adios amigos!

Sono le 23.05 del 4 Giugno 2021: mancano circa 12 ore prima che la Lucciola vada in stampa e io non ho ancora scritto questo maledetto editoriale. Ho fissato così a lungo le pagine bianche del computer che, oltre a contrarre la congiuntivite, non mi stupirei se il mio PC cominciasse a vibrare sotto l’intensità del mio sguardo. A breve inizieranno le allucinazioni.
Sinceramente non ho idea di cosa scrivere (vi prego di apprezzare l’onestà), questo sarebbe dovuto essere un editoriale d’addio ma non ho intenzione di scrivere una sbrodolata sentimentale e strappalacrime, non riesco nemmeno a rendermi conto che stia finendo! Tutto scorre così in fretta che ho difficoltà a realizzare… il liceo sembra essere finito prima di essere cominciato, ma allo stesso tempo non vedo l’ora di andarmene (vi prego di apprezzare l’ onestà pt.2) e cominciare un nuovo capitolo della mia vita. Che dire? Ho sputato sangue, in questi cinque anni ma alla fine sono riuscit* a ingannare (di nuovo) la morte (ops, racconto sbagliato). Devo dire che la Lucciola, in un certo senso, mi ha salvato; per quasi quattro anni ho scritto su questo giornale e, ormai, è quasi impossibile immaginare la mia vita senza (anche se devo dire che le maratone di impaginazione sfrenata il giorno prima di stampare non mi mancheranno mannaggia a te Marys e al tuo editoriale infinito).
In ogni caso, che riesca a immaginarlo o meno, è finita (ma se la nuova redazione pensa di essersi finalmente sbarazzata di me si sbaglia di grosso, io sono come un parassita, come un Pthirus pubis [ok, no. Che schifo]) (nota a me stesso: devo smetterla di abusare delle parentesi) .
Comunque… è tardi, sto perdendo il filo del discorso, sono stanc*; non resta che dire una cosa: ADIOS AMIGOS!

quest’editoriale doveva essere uno scherzo ma è mezzanotte e non ho fatto in tempo a scriverne un altro, wops!

B. DELLA GUERRA

e infine…

Ebbene sì. Temo che non ci sia più modo di rimandare questo editoriale. L’ultimo pezzo che scrivo su questo giornale. Il saluto finale. L’addio. Scrivere questo editoriale mi mette in seria difficoltà, perché vorrei evitare il banale discorso del tipo “Questa scuola mi ha dato molto, mi mancherete tutti”, e in cui descrivo le mie emozioni di questi ultimi giorni di scuola della mia vita. La verità è che non penso di riuscirci. In primis perché esprimere pubblicamente e chiaramente nero su bianco ciò che provo, senza metafore, versi, allusioni poetiche, mi risulta estremamente complicato, in secundis, perché non ho esattamente chiare le mie emozioni di questo ultimo periodo. E come potrei? Mi appresto a lasciare un contesto in cui ho vissuto tredici anni della mia vita. In questi ultimi due anni, già naturalmente complicati, si è verificata una pandemia. Lascio la scuola per dirigermi verso… dove? Davanti a me ci sono solo incognite… o forse no?

Mi ritorna ora alla mente il mio primo giorno di scuola al Manara. Ero in aula magna… Anzi no, partiamo dal primo giorno in cui misi piede a scuola: l’open day. Cosa mi ricordo di quel giorno? Due cose: la Professoressa di Orientamento che ci disse come la foce a delta richiami la forma della lettera Δ, e come rimasi colpita dalle piante che si trovano nel corridoio davanti alla vicepresidenza e alla segreteria. Non so perché, ma sento che questo ricordo sia molto importante in questo momento. Come del resto lo sono tutti: il primo compito di latino, in cui tradussi Marti belli deicome del bel dio Marte;il chiaro rumore di tutta la classe che trema prima di un’interrogazione al ginnasio; i preparativi per la Notte Bianca;guardare la prima volta il Partenone; rivolgere preghiere a tutti gli Dei dell’Olimpo prima di una verifica; do, das, dedidatum, dare;le declinazioni; le particolarità delle declinazioni; i pluralia tantum; i temi in dentale, labiale, gutturale, nasale. E ovviamente, il mio primo articolo della Lucciola scritto in collaborazione con la mia amica e condirettrice Bianca Della Guerra (lo avresti detto, Bianca, mentre scrivevamo quell’articolo, che un giorno avremmo pensato ad organizzare tutto il giornale?). La Lucciola! È dalla fine del quinto ginnasio che faccio parte della redazione. È stato uno dei più bei progetti a cui abbia mai preso parte, mi ha dato modo di migliorare in una delle mie attività preferite: scrivere; e mi ha dato anche modo di far parte ogni anno di un gruppo redazionale formato da persone bellissime.

