Monthly Archives: luglio 2021

EAST: Il nuovo record del Super Sun – sfruttare la fusione nucleare per creare energia utile non è un sogno irrealizzabile

“La fusione nucleare è il futuro di quell’energia pulita che ci vuole per un mondo davvero verde, qualcosa che ci libererebbe dalle preoccupazioni connesse alle altre forme di energia considerate sostenibili, come quella solare, eolica e diverse altre non legate a combustibili fossili” così spiega Lin Boqiang, direttore del China Center for Energy Economics Research dell’Università di Xiamen. 

Anche se ci vorranno alcuni decenni prima che un reattore funzionante esca dalla fase sperimentale per produrre energia pulita, il nuovo record del reattore a fusione EAST (Experimental Advanced Superconducting Tokamak) fa sperare in un futuro eco sostenibile, basato sullo sfruttamento della fusione nucleare.

Il plasma del cosiddetto “sole artificiale”, operante nella città di Hefei (Cina), ha mantenuto la temperatura di 120 milioni di gradi Celsius per ben 101 secondi, conquistando il primo posto per quanto riguarda la temperatura più calda mai raggiunta artificialmente sulla Terra per un periodo relativamente lungo. Lo stesso reattore è riuscito inoltre a mantenere una temperatura di 160 milioni di gradi Celsius per la durata di 20 secondi, una temperatura molto più elevata di quella solare, che arriva al massimo intorno ai 15 milioni di gradi Celsius.

Il traguardo per gli scienziati cinesi è di mantenere temperature del genere per periodi ben più lunghi di poche decine di secondi. Se così fosse, si potrebbe davvero pensare di sfruttare la fusione nucleare sulla Terra per creare energia utile a tutti gli scopi. Di questo passo, la meta non dovrebbe essere lontana!

CATERINA DI GIULIO

Deprivazione sensoriale, antistress dal futuro

Avete mai avuto l’impressione, specialmente in alcuni momenti, di ricevere troppi input fino ad essere saturi, quasi come se il processore che tutti abbiamo all’interno della scatola cranica non riuscisse ad elaborare in maniera efficace ed ottimizzata? Questi input possono essere di varia natura, vengono sì elaborati da un unico hardware, ma al contempo vengono recepiti da cinque sensori, i cinque sensori in questo caso sono ovviamente i cinque sensi. Negli ultimi venticinque anni però gli input visivi e uditivi si sono incrementati significativamente, d’altronde è circa un trentennio che la tecnologia ci fa da protesi, pian piano sempre di più. Dal 1997 l’essere umano ha cominciato ad avere più interazioni con schermi che con esseri umani. Oggi finalmente l’uomo sta usando la stessa tecnologia che ha saturato i recettori input per creare uno strumento in modo da proteggerci dagli input stessi: la vasca di deprivazione sensoriale. Le vasche che adesso andremo ad illustrare però non sono un’invenzione recente, anzi tutt’altro, nascono tra gli anni ‘30 e gli anni ‘40 ma all’epoca il loro utilizzo era destinato al fine opposto di quello per cui vengono utilizzate ora. Nel corso della Guerra Fredda la deprivazione sensoriale era usata per l’addestramento alla tortura, alla resistenza ad interrogatori difficili, ad allenare la gestione di stress sia sul piano psicologico che sul piano fisico. Ai giorni nostri questa pratica è utilizzata per scopi scientifici o ludici, dagli effetti simili a quelli di varie pratiche meditative. Questa deprivazione sensoriale avviene ponendo il nostro corpo in una situazione in cui riceve il minimo stimolo, possibilmente in una situazione  pari a zero. Questa tecnica prende il nome di Floating oppure Floatation Rest (acronimo di: Restricted Environmental Stimulation Therapy) e consiste nell’immergersi in una vasca riempita da 70% di acqua e 30% solfato di magnesio. Questa sostanza è un sale che in queste quantità permette al corpo di galleggiare senza sforzo contrastando così la forza di gravità; galleggiando in acqua il corpo rimane sospeso e così si vanno ad abbattere completamente gli stimoli tattili. La temperatura dell’acqua e dell’aria è di 36,5°C esattamente quella del corpo, inoltre l’ambiente viene depurato da ogni odore e ogni rumore, a ciò si aggiunge un completo isolamento ottenuto da una capsula la cui sezione superiore richiudibile abbatte definitivamente stimoli visivi e uditivi. Per i primi 10 minuti musiche e luci tenui accompagnano la persona nello stazionare serenamente in questo stato,  dopo poco tutti i muscoli si distendono completamente e l’unico suono che si può percepire è quello del proprio battito cardiaco. Il percepire il movimento all’interno del proprio corpo prende il nome di “interocezione”, percezione  in realtà  onnipresente nella vita di tutti i giorni anche se tendiamo ad ignorarlo perché occupati ad elaborare altri stimoli. Ovviamente nel momento in cui non si percepiscono più stimoli esterni tenderemo ad elaborare la prima cosa che percepiamo, ovvero il nostro stesso battito (definito processo di noise-canceling). Il concetto di interocezione che abbiamo appena analizzato non è fine a se stesso, infatti è necessario per comprendere il principio di propriocezione, quest’ultimo può essere spiegato in parole povere ma non scientifiche dicendo che: la propriocezione consiste nel comprendere i limiti fisici e statici del proprio corpo, ovvero dove finisce il mio corpo e inizia una massa a me esterna.

Anche se non esistono evidenze scientifiche degli effetti a lungo termine possiamo di certo affermare che ci si rilassa molto e che sul breve periodo la pressione del sangue diminuisce del 10-15% dopo i primi 15 minuti dalla prima sessione; il rilassamento è autenticato anche dalla diminuzione nel cervello delle onde α, quelle più attive durante il giorno, che lasciano spazio alle onde θ, quelle visibili poco prima di addormentarsi e nella prima fase del sonno. Una peculiarità riscontrata negli studi di questa pratica è che, sempre sul breve termine, vengono aumentate le facoltà creative insieme alle facoltà di focus. Le facoltà creative, denominate come Default Mode Network, permettono la creatività cioè il viaggiare con la mente, ipotizzando e proiettandosi in scenari lontani dalla realtà, però questa modalità, questo network in particolare è estremamente dispendioso sul piano delle energie cognitive. Queste energie per essere risparmiate ed utilizzate solamente nel momento del bisogno portano il cervello ad applicare la task-positive network ovvero la modalità che ci permette di essere focalizzati sul qui e ora. La vasca di deprivazione sensoriale ha la capacità di incrementare entrambe le facoltà perchè siamo noi a deciderlo, una volta entrati nella vasca siamo noi a decidere a cosa pensare e imboccheremo una delle due vie, da quel momento sarà più facile per noi dedicarci a quella scelta poichè non avremo alcuno stimolo esterno a distrarci. Un aspetto estremamente interessante è che ognuno è portato a percepire la sessione in maniera estremamente diversa dall’esperienza altrui, e l’esperienza stessa può variare in base ad una serie di imprevedibili elementi come, ad esempio, lo stato stesso di stress fisico o mentale; un’accortezza da osservare è quella di non effettuare questo tipo di esperienza per tempi molto prolungati, in quanto il protrarsi a lungo in isolamento ha effetti opposti a  quelli desiderati poiché si causa deterioramento cognitivo.

