Il potere delle arti dimenticate

L’estate addosso, la consapevolezza che presto tutto svanirà. Un senso di ansia commista a leggerezza sembra pervadere le innocenti giornate. Ancora un paio di mesi e sarò fuori da questa realtà che chiamiamo scuola. Eppure oggi più che mai mi sento immerso in essa: non riesco a guardarmi allo specchio e immaginarmi lontano da un mondo che ancora mi avvolge come una piovra. Non voglio distaccarmene, ancora incapace di fare il primo passo nel vuoto e provare l’adrenalina del balzo della fede; ciononostante questa stessa scuola mi lascia costantemente un senso di insoddisfazione. Il Liceo mi ha trasmesso molto – non potrei negarlo – ma può e deve migliorare molto. È il concetto stesso di insegnamento, spesso ridotto a sterile ed infecondo nozionismo, che va ripensato.

L’errore alla base del sistema, a mio parere, è la tendenza a sopprimere le arti, e in particolare la letteratura e la poesia. Per tradizione, infatti, sin da piccoli siamo portati ad associare il termine “arte” solamente alle tre arti figurative per eccellenza – pittura, scultura e architettura – dimenticandoci che anche la scrittura è una forma d’arte e, di tutte, forse la più pura. C’è una scena de L’attimo fuggente, in cui viene letto un manuale di poesia, che esprime questo concetto meglio di mille parole. Se avete visto il film avrete capito di quale scena sto parlando, in caso contrario vi dico solo questo: vedetelo. Se infatti mi mettessi a spiegare quella scena con minuziosa precisione nel tentativo di trasmettervi tutto ciò che essa comunica non solo farei l’opposto di quanto professo, ma dimostrerei anche di non aver capito nulla del messaggio che Peter Weir vuole veicolarci. Perché l’arte è conoscenza immediata e, per quanto bravi possiamo essere, non saremo mai in grado di spiegarla in modo mediato. Fiumi d’inchiostro non potranno mai sostituire la spontaneità e la purezza di una poesia, di uno scritto, di un dipinto o di una canzone. L’arte, poi, è attività poietica e contemplativa: poietica per l’artista, contemplativa per il fruitore. Conoscere l’arte significa averne contatto diretto, viverla, immergercisi. Ma la scuola questo lo dimentica, tanto tronfia e presuntuosa da pensare di poterla insegnare quale conoscenza mediata. Quante volte siamo stati costretti a studiare biografie, opere e stili di autori di cui non abbiamo letto neppure un verso? Quante volte abbiamo dovuto leggere trame di opere che non abbiamo mai aperto? Quante volte ci è capitato, di fronte a capolavori di letteratura, di spremere le meningi per imparare inutili interpretazioni di dotti filologi?

Tutto ciò porta ad un fisiologico rifiuto dello studio (o meglio, a intendere questo non tanto come una forma di piacere, ma come un dovere morale), all’odio verso la letteratura e al disinteresse per la poesia. Uno studio pedante e disinteressato, infatti, non lascia nulla dentro di noi, ma intasa i cassetti della mente con informazioni destinate ad essere presto cestinate. In fin dei conti, se ci pensate, che differenza c’è fra lo studiare un testo senza leggerlo e il conoscere una canzone senza ascoltarla o un dipinto limitandosi a leggere quanto scritto sul pannello espositivo? A questo ha condotto la scuola. Sta allora a noi alzare lo sguardo e conoscere le cose nella loro più pura e reale essenza. Magari vi diranno di studiare minuziosamente i cinque paragrafi sul pensiero di Seneca. Beh, tempo di prendere il vostro voto al compito del giorno dopo e avrete già obnubilato ogni cosa. Ma se davvero leggete i suoi scritti allora ne sarete imbevuti, un quid penetrerà a fondo nella vostra anima e non ne uscirà più. Tuttora dei tanti tediosi trattati che mi sarà toccato leggere in questi cinque lunghi anni non è rimasto alcunché. L’arte invece resta. Le parole di Seneca mettono radici dentro di noi e prendono eterna dimora. Delle cinquanta pagine introduttive sulla poetica di Leopardi ricorderete poco e niente, ma basta bagnarsi le labbra dei suoi versi per gustarne appieno il sapore. Il senso stesso di queste discipline è infatti l’essere lette. Cosa penserebbe il buon Virgilio se sapesse che invece di leggere i suoi sudati versi dedichiamo anima e corpo allo studio del saggio dell’emerito Professor X? Cosa penserebbe se sapesse che siamo costretti a fare compiti sulle sue opere senza averne letto neppure una parola? Ah, quanta follia è nell’umane cose! Tanto ci siamo evoluti da arrivare a sopprimere l’arte, il sentimento stesso! Abbiamo rinnegato la nostra natura, abbiamo dimenticato la capacità di provare emozioni! Abbiamo silentemente accettato di diventare automi, capaci di riempire la mente di fredde nozioni senza neppure spingerci oltre l’apparenza. A tanto ha condotto la pedanteria!   Lo studio alienante ha provocato in molti studenti l’allergia alla scrittura: non è questa una sconfitta? O, forse, sarebbe più corretto definirlo un sacrilegio? Ma quanto di più grave resta comunque la diretta conseguenza di ciò. La repulsione per le arti, infatti, porta inevitabilmente i ragazzi a non volerle sperimentare in prima persona. Così non solo viene meno l’attività contemplativa dell’arte, ma anche e soprattutto quella poietica. Certo non aspirerà a diventare poeta chi prova nausea e ribrezzo di fronte all’arte delle Muse; certo non è spinto a diventare scrittore chi vive la letteratura come noioso oggetto di studio. Se la scuola continua a far sentire ai ragazzi le arti come qualcosa di avulso e distaccato, allora sta privando i suoi figli della bellezza e sta uccidendo l’arte stessa. È necessario, piuttosto, spingere gli studenti alla creatività, stimolarli a vedere il mondo dalla loro prospettiva, ad apprezzare le arti e a dare il loro contributo al mondo per mezzo di quell’attività poietica e libera che trova sempre meno spazio.

Quanto a me, ho sempre mostrato una predilezione verso l’attività creativa, mostrandomi alquanto insofferente verso quella contemplativa. Badate bene, non ho assolutamente intenzione di demolire con una sola frase secoli di arte, anche perché, se così fosse, quest’articolo perderebbe di senso. Ciò che voglio dire è solo che non riesco a comprendere quanti riescono a trovare appagamento dalla semplice osservazione dell’arte. Questa non mi lascia mai immobile e sazio ma, al contrario, mi rende ebbro di infinito e genera un incontrollabile moto interno che mi spinge a voler fare altrettanto, a squarciare il velo di Maya e trascendere l’umbratile mondo dell’apparenza. Ed è anche merito di questo giornalino, verso il quale sarò sempre debitore, se ho avuto il privilegio di scoprire la passione per l’arte dimenticata della scrittura e l’occasione di coltivarla. È grazie alla scrittura che sono riuscito a scorgere la bellezza dell’Assoluto, è grazie alla scrittura che sono riuscito a nutrire un’anima spesso insoddisfatta della finitudine delle cose e anelante a qualcosa di immenso.

Non possiamo trascorrere la vita a osservare il mondo con gli occhi degli altri: dobbiamo agire e lasciare l’impronta di chi siamo. Solo l’arte è eternatrice e ci permette di perpetuare la traccia indelebile della nostra anima. Se vi indurranno a reprimere le vostre passioni voi scrivete, dipingete, componete, cantate, recitate: lasciate al mondo il ricordo di chi siete davvero.

ANDREA SATTA

 

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