Una luce per il Manara

La Lucciola raccontata da chi l’ha resa possibile

La cupa, arida luce di fine ottobre pervade le vostre già stanche retine. È un altro di quei giorni grigi, seminebbiosi in cui vi trovate a scazzottare contro voi stessi nella vana speranza di rimanere svegli. L’anno vi sta già mortificando col suo fiato gelido e il compito di chimica e l’interrogazione sulle esponenziali e la simulazione di terza prova su Kierkegaard. Il vostro orologio biologico interno si è improvvisamente fermato, è andato in frantumi, pezzi piccolissimi di identità e vita sociale che si dissolvono nel vento secco di Roma Sud, culla matrigna di tutti noi. State in cortile, e non sapete nemmeno perché, visto che a stento riuscite a parlare con vostra madre, ma comunque state lì, mimate dei sorrisi alle persone intorno a voi, cercate di sembrare simpatici, gioviali, disponibili. Cercate di essere apprezzati e, mentre sgranocchiate il vostro agognatissimo snack da 40 centesimi rimediato con un’avventura, vi si avvicina questo tizio a caso, dicendo: “La Lucciola!”. Voi prendete questo giornalino, ridestati dal cocktail vorticoso di ansia e noia, e gettate un’occhiata annoiata alla copertina e forse, se ci dice bene, anche a qualche articolo all’interno. Poi “La Lucciola” viene abbandonata, o dentro un cestino, o sull’ultimo banco a destra tra chiacchere calcistiche, gossip e ripassi forsennati prima della materia dell’ultima ora.

Eppure questa Lucciola continua ad aggirarsi, timida ma implacabile, tra le mura del nostro Liceo. È una presenza inattaccabile, un pilastro invisibile della coscienza critica del Manara, un opuscolo di vita liceale frammentata anche tra articoli sdentati e componimenti creativi sgangherati. La Lucciola continua incessantemente a vagare e a rappresentare le idee e i concetti e i disegni e la rabbia e la cultura di ogni singolo redattore, il porto bianco e sicuro di ogni piccola anima persa nella rete confusionaria di paradigmi incomprensibili e reazioni imbilanciabili che trova un piccolo sfogo qui e lo regala alla collettività. È un giornale di contenuti validi e, perché no, anche di sfondoni, humour assurdo e insaziabile analisi politica, ma soprattutto una luce vivida, anche se flebile, che non ha mai smesso di brillare.

Quest’anno la redazione del giornalino è tutta nuova, costituita da persone che avrebbero tranquillamente potuto evitare di prendersi anche questo accollo. Non avremo la statura titanica degli eroi sofoclei, ma stiamo portando avanti un progetto mai abbandonato, che affonda le sue radici nella volontà di insegnare ad informarsi, nel desiderio di trasmettere l’importanza del pensiero critico in un momento storico tutt’altro che impegnato a riflettere.

Da qui nasce l’esigenza di una simile ricerca, di scavare nel passato e riportarvi tutti i nomi di coloro che nel corso del tempo hanno dedicato una piccola ma preziosa parte della loro vita a tale progetto, e soprattutto di farvi notare l’enorme evoluzione del giornalino durante gli anni.

Ma anche voi, soprattutto quarti e quinti, dovrete fare la vostra parte per mantenere acceso questo fuoco, che speriamo non si estingua mai del tutto.

L’ultimo grido che voglio lanciare è un appello: aiutateci, come potete, ad illuminare ancora questa scuola, come una miriade di lucciole scagliate contro la smunta tenebra dell’ignoranza. Dunque la pericolante ricerca delle origini de La Lucciola ha finalmente inizio.