Probabilmente potrebbe sembrare molto strano immergersi in una vasca dall’aspetto futuristico per una o due ore nel buio e nel silenzio più totale, ma chi non avrebbe bisogno di rilassarsi tra la calma e il silenzio più assoluti?

SERGIO GOLINO

Umani del futuro

Tutti i giorni ognuno di noi, chi più chi meno, utilizza dispositivi elettronici di vario tipo. C’è chi ne fa un uso solo strettamente necessario, chi se ne serve come ausilio per la maggior parte delle attività giornaliere, chi semplicemente per svago. Se ci soffermiamo un attimo a pensare, ci rendiamo conto di quanto spazio e importanza le macchine hanno acquisito nelle nostre vite, così tanto che usufruirne è per noi spesso un istinto automatico. L’uso di dispositivi elettronici ha permesso di fare grandi passi avanti in molti settori e di arrivare a soluzioni in passato inimmaginabili. Si sta, però, andando anche incontro al pericolo che le macchine ci sostituiscano e in parte lo stanno già facendo. Molte di quelle attività che prima venivano realizzate dalla mente umana, ora sono svolte in un tempo di gran lunga inferiore da apparecchi elettronici specialistici. La nostra è sempre più una società centrata sull’aspetto della quantità e della velocità in cui essa viene ottenuta. Le nostre stesse vite spesso ci appaiono frenetiche, sempre impegnate in qualcosa, anzi, a volte, siamo proprio noi ad andare alla ricerca di qualche diversivo che non ci sottragga alla noia. Tutto questo può costituire un dato positivo, soprattutto per quanto riguarda i paesi economicamente e socialmente più in difficoltà, dove c’è molta necessità di prodotti da realizzare in grande quantità nel minor tempo possibile.  È pur vero che, proseguendo su questa strada, si rischia di perdere l’uso di una delle nostre risorse più incredibili: la nostra capacità pensante. Prestiamo le dita ad uno schermo perché svolga quello che potremmo fare noi stessi, magari impiegando più tempo, ma anche accrescendo possibilità cognitive e umane, come la pazienza, l’impegno e la dedizione. È come se non fossimo più padroni di noi, ma strumenti per un mondo gestito da automi e purtroppo, ma forse per molti per fortuna, questo tipo di società non sarà solo una possibilità, ma quasi una certezza. Dal punto di vista del lavoro, tutt’oggi vediamo come molte attività vengano svolte da macchine. Se per ora ciò è un aiuto alla produttività, in futuro ci si potrebbe aspettare un mondo in cui la stragrande maggioranza dei lavori non verrà più effettuata da persone, ma queste saranno sostituite da strumenti robotici. Ciò porterà a un tasso di disoccupazione incredibile, e in parte lo sta già facendo. Vediamo infatti come molti negozi stanno scomparendo per lo sviluppo dello shopping online. È stato stimato che il 50% dei posti di lavoro nei prossimi anni sarà messo a rischio dai progressi dell’intelligenza artificiale. Per esempio alla Harpers Adams University, in Gran Bretagna, è stato svolto un esperimento: far coltivare un ettaro di orzo e uno di grano da un robot, mentre il contadino doveva solo controllare.

Poste Italiane ha presentato dei droni che potrebbero consegnare la posta; nei magazzini di Amazon si muovono robot tra gli scaffali e la forza lavoro umana è ridotta del 90%. La stessa cosa può accadere in un numero molto ingente di altri settori. In Cina, ad esempio, si registra la prima fabbrica deumanizzata, dove gli operai di un’azienda di componenti per cellulari sono passati da 650 a 20, seguendo un programma industriale esplicitamente chiamato “Robot replace human“.                                                                                                                                                               Non è da ignorare la possibilità di arrivare addirittura all’impianto di chip sottocutanei, che sono tra le più moderne innovazioni della tecnologia e della scienza. Tutto ciò andrà a creare un uomo non più degno di tale nome, ma quasi del tutto artificiale e privo di legami con il mondo naturale, degli esseri disumanizzati facilmente manipolabili e controllabili.                                                                                                          

Prima di arrivare a questi livelli, allora, rendiamoci conto che se, senza dubbio, la tecnologia è uno strumento favorevole per la nostra società, non possiamo, però, permetterle di assumere più importanza di quella che hanno le nostre menti e le nostre emozioni, ciò che contraddistingue l’uomo da ogni altro essere vivente e non.                                                                                                                                                                                         

Lo stesso uso dei cellulari spesso avviene senza un preciso scopo.                                                                   

Sono alla fermata dell’autobus, invece di guardarmi attorno e pazientarne l’arrivo, decido di scorrere casualmente le applicazioni del mio cellulare per rimanere impegnata in qualcosa. Nello stesso momento sto perdendo la possibilità di conoscenza, di confronto, di osservare il mondo circostante e semplicemente di concedermi una pausa.                                                                                                       

Deumanizzare il mondo è come privarlo della sua essenza. Una macchina potrà anche fare un calcolo in men che non si dica, essere in grado di copiare un dipinto famoso, realizzare oggetti, ma non potrà mai possedere quelle sfumature umane che caratterizzano l’animo e che si riscontrano anche nelle sue azioni. Dovremmo tenere più a cuore questi valori che rendono le nostre vite originali ed autentiche. 

