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SPECIALE – Il mondo di Aureliano

Questa non è una storia come tante altre. E’ una storia atipica, che va preservata con cura e raccontata con quello stesso bambinesco e spensierato entusiasmo che spinge il collezionista a mostrare il suo pezzo più particolare, quella gemma rara che tiene sì nella teca, ma che talvolta la lascia prendere in mano a chi, tra quanti la osservano, sanno ammirare come lui il suo fascino straordinario.

Questa è la storia di Aureliano, un ragazzo del Manara. Un ragazzo come tutti ma diverso da tutti. Un ragazzo giovane, entusiasta, con mille interessi, che, però, è costretto ad assumere una consapevolezza nei confronti della propria esistenza in modo assai diverso da quello dei suoi coetanei: Aureliano è affetto, fin dalla nascita, da una cardiopatia congenita che lo costringe ad avere un costante rapporto con l’idea della morte sin dalla primissima infanzia.

“Credo che fosse consapevole del suo limite, col tempo mi ha insegnato che la diversità è un valore e che la cardiopatia era la sua diversità, era una cosa che faceva parte di lui”. Marigia, la mamma di Aureliano ci accoglie a casa sua, al pianterreno di una delle tante palazzine basse di Monteverde Vecchio. “Non aveva senso farlo vivere come in una teca di vetro”. Sì, perché è solo facendo ciò che amava fare, senza limiti, che Aure poteva affrontare la sua condizione e mettere da parte la consapevolezza del rischio a cui era costantemente esposto. È così che, ad esempio, comincia ad interessarsi di combattimenti medievali – non proprio una attività tranquilla, diciamo! E proprio questa sua ansia di godere appieno della vita, così ardente e vorace, lo porta a trovare comunque il “modo”, l’“espediente”, quel compromesso che gli permetta di continuare a vivere senza correre rischi: diventa così il “medico” delle truppe, non partecipa direttamente alle “azioni di guerra”, ma senza di lui nessuno avrebbe potuto neppure prendere le armi.