Il mirabolante ricercatore ad iniziare a scavare è l’illustrissimo Andrea Satta, il quale, animato da un’irrefrenabile voglia di scoprire ed approfondire, di squarciare il velo del passato per gettare una luce suprema sul presente, inizia il suo lavoro con una serie pressoché infinita di messaggi ad ex-redattori del giornale; si risale, messaggio dopo messaggio, sempre più indietro nel tempo. Ci si ritrova ad addentrarsi in una selva ben più che oscura, un inferno salato di dimenticanze e ricordi nostalgici. Attraversa instancabile, il nostro Satta, o meglio, ripercorre la storia de La Lucciola, e sarebbe complicato ed anche un po’ pedante riportare i nomi di tutti gli ex-redattori coinvolti in questo scavo borderline-storiografico (li trovate comunque sull’albero), che comunque si sono dimostrati eccezionalmente coinvolti, nostalgici e “fomentati” nel raccontarci la loro esperienza.

Alla fine siamo risaliti a Francesco Montagna, ex-studente manariota dell’inizio secolo ben noto a molti in qualità di referente del progetto teatrale di scuola.

Un’affermazione che ci fa tremare, nel vivere il nostro sogno da fake reporter fomentati manco-fossimo-andati-a-scoprire-i-file-segreti-sui-gatti-nell’archivio-di-Kim-Jong-Un, soprattutto se pensiamo al fatto che finora NESSUNO ne aveva la benché minima idea (tranne Mattia Scorzini, ma questa è un’altra storia).Montagna sarà il primo (e anche l’unico), dopo una lunga serie di ricerche, a rivelarci l’origine del nome “La Lucciola”. Un’origine oscura, fosca, pazzesca, lunare, un ricordo indelebile della storia di questo piccolo Liceo Classico di quartiere.
“Vediamoci domani per un caffè”, ci scrive Montagna, “e vi rivelerò la genesi del nome”.

A questo punto entro in gioco anche io, visto che oltre a scrivere i pezzi qualcosa dovrò pur fare nella vita, e insieme, dopo un sano kebab a Rosolino Pilo, io e Andrea raggiungiamo l’eroico Francesco Montagna nel suo teatro “Carrozzerie” e lì ci viene svelato l’arcano. Infatti, in un periodo indefinito tra il 2000 e il 2002, si dà il caso che ci fosse a scuola un ragazzo di nome Aureliano. Molti di voi sapranno a chi ci stiamo riferendo, molti no, fatto sta che Aureliano ci viene descritto da Montagna come “un darkettone taciturno, bianco-latte in volto, sempre sulle sue, un fan di Marylin Manson ai tempi d’oro”. Ora, Aureliano partecipa insieme a Francesco ad una riunione del giornalino d’Istituto che già esisteva, ma praticamente cambiava nome con ogni nuova redazione (i nomi erano molto banali o con una verve estremamente romasud, tipo “La voce del Manara” o “Daje ragazzi tosti” cit. Montagna). Si decide di cambiare nome, per quel processo d’imborghesimento tipico d’inizio secolo, e tra le varie proposte c’è quella di Aureliano, “La Lucciola”. Nome che viene scartato a priori in quanto termine politically correct per le signorine che abitano la notte, se la vogliamo mettere in termini pseudopoetici. Tuttavia pochi giorni dopo Aureliano muore, per via di complicazioni successive ad un intervento al cuore, e il giornalino decide di rendergli omaggio cambiando il suo nome in quello attuale. Sono almeno quindici anni che, dunque, il pensiero critico del Manara si erge sullo stendardo di Aureliano, eroe caduto della scuola e, in qualche modo, indimenticato. A lui è intitolata l’Aula Studenti (l’Auletta), a lui è intitolato il giornalino d’Istituto. Penso ci sia poco da aggiungere. Ma non ci siamo fermati qui.