CHIARA ALBONETTI

The Falcon and the Winter Soldier: una gradita sorpresa

Disclaimer: contiene spoiler

Tra il 19 marzo e 23 aprile la serie “The Falcon and the Winter Soldier” ha tenuto compagnia ai fan della Marvel, rimasti orfani della precedente “Wandavision”, conclusasi due settimane prima. Come nel caso di quest’ultima, prima dell’inizio della serie, i fan si sono dati battaglia su Internet. Chi credeva che lo standard imposto da “WandaVision” non si potesse raggiungere e chi pensava che questa nuova serie sarebbe riuscita a eguagliare la precedente. Onestamente mi trovavo d’accordo con il primo schieramento. Trovavo impossibile che  questa serie sarebbe stata all’altezza di un capolavoro come “WandaVision”; tuttavia mi sono dovuto ricredere. Sono rimasto, infatti, seriamente colpito da “The falcon and the winter soldier” per la quale non avevo un briciolo di hype (se non forse nel rivedere il personaggio del Barone Zemo, villain, interpretato da Daniel Brǘhl, apparso per la prima volta in “Captain America: Civil War”).

Questo prodotto fonde insieme sequenze d’azione mozzafiato realizzate con una CGI portata ai massimi livelli e scene di scanzonata ironia, con discorsi a sfondo politico e sociale di grande profondità. Di per sé questi ultimi elementi non sono propriamente una novità all’interno del panorama dei cinecomic. Difatti persino nel primo film dell’MCU, “Iron Man”, la Marvel si schiera, attraverso le parole di Tony Stark, contro il mercato delle armi, tema in quegli anni di scottante attualità.

In questa mia recensione/analisi della serie non mi concentrerò sui protagonisti, come Sam, Bucky, John Walker o i Flag Smashers. Più che altro vorrei parlare, invece, di un personaggio secondario che però mi ha toccato il cuore. Ed è proprio grazie a lui che mi sono appassionato alla serie. Sto parlando di Isaiah Bradley.

Isaiah è stato un soldato afroamericano che durante la Seconda guerra mondiale aveva ricevuto un surrogato del siero del supersoldato, lo stesso preparato che aveva dato a Captain America i suoi poteri. Bradley, per utilizzare le parole di Bucky, fu “Uno di quelli che l’Hydra  temeva di più, come Steve”. Si parla di un vero e proprio eroe di guerra. Come “ricompensa” per i suoi servigi, però, Isaiah fu condannato a trenta anni di carcere e fu oggetto di esperimenti e torture. Dopo la sua liberazione il governo insabbiò tutto e addirittura cancellò da ogni fascicolo e da ogni documento ufficiale il suo nome. “Temevano che la mia vicenda venisse fuori, così hanno cancellato me. La mia storia. Ci sottomettono da 500 anni. Giuri fedeltà a quello, fratello?” Con queste parole, taglienti come una spada, il veterano si rivolge a Sam Wilson, venuto da lui per chiedergli un consiglio su come affrontare una battaglia imminente.

Ma all’interno della serie lo spazio dedicato alla tragica storia di Isaiah non finisce al secondo episodio. Infatti, poco prima dello scontro finale contro i cattivi della serie, i Flag Smashers, Sam va a casa del veterano e qui si svolge uno dei dialoghi più profondi e toccanti di sempre, che comincia citando la storia dei Red Tails, un battaglione composto esclusivamente da afroamericani che, dopo aver dato un enorme contributo alla sconfitta del nazismo, tornarono a casa e trovarono cappi appesi agli alberi dei loro giardini e croci in fiamme sotto il loro portici.

Poi parlando del ruolo di Captain America e dell’eredità che Steve ha lasciato a Sam, Isaiah afferma schiettamente: “Non permetteranno mai che un uomo di colore sia Captain America. E anche se succedesse, nessun nero che abbia rispetto per se stesso vorrebbe diventarlo.” Un discorso a dir poco devastante, che si richiama al triste passato della storia americana, ma allo stesso tempo anche ai giorni nostri, in quanto ancora oggi episodi di razzismo e discriminazione avvengono quotidianamente negli Stati Uniti d’America. E non si tratta di una scena inserita senza contesto, in quanto il discorso con Isaiah diventa parte integrante della caratterizzazione e del percorso di crescita di Sam Wilson. E proprio dopo queste parole durissime Falcon è pronto a ereditare lo scudo e il nome di Captain America, cercando di abbattere ogni forma di pregiudizio. E lo farà non solo per queste motivazioni, ma anche e soprattutto per rendere onore a un eroe di guerra come Isaiah e a tutte le sofferenze che quest’ultimo ha patito: “È sopravvissuto all’inferno, se fossi nei suoi panni mi sentirei esattamente come lui. Ma che senso avrebbero tutte queste sofferenze, tutti questi sacrifici se poi rinunciassi a farmi valere e a lottare?”. E così termina il percorso di crescita di Sam che da essere il sidekick del leader degli Avengers è passato a essere lui stesso il secondo Captain America. Percorso durante il quale è stato accompagnato dalla voce di Isaiah, vera e propria personificazione della cultura e della dolorosa memoria collettiva di un intero popolo.

