Monthly Archives: dicembre 2014

Pink Floyd, un fiume senza fine

Il gruppo inglese dei Pink Floyd (che da poco ha pubblicato il suo ultimo album con una formazione ristretta, o semplicemente nuova) nasce verso la fine degli anni ’60, distinguendosi nei club della Londra underground per un suono nuovo e coinvolgente. I Pink Floyd sono stati pionieri e “ricercatori” della musica, e infatti aprirono orizzonti nuovi, sviluppando sonorità innovative e ampliando la concezione della musica psichedelica, elettronica e progressive. Continua a leggere

Da Hokusai a Leiji Matsumoto: il manga nella storia

Contrariamente a quanto si pensa, il manga non nasce recentemente, ma agli inizi degli anni ‘50, come il fumetto statunitense. Per dirla alla giapponese “日本の漫画”, per i profani il nihao no manga, ( o, per quelli ancora più profani, il manga) era una forma di intrattenimento per ragazzi: vignette comiche in cui i personaggi erano delle figure umane buffe e goffe, che si scambiavano delle semplici battute. In seguito questa corrente del fumetto è cresciuta sempre di più, cambiando temi, storie, disegni e sceneggiatura, diventando una vera e propria arte in tutta la sua complessità, e famosa in tutto il mondo. Chi non conosce capolavori come “OnePiece”,“Dragon Ball” o “Capitan Harlock”? Continua a leggere

Dio perdona, Riga Nò

Per l’Italia azzurra è iniziata una nuova era. Il disastro mondiale ha finalmente fatto capire a Prandelli che era il caso di fare spazio e andare a sbandierare il Codice etico da un’altra parte. Anche se forse la Turchia non era il posto migliore per farlo, perché quando ti trovi davanti a fedine penali come quelle di Pandev e Selçuk Inan l’etica serve a poco. Ma comunque non è questo che ci interessa. L’importante è che noi abbiamo cambiato panchina. Conte è un vincente, uno che va avanti e non guarda in faccia nessuno, neanche la moglie a casa. La sorpresa, anche se poi ce l’aspettavano tutti, è arrivata, ed è stata l’esclusione di Balotelli dalle qualificazioni europee. E pensare che le mafie azere e bulgare si erano già organizzate con lui per portare a termine un paio di lavoretti puliti. Continua a leggere

A volte tornano

A volte tornano, avvolti da incantevoli melodie vestite di note cangianti.

Il loro scivolar lieve sulle pareti della mente, quasi sensibilmente inaccostabili.

Son lì, permangono.

Si percepiscono, quelle note. Attimi eterni per tentare di comprenderle.

Ma nell’istante, più straordinari della precedente meraviglia, nello scorgerli dietro barlumi di lucente profumo. Nel riconoscere quei ricordi avvolti da incantevoli melodie.

 

 

ARIA

Opera d’arte

Illuminata da un fascio di luce

in mille granelli di polvere muta la

mina.

Inizia a guardarti e si diffonde

il colore, diventa reale e pronuncia

sospiri,

 

derivando da un’improvvisa

ispirazione: fra le dita un prurito,

sul palmo della mano un continuo

pizzicorino.

Spazia immersa nel bianco

la mente, annega nelle ombre e nei

colori;

Ripreso solo quando ormai è sera

il fiato, il foglio ruvido ha dimenticato la sua

opacità.

 

BETTA

Dolore

A volte provo un dolore che parte dalla testa e si irradia alla punta delle dita. Un dolore che mi fa aprire gli occhi e mi urla qualcosa di preciso e ineluttabile. Un dolore che è un sottotesto quasi cutaneo. Lo posseggo vibrante tra le vene e i muscoli. Un dolore non meglio precisato che mi terrorizza.

Ma tace, talvolta. Ed è nei suoi momenti di silenzio che riesco a vivere (ridere, scherzare, stupirmi, gioire). Un dolore che sembra sempre essere troppo poco, che lo è sempre sembrato. Lo cullo come un cucciolo ferito, a volte lo nutro e poi provo rimorso per averlo dimenticato in quell’angolo. E’ il dolore che mi nomina. E’ il mio. E’ la mia fisiologia del dolore. Come quella volta in altalena, quando niente mi sembrava più che bello che dondolare, eppure dopo un po’ non mi bastava più. E’ quella canzone meravigliosa che pensi non ti stancherà mai. E’un segreto che ricaccio nel fondo e chiudo con ottocentomila lucchetti. Ed è sempre lì.