Aure, poi, è un ragazzo dalla straordinaria vena ironica: “Questo era il suo tratto caratteristico, una cosa che difficilmente ho ritrovato in altre persone. Abbiamo sempre riso tanto”, ci dice Marigia, “una volta il professore di filosofia lo voleva interrogare su tutto il programma: ci siamo messi il sabato e la domenica, non ne uscivamo più! Gli ho spiegato, Cartesio, Kant, Hegel, Locke, tutto insieme! È riuscito poi ha prendere un 6 e mezzo o 7, non mi ricordo, ma per essere uno che stava molto indietro, insomma… Gli ho chiesto <<Com’è andata?>> e lui “Sei e mezzo. A ma’! Me dovevi senti’ sur Cogito: preciso!” Già, Aureliano e la scuola: un autentico rapporto amore-odio. È disattento, svogliato e raramente ha voglia di seguire una lezione. Per fortuna, può contare sul supporto della madre, pronta a rispiegargli tutto, una volta tornato a casa: “se non fosse stato per me, probabilmente sarebbe rimasto in terza media!”. Per forza di cose, il rapporto con i professori non poteva che risentirne in senso negativo, ma ci sono delle eccezioni: esatto, sono sempre (troppo) pochi gli insegnanti che accettano di “scendere dal piedistallo”, e che siano in grado di comprendere e apprezzare alunni che, seppure non abbiano un andamento scolastico ineccepibile, sono dotati di una sensibilità e un’intelligenza non comuni, ragazzi nei confronti dei quali sono forse gli stessi insegnanti a sentirsi in difficoltà e a percepire fin troppo ottusamente la propria autorità come gravemente minacciata. Ecco, nella categoria di questi insegnanti “speciali” rientra di sicuro la professoressa Ricciardi, insegnante di latino e greco, l’unica con cui Aure andasse davvero d’accordo: “Dava versioni differenti a seconda del livello di preparazione. Per lei ognuno doveva raggiungere un obiettivo”. E lei, quando Aure ha abbandonato questo mondo, ha detto, senza alcuna esitazione: “Ho perso un amico”. Ma per Aureliano la scuola era soprattutto altro: era un luogo dove si sentiva bene, una fonte di socializzazione necessaria per una persona come lui, dalla forte leadership, a cui piaceva da matti stare nella società, curioso di conoscere e comunicare con gli altri studenti. È a scuola, nella sua classe, che conosce Fabio: “era sempre molto allegro e molto affamato di vita, lui apprezzava tutto della vita, qualsiasi momento”, così Fabio descrive il suo modo di affrontare la sua esistenza giorno dopo giorno, attimo dopo attimo. Diventa in breve tempo uno dei migliori amici di Aureliano: trapiantato a Roma da un piccolo paesino del basso Lazio, si ritrova completamente disorientato, e Aureliano lo colpisce fin da subito per quell’essere un po’ punk – al Manara cosa rara persino allora – con quei suoi jeans strappati, su cui erano cucite toppe di gruppi come Green Day e Sex Pistols. Allora i ragazzi si dividevano in grandi comitive distinguibili dall’abbigliamento e dalla musica che ascoltavano: da una parte c’era un sorta di “élite”, rappresentata dagli hippoppettari, dal cappellino da baseball con la visiera girata e dall’altra le immancabili zecche e poi ancora i coatti e i “tranquilli precisi”, con la camicia “d’ordinanza”. Ma Aureliano e Fabio sono del tutto estranei a queste facili categorizzazioni e cominciano a suonare new wave: “Eravamo al di fuori delle comitive: io, ad esempio, portavo la kefia”, ci racconta, “ad Aureliano piaceva andare a scuola: lo faceva sentire partecipe di qualcosa, era molto attento agli umori della classe”. Già, proprio questa sua urgenza di cogliere appieno l’identità della scuola, di entrare in sintonia con gli altri manarioti lo spinge a entrare a far parte del giornale d’istituto. Nel periodo a cavallo tra vecchio e nuovo millennio, la redazione teneva riunioni pomeridiane ogni settimana un po’ per necessità – siamo ancora agli albori di Internet e gli articoli dovevano essere trascritti a mano direttamente sui computer della scuola – ma un po’ anche perché espressione di un fermento (creativo prima ancora che politico) che difficilmente potrà mai essere rigenerato: “Quelle riunioni evidenziavano la capacità di collaborare, di sapersi collocare in un gruppo e di mettersi in discussione” dice Emanuele, per quelli più stretti “Lele”, compagno di classe di Aureliano e direttore del giornale di allora “con Aureliano si era cominciato a fare un giornale multisfaccettato” Sì, perché oltre ai soliti articoli e componimenti, questo nostro parente editoriale comincia a contenere molti spazi liberi, “senza filtri”, dove poter scrivere – ad esempio – esplicite invettive contro insegnanti o messaggi privati diretti ad anonimi: insomma, un vero e proprio spotted.manara in tempi in cui Instagram, lo smartphone e le Stories non potevano far nemmeno parte dell’utopia delirante di uno Steve Jobs qualsiasi. In questo clima così esuberante, Aureliano comincia a scrivere articoli, sia dedicati alle figure che più lo interessavano, figure contro-corrente come Marlyn Manson, o riguardo a questioni d’attualità che più gli stavano a cuore: spinto dalla passione per gli animali esotici (aveva tre serpenti e una tarantola), è proprio attraverso il giornale che porta avanti una protesta nei confronti di un locale trasteverino, il “Transylvania”, dove i serpenti erano liberi di girare tra gli avventori, senza nessun accorgimento che tutelasse la salute degli animali. La sua condanna nei confronti dei titolari del locale è categorica: “Evitate di dare il vostro denaro a delle vere bestie”. Aure si occupa poi della parte grafica e delle copertine e, così, nemmeno il giornale viene risparmiato dal suo sguardo geniale e dissacrante: memorabile fu quella volta in cui, con intento provocatorio, cambiò, senza consultare nessuno, il titolo della testata da “E invece penso…”- denominazione derivante dall’esperienza di un’occupazione del 1995 – a “Che cosa penso?!”. Proprio da questo episodio, nel 2001, scaturì una vivace discussione sul nome del giornale e, sì, proprio grazie all’improvviso e vitale bagliore di Aureliano che “La Lucciola” arrivò – e da allora, proprio nel suo nome, non ha più smesso di brillare.