Abbiamo deciso di continuare a scavare ancora più indietro nel tempo, contattando il ragazzo considerato da Montagna il “precursore de La Lucciola“, Emanuele Bruni, e abbiamo scoperto l’identità di un giornale molto più legato ai suoi lettori, un giornalino di satira e insulti (buona ironia) spietati sparati a zero, vignette umoristiche caustiche anche sul tema “elezione dei rappresentanti d’Istituto” in salsa Signore degli Anelli etc. Insomma un giornalino che vive e respira dell’essenza dei manarioti, non una copia risparmiabile del Corriere della Sera. Un giornalino che entra a gamba tesa nelle questioni interne alla scuola, che solleva partecipazione ed amore per il “Manara”, ma anche discordie e cattiverie, com’è giusto che sia. Un giornalino simpatico e sfrontato, che tutti gli studenti si dovrebbero divertire a leggere e a scrivere. L’obiettivo di questa ricerca, oltre a (si spera) cercare d’intrattenervi con le questioni storiche interne al giornale, è infatti anche quello di riportare tutte le menti incatenate, traboccanti di creatività, ad uscire fuori dal letargo e a riunirsi a questa comunità, a scrivere, disegnare, illustrare, approfondire, analizzare, criticare, divertire, attaccare; noi vogliamo che La Lucciola torni a rappresentare senza filtri, senza canoni, senza editing di Photoshop che sia, i Manarioti. Grazie e… Lights on!

JACOPO SORU

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Ricordo un disegno realizzato da una ragazza, affezionata lettrice e fedele contributrice, raffigurante una copia del giornale utilizzata per incartare il pesce, e insieme alle risate scatenate da questa illustrazione ricordo anche la soddisfazione e il senso di sicurezza che provavo quando in molti mi fermavano nei corridoi chiedendomi con impazienza, ognuno per un motivo diverso (chi voleva fare colpo, chi voleva dar sfoggio di erudizione, chi semplicemente era troppo timido per esprimersi a parole), quando sarebbe uscito il numero successivo della “creatura”: in quei momenti capivo che le pagine ottenute faticosamente dal ciclostile, dopo intere ricreazioni passate in segreteria a contrattare il numero di copie, non sarebbero più state impiegate per usi impropri, come appunto incartare un tonno o proteggere dei piatti durante un trasloco.

Mi rende ancora più contenta, però, vedere che tutta la spontaneità del giornale è riuscita ora a trovare una sistemazione più logica e razionale, che grazie a tutti i ragazzi e le ragazze che danno il loro contributo non è più sinonimo di asetticità e grigiume ma al contrario solo uno strumento per rendere La Lucciola ancora più all’altezza di quello che è il suo scopo primario: farvi (farci?) sentire non solo studenti del Manara ma anche soggetti unici e irripetibili in grado di dare un contributo alla vita comune.Ricordo una sedicenne che voleva a tutti i costi distinguersi, che voleva fare quella impegnata, e che quando si sentiva chiamare “redattrice” tutto a un tratto si sentiva una novella Gramsci (con tanto di occhialetti), ma ricordo anche un impegno reale, lontano da quella idea patinata di giornalismo fatto di tazze di caffè fumanti su scrivanie piene di faldoni e al contrario caratterizzato da editoriali letti in preda all’ansia a mamma papà e gatti, da copie del giornale stampate al contrario, da aggiunte fatte a penna, da una esilarante alternanza tra articoli dai toni seri e compassati su problematiche esistenziali e questioni di geopolitica e smielate storie d’amore.
In molti invitavano alla serietà noi e il giornale, ma adesso a distanza di sette anni posso dirvi più di allora che eravamo serissimi. Ognuno dava il suo contributo cogliendo in modo più o meno maturo l’idea di profonda condivisione che scaturisce dal mettere a parte gli altri di ciò che si pensa con un semplice articolo, e allora come adesso mal tolleravo l’idea che i redattori potessero sacrificare la vitalità e la spontaneità del giornale per poter aspirare al premio Pulitzer. Era un giornalino a volte confusionario, ma era partecipato, e in molti sentivano La Lucciola come una parte integrante e imprescindibile del Manara, come una confidente di fronte alla quale essere liberi di sentirsi ragazzi ancora indecisi sul ruolo da interpretare in futuro: vedere crescere questo sentimento di appartenenza è stata una delle cose che mi ha reso più felice e fiera in tutta la mia vita, e ancora oggi a volte attingo a questo ricordo se mi sento demotivata.