E di persone belle ne ho conosciute e ne ho scoperte, persone con cui mi dispiacerà molto non stare più in classe e a scuola. Per quanto riguarda la classe,vorrei semplicemente dirvi grazie. Grazie a tutti, anche alle persone con cui non ho mai avuto la possibilità di approfondire il rapporto. Perché siamo cresciuti insieme, e nel bene e nel male, in modo diretto e indiretto, ognuno di noi ha contribuito alla formazione dell’altro. Siamo tutti persone diverse da quelle che erano sedute in aula magna il primo giorno di scuola, in attesa di essere chiamate per la formazione della classe.

E di quel giorno in aula magna cosa ricordo? La Professoressa che mi chiama, io che mi alzo. E proprio nel momento in cui mi alzo una ragazza che conoscevo che mi dice: “buona fortuna”.

E io dico “buona fortuna” a tutte le classi terze che devono fare l’esame, e a tutti i ragazzi che entreranno a scuola l’anno prossimo. Spero che il vostro sarà un percorso ricco come è stato il mio: perché anche se davanti a me ci sono solo incognite, porto con me la bellezza e la forza di ciò che ho imparato in questi cinque anni.

E menomale che non volevo fare un editoriale melenso! A questo punto, direi che non rimane altro che salutare tutti (compresa la foce a delta e le piante nel corridoio) e dire: questa scuola mi ha dato molto, mi mancherete tutti. Non ci credo, l’ho detto veramente…

Ad maiora,

MARIA GUERRIERI

beppe grillo e il #metoo: quando tutto il mondo è paese

Il #metoo è un movimento femminista contro le molestie sessuali e la violenza sulle donne, si è diffuso in modo virale nel 2017.
Il movimento ebbe inizio dopo le accuse pubbliche di violenza sessuale contro il produttore Harvey Weinstein (che ha fondato la Miramax Films produttore di titoli quali: Pulp Fiction, Shakespeare in Love, Billy Elliot, Will Hunting, Fahrenheit 9/11 etc). Diverse celebrità del mondo dello spettacolo hanno dichiarato molte storie di violenza sessuale come Asia Argento, Gwyneth Paltrow, Ashley Judd, Jennifer Lawrence, Uma Thurman, Gina Lollobrigida.
Nonostante questo, altrettante persone e celebrità hanno criticato il movimento per essere “sciocco e semplicistico” e soprattutto perché portava alla luce presunti eventi di molestie accaduti in tempi molto lontani.
Insomma, la critica sostanziale alla base era costituita dal fatto che, essendo le denunce degli abusi da riferirsi a diverso tempo passato, essi potessero essere in qualche modo inconsistenti oppure falsi.
Qualche anno dopo e a qualche kilometro di distanza, le polemiche sollevate sono molto simili.
Qui in Italia, più precisamente in Sardegna, Porto Cervo, nell’estate del 2019, sarebbe avvenuto uno stupro da parte di quattro ragazzi, tra cui il figlio del comico (e politico) Beppe Grillo.
Lo scopo di questo articolo non è analizzare l’atto in sé o prendere visone delle varie sentenze e decisioni del tribunale quanto più il video, o per meglio dire le urla, del politico a difesa del figlio.
Le grida di Grillo portano un’obiezione molto simile a quella che riscosse il movimento americano: “Vi siete resi conto che non è vero niente che c’è stato lo stupro, non c’entrano niente. Perché una persona che viene stuprata la mattina, al pomeriggio va in Kitesurf, e dopo otto giorni fa una denuncia, vi è sembrato strano. È strano».
Anche in Italia molte persone indignate da parole così feroci, tanto nel modo di pronunciarle tanto del significato, hanno lanciato una sorta di risposta alle accuse con l’#ilgiornodopo: condividere cosa avessero fatto loro in quanto vittime subito dopo la violenza subita.
Ebbene arriviamo alla conclusione di tutto questo.
Come già ribadito alla base dell’articolo non vi è lo scopo di giudicare la vicenda giudiziaria perché non ne ho le competenze, ma vorrei invece sottolineare per quale motivo il tempo o il modo in cui reagiamo dovrebbe condizionare la veridicità della situazione.
Eppure, le parole di Grillo “urlano” chiaro: è strano.
È strano, perché oltre ad essere stuprata una persona dovrebbe pure comportarsi in un determinato modo.
È strano, perché se non si rispetta lo stereotipo della vittima paralizzata dall’evento allora forse l’evento non c’è stato, oppure non è così grave.
Sapete perché questo accade? Perché una vittima non è più vista come una persona, ma come una semplice vittima.
La becera convinzione che, accumunate da una violenza, le persone diventino simili e uguali nell’affrontarla, la becera convinzione che il denunciare un abuso sia una naturale procedura dopo averlo subito.
Purtroppo non è così: siamo persone e manteniamo la nostra individualità, il nostro modo di affrontare la vicenda, il nostro modo di metabolizzarla.
Infine, vorrei ricordare che denunciare non è semplice: ammettere ad alta voce di aver subito una violenza la rende ancora più vera, senza contare che dal momento della denuncia si è gettati in un vortice sia mediatico che giudiziario pesante e soffocante.
Mettetevi un attimo nei panni della ragazza che ha denunciato il figlio di Grillo, come può essersi sentita dopo aver preso visione del video del comico? Un uomo che sembra pazzo, che sbraita, che le urla di essere una bugiarda perché il giorno dopo stava facendo surf.
Non deve essere piacevole.
A quanto sembra però tutto il mondo è paese e come accadde in America nel 2017, così qui in Italia la risposta è stata la stessa.