E veniamo poi all’ambito grazie al quale alcuni tra voi, mediante la mostra (che confidiamo vivamente diventi permanente) al secondo piano del nostro Liceo, magari buttando l’occhio sulle pareti così insolitamente “piene” e colorate mentre si era di passaggio tra una ricreazione e l’altra, hanno potuto conoscere più da vicino Aureliano e associare, finalmente, una fisionomia e una personalità precise alla fredda e anonima dicitura posta al di sopra dell’aula – per tutti i manarioti, auletta – a lui dedicata: il disegno. Una passione che Aure ha fin da piccolissimo, un qualcosa che di lui è parte integrante, senza dubbio lo strumento più efficace e potente che ha per esprimere tutto sé stesso, per reagire alle cose belle e brutte della vita e – soprattutto – di esorcizzare, di prendere in giro la morte. E i suoi disegni, il suo talento, la sua ricerca di quella cifra creativa sempre pronta a spiazzarti, il suo essere fuori dall’ordinario ma al contempo visceralmente dentro il mondo dirompono, ci circondano, pervadono i nostri sensi in uno straordinario groviglio. Ma ciò che arriva dritto nell’animo di chi si accinge a osservare le sue creazioni mai banali è forse l’urgenza veemente di comunicare ciò che possiede dentro, stretto più dei suoi coetanei – suo malgrado – dallo scorrere del tempo. “Lui sapeva che sarebbe stato poco qua. Aveva una grande maturità, faceva ragionamenti completamente diversi, come se fosse 20 anni avanti: mi ha insegnato tantissimo sulla vita.” aggiunge Fabio. Il disegno come prolungamento del suo corpo e della sua anima, il disegno che lo accompagna ogni giorno, a scuola, a casa, in ospedale, fino alla fine: “Uno dei disegni della mostra rappresenta un ragno con un calendario, era un disegno che stava facendo in ospedale. Il calendario si ferma al 23 Gennaio: lui morì il 24”, ricorda Marigia.

Siamo abituati a considerare la giovinezza come un eterno presente, uno spensierato idillio, un vivere secondo la necessità di una leggerezza talvolta fin troppo ostentata. Il tempo non esiste, il limite è impercettibile, eppure non c’è spazio per la nostra intrinseca originalità, o almeno non tutti siamo in grado di esprimerla; o forse non tutti possediamo quel bagliore in grado di illuminare il grigiore del mondo, quel qualcosa che improvvisamente cambia la nostra visione della realtà, quell’impulso a praticare un sentiero diverso da tutti, non per anticonformismo spicciolo, ma in quanto dotati di una sensibilità particolare, fuori dall’ordinario, e in qualche modo geniale.

Aureliano possedeva quel bagliore. E la nostra più viva speranza è che quel bagliore arrivi a tutti, colpisca tutti, che – anzi – tutti lo facciano proprio e se ne sentano arricchiti. Che, insomma, Aureliano possa diventare una luce per tutto il Manara, un compagno tra i manarioti di tutte le epoche: possa la sua risata dissacrante accompagnarci, sempre.

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Innocua testata

Il 15 febbraio l’ambasciatore francese Christian Masset ha ripreso regolarmente le sue funzioni a Palazzo Farnese, dopo un’assenza che ricordava l’angosciosa partenza del 1940 dell’ambasciatore François-Poncet da Roma, conseguente alla dichiarazione di guerra di Mussolini.

