CHE SUCCEDE NEL BEL PAESE?

Sicuramente a capodanno abbiamo tutti brindato con forte speranza per agevolare la dipartita del 2020.

L’anno che ci ha lasciato, infatti, sarà ricordato a livello universale come un tragico film dell’orrore.

La pandemia ha accentuato una situazione preesistente. L’occidente in generale, e l’Italia in particolare, sta combattendo contro un inarrestabile declino. Nel nostro Paese specialmente, la debolezza e l’ ambiguità della politica da anni non riesce a dare risposte concrete alle necessità delle persone.

La riprova è data dalle continue crisi di governo che flagellano la vita politica Italiana.

Anche il 2021 è partito con il piede sbagliato. Abbiamo assistito ad un teatrino stucchevole posto in essere da un “leader”, privo peraltro quasi totalmente di rappresentatività, che interpretando la politica come una personale rivendicazione di egocentrismo, ha aperto una crisi di governo lacerante in una situazione emergenziale. Matteo Renzi, capo di una formazione nata dopo le elezioni dalla scissione con il Partito Democratico, ha compiuto il suo capolavoro politico.  Con astuta e consumata abilità, aprendo la crisi di governo, ha costretto di fatto il saggio Capo dello Stato (<3) a dare vita ad un Governo del Presidente, individuando una personalità super partes e di innegabile prestigio internazionale per mettere a tacere le litigiose formazioni politiche nostrane.

Infatti il capolavoro renziano si è materializzato con l’incarico affidato al super banchiere Mario Draghi.

Come per incanto la nomina del nuovo capo del governo ha messo magicamente d’accordo quasi tutti i partiti, ha abbassato lo spread e dato fiducia ai mercati.

Attorno a SuperMario si è coagulata così una maggioranza bulgara che ha dell’incredibile. Matteo Salvini è diventato un leader europeista, Forza Italia ha immediatamente sposato questa nuova esperienza di governo, in virtù della vecchia amicizia che lega Berlusconi allo stesso Presidente del Consiglio.

Il Partito Democratico, investito da profonde divisioni interne culminate successivamente con le dimissioni di Nicola Zingaretti, ha assecondato l’onda. Il movimento 5stelle, sondaggi alla mano, ha aderito per evitare un forte ridimensionamento che sarebbe scaturito da un eventuale ricorso anticipato alle urne.

Gli unici a chiamarsi fuori dal tavolo governativo sono stati i due poli opposti: Giorgia Meloni e Nicola Fratoianni.

Ma questa compagine governativa così disomogenea sarà in grado di rispondere alle prossime importantissime sfide? Nello specifico, sarà in grado di traghettarci fuori dalla pandemia con una poderosa ed efficiente campagna vaccinale? Riuscirà a presentare entro il mese di Aprile un credibile piano per l’ottenimento dei fondi del NextGenerationEU? E soprattutto, una volta ottenuti i fondi, sarà in grado di gestirli in maniera sapiente, utilizzandoli nella realizzazione delle infrastrutture indispensabili per la ripartenza economica dell’Italia? E da ultimo, l’insolita ammucchiata che gli garantisce i numeri sia alla camera che al senato rimarrà tale fino a termine legislatura garantendo così un’azione politica di ampio respiro?

Ai posteri l’ardua sentenza, intanto per avere qualche risposta e un parere contrastante passo la penna al mio collega Niccolò Rosi.

La lotta tutta europea per l’affermazione sulla scena politica mondiale stava già mostrando la sua fragilità, incuneata profondamente nella iperfocalizzazione dei singoli Paesi su se stessi,  negli accordi economici rigidamente caratterizzati da un bilateralismo Stato-Stato, meno forte del più auspicabile Unione-Stato, quando si è resa necessaria la gestione urgente della pandemia, e poi la lunga, anzi lunghissima, e poco fruttuosa discussione sul Meccanismo Europeo di Stabilità o sul nuovo “Recovery Fund”.

La situazione pandemica mondiale ci ha costretti a scoprire le carte e ci ha chiaramente mostrato e dimostrato che siamo ancora ben lontani dalla “concordia ordinum” ciceroniana, e ancor di più, dalla “concordia universorum” del Princeps.

La stessa politica italiana, per prima, ha poco imparato dalla dura lezione impartitale dal 2020, rimanendo ancora anacronisticamente troppo legata ad una inefficace visione nazionale, se non addirittura “nazionalistica”.

Con l’insediamento del nuovo Governo, dopo il fallimento tristemente previsto del precedente, sono arrivate, oltre alle molte speranze anche troppi malcontenti.

L’opinione pubblica italiana è infatti spaccata sul “tecnicismo governativo”, da molti guardato con timore e sospetto, nonostante la drammaticità della inefficienza e dello stallo della politica sia un fatto di coscienza tanto diffusamente comune da dover rendere di necessità auspicabile o benvenuto, particolarmente in alcuni settori chiave, l’intervento di un team di specialisti, una elite dalla cultura fortemente caratterizzata nel segmento di responsabilità affidato.

Emblematico in questo senso e’ ricordare come, sempre, e soprattutto in questo periodo, l’ingerenza del calcolo politico sulla asetticità dei dati della scienza (in particolare quella medica) abbia condotto a gravi danni e rallentamenti soprattutto in ambito decisionale, e come ognuno di questi ritardi si sia tradotto drammaticamente in un numero di morti crescente.