B.T.

PROTESTE IN COLOMBIA

La Colombia è stata recentemente al centro di una vera e propria violazione dei diritti umani. Dal 28 aprile sono cominciate proteste contro la riforma fiscale proposta dal governo di Ivan Duque. Lo scopo era quello di cercare di risollevare il paese a seguito della crisi economica causata dalla pandemia. Ma se già l’emergenza sanitaria ha gravato molto sulla situazione economica e sociale del popolo colombiano, questa proposta di riforma è ancora più a discapito della classe medio-bassa, andando invece a favorire i ceti ricchi. Secondo quanto afferma l’articolo 37 della Costituzione colombiana “Tutte le parti del popolo possono riunirsi e manifestare pubblicamente e pacificamente. Solo la legge può stabilire i casi in cui l’esercizio di tale diritto può essere limitato”. La protesta colombiana è iniziata in modo pacifico, ma la situazione si è aggravata da quando la Polizia ha cominciato ad abusare della propria forza, trasformandola così in violenza. La città in cui la repressione della polizia risulta più feroce è Cali, dove sono stati denunciati spari ad altezza d’uomo contro i cittadini. Oltretutto anche un segmento del ceto più agiato della popolazione si è schierato al fianco della repressione con attacchi verso i manifestanti. Morti, violenze fisiche e psicologiche, arresti arbitrari e sequestri si sono susseguiti nei giorni di protesta, per non parlare della difficoltà di approvvigionamento di farmaci e bombole d’ossigeno per la lotta contro il Covid, causata dai blocchi connessi. Alla fine la riforma è stata ritirata, ma si è continuato a manifestare per chiedere di fare maggiore giustizia nel paese e di colmare l’abisso delle disuguaglianze tra poveri e ricchi. È intervenuto a proposito delle tensioni  l’United Nations Office of the High Commissioner for Human Rights dicendo: «Siamo profondamente allarmati per gli sviluppi nella città di Cali in Colombia, dove la polizia ha aperto il fuoco sui manifestanti che protestavano contro le riforme fiscali, uccidendo e ferendo un certo numero di persone . Il nostro ufficio in Colombia sta lavorando per verificare il numero esatto di vittime e stabilire come sia avvenuto questo terribile incidente a Cali. Anche i difensori dei diritti umani riferiscono di essere stati molestati e minacciati. Esprimiamo il nostro profondo shock per quegli eventi e sottolineiamo la nostra solidarietà con coloro che hanno perso la vita, così come i feriti e le loro famiglie».

È importante che si sappia delle gravi violenze che si sono verificate e che sono state sminuite dalla censura dei media.

CHIARA ALBONETTI

DI COSA SI PARLA QUANDO SI SENTE IL NOME DDL ZAN? QUALI SONO LE SUE IMPLICAZIONI SOCIALI?