La crisi diplomatica si è conclusa grazie alla chiamata tra il presidente francese Emmanuel Macron ed il presidente della repubblica Sergio Mattarella, scelto da Parigi come interlocutore ufficiale. Infatti, la Francia aveva chiesto delle scuse pubbliche al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, scuse che non sono state offerte per non screditare il vicepremier Luigi Di Maio: così Macron ha deciso di trattare esclusivamente con il Capo di Stato. Come ha sottolineato Masset, infatti, Parigi si è sentita attaccata “da dichiarazioni oltraggiose da parte dei politici di governo italiani”. Sebbene l’incontro di Di Maio con Christophe Chalençon, uno dei leader dei gilet gialli che sogna il golpe militare, sia stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, in realtà la campagna anti-francese dei nostri politici va avanti da tempo. Membri della maggioranza parlamentare hanno definito Macron “egoista”, lo hanno accusato di “bere troppo champagne”, di avere un “pene piccolo” e hanno liquidato la Tav con “chissenefrega di andare a Lione”. Eppure il presidente francese dice di amare la cultura italiana, gli piace ricordare di aver scritto la sua tesi di laurea su Machiavelli e ha di aver letto con ammirazione Svevo.

Nonostante Macron non sia ora l’uomo più amato nel proprio Paese, il suo sentimento di ammirazione nei confronti dell’Italia è condiviso da molti francesi.

Lo stesso sentimento che ho constatato anch’io durante un mio soggiorno di sei mesi a Perpignan, in Francia. Appena dicevo di venire dall’Italia, gli occhi dei miei compagni si illuminavano. Molti ci sono stati, mi hanno raccontato delle loro meravigliose vacanze a Roma, a Napoli ed in Sicilia, altri hanno mamme, zie, nonni o bisnonni italiani e sognano di andare a visitare il Paese d’origine di una parte della loro famiglia. Per loro l’Italia è il Paese del sole, delle belle giornate, dell’arte, del cibo delizioso, dei ragazzi romantici e delle ragazze abbronzate e sorridenti. Persino i professori sono rimasti affascinati dal nostro Paese., Madame Godey, insegnante di Storia e Geografia, mi faceva fare tardi a lezione perché incontrandola al bar della scuola mi riempiva di domande sulla questione politica italiana., Due professoresse mi hanno pregato di fare per tre classi una presentazione su Roma e a un altro insegnante mi ha chiesto alcuni consigli per la sua vacanza a Venezia, la sua città preferita al mondo. Moltissimi apprezzano la nostra importante storia e il nostro imponente patrimonio artistico, architettonico, filosofico, letterario e scientifico, conosciuto in Europa e nel mondo intero.

Eppure noi abbiamo difficoltà a riconoscere il loro impatto. All’ annuncio della mia partenza, lo scorso agosto, la reazione da parte dei miei amici e conoscenti è stata diversa. “Ma perché vai proprio inFrancia?!” con un espressione di sorpresa ed una nota di disapprovazione, “dai mangia-baguettari?”. Sebbene ovviamente il tono era scherzoso, il mio semestre faceva sognare pochi.

Le origini della rivalità Italia-Francia vanno indietro nei secoli. Per lungo tempo l’Italia era divisa in piccoli stati ed era facile preda delle potenze continentali del XVIII e XIX secolo, inclusa la Francia. La sconfitta più difficile da ingerire è stata quella del 1796: Napoleone Bonaparte, grazie ad un accordo con lo Stato Ponteficio, ha riportato in Francia alcune tra le più belle opere di artisti italiani, molte di queste esposte oggi al Louvre. Ciò che pochi ricordano è che, infatti, non saremmo in Italia se non fosse per Napoleone III che è stato il maggiore sostenitore esterno per l’unificazione del 1861.

Ma come si fa a non amare il suono della lingua francese? A non cedere al fascino di Parigi? La Francia ha tutto: il Mar Mediterraneo e l’Oceano Atlantico, le distese di lavanda provenzali e le Alpi, i borghi medievali e gli Champs Elysées. Dai grandi artisti (Monet, Cézanne, Delacroix…) ai grandi romanzieri (Hugo, Voltaire e Zola), culla del pensiero illuminista e patria di grandi fisici e scienziati. Lo stereotipo del francese arrogante è forse in parte vero, una delle cose che mi ha più sorpreso è quanto i francesi stimassero il loro Paese. Come biasimarli? I Francesi amano la Francia perché la Francia gli da tanto, e non solo in termini di patrimonio culturale ma anche in qualità della vita ed efficienza dei servizi pubblici. E quando qualcosa manca, protestano per rivendicarla.