Vorrei dirvi che così facendo avrete la strada spianata nel mondo del giornalismo, che una volta usciti dal liceo potrete entrare al New York Times: ovviamente così non è, ma come scrissi nel mio primo editoriale su La Lucciola (perdonatemi questa autocitazione ma sono anziana) riportando un discorso di Benigni, “chi scrive non solo svela ai bambini l’esistenza dei draghi ma soprattutto insegna a sconfiggerli ed infonde in chi legge la speranza di annientarli definitivamente”.

LIVIA BALDINELLI

(Direttrice 2010-2012)

 

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Murale realizzato in memoria di Aureliano nei pressi della parrocchia “Regina Pacis”. Foto di Olimpia Bonato

 

Sono ore che provo a buttare giù qualche riga, ma l’emozione, quella con la E maiuscola, è un animale prepotente che ti stringe in un angolo e ti fa tremare atterrita.

Dieci anni. Sono dieci anni che ho detto addio a quell’orribile e amatissimo edificio chiamato Manara.

Probabilmente tu, giovane promessa rampante della futura classe dirigente starai pensando: “No, che palle! L’articolo nostalgico no!”. E invece sì. Invece, mio caro imprenditore del futuro, ti sorbetterai il “pippone” in stile Amarcord di una vecchia studentessa manariota (o manarina? Come vi chiamate voi adesso?).

Prima di iniziare a raccontarvi del bel tempo che fu, devo però fare una domanda fondamentale: come state messi a parolacce? Nel senso, le potete pubblicare?  Io, come spesso accade in anzianità, ho perso un po’ il contatto con il reale e quindi mi permetto di fare tutte quelle cose che fanno i vecchi con il cappello: imprecare la qualunque, sputare a terra dopo un’impegnativa espettorazione, sapete quelle cose là… Se dico quella parola che inizia per “c” e finisce per “ulo”, mi arriva a casa una lettera di qualche professore incazz… irritato per la mia disinvoltura linguistica?

Quando sono stata io direttrice de La Lucciola, ricordo che più di una volta mi ritrovai alle prese con degli articoli scritti da salaci anonimi. Articoli davvero ben redatti e divertenti, ma avevano un solo grande problema: le parolacce. Si apriva dunque un dilemma etico: censuro o pubblico l’originale, preparandomi a subire l’ira funesta del pelìde preside?

Ebbi anche l’idea di far disegnare da una redattrice, piuttosto brava nelle arti grafiche, le parolacce in questione per alleggerire la pesantezza dell’improperio, ma poi mi resi conto della poca efficacia di questo escamotage… avrei rischiato di riempire il giornale d’Istituto di raffigurazioni tanto care ai partecipanti delle Falloforie.

Un giorno, mentre passavo in rassegna tutte le scatole di cartone in cui venivano raccolti gli articoli degli studenti, mi capitò tra le mani un pezzetto di carta strappato da un quaderno a quadretti. Sopra, con una calligrafia terrificante, c’era scritto: “Lucciola significa puttana”.

Basta. Stop. Nient’altro.

Dopo aver fissato per qualche istante quel pezzettino di quaderno, ricordo di aver commentato perplessa: “Embè?”. Quindi? Cosa mi vuoi comunicare anonimo amico mio? Dove vuoi andare a parare con il tuo simpatico bigliettino che, lo sappiamo tutti, ha un’unica e calda ubicazione all’interno del tuo corpicino?

Quel messaggio, devo dire la verità, mi diede più fastidio del dovuto. Non tanto per il significato in sé che, diciamocelo, era decisamente faceto, ma più che altro perché era andato a toccare una cosa che fino a quel momento nessuno si era mai permesso di fare.

