tardi anni ’60, accoglie il testo in maniera eccelsa. Il testo infatti proposto come un lungo flusso di coscienza a proposito del proprio scopo nel mondo e della mancanza dilagante di obbiettivi, traspone l’insieme come se si stesse assistendo ad un monologo recitato in presa diretta a tempo con la musica.

Generi:French Pop, Psychedelic Rock, Psychedelic Pop, Surf  Rock

“Lonesome Town”- Ricky Nelson: Celebre brano rilasciato nel 1958 di quest’artista statunitense dall’album “Ricky sings again”. Tutto ciò che questa canzone trasmette è l’emblema di quello che molti di noi stiamo sperimentando in questo periodo, la solitudine e il rinchiudersi dentro sè stessi solo per trovare un piccolo mondo privato dove potersi sfogare e  soffrire senza essere visti, un posto dove tutti vanno ma nessuno mai si incontra, partendo dalla strumentale emblematica del tempo, in grado di conferire a quel senso di vuoto espresso dalla linea vocale ed il testo una cassa di risonanza che amplifica tutto ciò che percepiamo.

Genere:Rock and Roll

“Common People”- Pulp: Brano del 1995 di questa band inglese la quale ha segnato la storia del Brit Pop tratto dall’album “Different Class”, è una delle tracce simbolo di questo periodo musicale con il suo sound inconfondibile e lo stile di scrittura dei testi, che come quello di questa canzone, parlano di quotidianità e realtà tangibili traendo ispirazione dagli stereotipi della società britannica degli anni ’90, smontandoli o rimodellandoli come solo gli artisti del tempo erano in grado di fare.

Generi: Brit Pop, Alternative Rock

“White teeth teens”- Lorde: Questo brano del 2013 facente parte dell’album di debutto “Pure Heorine” di questa famosissima artista neo zelandese, racconta attraverso le note tipiche del Pop quanto la vera e propria cultura pop legata al mondo dello spettacolo, specialmente Hollywood e i suoi capi saldi, abbiano rovinato la sua generazione, basando il giudizio nei confronti dell’altra persona sull’apparenza, in questo caso nel testo viene fatto riferimento ai denti bianchi di coloro che vengono definiti i “popolari”, essendo la cura dei denti simbolo principale di ricchezza secondo lo stereotipo moderno di agiatezza. La maniera in cui Lorde esprime il suo giudizio sembra quasi sarcastico, mischiando un velo d’invidia per le possibilità che gli altri hanno in più di chi non se lo può permettere e, in maniera quasi impercettibile, il bisogno che sente colui che non ha pari opportunità e considerazione, di voler somigliare a loro per poter simboleggiare una versione migliore di chi cerca di osteggiarlo.

Generi: Electropop, Pop

“Boredom”- Tyler, The Creator feat. Rex Orange County, Anna Of The North: Brano del 2017 facente parte dell’album “Flower Boy” di quest’artista statunitense geniale, accompagnato da due voci appartenenti a due correnti musicali apparentemente lontane dalla sua, le quali sono rispettivamente R&B ed Electropop. Questo brano ho deciso di metterlo a chiusura di questa playlist per conferirgli il ruolo più importante, ovvero di rappresentanza ufficiale di questo lasso di tempo in cui tutto sembra essersi fermato nelle nostre vite ma veloce a scorrere per il mondo, poiché la sua vena Hip Hop che vira sul soul in alcuni punti, il testo che racconta l’effettivo senso della noia intesa come ampio spazio da riempire e le vocalità di questi tre artisti le quali trasmettono serenità, riescono nell’insieme a narrare in modo chiaro e coinciso il ruolo che la mancanza di impegni gioca nella nostra vita attuale.