Con l’arrivo di Mario Draghi stiamo obiettivamente assistendo all’instaurarsi di  un progressivo pragmatismo, no-frills, focalizzato sul risultato e volto a recuperare l’inefficienza del recente passato; basti pensare alla nomina a Commissario Straordinario per l’Emergenza del Generale Figliuolo, la cui alta capacità organizzativa, complice anche il periodo in cui ricoprì la funzione di Capo Ufficio Logistico del Comando delle Truppe Alpine, ha strategicamente permesso una velocizzazione notevole, sebbene non ancora sufficiente, della campagna vaccinale d’emergenza, e l’inclusione concreta, all’interno della stessa, con caratteristiche di priorità, di molte categorie sociali, di cittadini e cittadine, in condizione di estrema fragilità e rischio, che precedentemente risiedevano in un limbo al di là di alcuna prospettiva .

Idealisticamente immagino che si possa anche, ed in maniera sollecita, mettere mano alla risoluzione delle criticità derivanti dallo sfacelo della sanità’ lombarda, emblema feroce della caduta del velo dell’efficientismo della classe dirigente meneghina. Non e’ certo un segreto che sotto la linea Maginot della pianura padana si sia cresciuti per generazioni nella convinzione che all’ombra di Sant’Ambroeus le genti di quella parte dello stivale dove non c’è mai la nebbia potessero trovare conforto e guarigione da ogni malanno, fisico, familiare, professionale. E invece, teniamoci forte, è proprio la sanità lombarda, ed il sistema territoriale Lombardia, che, oltre ad essere stati tra i più processati d’Italia, sono anche stati, e conclamatamente ad oggi sono, i più inefficaci e costosi.

A questo ed altri fini di differente respiro, e’ di cruciale importanza l’effettivo peso che il Presidente del Consiglio dei Ministri Mario Draghi ha, non solo sul suolo nazionale, ma soprattutto in Europa, nonché la sua innegabile capacità di gestione economico-finanziaria.

In una Europa ancora acerba ed imperfetta, che timidamente si accinge all’emissione dei suoi primi titoli pubblici comuni, dovremo a breve fare i conti con la perdita di un discusso eppure essenziale punto di riferimento, la dimissionaria cancelliera Angela Merkel; dovremo fare i conti con una Germania non più caposaldo granitico (pur non senza contraddizioni) del Continente, fatalmente destinata, come tutti i Nord della pandemia, a un periodo di fibrillazioni, inevitabile conseguenza di ogni importante cambiamento.

Senza la Merkel non si sarebbe approdati al Next Generation Eu e senza la sua determinazione sarebbe stato complesso e forse impossibile superare le contestazioni sovraniste. Anche la Francia di Emmanuel Macron soffre di un’incertezza politica inattesa, legata alla crisi delle grandi forze tradizionali e alle tensioni razziali che la pandemia ha solamente messo da parte.

E’ pertanto quasi una sorpresa che sia proprio l’Italia, con Mario Draghi, a proporsi ed ergersi come baluardo dell’Unione. Una possibilità’ tuttavia quanto mai concreta.

La ritrovata politica filoeuropea di Biden ci richiede un ruolo più attivo sullo scacchiere internazionale, e la costruzione di una omogeneità interna collettiva. Un Continente europeo disunito si ritroverebbe schiacciato, con insostenibili conseguenze sul proprio livello di benessere. E sarebbe certamente alla mercè degli aspiranti potentati, come dimostra l’ignobile provocazione della sedia mancante per Ursula von der Leyen in Turchia, o l’espulsione di tre diplomatici europei da Mosca proprio quando nella capitale russa era in missione l’alto rappresentante Ue per la politica estera, Josep Borrell.

Se a queste considerazioni sul destino prima comunitario e poi nazionale, aggiungiamo il quasi fallimento della campagna vaccinale, con l’Ue che è l’unica area del mondo occidentale dove l’infezione continua a dilagare, ci si rende conto di come sia necessario riprendere con risolutezza le redini del processo di costituzione dell’Europa e di come un asse Merkel-Draghi sia non solo quanto mai saggio, ma anche fortemente sostenibile.

“Il nuovo primo ministro italiano, forte delle sue relazioni europee, delle capacità di navigare nelle istituzioni europee e della sua reputazione quasi messianica, sta lavorando per rendere l’Italia un attore importante nel Vecchio Continente, come non lo era da decenni”: questo e’ l’elogio che tesse il New York Times al lavoro di Mario Draghi, in un pezzo da Roma firmato dal corrispondente Jason Horowitz.

Ovvero, e’ forse il momento di tornare a credere con fiducia nelle elite culturali, nel potere della specializzazione, nelle scelte necessarie, nel carisma mediterraneo.

Non credo sia tempo di perdere tempo in discorsi umorali sul tecnicismo; e’ invece piuttosto il momento di ricostruire una solidità nazionale equamente distribuita sul territorio, destrutturata dei falsi miti del passato e di proporsi come attori protagonisti in grado di riempire il vuoto di leadership dell’Europa postpandemica.

Frutto di una collaborazione tra CAMILLA MARCONI (prima parte) e NICCOLO’ ROSI (seconda parte)

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