“E che sarà mai!” penserete voi. All’epoca frequentavo il terzo liceo e, scioccamente, davo per scontate cose che la mia permanenza da veterana mi aveva dato la possibilità di conoscere. Era ovvio che il messaggio fosse frutto di chi non conosceva la storia del nome “La Lucciola”. Tanti anni fa (probabilmente la maggior parte di voi doveva ancora nascere… maledetti), addirittura poco prima che io entrassi al ginnasio, fu scelto un nuovo nome per il giornale d’Istituto, appunto “La Lucciola”. Il nome era stato scelto in onore di una proposta fatta da un ragazzo che morì purtroppo prematuramente, ovvero Aureliano, lo stesso Aureliano a cui è dedicata la vostra, ma mi azzardo a dire nostra, aula studenti. Per questo motivo mi irritai tanto davanti ad un messaggio del genere. La mia irritazione però durò poco, perché pensai che il doppio senso forse era proprio voluto. Perciò, quando uscì l’ennesimo numero del giornale, in una delle ultime pagine dove venivano raccolti i messaggi più leggeri vi era anche una scansione di un pezzo di quaderno a quadretti, il quale riportava, sotto una luce del tutto nuova, un’informazione sulle abitudini sessuali de La Lucciola. La ragazza che si occupava dei disegni e delle caricature disegnò anche una piccola lucciola in tacchi a spillo e minigonna a sottolineare il concetto.

AGNESE INCURVATI

(Direttrice 2004-2007)

 

 

Ricordo ancora la durissima iniziazione tribale che portò me e il mio caro amico Marco Cilona alla direzione per l’anno seguente. Correva il mensis domini giugno 2014, e mancava esattamente un giorno alla fine delle lezioni. Eravamo molto in ansia per l’uscita del numero finale quando Luca ci venne a rassicurare: “Le pagine sono state stampate, ma tutti i redattori sono impegnati con le verifiche di fine anno. Anch’io ne ho una la prossima ora”. “Ah” rispondiamo noi ingenui, e invece di dire “Anche noi” chiediamo: “E chi assembla le oltre duecentocinquanta copie?” “Voi, naturalmente”. Nei successivi miei due anni da direttore ci sono stati così tanti avvenimenti che servirebbe un poema omerico per raccontarli tutti.
Al di là del progetto, tuttavia, per me La Lucciola è stata soprattutto una comunità, una splendida comunità che univa gli individui più diversi di ogni angolo del liceo, tutti accomunati dalla voglia di scrivere, di esprimere la propria creatività e di condividere i propri interessi con gli altri studenti fino all’ultima parola stampata. E oggi, all’università, sono contento dentro di me che La Lucciola sia ancora lì e continui a brillare.

 

ALESSANDRO VIGEZZI

(Direttore 2013-2016)

 

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La dedica ad Aureliano nel murale presso regina Pacis.
Foto di Olimpia Bonato

 

Ricostruire la storia de La Lucciola è stata innanzitutto un’esigenza interiore. La prima volta che ci è stato chiesto come mai il nostro ormai anziano giornalino si chiamasse in tal modo ci siamo limitati a rispondere “la storia si è persa tra i meandri del Manara”. È in quel preciso istante che una qualche lucciola che silente veglia sulla nostra scuola ha illuminato la mia mente assetata di sapere. La curiosità di riscoprire l’origine dimenticata del nome, la genesi recondita del giornale e le ignote persone che hanno dedicato ad esso anima e corpo era troppo intrigante per lasciare nel dimenticatoio tutti questi misteri. E così abbiamo deciso di iniziare una ricerca quasi “storiografica” per ripercorrere la vita di questo piccolo grande giornale anno dopo anno, generazione dopo generazione. Di tutto il lavoro, però, una cosa mi ha colpito in modo particolare. Scavando sempre più a fondo nel passato, mi sono inevitabilmente ritrovato di fronte a persone di ogni tipo, persone che nel frattempo hanno quasi raggiunto la soglia dei trent’anni, persone che potenzialmente potrebbero già essere madri o padri. Persone sconosciute, di fatto, che probabilmente non avrei conosciuto mai. Eppure, ho ritrovato in quei perfetti sconosciuti qualcosa in comune con me dentro, quel qualcosa che ci fa sentire uniti anche se non ci conosciamo. I romantici parlavano di “anima del popolo”. Ecco, penso sia affascinante immaginare che noi manarioti, per quanto possiamo essere distanti temporalmente e localmente, o addirittura non conoscerci, condividiamo un piccolo pezzo della nostra anima, unico, inimitabile, incomparabile.

ANDREA SATTA

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