Il DDL ZAN è un disegno di legge approvato il 4 Novembre 2020 dalla Camera dei Deputati, il quale attesta misure di prevenzione con conseguente contrasto alla discriminazione e alla violenza per motivi fondati su: genere, identità di genere, orientamento sessuale, sesso e disabilità. Traslato dal linguaggio contorto della lingua legale, afferma equità per tutti e difende chi viene discriminato ingiustamente. Si concentra nello specifico su un versante della popolazione che fino ad oggi è sempre stato visto come un enorme tabù, ovvero la comunità LGBTQ+, strumentalizzata nel bene e nel male in ogni dove da ogni campagna politica portata avanti negli ultimi 5 anni, ma mai tutelata davvero da uno Stato che quasi se ne dimentica e spesso fa passare in sordina problemi reali relegati alla discriminazione nei confronti di essa.
Questo disegno di legge è stato fra i più discussi negli ultimi mesi, nonostante sia così semplice e il suo unico scopo sia quello di salvaguardare l’incolumità di una fetta di popolazione fino ad oggi abbandonata a se stessa, che da anni combatte. Le argomentazioni contro il DDL ZAN sono sempre state futili nonostante abbiano riscosso grande successo, soprattutto fra quella parte di popolo più conservatore ed anziano, il quale si rifiuta di guardare oltre il proprio naso. Una delle argomentazioni più utilizzate che voglio analizzare è quella per cui secondo molti la legge in sé sarebbe discriminatoria: fare una legge per difendere individui con determinate caratteristiche sarebbe superfluo nonché insultante poiché la legge già compie il suo lavoro. Voi direte: “beh non fa una piega”, se non fosse che è proprio per ragionamenti come questi che la legge ha bisogno di un’implementazione di codesto tipo. Abbiamo infatti potuto vedere con i nostri occhi come negli ultimi anni le aggressioni omofobe e trans-fobiche non abbiano accennato a diminuire rispetto al passato, lasciando intendere che la legge non è mai stata efficace nel riconoscere situazioni dove l’unico movente dell’azione è odio dato dall’intolleranza, punendo di conseguenza atti violenti in maniera inadeguata, o peggio, non punendoli affatto, andando tutto a discapito delle vittime. Un’altra futile argomentazione riguarda sempre la cosiddetta “inutilità” di questa legge, ma in una declinazione diversa, per cui non si parla di vera e propria argomentazione, ma perlopiù di uno statement: come legge in sé non avrebbe senso poiché evidentemente alcuni cittadini meritano giustizia più di altri, per motivi indefiniti decisi da chissà chi e chissà quando in base a leggi astrali poco chiare; su questa tesi gli appunti da fare sono effettivamente pochi. Come affermazione è già discriminante di suo e rende ancora più chiaro il motivo per cui la legge ha un serio ruolo anche all’interno di un contesto sociale popolare, e non solo politico. Andando a vedere l’impatto di una legge del genere nella nostra vita di tutti i giorni possiamo notare che la sua approvazione potrebbe cambiare qualcosa, qualcosa che nella sua piccolezza è molto grande, ovvero l’approccio della giustizia nei confronti di atti omofobi e trans-fobici considerati fino ad oggi solo scaramucce mascherate da una fantomatica “libertà di pensiero”, nella quale l’unico individuo che ha libertà è l’aggressore. Lo Stato, avendo una legge fra le mani, finalmente in grado di individuare legittimamente atti offensivi che vanno spesso a ledere i soggetti specificati da essa, potrebbe, in visione forse anche troppo utopica (e questo devo ammetterlo), riuscire a limitare l’accadimento di simili episodi e addirittura farli calare in maniera graduale.
Come disse Mathieu Kassovitz nel 1995 in “La Haine” attraverso Hubert Koundè: “L’odio porta l’odio”. In una società, dove da 26 anni viene detta questa frase, e dove ci si continua a chiedere perché nulla mai cambia, sento che fare una legge del genere sia necessario, poiché non ci si può affidare alla buona fede della gente né tantomeno al destino, pregando che mai nulla di brutto ti accada solo perché vivi liberamente e qualcuno non lo riesce ad accettare. La violenza nella sua purezza non cesserà mai di esistere e con lei le sue conseguenze, perciò se il minimo indispensabile per cercare di difendersi è scrivere su un pezzo di carta un principio fondamentale di civiltà, ovvero che nessuno va discriminato in base al proprio orientamento sessuale e la propria identità di genere, bisogna farlo, senza troppe remore e discussioni. Quelle quattro parole stampate, infatti, simboleggiano l’inizio di un’epoca in cui tutti vengono protetti, in cui tutti vengono accettati e inclusi nella legge…inclusi in uno scenario di normalità che ci sarebbe sempre dovuto essere.

SERENA MAVROVIC

DIRITTI CIVILI: QUESTI SCONOSCIUTI

È di questi giorni la notizia che la Commissione Giustizia- Senato ha calendarizzato la discussione del disegno di legge Zan, controverso provvedimento presentato dall’omonimo deputato del PD, contro le discriminazioni e violenze per orientamento sessuale, genere, identità di genere e abilismo.

Ricordiamo che il provvedimento è già stato approvato alla Camera dei Deputati e che dopo settimane di patetici tira e molla, di ostruzionismo e squallidi giochini di palazzo è così stato avviato l’iter affinché sia discusso e votato anche al Senato, dopo il passaggio in Commissione Giustizia.

Siamo finalmente ad un punto di svolta? Neanche per sogno!

Infatti, il Presidente della Commissione Giustizia a Palazzo Madama, Andrea Ostellari, della Lega, da sempre contraria al provvedimento, ha annunciato un vero e proprio coup de theatre.

Questi ha deciso infatti che il DDL Zan ed un secondo DDL presentato in fretta e furia dai Senatori Renzulli – Salvini, antitetico e di fatto abrogativo del DDL Zan, saranno trattati insieme, allungando così le tempistiche dei lavori con la (neanche troppo) velata speranza che magari verranno approvate modifiche per farlo ritornare all’altro ramo del parlamento.

