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The Falcon and the Winter Soldier: una gradita sorpresa

Disclaimer: contiene spoiler

Tra il 19 marzo e 23 aprile la serie “The Falcon and the Winter Soldier” ha tenuto compagnia ai fan della Marvel, rimasti orfani della precedente “Wandavision”, conclusasi due settimane prima. Come nel caso di quest’ultima, prima dell’inizio della serie, i fan si sono dati battaglia su Internet. Chi credeva che lo standard imposto da “WandaVision” non si potesse raggiungere e chi pensava che questa nuova serie sarebbe riuscita a eguagliare la precedente. Onestamente mi trovavo d’accordo con il primo schieramento. Trovavo impossibile che  questa serie sarebbe stata all’altezza di un capolavoro come “WandaVision”; tuttavia mi sono dovuto ricredere. Sono rimasto, infatti, seriamente colpito da “The falcon and the winter soldier” per la quale non avevo un briciolo di hype (se non forse nel rivedere il personaggio del Barone Zemo, villain, interpretato da Daniel Brǘhl, apparso per la prima volta in “Captain America: Civil War”).

Questo prodotto fonde insieme sequenze d’azione mozzafiato realizzate con una CGI portata ai massimi livelli e scene di scanzonata ironia, con discorsi a sfondo politico e sociale di grande profondità. Di per sé questi ultimi elementi non sono propriamente una novità all’interno del panorama dei cinecomic. Difatti persino nel primo film dell’MCU, “Iron Man”, la Marvel si schiera, attraverso le parole di Tony Stark, contro il mercato delle armi, tema in quegli anni di scottante attualità.

In questa mia recensione/analisi della serie non mi concentrerò sui protagonisti, come Sam, Bucky, John Walker o i Flag Smashers. Più che altro vorrei parlare, invece, di un personaggio secondario che però mi ha toccato il cuore. Ed è proprio grazie a lui che mi sono appassionato alla serie. Sto parlando di Isaiah Bradley.

Isaiah è stato un soldato afroamericano che durante la Seconda guerra mondiale aveva ricevuto un surrogato del siero del supersoldato, lo stesso preparato che aveva dato a Captain America i suoi poteri. Bradley, per utilizzare le parole di Bucky, fu “Uno di quelli che l’Hydra  temeva di più, come Steve”. Si parla di un vero e proprio eroe di guerra. Come “ricompensa” per i suoi servigi, però, Isaiah fu condannato a trenta anni di carcere e fu oggetto di esperimenti e torture. Dopo la sua liberazione il governo insabbiò tutto e addirittura cancellò da ogni fascicolo e da ogni documento ufficiale il suo nome. “Temevano che la mia vicenda venisse fuori, così hanno cancellato me. La mia storia. Ci sottomettono da 500 anni. Giuri fedeltà a quello, fratello?” Con queste parole, taglienti come una spada, il veterano si rivolge a Sam Wilson, venuto da lui per chiedergli un consiglio su come affrontare una battaglia imminente.

Ma all’interno della serie lo spazio dedicato alla tragica storia di Isaiah non finisce al secondo episodio. Infatti, poco prima dello scontro finale contro i cattivi della serie, i Flag Smashers, Sam va a casa del veterano e qui si svolge uno dei dialoghi più profondi e toccanti di sempre, che comincia citando la storia dei Red Tails, un battaglione composto esclusivamente da afroamericani che, dopo aver dato un enorme contributo alla sconfitta del nazismo, tornarono a casa e trovarono cappi appesi agli alberi dei loro giardini e croci in fiamme sotto il loro portici.

Poi parlando del ruolo di Captain America e dell’eredità che Steve ha lasciato a Sam, Isaiah afferma schiettamente: “Non permetteranno mai che un uomo di colore sia Captain America. E anche se succedesse, nessun nero che abbia rispetto per se stesso vorrebbe diventarlo.” Un discorso a dir poco devastante, che si richiama al triste passato della storia americana, ma allo stesso tempo anche ai giorni nostri, in quanto ancora oggi episodi di razzismo e discriminazione avvengono quotidianamente negli Stati Uniti d’America. E non si tratta di una scena inserita senza contesto, in quanto il discorso con Isaiah diventa parte integrante della caratterizzazione e del percorso di crescita di Sam Wilson. E proprio dopo queste parole durissime Falcon è pronto a ereditare lo scudo e il nome di Captain America, cercando di abbattere ogni forma di pregiudizio. E lo farà non solo per queste motivazioni, ma anche e soprattutto per rendere onore a un eroe di guerra come Isaiah e a tutte le sofferenze che quest’ultimo ha patito: “È sopravvissuto all’inferno, se fossi nei suoi panni mi sentirei esattamente come lui. Ma che senso avrebbero tutte queste sofferenze, tutti questi sacrifici se poi rinunciassi a farmi valere e a lottare?”. E così termina il percorso di crescita di Sam che da essere il sidekick del leader degli Avengers è passato a essere lui stesso il secondo Captain America. Percorso durante il quale è stato accompagnato dalla voce di Isaiah, vera e propria personificazione della cultura e della dolorosa memoria collettiva di un intero popolo.