 

 ARIANNA BONORI

L’istante

Camminavo sola, persa tra i miei pensieri, quando lo vidi. Un tuffo al cuore. Erano passati anni da l’ultima volta che gli avevo parlato. Si avvicinava. Chissà se mi avrebbe riconosciuta: ero cambiata molto da allora.

Lui invece era sempre lo stesso; con qualche chilo in più, ma sempre lui. Si avvicinava. In quell’ istante mi tornarono in mente tutti quei ricordi che erano rimasti sepolti nei meandri del mio cervello per anni e anni, quelle cose che ti sembra di aver scordato, e non riesci a ricordare se si tratta di una cosa che hai vissuto veramente o se è frutto della tua immaginazione. Molte erano le domande che mi affollavano la mente, ma quella che, facendosi largo tra le altre, mi premeva di più, era perché averlo rivisto dopo così tanto tempo mi provocava tutte quelle emozioni. Si avvicinava. Che avrei dovuto fare? Lo dovevo salutare o no? dopotutto per un lungo periodo era stato parte integrante della mia vita. Si avvicinava. Ormai pochi metri ci separavano, quasi riuscivo a vedere la piccola voglia sul sopracciglio sinistro, quel particolare insignificante mi riportò non so per quale strano collegamento all’ultima volta che lo avevo visto: era in piedi davanti alla mia porta dopo l’ennesima litigata per qualcosa di cui sinceramente fatico a ricordare, mi guardò per un’ultima volta, quei due occhi verde smeraldo mi perforarono e io mi sentii morire. Non disse nulla,aprì la porta e scomparve per sempre. Quello stesso  uomo ora era a cinque passi da me. Fu questione di un attimo, mi passò accanto, talmente vicino che riuscii a sentire il suo profumo dolce e allo stesso tempo pungente. Non si voltò ne disse nulla e così proseguimmo ognuno per la sua strada.

 

FRANCESCA MARTIELLO

Il Cavaliere e lo Specchio

C’era una volta un nobile cavaliere che, in sella al proprio destriero, aveva compiuto per tanti anni mirabili imprese nel suo reame. Un giorno, mentre si trovava a corte, giunse uno straniero incappucciato a rendere omaggio al sovrano e a offrire a qualunque valoroso un compito assai semplice; il recupero di un antico specchio, appartenuto alla sua famiglia e ora incustodito nel vecchio castello del casato. Fu proprio il cavaliere a prendersi carico dell’impresa e, messosi in cammino, attraversò grandi valli e foreste silenziose prima di giungere in vista dell’imponente maniero. L’intera fortezza era in rovina e arbusti e rampicanti strozzavano le torri diroccate; soltanto il mastio si ergeva in quella desolazione. Il cavaliere varcò l’alto portale e si ritrovò in un salone scuro, con i vessilli che ancora ricadevano stracciati fra le travi. Il giovane paladino vagava da un po’ per le vuote stanze della dimora, quando d’improvviso eccolo entrare in una biblioteca vasta e polverosa. Dinanzi a lui si trovava, tra due lunghe file di librerie, un enorme specchio racchiuso in una fulgida cornice dorata. Il cavaliere si avvicinò, si tolse l’elmo e rimase ad ammirare la propria immagine. D’un tratto la superficie parve tremolare come uno stagno turbato dal vento. Si accostò al riflesso e il suo sguardo fu assorbito da un cangiante vorticare di immagini. Grandi città con alti castelli di vetro e acciaio e creature metalliche dagli occhi luminescenti che guizzavano nelle strade. Questi luoghi sembravano però soffusi di un grigiore indefinito, un’opaca pesantezza che soffocava le emozioni. Fu allora che si avvide della presenza di qualcuno. C’era un uomo di fronte a lui, in un letto. Un uomo attaccato a delle macchine che emettevano suoni ritmici. Ticchettii di sconfinata malinconia che scandivano quel riflesso di solitudine. Il cavaliere non credeva che sarebbe stato così doloroso ricordare; tornare a guardare una vita seppellita in un sonno che di magico non aveva proprio nulla. I suoi occhi si velarono di tristezza. “Cosa fare se si è destinati a dormire per sempre?”. Guardò l’uomo un’ultima volta, poi rimise l’elmo. “Sognare” si disse.

 

 

ANDREA MASSIMI

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