Insomma una logorante partita a scacchi che conferma ancora una volta come nel nostro paese sia maledettamente complicato legiferare in materia dei diritti civili e ci fa tornare indietro nel tempo con le tensioni sociali che accompagnarono le lotte per la legge sul divorzio e sull’aborto ed i referendum che ne scaturirono dividendo gli italiani.

Ma ritorniamo al punto, cosa sono i diritti civili? Come mai nel nostro paese è così complicato approvare leggi che ineriscono alla sfera di tali diritti?

I diritti civili possono essere sintetizzati come quelli che attengono alla personalità dell’individuo (libertà personale, sessuale, di pensiero, di religione ecc.), per cui all’individuo viene garantita una sfera di arbitrio e liceità purché tale comportamento non violi il diritto altrui.

Tali libertà sono tutte conseguenze che derivano logicamente dal principio di eguaglianza, motore trainante delle nostre democrazie.

Infatti, dopo la fine della seconda guerra mondiale, il mondo, scosso dalle aberrazioni del nazismo, inizia a porsi la problematica della protezione dei diritti dell’uomo in generale e nel 1945 arriva il punto di svolta: con la Carta delle Nazioni Unite si inizia a creare un sistema di norme internazionali teso a vincolare gli Stati.

Innescato questo meccanismo, la comunità internazionale ha mostrato una sempre crescente sensibilità alla tutela dei diritti umani e perfino l’Unione Europea ha fatto propri tali principi.

Ricordiamo che il trattato di Maastricht all’articolo 6 afferma: “L’unione si fonda sui principi di libertà, democrazia e rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, e dello stato di diritto, principi che sono comuni agli stati membri”.

Addirittura nel successivo articolo 7 sono previste procedure di accertamento per violazioni gravi e persistenti con relative sanzioni nei confronti degli stati che deroghino a tali principi.

La Corte di Giustizia Europea, che ha il compito di garantire l’osservanza del diritto comunitario ha affermato: “i diritti umani fanno parte dei principi generali del diritto comunitario di cui la Corte garantisce l’osservanza “.

Ma allora, perché in Italia siamo così indietro, rispetto ai nostri partner europei, in materia di diritti civili?

Forse perché nel nostro paese è profondamente radicata una morale cattolica, che spesso rifiuta aprioristicamente di affrontare taluni temi ritenuti scabrosi.

D’altronde è incontestabile come l’atteggiamento cauto della Chiesa sia sotto gli occhi di tutti; forse perché la Chiesa stessa teme che l’evoluzione di alcuni diritti civili possa portare a rovesciare i valori cristiani ed agevolare la creazione di una società nella cui scala valoriale vi siano regole affrancate dalla religione.

È altrettanto vero che negli ultimi anni, con Papa Francesco, si è aperta una nuova fase di confronto tra la Chiesa e la società civile; tuttavia, malgrado ciò, certi temi restano un tabù.

Lo stesso Papa Francesco ha infatti ripetutamente affermato che, laddove si promuovono diritti che la Chiesa ritiene incompatibili tanto con la legge divina che con quella naturale, la Santa Sede non cesserà di levare i suoi scudi in difesa della stessa persona umana;  questo perché vi può essere il rischio che, in nome di certi diritti umani, si vengano ad affermare moderne forme di “colonizzazione ideologica”, cosicché  alcuni diritti fondamentali vengano lesi in nome della promozione di altri diritti.

Insomma malgrado la laicità dello stato sia un valore sancito dalla Costituzione, il nostro è un paese bacchettone?

Mea sententiarebus sic stantibus: il nostro paese più che bacchettone è un po’ ipocrita; da un lato, infatti, vergono spesso sbandierati valori morali ed etici come fossero un pedigree a garanzia dell’integrità della persona e dall’altra, poi, tali valori vengono messi da parte quando si tratta di pensare al proprio orticello.

Infine, vorrei soffermarmi sul tenore delle dichiarazioni di diversi esponenti della politica nazionale che, essendo a corto di argomentazioni valide, continuano a definire assurde le proposte di legge per la rivendicazione dei diritti della persona, affermando che in Italia ci sono tanti problemi più importanti da affrontare e che quindi non si può perder tempo con tali questioni.

Evidentemente questi signori, peraltro retribuiti anche dai cittadini che li hanno votati, e che dovrebbero quindi rappresentare le istanze dei cittadini stessi (anche delle minoranze), ritengono la tutela della dignità di ogni essere umano un problema residuale, degno di essere affrontato a tempo perso.