Con la loro eleganza innata, cultura gastronomica, storia ed arte, non ci assomigliano un po’? Forse disprezziamo così tanto la Francia proprio perché siamo simili? I francesi sono un po’ come dei cugini rivali, con la passione per lo sciopero ed il formaggio. Come tra familiari, dovremmo imparare ad ammirarci e rispettarci reciprocamente.

Questione di parità

Il femminismo è visto dai più in maniera negativa o come qualcosa appartenente al passato, non più attuale, sia da uomini che da donne. Non capendo il motivo di quest’ostilità nei confronti del movimento, ho deciso di approfondire la questione e queste sono le mie conclusioni: da una parte non si sa esattamente cosa sia il femminismo, dall’altra si pensa che le femministe lottino inutilmente per qualcosa che hanno già raggiunto; quest’odio/paura esiste da sempre nell’immaginario comune, fino all’estremismo di Pat Robertson, politico cristiano e tele-evangelista, che negli anni ’90 lo definì come un “movimento politico socialista, anti-famiglia, che incoraggia le donne a lasciare il marito, ad uccidere i figli, a praticare la stregoneria, a distruggere il capitalismo e a diventare lesbiche”. Leggi altro

Componimenti creativi

Pensieri

Pensieri

come petali di rose appassite

cadono

senza far rumore

nell’acqua limpida

di un torrente di parole

che sembra non aver fine.

Ma la conclusione

è lontana come l’origine

e sono intrappolata

in questo labirinto di strade

che ancora non hanno direzione.

Camminare in silenzio,

combattere contro la bufera…

Il cielo comincia ad oscurarsi.

E intanto la luce

mano a mano che ci si avvicina

appare sempre più lontana.

E pensare che io

ho creato questa prigione.

Bastano delle frasi,

basta un po’ di inchiostro,

per credere che ci sia un senso

dietro questi contorti pensieri

e sperare che un raggio di sole

illumini la strada?

MARIA GUERRIERI

L’orizzonte è vuoto e io ne faccio parte

Persone sparse e indaffarate circondano e comprimono lo spazio, sono sempre di più questi volti incantati dai loro pensieri; a tratti intravedo in loro dei fili, dei fili di connessione, movimenti che mi attraggono per quanto strani anche se al primo sguardo appaiono così reali, quasi naturali. Si formano delle figure davanti ai miei occhi, formazioni di ombre e colori, ma io non ci sono… loro almeno non si accorgono di me. Io li osservo, in silenzio, ma poi mi dico: e se ci fosse qualcuno dietro di me che vede la stessa cosa, potrei far parte dell’orizzonte… così, silenziosamente, entrerò nella viva impressione di quell’immagine, l’orizzonte, davanti ai nostri occhi incantati dai pensieri.

CATERINA DI GIULIO

Veins

Straight.

We go forward.

With the same blood.

In different directions.

But the danger

was near.

And we didn’t know

how far

were our destinations,

and how near

our fates.

CATERINA DI GIULIO

Tramonto

Bella è la luce

che scalda il blu del mare,

che mentre la sabbia comincia ad essere fredda

i nostri occhi ammirano senza essere coperti.

Restiamo qui in silenzio,

abbandoniamo l’ansia e la fretta.

Il sole risorgerà tra poche ore

e il silenzio sarà interrotto

dal sopraggiungere dell’alba.

Ma il giorno passerà

di nuovo.

E domani,

accompagnati dal suono delle onde,

un altro tramonto saremo qui a guardare

e la sabbia diventerà di nuovo fredda

e la luce svanirà di nuovo

nella profondità del mare.