ALESSANDRO PETRASSI

(Non) è solo un videogioco

Voglio iniziare questo mio articolo con una provocazione, un paradosso in cui mi sono imbattuto qualche mese fa e da cui mi è sorta una riflessione. Avete mai sentito parlare del bonus cultura? Immagino di sì. Comunque, per chi non lo sapesse, si tratta di 500 euro che lo stato garantisce ormai dal 2016 a chi compie diciotto anni. Come suggerisce il nome di questa iniziativa, la somma di denaro è spendibile per tutto ciò che viene considerato “cultura”, con lo scopo di inserire in questo mondo anche i più giovani e permettendo a chi magari non ne ha la possibilità economica di comprare qualche libro o assistere ad uno spettacolo teatrale. Fin qui tutto bene, l’evento che però mi ha fatto storcere il naso è stato, una volta riscattato il bonus, leggere il catalogo di ciò che potevo acquistare: libri, cd, vinili, eBooks e DVD. Nulla di strano direte, ma la mia delusione è sopraggiunta quando scorrendo non ho trovato alcuna sezione dedicata ai videogiochi. Sì, so già cosa state pensando: “i videogiochi?! Che idiozia, quella è roba per bambini, che c’entrano con la cultura!” e cose simili… È proprio questo il punto del discorso, mi sono reso conto, infatti, dell’enorme pregiudizio che gira intorno a questo mondo, non che non ne fossi a conoscenza prima, ma questa cosa mi ha mostrato come non sia colpa dei ragazzi o degli adulti che ritengono i videogiochi “una cosa da ragazzini” ma proprio del background culturale del nostro paese, incredibilmente ancorato alle tradizioni ed estremamente retrogrado, che favorisce e giustifica questa discriminazione nei confronti di quella che è, invece, a tutti gli effetti, una forma d’arte al pari di letteratura, cinematografia e molte altre. In fondo basterebbe allontanarsi da tutta la pubblicità negativa che si fa nei confronti del mondo videoludico, bersagliato continuamente da servizi televisivi più o meno validi e presentato al grande pubblico solo superficialmente, mostrandone soltanto i problemi per capire che ciò che dico non è poi così assurdo. Quante volte avete sentito parlare di “violenza nei videogiochi” o magari di “dipendenza da playstation” e tante altre frasi intimidatorie che vengono dette per sminuire una realtà che sarebbe invece importante supportare e sviluppare? Non è un caso se infatti, in Italia, non esistono case produttrici importanti e la maggior parte delle grandi produzioni provengono dall’America o dal Giappone, paesi in cui lo sviluppo di videogiochi è ben visto e la popolazione è aperta alle novità. Mentre in Italia Le Iene ironizzano sul fenomeno Fortnite, negli USA è uscita pochi mesi fa la notizia che l’università del Tennessee utilizzerà Read Dead Redemption e il suo sequel per un corso di storia americana del 1800/1900. Avendo nominato Fortnite ci tengo a fare una precisazione: come in ogni settore esistono varie categorie di videogames, e quando parlo di giochi come forme d’arte non mi riferisco ovviamente ai multiplayer, che sono in realtà gli unici che godono di una certa risonanza mediatica anche fra chi non si interessa al settore (per farvi qualche esempio: Call of Duty, Fifa, Fortnite etc), certamente divertenti e ottimi passatempo, ovviamente se presi con moderazione (senza addentrarmi troppo nella questione) ma ai cosiddetti singleplayer e a tutte quelle produzioni che si sforzano di raccontare una storia e proporre un messaggio, un insegnamento (The Last of Us, Detroit become human, God of war…). Per riassumere I VIDEOGIOCHI NON SONO SOLO FIFA O COD c’è molto altro dietro: un mondo enorme fatto di storie strappalacrime, emozioni, attaccamento ai personaggi, immedesimazione nei vari eventi e molto altro. Esattamente le stesse cose che cerchiamo nei libri e nei film, che però vengono ben visti dalla critica, possiamo non solo trovarle, ma viverle e “giocarle” in prima persona grazie ad una bella produzione videoludica. Se questo discorso non vi è bastato e credete che sia giusto che non ci siano i videogiochi nel catalogo del bonus cultura vi voglio solo far presente che in prima posizione nella lista dei bestseller fra i DVD è possibile acquistare il film “la vendetta del signor S” dei Me contro Te ed è solo una delle tante assurdità che si possono trovare in lista. Vi invito quindi ad andare oltre i pregiudizi e non fermarvi all’apparenza, a rispettare le opinioni e le passioni altrui e ad esplorare un nuovo mondo che potrebbe interessarvi e trasmettervi tanto ma, soprattutto, vi invito a riflettere sulla condizione in cui si trova il nostro paese estremamente arretrato sotto molti, forse troppi, aspetti.

LORENZO SACCO

Il #freeBritney: essere schiavi della propria immagine

Era il 2008 quando Britney Spears, famosa cantane americana, ebbe una grave crisi nervosa di cui tutt’oggi ricordiamo le foto. In seguito a ciò fu sottoposta ad un trattamento sanitario obbligatorio e il controllo delle finanze fu affidato al padre Jamie.

Ripercorriamo, però, quello che è stato il percorso della star americana e di come, in realtà, la sua crisi sia stata solamente la reale conseguenza dei vari soprusi che ha subito sin dalla tenera età.

Britney diventò famosa nel 1999 con il celebre album …Baby one more time che riscosse talmente tanto successo da essere, tuttora, l’album pop femminile più venduto di sempre. Da qui la sua scalata verso la fama si è evoluta precocemente, approdando anche nel cinema (anche nella celebre serie tv How i met your mother) e producendo diversi album, tutti di successo. Parallelamente a ciò la teen star iniziò ad essere dipendente dalla droga ed ebbe diversi problemi familiari. Tutto questo la portò ad una crisi nervosa, un “crollo” che la costrinse a trattamenti sanitari obbligatori e ricoveri in centri di riabilitazione. Le fu tolta la custodia dei figli, affidati al padre Kevin Federline, e il patrimonio gestito dal padre.

 Il crollo fu un momento drammatico per Britney, tanto che lei stessa affermò: “Ho davvero toccato il fondo. Ora non penso che il mio problema fosse alcol o depressione. […] ero come una bambina affetta da ADHD che corre in giro». Nonostante ciò, la cantante si riprese tanto da riottenere la custodia dei figli nel 2015, sette anni dopo l’accaduto.

La tutela del patrimonio prende nome di Conservatorship ed è una tutela temporanea ma James Spears e il suo avvocato la resero permanente.

Dobbiamo andare avanti di circa una decina di anni per vedere come la situazione si sia complicata: il 2018.

Il padre viene ricoverato per un intervento e la cantante annulla il tour. Poco dopo si annuncia che la star è stata ricoverata in una clinica per ragioni di salute mentale, sembra essere “devastata” dalla malattia del padre. Le voci iniziano a circolare: vari podcast, post su instagram iniziano a speculare sul fatto che, forse, dietro il ricovero della cantante e l’annullamento del tour non ci fosse il volere di Britney, ma del padre. Inizia a diffondersi l’idea che il padre non stesse gestendo solo il patrimonio della cantane ma tutta la sua vita, imponendole decisioni sulla carriera e sulla vita privata.

Nel settembre 2019 l’ex marito Federline ottiene un ordine restrittivo contro James Spears accusandolo di aver aggredito fisicamente uno dei suoi figli.

Nasce il movimento #FreeBritney che riceve l’appoggio di numerose celebrità, tra cui Miley Cirus, Cher, Chiara Ferragni e Paris Hilton.

Insomma, si leva un grido contro un padre approfittatore, aggressivo e abusivo che mostra la sua natura: denuncia i vari blogger che scrivono periodicamente contro di lui e in tribunale chiede l’estensione della conservatorship.