CAMILLA MARCONI

“AI MIEI TEMPI NON ESISTEVANO” O FORSE Sì

Come tutti sappiamo, il mese di giugno è anche il Pride Month, o mese del Pride. Esso prevede la promozione dell’orgoglio, dell’autoaffermazione, dell’uguaglianza e della dignità delle persone facenti parte della comunità LGBTQ+.
Si tratta dunque di concetti importantissimi, fondamentali per il sostegno dei diritti LGBTQ+.
Nonostante però l’amore, indipendentemente dal sesso delle persone, dovrebbe essere celebrato e considerato come la cosa più naturale del mondo, ad oggi ci sono ancora moltissime persone che considerano l’omosessualità una moda, qualcosa che si sbandiera per seguire l’onda del momento.
Spessissimo capita infatti di sentir pronunciare la fatidica frase: “ai miei tempi non esistevano, ora invece essere omosessuali è una moda”.
Ma è davvero così?
Una moda è, secondo definizione, qualcosa di passeggero, che cambia nel tempo, si trasforma e, con molta facilità, muore.
L’omosessualità è invece sempre esistita, in qualsiasi periodo della storia umana. Essa è presente fin dal mondo antico: per gli uomini dell’antichità, anzi, non esisteva nessuna opposizione tra eterosessualità e omosessualità ed era normale per un uomo avere rapporti sia con una donna che con un ragazzo, in genere più giovane e di ceto sociale inferiore.
La discriminante non stava dunque nel sesso, quanto in caratteri prettamente sociali. Il concetto di omosessualità probabilmente nemmeno esisteva, poiché non ci si definiva in base a orientamento sessuale o identità di genere ma in base appunto a criteri sociali.
Pratiche omosessuali sono ampiamente documentate tra numerosi popoli dell’antichità, tanto che per elencarli tutti ci vorrebbe moltissimo tempo.
Per comodità, dunque, la nostra attenzione sarà focalizzata solamente sul mondo classico.
In Grecia, i cittadini vivevano una vita di fatto bisessuale, con preferenze individuali.
Tra i Greci era diffusissima, soprattutto in ambito aristocratico, la pederastia, risalente all’epoca della civiltà minoica, ovvero una relazione tra un uomo adulto e un adolescente. Questa relazione amorosa era inoltre inquadrata nell’ambito dell’educazione: l’amante, più anziano, aveva funzione di guida e modello per il giovane amato.
Si tratta quindi senza dubbio di una concezione dell’omosessualità molto diversa da quella moderna ma, comunque, largamente diffusa.
La mitologia e la tradizione greca comprendono inoltre racconti e leggende i cui eroi e divinità maschili si innamorano di altri uomini: basti pensare all’amore del dio Apollo per il mortale Giacinto o alla più famosa e ampiamente tramandata storia d’amore tra Achille e Patroclo.
Tra i personaggi storici, invece, famoso è il rapporto tra il re macedone Alessandro Magno e il suo più caro amico Efestione, generale dell’esercito di Alessandro e, secondo diverse fonti, suo innamorato, tanto che i due vennero paragonati (e si paragonarono) agli stessi Patroclo e Achille.
Il filosofo Platone, nel suo Simposio, attraverso il cosiddetto mito degli androgini parla di due tipologie d’amore: il rapporto eterosessuale e quello omosessuale.
Platone esprime una pari concezione di queste due tipologie, non parla infatti di un rapporto più nobile o migliore dell’altro.
Per quanto riguarda le donne, famosissimo è il caso di Saffo, poetessa del VII secolo a.C. che, nei suoi componimenti, cantava dell’amore omosessuale femminile e delle donne da lei amate.
Il termine “lesbica”, infatti, deriva proprio dall’isola di Lesbo, patria di Saffo.
Per quanto riguarda il mondo romano, nemmeno in questo caso si può distinguere tra omosessualità ed eterosessualità, in quanto a Roma, ancor più che in Grecia, i rapporti trai cittadini erano più che altro bisessuali.
Nell’Urbe, soprattutto nel periodo arcaico, era però accentuato il carattere sociale: era considerato infatti normale per un cittadino romano avere rapporti con schiavi o liberti, mentre una relazione tra due cittadini sarebbe stata fortemente disapprovata.
Nel I secolo a.C. invece, nel periodo dell’età di Cesare, i tempi cambiarono e i costumi divennero più liberi, come testimoniano i carmina di Catullo, personalità che comunque a Roma costituiva l’eccezione più che la regola.
Catullo infatti parla apertamente dei suoi sentimenti, fatto considerato assurdo per un cittadino romano e, oltre ai famosi componimenti dedicati all’amata Lesbia, il Liber del poeta contiene anche un gruppo di poesie dedicate a Giovenzio, un ragazzo libero molto giovane, cui Catullo dedica parole d’amore simili a quelle destinate a Lesbia.
Lo stesso Giulio Cesare, pensato nell’immaginario comune come un uomo dalla grande virilità, venne soprannominato “il marito di tutte le mogli e la moglie di tutti i mariti”.
Questa battuta circolava a Roma per evidenziare il notevole numero delle mogli e amanti di Cesare ma alludeva anche a dei suoi presunti rapporti omosessuali.
Molto chiacchierata era infatti nell’Urbe la giovinezza di Cesare: si diceva che il politico fosse stato l’amante del re di Bitinia Nicomede IV.
In età imperiale la sessualità divenne ancora più libera: l’imperatore Nerone arrivò anche a sposare pubblicamente Sporo, uno dei suoi schiavi adolescenti.
L’imperatore Adriano, invece, amò profondamente il suo amasio Antinoo, un giovane greco, venendo ricambiato.
In seguito alla morte precoce del ragazzo, annegato nel Nilo a soli diciannove anni mentre si trovava in Egitto con Adriano, l’imperatore lo innalzò in apoteosi elevandolo a semidio e fece ergere una città, Antinopoli, in suo onore.
Profondamente sconvolto dalla morte di Antinoo, Adriano fece inoltre costruire nella sua Villa Adriana, a Tivoli, un monumento funerario in sua memoria, l’Antinoeion.
Di esempi da riportare ce ne sarebbero molti altri ma, per non dilungarsi troppo, già questi sono sufficienti per provare la falsità della convinzione esposta all’inizio.
Perciò, la prossima volta che alcune persone vi dovessero dire che l’omosessualità non è altro che un’attuale moda passeggera, potreste consigliare loro di leggere Catullo o Saffo!