ALESSANDRO PETRASSI

IL CUORE, LA MENTE IN POLVERE E POI (FORSE) LA RICOSTRUZIONE

Ciao a tutti, scrivo questo articolo con la piena consapevolezza di poter risultare un tantino pesante e eccessivamente attaccato alle vicende riguardanti la mia vita, beh sta di fatto che io non sono un giornalista, né tantomeno desidero apparire così. Scrivo per il semplice bisogno di esprimermi, quindi non sono tenuto a far pubblicare una semplice e noiosa recensione che sicuramente nessuno si filerebbe (e l’avrei voluta fare in parte perché mi piace anche quello), son fatto così quindi spero che mi perdonerete cari manarioti.

Insomma, io dovrei e vorrei parlarvi di questa meravigliosa serie tv americana che ho visto pochi mesi fa, un cult assoluto che troppe volte viene dimenticata oggigiorno qui da noi, ossia “I Soprano”; ora devo cercare di mettere in ordine le idee mentre scrivo, dato che ho finito la serie più di due mesi fa oramai e ancora oggi devo metabolizzare del tutto ciò che ho visto.

Torniamo indietro di sei mesi, a Ottobre, per l’esattezza il 29 Ottobre 2020, giorno in cui inizio la serie dopo che un mio caro amico mi ha spinto varie volte ad incominciarla (io ne avevo sentito parlare ma non mi era mai scattata la scintilla). Si tratta di un periodo abbastanza particolare tra vicissitudini personali, una situazione pandemica nel pieno della seconda ondata ed io, che per quanto fossi stato bene in quarantena, grazie anche a vari interessi e passioni che coltivo tra cui il cinema, la musica e la lettura, sentivo che qualcosa stesse andando sempre più per il verso sbagliato; mi crogiolavo nella mia solitudine, uscivo sempre meno e pensavo che tutto ciò andasse bene… aspettate un attimo, parlo come se fossi ad una seduta dallo psicologo.

Ecco a proposito di psicologo posso dirvi subito che ne “I Soprano” troviamo il boss mafioso Tony Soprano, interpretato straordinariamente dal compianto e grandissimo James Gandolfini, che va proprio da una psicologa, si tratta di un uomo messo totalmente a nudo dinnanzi allo spettatore, noi in quel momento siamo con lui e siamo (in un certo senso) la psicologa interpretata altrettanto bene da Lorraine Bracco. Fin dal primo episodio capisci che l’elemento che rende davvero eccelsa quest’opera è proprio quello psicologico, e lo dico perché penso che non si sia mai raggiunta una tale profondità di scrittura dei personaggi nel media televisivo. Si tratta di un qualcosa di monumentale, in sei stagioni David Chase parla dell’umanità, della vita e di tutte le sfaccettature che vi sono in esse attraverso un racconto della quotidianità malavitosa e tutto ciò senza alcun giudizio morale; Tony Soprano non è un semplice boss mafioso, è chiaramente un individuo che avrebbe potuto essere molto più di quel che è se solo non fosse cresciuto in un determinato contesto.

Ed è qui che entra in gioco anche la pesante critica che l’opera statunitense fa proprio nei confronti del suo stesso paese; tutti potremmo pensare ad un boss mafioso, considerato “convenzionalmente” il carnefice, e agli Stati Uniti come vittima di esso e di tutta l’organizzazione malavitosa, ma no! Sarebbe molto semplice pensarla così, e ce lo fanno capire ben più di una volta che le cose stanno diversamente, infatti Tony e tutti i suoi parenti, amici e collaboratori non rappresentano lo stereotipo del criminale bastardo privo di sentimenti, tutt’altro: sono umanissimi, più umani di molti altri personaggi che vediamo nel corso della serie e che dovrebbero essere “bravi” cittadini moralmente parlando. È sottilissima la linea che separa il bene dal male nella serie, e forse anche per questo per anni qui da noi è stata ripudiata, siamo troppo abituati a certi “dogmi” che non riusciamo a toglierci dalla testa.