Generi: Contemporary Soul, Hip Hop/Rap

SERENA MAVROVIC

A OGNI EPOCA LA SUA ARTE, ALL’ARTE LA SUA LIBERTà

Passeggiando per le vie di Vienna si resta colpiti da molte cose, ma certamente non si può non rimanere folgorati da un edificio bianco di forma cubica, sormontato da una cupola ornata di foglie dorate, decorato con maschere di gorgoni e il cui frontone reca la solenne iscrizione “A ogni epoca la sua arte, all’arte la sua libertà”: è il palazzo della Secessione, il tempio della nuova arte.

Subito veniamo trasportati in un’altra epoca ed eccola, ci troviamo nella Vienna di Gustav Klimt, della Belle Epoque al volgere del secolo, la Vienna protagonista di uno dei momenti più affascinanti nella storia dell’arte e della cultura. La capitale austriaca è sommersa in una realtà oscillante tra sogno e realtà, tra Eros e Thanatos, tradizione e modernità, e qui vivono artisti e intellettuali immersi in una potente energia creativa. E’la Vienna di Freud, dello scrittore Schnitzler, del grande compositore Mahler e soprattutto della Secessione.

La rivolta di questo movimento va contro l’imposizione esercitata sull’arte da un tradizionalismo sociale, politico ed estetico e si fa strada con tale forza da sfociare nell’ideale utopico della trasformazione della società attraverso l’arte.

Si combatte per l’arte stessa, per il diritto di creare artisticamente.

“Vogliamo dichiarare guerra alla sterile routine, la nostra secessione non è una battaglia degli artisti moderni contro i vecchi, bensì una lotta per affermare la superiorità degli artisti sui mercanti ambulanti che hanno interesse a impedire la fioritura dell’arte” questa dichiarazione viene considerato il manifesto della Secessione viennese formatasi nel 1897 e di cui Klimt diviene presidente.

La secessione pubblica la propria rivista, Ver Sacrum, ovvero “Primavera Sacra”, il nome deriva da un rito della Roma antica a cui i giovani si sottoponevano quando la patria veniva minacciata; per gli artisti del nuovo movimento la minaccia consiste nell’impoverimento culturale, in un’arte non libera di rispecchiare la vita moderna.

Il programma diventa chiaro: la lotta per il diritto della creazione artistica, l’annullamento della distinzione tra arte elevata e inferiore, tra arte per ricchi e arte per poveri, il conseguimento della creazione dell’opera d’arte totale.

Klimt è uno dei massimi esponenti, la sua pittura è portatrice di nuovi valori e attraverso l’opera di tutte le figure coinvolte nella secessione, egli aspira all’integrazione delle arti nella società per raggiungere, appunto, quella che lui stesso definisce l’opera d’arte totale, un rinnovamento condiviso, una sintesi perfetta delle diverse arti.

Egli propone un linguaggio alla portata di tutti, non più riservato alle classi sociali facoltose, comprensibile a un pubblico più vasto, ricco di un simbolismo che poggia sulla psicoanalisi freudiana e che si traduce in stilizzazione, gusto delle forme e assenza di prospettiva.

Nel 1898 Klimt dipinge il quadro della Pallade Atena che sarà usato come manifesto in occasione dell’inaugurazione dell’edificio che ospiterà la seconda esposizione, il palazzo della Secessione dell’architetto Joseph Maria Olbrich. La dea greca della saggezza, delle arti, ma anche della guerra appare nell’opera come una donna vittoriosa e trionfante. La testa e il busto della dea occupano tutto lo spazio: si presenta con la lancia alzata, pronta a battersi per difendere l’ideologia della secessione. Tiene nella mano destra la Nuda Veritas. Klimt rende così omaggio alla nuova arte, l’arte che presa nella sua totalità e globalità, ha il potere di rigenerare un mondo prigioniero dell’infelicità.

Con questo obiettivo, incentrano la quattordicesima esposizione sulla musica, su Beethoven e la Nona Sinfonia. Ed è all’interno del tempio della Secessione, in occasione di questa mostra, che Klimt in un immenso fregio, dà la sua interpretazione simbolica all’opera musicale, anche questa volta verso la realizzazione di un’arte totale.

MOA

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