CAROLINA CORSETTI

Lesbians & gays support the miners

È il 1984, e la PremierMargaret Thatcher non si aggiudica la simpatia di molti sindacati a causa delle sue inconsistenti politiche sociali. Tra i lavoratori che protestano vi sono i minatori, che prendono la decisione di scioperare.

Prideè un film uscito nel 2014, realizzato dal regista Matthew Warchus: tratta del supporto che attivisti gay e lesbiche diedero alla protesta dei minatori.

In occasione del Pride del 1984, Mark Ashton, membro della componente giovanile del Partito Comunista Britannico, ha l’idea di formare un gruppo in sostegno alla causa dei minatori. È così che nasce Lesbians and GaysSupport the Miners(LGSM), un’inaspettata collaborazione tra lesbiche, gay e minatori. Gli attivisti cercano all’inizio di relazionarsi con i sindacati, i quali però ricevono molto freddamente il gruppo che vuole offrire loro aiuto. Pertanto, essi decidono di rivolgersi direttamente ai minatori, recandosi in un paesino minerario del Sud del Galles.

Non tutti i minatori sono al principio entusiasti di questo appoggio, considerando l’alleanza un po’ stravagante. Ci troviamo inoltre in un paesino che segue un pensiero molto tradizionalista: negli anni ’80, infatti, l’omofobia era all’ordine del giorno e gli stessi minatori hanno molti pregiudizi nei confronti dei nuovi arrivati. Soprattutto, la domanda che in molti di loro si fa strada è: cosa abbiamo noi lavoratori in comune con la comunità di lesbiche e gay?

LGSM riesce però a risolvere i problemi interni e a fronteggiare a testa altagli insulti esterni che riceve dai paesani e dalla stampa; tramite un grande concerto di beneficienza riescono a ricavare molte donazioni in supporto dei lavoratori. Minatori e attivisti si conoscono, dialogano e si confrontano: nasce così un grande rapporto di amicizia, basato sulla solidarietà reciproca.

È proprio di solidarietà che parla questo film. E non di una solidarietà offerta da un gruppo che si trova in una posizione privilegiata rispetto a quella dei minatori.Per rispondere alla domanda precedente, i minatori e la comunità gay non hanno nulla in comune, i loro obiettivi sono diversi: i primi cercano una condizione lavorativa dignitosa, i secondi vogliono essere riconosciuti come persone normali e non subire odio e violenza.Ciò che hanno in comune è l’essere entrambi denigrati da una società che li esclude, che non li protegge, che li dimentica. Mark Ashton decide di formare questa collaborazione perché rivede nei minatori una condizione simile a quella degli omosessuali, completamente emarginati dalla linea politica di Margaret Thatcher.

Difendere se stessi ed essere ascoltati non è semplice, quando la società che dovrebbe ascoltarti è la stessa che ti impedisce di parlare. Se sei discriminato, con molta difficoltà riceverai aiuto da chi ti discrimina. Ciò che puoi fare, dunque, è farti avanti quando hai l’occasione e la possibilità di aiutare qualcun altro che subisce un altro tipo di ingiustizia. Il film mostra come sia fondamentale lottare insieme per i diritti civili e per i diritti sociali, un messaggio ancora oggi di grandissima attualità. I traguardi che i minatori raggiungono non sono favori concessi dall’alto, ma sono frutto di una dura lotta che due comunità denigrate affrontano da sole, mosse solamente dal sentimento della solidarietà. E posso aggiungere (senza anticipare la fine del film) che i minatori non dimenticheranno l’aiuto di Lesbians and Gayssupport the Miners, e saranno pronti a offrire loro appoggio quando vi sarà bisogno.