La storia ha un epilogo. Nel 2020 il tribunale prende una decisone: accetta una mozione attraverso la quale viene richiesta la rimozione del padre di Britney dal ruolo di tutore legale della cantante e la sostituzione permanente con Jodi Montgomery e il mese successivo viene accolta la richiesta che il patrimonio della cantante venga co-gestito da una società finanziaria esperta, la Bessemer Trust Company.

Dai documenti legali presentati dal legale della Spears si evince, inoltre, che la Spears non tornerà a lavorare finché non si sarà liberata della tutela del padre.

Per concludere una piccola riflessione: Britney Spears è stata una delle prime teen star, è stata resa un oggetto, una macchina per i soldi sin dalla tenera età. Le sue vicende, anche le più intime, sono sempre state di dominio pubblico. Se da un lato si è arricchita di soldi dall’altro si è impoverita di vita, è stata resa schiava della sua stessa immagine e questo la ha portata inevitabilmente ad “esplodere” non appena la sua persona non coincideva più con la sua nomea.

B. T.

CHE TAMPONE SEI?

Test pratico per capire, in base alla tua personalità, quale tampone per il covid-19 sei.

P.s. si basa su stupidi stereotipi e il suo unico intento è quello di strappare una risata.

  1. Devi guardare un film, in base a cosa scegli che vedere?
  2. Sfogli il catalogo Netflix per tre volte. Dopo aver letto le trame di tutti i titoli ti sei già abbioccato e ci rinunci.
  3. Il titolo del momento, primo in classifica, con gli attori bonazzi.
  4. Vai a ripescare quei film del dopoguerra, in bianco e nero, con una regia tutta particolare e fai il sofisticato.
  5.  Non guardi film.
  • Il tuo gusto musicale:
  • Hai le tue accurate 40 playlist suddivise in base a umore, mood e artisti.
  • Canzoni che scopiazzi dalle storie di Instagram e top globale.
  • Senti la musica anni 80, indie e di band sconosciute, il pop è troppo commerciale per il tuo palato sopraffine (nel silenzio di camera tua però ascolti Justin Bieber).
  • Non ascolti musica.
  • Come ti prepari per una verifica?
  • Ti prepari un mese prima, facendoti la scaletta giorno per giorno degli argomenti da ripassare.
  • Giorno prima mega chiusone e diventi magicamente credente.
  • “Ah, ma è oggi la verifica? Vabbè si copia.”
  • Corso intensivo su Facebook.
  • Sabato pomeriggio per te significa:
  • Bagno rilassante, prepararsi lo studio per la settimana che arriva e bere un the.
  • Passeggiatina in centro.
  • Villa Pamphili e gelatino.
  • Aperitivo in piazza e incontrare più persone che puoi.
  • Durante la quarantena:
  • Hai fatto sport tutti i giorni, non sei rimasto indietro con nessuna materia, hai scoperto nuovi hobby e hai trovato la tua strada di vita.
  • Stereotipo italiano medio: sei la causa della crisi del lievito, hai cucinato più in tre mesi che in tutta la tua vita e ti appostavi puntualmente al balcone per gridare “andrà tutto bene”.
  • In pratica hai dormito e recuperato le serie tv in cui era rimasto indietro.
  • Hai conseguito una laurea in virologia per quanto ti sei informato sul Covid.
  • Per te la DAD è stata:
  • Videocamera sempre accesa, prendere appunti ad ogni lezione e dimostrare a te e agli insegnanti quanto indipendente e costante fossi.
  • Durante le lezioni ti facevi gli affari tuoi e chiedevi gli appunti poco prima di verifiche.
  • I prof si sono dimenticati della tua esistenza e ti hanno rivisto a settembre per la prima volta dopo mesi.
  • Riscoprire i meandri oscuri dei social network.
  • Il tuo rapporto con TikTok.
  • Hai scaricato l’app quando ancora si chiamava musical.ly ma non hai mai postato contenuti.
  • Sei un Tik Toker e la tua personalità si basa su quell’app.
  • Aborri TikTok e giudichi male chiunque lo abbia ma guardi i reel di Instagram.
  • Non hai Tik Tok.

Maggioranza risposte A: TAMPONE MOLECOLARE.

Sei il classico precisino perfettino. Ci metti ore per prendere decisioni facendo liste dei pro e dei contro, tenendo in considerazione ogni possibilità. Non lasci mai niente al caso e devi SEMPRE sapere tutto. SEMPRE.

Maggioranza risposte B: TAMPONE RAPIDO.

Sei un tipo un po’ superficiale. Ti piace la compagnia e sei uno allegro, sempre con la testa sulle nuvole. Non presti mai attenzione e ti capita di fare molta confusione (tipo i falsi positivi). Però sei un amico fidato, e ti si vuole molto bene proprio per questo tuo essere “leggero”.

Maggioranza risposte C: TEST ANTIGENICO.

Hai fatto del motto bastian-contrario il tuo stile di vita.

Tutto quello che è massa, sistema convenzioni lo rifiuti e tendi a prendere in negativo le tendenze cercando di andare nella direzione contraria rispetto quella della società. Diciamo che sei un po’ la cartina-torna-sole sociale perché rifletti al contrario.

Maggioranza risposte D: NEGAZIONISTA.

Sei un virologo, giornalista, economista, giurista e statista figlio della grande scuola di Facebook. Appartieni alla categoria dei boomer a soli 15 anni. Ci vuole coraggio! Nutro forti dubbi circa i tuoi valori etici e circa il tuo saper discernere le notizie. Credi che la terra sia piatta, che l’uomo non sia mai arrivato sulla Luna e che il Covid sia una bufala cinese (nonostante siamo in questa situazione da un anno). C’è da dire che hai un carattere forte, sei testardo ma la tua soglia di attenzione è limitata.

B. T.

COMPONIMENTI CREATIVI

Mano sul cuore

Ormai sono tutti bravi a parlare
Provo a dimostrartelo con i fatti
Metti la tua mano sul mio cuore
E senti come batte forte
Solamente a sentire il tuo nome

E tu che non credevi
Quando ti dicevo che
Tu eri tutto per me

Mentre io per te
Perdo la testa
Te stai in giro
A fare festa

Con il tuo sguardo penetrante
Hai trafitto il mio cuore
Da parte a parte

G. PITA

Stanza vuota

La luce

è calda,

come è ancora caldo

questo passato, che

piano piano

scivola dalle mie mani.