MARIA GUERRIERI

Rovine nel deserto

Nella città del deserto dovrò riapparire, tornerò quando dalla cenere verrà la vita. Arriverò ancora alla fine del tempo, alla chiusura della mia metamorfosi. Solo le dune ne saranno testimoni e quando cambierò mi chiameranno nuovamente per nome. Alla fine un giorno dovrò affrontare il ricordo, non posso più dimenticare. non posso più celare. Sono tornato con un nuovo volto. Rievocherò la deserta, purpurea città tra i valichi infuocati. Nell’oro dei suoi occhi rivedrò i tratti delle mie antiche fattezze. Tra le distese  ardenti ritroverò il mio animo remoto… sommerso dai frammenti, parte della sabbia rovente per serbarne il ricordo. Tornerò, tornerò ancora… ma ora ti devo lasciare.

BIANCA DELLA GUERRA

Cammina, uomo dai due volti

Finalmente sei giunto, uomo dai due aspetti, tra le alte falesie sul mare. Hai per caso intenzione di raggiungere anche i pallidi picchi oltre l’oceano? Rimani qui, a tentare di trovare il luogo che hai perduto. Farai meglio a dimenticare le ripide scogliere, sorgono oltre il tuo pensiero. Tra due abissi di roccia marmorea ti troverai esitante. Quale sentiero potrai mai percorrere? Rimani qui, rimani qui a cercare il tuo ricordo sull’ultima rupe bianca prima dell’ignoto.

Stai andando tra i candidi fiordi oltre me, uomo dai due volti? Dunque nulla ti può contenere, nulla ti placherà mai. Solo la via.

Va pure incontro ad una visione, uomo… dalle due sembianze, va via e ricordati di me. Ricordami quando sarai partito, ricordami quando ti recherai alla tua meta… sempre che tu ne abbia una.

BIANCA DELLA GUERRA

Forma mentis

“Ma te quanno piji er bus ‘o fai er bijetto?”

Je fa dice: “ ’gnor no che nun lo faccio

davero te me fai così soggetto

da dà li sordi pè sto serviziaccio?”

E l’artro j’arifà dice “coretto

così manco ‘na lira va ar gestore

che nun po’ migliorà, fila er concetto?

E metti poi che ariva er controllore?”

“Ma tanto nun ariva, stai sereno

che se nun je dai i sordi, chi lo paga?

E poi er busse è sempre pieno pieno

e quanno c’entra, e pure se ce mbraga,

se pure pure paghi, paghi meno

sennò prenni e te dai coll’aria vaga.”

ANDREA CRINO’

Margherita

Margherita

In un infinito mare d’erba

L’unica che spunta

Bella

Di bellezza inconsapevole

Bianca

Pura

Impaurita

Dalla vita

Aspetti che arrivi la tempesta

E che ti distrugga

Non sai se accadrà davvero

Ma tu te lo senti

E a testa alta attendi

Vorrei aiutarti

Coglierti

Proteggerti

Ma non posso

La natura non si può fermare

Capirai da sola

Che anche una margherita

Può resistere

A qualsiasi tempesta

BESHE

Non crediate il potere vi salvi

A uno dei tanti che inseguono il potere

credendo, con questo, d’esser salvini

Non riconosco quale sia

il tuo segno zodiacale

dove tu prenda la voglia di vivere

 ma pesano le tue parole

come il piombo sulla vita di uomini

che come leggeri fogli di carta

attraversano il mare e affondano

in silenzio con le loro speranze,

e tu parli, gridi,

 travestito da animale o da pompiere

ma io non rido perché c’è chi muore

a ogni tuo stupido gesto, non rido

perché al fondo del tuo sguardo

c’è la violenza di chi cerca spazio

per sé e calpesta anche il cuore di un bambino

 per dire, per quell’attimo che è la vita,

io sono il primo.

Solo questo mi ricordi, la vita è un attimo

di cui la tua violenza mi toglie il gusto

per questo sei disperazione

e la tua fame insensata è tristezza

non ti dico di sprofondare nel mare

perché è la tomba di gente migliore di te.