MARIA GUERRIERI

orientamenti animali

Il cuore sul lago èuna favola semplicissimae apparentemente banale, scritta dall’ornitologo e naturalistaRosario Balestrieri.È dedicata“a tutte le vittime dell’omofobia e di qualsiasi altra forma di discriminazione dettata dall’ignoranza e dalla paura del diverso” ed è la fonte d’ispirazione per questo articolo.

Ambientato in Australia, presso il lago Eildon, ci fa immergere nella natura selvaggia del luogo e ci presenta i protagonisti del racconto, due cigni neri. Attraverso queste creature meravigliose vengono affrontati con estrema delicatezza temi come l’amore, il rispetto,l’adozione, l’omosessualità e l’omogenitorialità. Così come molte altre specie infatti, il cigno neropuò assumere comportamenti omosessualiin svariate situazioni.Nella seconda parte del libro, un approfondimento scientifico ci fornisce i dettagli sui comportamenti naturali di questi volatili. Ci spiega ad esempio come il maschio adulto, dopo una breve interazione riproduttiva con la femmina,incontri un altro maschio con il quale dapprima custodisce le uova fino alla schiusa, dopodiché accudisce i piccoli fino all’involo.I due maschi proteggonoinsieme,anchein modo aggressivo, il loro territorio e, poiché sono di dimensioni maggiori e tendenzialmente più combattivi delle femmine, riescono a essere più efficaci nell’allontanareeventuali predatori.

Ci sono in natura specie di animali monogami, fedeli per tutta la vita a un esemplare dell’altro sesso (ad esempio molti uccelli). Alcuni animali si riproducono con un esemplare dell’altro sesso ma scelgono di trascorrere la vita accompagnati da un compagno dello stesso sesso; altri assumono comportamenti omosessuali o bisessuali per soddisfare il loro istinto sessuale, dovuto, in alcuni casi, anche alla carenza di femmine (i coleotteri maschi, ad esempio, iniziano ad accoppiarsi con qualsiasi altro esemplare, anche quando non sono certi che sia femmina, per incrementare la possibilità di riproduzione) e altri per preferenza di genere.

Fino a non molti anni fa l’omosessualità legata al comportamento animale riscontrava forti pregiudizi anche tra gli studiosi che tendevano a ignorare o censurare manifestazioni singolari.Considerata come una forma anomala e curiosa (se non addirittura come una patologia), l’omosessualità animalefu ricondotta a diverse cause scatenantiquali la carenza di ormoni o un difetto di informazioni nelle prime fasi di vita (imprinting errato) e osservata soprattutto in situazioni di convivenza forzatadi specie dello stesso sesso in luoghi circoscritti(gabbia, recinto, allevamenti, zoo, ecc.).

Un altro fondamentale motivo per cui tali atteggiamenti venivano a priori rifiutati era perché contraddicevano la teoria dell’evoluzione, tant’è che per decenni il comportamento omosessuale è stato denominato “paradosso di Darwin”: com’è possibile che persista un comportamento che, invece di far riprodurre la specie, genera una riduzione della fitness – ovvero un numero sempre maggiore di figli che a loro volta procreeranno – e potrebbe portare all’estinzione?

Studi mirati sono stati avviati grazie alla ventiquattresima Conferenza etologica internazionaleche,nel 1995, ha dichiarato l’omosessualità animale un legittimo campo di ricerca.Oggi sappiamo che questi comportamenti sono stati riscontrati in più di 1500 specie animali e studiati su oltre 450 (sia tra i maschi sia tra le femmine). Ciascuna specie ha abitudiniproprie.Tra le scimmie, per esempio, i rapporti omosessuali sono utilizzati come forma di saluto, per formare nuovi legami sociali, per risolvere conflitti e riappacificarsi.Igorilla,durante l’adolescenza, vivono in gruppi dello stesso sesso e per tutto il periodo si corteggiano a vicenda e hanno relazioni di lunga durata;anche quando raggiungono l’età adulta alcuni di loro continuano a preferire un partner del proprio sesso.I maschi adulti dei trichechidurante la stagione degli amori si accoppiano con le femmine e nel resto dell’anno hanno rapporti con esemplari più giovani dello stesso sesso.Alcune femmine degli orsi, dopo essersi fatte ingravidare da un maschio, scelgono come partner un’altra femmina, allevando insieme i cuccioli.In altri casi, invece, gli esemplari si accoppianotra di loro per attirare animali del sesso opposto oppure al fine di allenarsi per la futura relazione con la femmina.

Ricerche approfondite suggeriscono che tali atteggiamenti potrebbero svolgere un ruolo importante nella riproduzione e nell’evoluzione poiché possono fare da collante per stabilire, mantenere e rinforzare le relazioni sociali e a diminuire aggressioni e conflitti tra lo stesso sesso.

VITTORIA SERAFINI

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