Si allontana

lento, come la lava

che esce dai vulcani.

So che un giorno esso

diventerà pietra lavica,

e potrò conservarlo

come un anello al dito.

Ma ancora è presto.

Una distesa

larga, densa, fitta,

mi brucia gli occhi.

Tra il calore e

il rumore assordante

della vita che mi appresto a salutare,

vedo lei, lontana, lontanissima.

Non so chi sia,

non so cosa aspetti.

Ma so che tiene al dito l’anello,

e che mi sorride.

MARIA GUERRIERI

“Siete voi qui, ser…?”

Io, un personaggio così illustre, costretto a stare qui, in una landa battuta dal fuoco, circondato da persone che si muovono in modo disordinato, senza una meta.

Eppure, io in vita avevo una meta: sono stato notaio, funzionario comunale, poeta e retore, servendo sempre la mia bella Firenze. 

Da vivo mi occupavo di così tante cose, ora il mio unico scopo è fuggire da questo fuoco che mi ha corroso il volto. 

Come avrete capito qui non accade mai nulla di nuovo, ma oggi sento che qualcosa sta cambiando. 

Ci sono due uomini sull’argine sopraelevato del Flegetonte. Meraviglia: uno è vivo!

E non un mortale qualsiasi, bensì Dante: il mio allievo. Non ho mai dubitato delle sue capacità ma come avrà fatto a giungere sin qui con l’anima ancora unita al corpo?

Corro, mi sbrigo, non accadrà più un evento simile. Fuoco cessa di cadere almeno per salutare il figlio di Alighiero. Che sciocco, il volere divino è di gran lunga più potente del mio, quello di un peccatore, forse se avessi seguito la Sua dottrina non sarei qui. Ora basta, il tempo di tormentarmi e pensare a ciò che avrei potuto fare di certo non mi manca. Vado.

I peccatori come me osservano i due estranei come ci si guarda l’un l’altro la sera, alla debole luce della Luna nuova, con lo sguardo aguzzo come quello del vecchio sarto che cerca di infilare il filo nella cruna dell’ago.

Io non sono come loro e mi distacco dalla folla disordinata di anime.

Afferro il lembo della veste di Dante ed egli, nonostante il mio aspetto deturpato dal fuoco, che scende incessantemente e violentemente nella landa, mi riconosce.

Per parlare non è possibile fermarci, me lo impone la mia pena: chiunque di questa schiera si ferma un solo momento, giace poi senza potersi riparare quando il fuoco lo colpisce.

Dunque, cammino di fianco al mio allievo e alla sua guida.

Io mi trovo in basso e loro in alto, sull’argine, Dante tiene sempre il capo chino verso di me in segno di riverenza. Dal suo atteggiamento capisco che manifesta sorpresa, stima e ammirazione, tanto che non ha esitato due volte a parlare con me.

Una situazione di fatto ribaltata: maestro in basso e discepolo in alto, uno è peccatore, l’altro, anche se con la testa abbassata, è avviato alla salvezza.

Mi racconta il suo viaggio, la valle oscura e l’incontro con colui che adesso lo conduce per la retta via.

Avrei avuto tanto ancora da insegnare a Dante, egli ha seguito la sua stella, raggiungendo così la gloria. Se avessi visto il cielo così favorevole verso di lui lo avrei aiutato nella sua opera. Ahimè, mi sono spento quando il mio discepolo prediletto aveva 29 anni.

Un bravo maestro racconta tutto al suo allievo, ricorderà con angoscia il nostro ultimo incontro ma non posso fare altrimenti. 

Pronuncio tali parole: “La tua fortuna tanto onor ti serba, che l’una parte e l’altra avranno fame di te; ma lungi fia dal becco l’erba. Faccian le bestie fiesolane strame di lor medesme, e non tocchin la pianta, s’alcuna surge ancora in lor letame, in cui riviva la sementa santa di que’ Roman che vi rimaser quando fu fatto il nido di malizia tanta”. 

L’esilio: esiste una pena peggiore? Lasciare la città in cui hai trascorso la giovinezza, la tua vita. Tutto quello che verrà dopo solo Lui lo sa.

La sua risposta alla mia profezia mi lascia di stucco: “Se fosse tutto pieno il mio dimando voi non sareste ancora de l’umana natura posto in bando; ché ‘n la mente m’è fitta, e or m’accora, la cara e buona imagine paterna di voi quando nel mondo ad ora ad ora m’insegnavate come l’uom s’etterna: e quant’io l’abbia in grado, mentr’io vivo convien che ne la mia si scerna”. Mi considera come un padre, forse qualcosa di buono nella mia vita l’ho fatto. L’esilio è immeritato, ma lui già è preparato alla sorte, qualsiasi cosa essa voglia, purché la sua coscienza non lo rimproveri. “Che la Fortuna giri la sua ruota come le piace, e il contadino la sua zappa.”

Chiede chi sconta la pena con me e cito qualche nome: Prisciano, Francesco d’Accorso e Andrea de’ Mozzi.

Il tempo è poco. Prima di tornare sul cammino che mi spetta raccomando al mio discepolo il mio “Tesoro”, secondo me il ricordo della mia persona nel mondo non può che essere affidato alla mia opera. Mi auguro che anche Dante verrà ricordato dai posteri tramite i suoi componimenti.

Io sono Brunetto Latini, mi trovo all’Inferno, nel terzo girone, quello dei violenti contro Dio, natura e arte. Sono qui per la mia presunta omosessualità. È tutto vero? Vi lascio con il dubbio, certo che se sconto la stessa punizione inflitta da Dio agli abitanti della città di Sodoma un motivo ci sarà.

Tuttavia, l’incontro con Dante mi ha aiutato a ricordarmi chi sono veramente: un notaio, funzionario comunale, poeta e retore, che ha sempre servito la sua bella Firenze.

Coscienzioso della mia identità continuo incessantemente a correre, certo che le fiamme cadono proprio in modo implacabile su questo sabbione infuocato. Addio.  