IL FA’PRESTO

Nel mezzo della tempesta

I lampi

tagliano il cielo,

il vento grida

e il freddo quasi ferisce

nel mezzo della tempesta.

Tempo che fuggi lontano,

cattura quest’istante in un eterno presente,

imprigionami nei tuoi secondi.

È troppo presto per la pace,

ed è troppo presto per la calma…

Il sole arriverà

a cancellare la nebbia,

a schiarire il cielo.

MARIA GUERRIERI

Cartesio

Breve compendio della sua filosofia

Renè Descartes, Cartesio per noialtri,

non altri che ragione vede adatta

ad arrivar al vero in modi scaltri.

Per farlo serve aver regola esatta,

esalta dunque un metodo comune

comunque da trovar, cosa mai fatta;

frattanto per colmar le sue lacune

alcune regolette lui redige

e dice che non una al dubbio è immune:

la scienza l’evidenza predilige,

dirige poi un’analisi dei dati

da sintesi seguita e dopo vige

ricerca degli error revisionati,

nati in seno forse a un gran maligno

ignobile e burlon che c’ha ingannati.

Una cosa sola il dubbio indegno

Indarno prova a tanger nel pensiero:

pensiero stesso o cogito, che è segno

che sono, esisto, insomma sono vero

e invero son sostanza o res pensante;

attento nol deduco, son sincero.

Eppure il dubbio resta assai pressante

Esiste fuor di me ciò che è in mia mente?

Sì, se esiste un Dio non ingannante;

il franco vuol provar ch’Egli è presente

presenta dunque prove a tal partito

portate in numer tre alla dotta gente:

interne a noi le idee di Dio e infinito,

finiti noi, non sono causa nostra,

esterna a noi tal causa ha dunque sito;

si trova così pure altra risposta:

posto che l’uman è sì imperfetto

l’imperfezion al Suo confronto è posta;

mostra infin Cartesio altro concetto,

dedotto già da Anselmo tra le prove,

ovver che deve esister chi è perfetto.

Esiste ed è perfetto il nostro Giove

Vediamo dunque un mondo senza inganno

In quanto Ei non ci odia, non ci piove;

dove allor l’errore, dove il danno?

Da nostra volontà vien provocato,

vacante in libertà se dubbi s’hanno.

L’esistere del Dio tanto agognato

Natale dà alla fisica, che indaga

La grande varietà dello creato.

Codesta varietà indistinta e vaga

Va, ragionando, in un dualismo resa

Res cogitans e extensa e poi studiata

Attenti solo a quel che invero pesa:

le sole proprietà quantitative

in quanto qualità da noi è dipesa.

Trattando proprietà così oggettive,

oggetto di meccaniche causali

usar lui vuole scienze deduttive,

diversa concezion di scienze quali

la geometria e la fisica, per dare

a geometria analitica i natali.

Questa sola dunque si può usare

Avendo l’estension di studio oggetto

E ‘l moto che lo Dio volle creare;

avere un tale autor così perfetto,

certo ed immutabil che li ha fatti,

fa sì che si conservi il tutto intatto

e toglie dalla mente quei concetti

di dette forze che, pur da distante,

ad arte creano moto tra gli oggetti.

Il moto infatti in ciò che, chi è ignorante,

intende come vuoto se pur pieno,

e non di indivisibil componente,

inteso è come frutto nato in seno

a moti vorticosi di frammenti

minuti e mossi indietro senza freno.

Cartesio non potea far altrimenti

Ch’entrar pur nei discorsi di morale,

normale per color che son sapienti

sentirsi un po’ in dover di giudicare,

carente però un po’ di idee creative

invero limitossi un po’ al banale:

a leggi, moderato, hai da obbedire;

il resto non cambiar, cambia te stesso;

e solido e deciso sia il tuo agire.

Infine il gran filosofo s’è espresso

passion sottomettendo alla ragione

e non che sian nocive, lo è l’eccesso.

Insomma si può dir, nessun sia offeso,

che tanto disse e ruppe tanti schemi

e forse non sol quelli il sor Cartesio.

ANDREA CRINO’


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