LIVIA PAOLIZZI

PARI DIGNITà

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. L’articolo 3 è l’articolo più rivoluzionario della Costituzione. Dopo un periodo storico che fondava i suoi pilastri sull’odio, sulla violenza, sulle discriminazioni e sulla guerra, troviamo scritto tra i Principi fondamentali della nostra Carta Costituzionale che prima di guardare a ciò che ci differenzia, la legge guarda a ciò che ci pone sullo stesso piano, ovvero al fatto che siamo tutti persone, e in quanto persone ci è riconosciuta pari dignità.
Ma il fatto di essere uguali davanti alla legge  non implica che siamo uguali come individui. In base a ciò che siamo, le esperienze che viviamo sono diverse, come sono diverse le ingiustizie che subiamo e le esigenze di cui abbiamo bisogno. L’unico modo per aiutarci l’un l’altro è offrire aiuto e sostegno a qualcuno anche quando ciò che subisce non ci riguarda direttamente, soprattutto quando non ci riguarda direttamente. Perché alla base della convivenza civile vi è il rispetto, e quando questo viene meno è fondamentale che tutti prendano una posizione.
Questa pandemia ha messo in luce non solo le nostre differenze, ma anche il nostro egoismo. Le immagini di chi sottovalutava il coronavirus o addirittura di chi lo negava, insultando i malati e il ricordo dei morti, rimarranno nella storia di questo paese. Come lo rimarranno gli insulti misogini e razzisti e le minacce rivolte a Silvia Romano una volta tornata nel suo paese dopo essere stata prigioniera per due anni in mano ai terroristi islamici, come lo rimarrà l’omicidio di Willy Monteiro, e l’omicidio di Maria Paola, colpevole di avere un ragazzo trans. “La pandemia ci renderà persone migliori”… ne siamo ancora convinti? Siamo sicuri che la (legittima) frustrazione di esserci trovati e di trovarci chiusi in casa non ci abbia portato a sfogarci sugli altri? Mostrando la nostra minima o totale assenza di solidarietà?
In questi giorni si sta portando avanti una grande mobilitazione mediatica in favore dell’approvazione del Ddl Zan, il disegno di legge contro la discriminazione basata sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere, che si trova ancora bloccato in Senato. Vorrei invitare chi dice che non abbiamo bisogno di questa legge, ad aprire il giornale, e a tenere il conto delle discriminazioni e delle violenze omofobe e transfobiche che avvengono quotidianamente. Il fatto che le nostre leggi non siano discriminatorie (cosa tra l’altro su cui potremmo discutere) non rende l’Italia un paese non discriminatorio. E come dice il secondo comma dell’articolo 3: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana […]”. 

MARIA GUERRIERI

CHE SUCCEDE NEL BEL PAESE?

Sicuramente a capodanno abbiamo tutti brindato con forte speranza per agevolare la dipartita del 2020.

L’anno che ci ha lasciato, infatti, sarà ricordato a livello universale come un tragico film dell’orrore.

La pandemia ha accentuato una situazione preesistente. L’occidente in generale, e l’Italia in particolare, sta combattendo contro un inarrestabile declino. Nel nostro Paese specialmente, la debolezza e l’ ambiguità della politica da anni non riesce a dare risposte concrete alle necessità delle persone.

La riprova è data dalle continue crisi di governo che flagellano la vita politica Italiana.

Anche il 2021 è partito con il piede sbagliato. Abbiamo assistito ad un teatrino stucchevole posto in essere da un “leader”, privo peraltro quasi totalmente di rappresentatività, che interpretando la politica come una personale rivendicazione di egocentrismo, ha aperto una crisi di governo lacerante in una situazione emergenziale. Matteo Renzi, capo di una formazione nata dopo le elezioni dalla scissione con il Partito Democratico, ha compiuto il suo capolavoro politico.  Con astuta e consumata abilità, aprendo la crisi di governo, ha costretto di fatto il saggio Capo dello Stato (<3) a dare vita ad un Governo del Presidente, individuando una personalità super partes e di innegabile prestigio internazionale per mettere a tacere le litigiose formazioni politiche nostrane.

Infatti il capolavoro renziano si è materializzato con l’incarico affidato al super banchiere Mario Draghi.

Come per incanto la nomina del nuovo capo del governo ha messo magicamente d’accordo quasi tutti i partiti, ha abbassato lo spread e dato fiducia ai mercati.

Attorno a SuperMario si è coagulata così una maggioranza bulgara che ha dell’incredibile. Matteo Salvini è diventato un leader europeista, Forza Italia ha immediatamente sposato questa nuova esperienza di governo, in virtù della vecchia amicizia che lega Berlusconi allo stesso Presidente del Consiglio.

Il Partito Democratico, investito da profonde divisioni interne culminate successivamente con le dimissioni di Nicola Zingaretti, ha assecondato l’onda. Il movimento 5stelle, sondaggi alla mano, ha aderito per evitare un forte ridimensionamento che sarebbe scaturito da un eventuale ricorso anticipato alle urne.

Gli unici a chiamarsi fuori dal tavolo governativo sono stati i due poli opposti: Giorgia Meloni e Nicola Fratoianni.

Ma questa compagine governativa così disomogenea sarà in grado di rispondere alle prossime importantissime sfide? Nello specifico, sarà in grado di traghettarci fuori dalla pandemia con una poderosa ed efficiente campagna vaccinale? Riuscirà a presentare entro il mese di Aprile un credibile piano per l’ottenimento dei fondi del NextGenerationEU? E soprattutto, una volta ottenuti i fondi, sarà in grado di gestirli in maniera sapiente, utilizzandoli nella realizzazione delle infrastrutture indispensabili per la ripartenza economica dell’Italia? E da ultimo, l’insolita ammucchiata che gli garantisce i numeri sia alla camera che al senato rimarrà tale fino a termine legislatura garantendo così un’azione politica di ampio respiro?

Ai posteri l’ardua sentenza, intanto per avere qualche risposta e un parere contrastante passo la penna al mio collega Niccolò Rosi.

La lotta tutta europea per l’affermazione sulla scena politica mondiale stava già mostrando la sua fragilità, incuneata profondamente nella iperfocalizzazione dei singoli Paesi su se stessi,  negli accordi economici rigidamente caratterizzati da un bilateralismo Stato-Stato, meno forte del più auspicabile Unione-Stato, quando si è resa necessaria la gestione urgente della pandemia, e poi la lunga, anzi lunghissima, e poco fruttuosa discussione sul Meccanismo Europeo di Stabilità o sul nuovo “Recovery Fund”.

La situazione pandemica mondiale ci ha costretti a scoprire le carte e ci ha chiaramente mostrato e dimostrato che siamo ancora ben lontani dalla “concordia ordinum” ciceroniana, e ancor di più, dalla “concordia universorum” del Princeps.

La stessa politica italiana, per prima, ha poco imparato dalla dura lezione impartitale dal 2020, rimanendo ancora anacronisticamente troppo legata ad una inefficace visione nazionale, se non addirittura “nazionalistica”.

Con l’insediamento del nuovo Governo, dopo il fallimento tristemente previsto del precedente, sono arrivate, oltre alle molte speranze anche troppi malcontenti.

L’opinione pubblica italiana è infatti spaccata sul “tecnicismo governativo”, da molti guardato con timore e sospetto, nonostante la drammaticità della inefficienza e dello stallo della politica sia un fatto di coscienza tanto diffusamente comune da dover rendere di necessità auspicabile o benvenuto, particolarmente in alcuni settori chiave, l’intervento di un team di specialisti, una elite dalla cultura fortemente caratterizzata nel segmento di responsabilità affidato.

Emblematico in questo senso e’ ricordare come, sempre, e soprattutto in questo periodo, l’ingerenza del calcolo politico sulla asetticità dei dati della scienza (in particolare quella medica) abbia condotto a gravi danni e rallentamenti soprattutto in ambito decisionale, e come ognuno di questi ritardi si sia tradotto drammaticamente in un numero di morti crescente.

Con l’arrivo di Mario Draghi stiamo obiettivamente assistendo all’instaurarsi di  un progressivo pragmatismo, no-frills, focalizzato sul risultato e volto a recuperare l’inefficienza del recente passato; basti pensare alla nomina a Commissario Straordinario per l’Emergenza del Generale Figliuolo, la cui alta capacità organizzativa, complice anche il periodo in cui ricoprì la funzione di Capo Ufficio Logistico del Comando delle Truppe Alpine, ha strategicamente permesso una velocizzazione notevole, sebbene non ancora sufficiente, della campagna vaccinale d’emergenza, e l’inclusione concreta, all’interno della stessa, con caratteristiche di priorità, di molte categorie sociali, di cittadini e cittadine, in condizione di estrema fragilità e rischio, che precedentemente risiedevano in un limbo al di là di alcuna prospettiva .

Idealisticamente immagino che si possa anche, ed in maniera sollecita, mettere mano alla risoluzione delle criticità derivanti dallo sfacelo della sanità’ lombarda, emblema feroce della caduta del velo dell’efficientismo della classe dirigente meneghina. Non e’ certo un segreto che sotto la linea Maginot della pianura padana si sia cresciuti per generazioni nella convinzione che all’ombra di Sant’Ambroeus le genti di quella parte dello stivale dove non c’è mai la nebbia potessero trovare conforto e guarigione da ogni malanno, fisico, familiare, professionale. E invece, teniamoci forte, è proprio la sanità lombarda, ed il sistema territoriale Lombardia, che, oltre ad essere stati tra i più processati d’Italia, sono anche stati, e conclamatamente ad oggi sono, i più inefficaci e costosi.

A questo ed altri fini di differente respiro, e’ di cruciale importanza l’effettivo peso che il Presidente del Consiglio dei Ministri Mario Draghi ha, non solo sul suolo nazionale, ma soprattutto in Europa, nonché la sua innegabile capacità di gestione economico-finanziaria.

In una Europa ancora acerba ed imperfetta, che timidamente si accinge all’emissione dei suoi primi titoli pubblici comuni, dovremo a breve fare i conti con la perdita di un discusso eppure essenziale punto di riferimento, la dimissionaria cancelliera Angela Merkel; dovremo fare i conti con una Germania non più caposaldo granitico (pur non senza contraddizioni) del Continente, fatalmente destinata, come tutti i Nord della pandemia, a un periodo di fibrillazioni, inevitabile conseguenza di ogni importante cambiamento.

Senza la Merkel non si sarebbe approdati al Next Generation Eu e senza la sua determinazione sarebbe stato complesso e forse impossibile superare le contestazioni sovraniste. Anche la Francia di Emmanuel Macron soffre di un’incertezza politica inattesa, legata alla crisi delle grandi forze tradizionali e alle tensioni razziali che la pandemia ha solamente messo da parte.

E’ pertanto quasi una sorpresa che sia proprio l’Italia, con Mario Draghi, a proporsi ed ergersi come baluardo dell’Unione. Una possibilità’ tuttavia quanto mai concreta.

La ritrovata politica filoeuropea di Biden ci richiede un ruolo più attivo sullo scacchiere internazionale, e la costruzione di una omogeneità interna collettiva. Un Continente europeo disunito si ritroverebbe schiacciato, con insostenibili conseguenze sul proprio livello di benessere. E sarebbe certamente alla mercè degli aspiranti potentati, come dimostra l’ignobile provocazione della sedia mancante per Ursula von der Leyen in Turchia, o l’espulsione di tre diplomatici europei da Mosca proprio quando nella capitale russa era in missione l’alto rappresentante Ue per la politica estera, Josep Borrell.

Se a queste considerazioni sul destino prima comunitario e poi nazionale, aggiungiamo il quasi fallimento della campagna vaccinale, con l’Ue che è l’unica area del mondo occidentale dove l’infezione continua a dilagare, ci si rende conto di come sia necessario riprendere con risolutezza le redini del processo di costituzione dell’Europa e di come un asse Merkel-Draghi sia non solo quanto mai saggio, ma anche fortemente sostenibile.

“Il nuovo primo ministro italiano, forte delle sue relazioni europee, delle capacità di navigare nelle istituzioni europee e della sua reputazione quasi messianica, sta lavorando per rendere l’Italia un attore importante nel Vecchio Continente, come non lo era da decenni”: questo e’ l’elogio che tesse il New York Times al lavoro di Mario Draghi, in un pezzo da Roma firmato dal corrispondente Jason Horowitz.

Ovvero, e’ forse il momento di tornare a credere con fiducia nelle elite culturali, nel potere della specializzazione, nelle scelte necessarie, nel carisma mediterraneo.

Non credo sia tempo di perdere tempo in discorsi umorali sul tecnicismo; e’ invece piuttosto il momento di ricostruire una solidità nazionale equamente distribuita sul territorio, destrutturata dei falsi miti del passato e di proporsi come attori protagonisti in grado di riempire il vuoto di leadership dell’Europa postpandemica.

Frutto di una collaborazione tra CAMILLA MARCONI (prima parte) e NICCOLO’ ROSI (seconda parte)

« Vecchi articoli Recent Entries »