Ma tornando a noi, Tony non è di certo uno stinco di santo, ma forse non lo è anche perché è cresciuto in un ambiente pieno di violenza e rabbia, che in questo caso è casa sua, ma il tutto si può tranquillamente estendere agli Stati Uniti in generale; lui e tutti i suoi amichetti sono figli della terra in cui vivono, sono frutto di una cultura e di un sistema violento che non va. Il nostro protagonista in particolare è un uomo che non ha mai realmente avuto l’opportunità di riscattarsi a livello sociale proprio a causa del paese in cui vive, e nel quale si preferisce fare show sulla mafia stessa invece che informazione vera e propria (varie le scene in cui vi è un chiaro attacco ai servizi televisivi e alla spettacolarizzazione che si ricerca sempre sul tema mafia). Vorrei dire molto di più ma evito di fare spoiler (anche se mi è davvero difficile quindi guardatevela).

Ora ritorno un attimo al 29 Ottobre scusatemi, se state ancora leggendo vi starete chiedendo del perché dovrei parlare della mia vita in una pseudo-recensione, ve lo spiego subito ed è molto semplice in realtà; in un momento di solitudine ho avuto un qualcosa che mi tenesse in vita, che mi facesse sentire realmente vivo, che mi facesse anche riflettere su determinate cose e mettesse in discussione molte delle mie certezze creandomene allo stesso tempo altre (chissà come mai). Nel titolo parlo di ricostruzione dopo un periodo assai buio a livello emotivo, ed è parallelo in un certo senso al percorso che cerca di compiere Tony a livello umano nella serie. L’arte penso abbia salvato e stia salvando molte persone in questo periodo davvero ostico, e se avete bisogno di vivere emozioni forti, di riflettere su un qualcosa (ossia l’uomo e il mondo che ci circonda) fate un piacere a voi stessi e forse scoprirete realmente qualcosa in più sull’animo umano. “I Soprano” li definirei la Divina Commedia del 21° secolo made in USA, hanno fatto scuola nel mondo delle serie tv (opere come Breaking Bad o Peaky Blinders e non solo gli devono molto) e visto l’enorme successo di questo media, grazie a piattaforme come Netflix o Amazon prime, ne ho approfittato per consigliarvi questo capolavoro. LA TROVATE SU NOW TV O SU SKY ON DEMAND.

MICHELE TANTILLO

Il futuro è radioso

Un rapido sguardo sulla serie del momento: Black Mirror. Questo sceneggiato britannico di fantascienza distopica è infatti riuscito ad arrivare al grande pubblico pur partendo come prodotto di nicchia


Ebbene sì, mi tocca parlare di Black Mirror (certo che comunque questa redazione va a pezzi, ci siamo ridotti a chiedere a Jacopo le recensioni sui colossi di Netflix).

Vabbè che vi devo dire ragazzi, è fico, è pazzesco, guardatelo e basta!

 *si alza dalla seda e si rimette a guardare Netflix finché i sensi di colpa acutissimi lo riportano a scrivere*

 

Dunque, dicevamo, Continua a leggere

Lo sferzante black humour di The Preacher

Alla scoperta dell’irriverente serie tv americana, tratta dall’omonimo fumetto di Garth Ennis

Che c’è da aggiungere? Ah, forse voi siete tra quella parte di umanità che ancora non conosce Preacher, e allora direi che è proprio il caso di sbrigarsi a rimediare! Preacher è… è un po’ tutto, è l’opera somma di Garth Ennis, il fumetto americano definitivo partorito direttamente da quello che era (rimasto del) cervello del fumettista americano definitivo, l’emblema più luminoso della cultura pop della fine degli anni ’90. Continua a leggere

Il Rinascimento shakespeariano delle serie tv

È innegabile che le serie tv abbiano fatto numerosi passi avanti da “Dallas” e affini, ma cos’è veramente cambiato, quale struttura è stata rivoluzionata, chi è stato il primo fautore di questo mutamento radicale? I primi progressi sono stati fatti all’inizio degli anni 2000, con serie come The Wire e Lost, che hanno cercato di dare un nuovo volto a questi prodotti dell’”intrattenimento televisivo”, spesso giustamente snobbati dai cinefili e dal pubblico più maturo, che in qualche modo li relegava a miseri e scadenti prodotti finalizzati a un audience dai “dubbi gusti cinematografici”, non rendendosi conto che era proprio questa l’origine (o almeno una delle origini) dell’inconsistenza dei prodotti seriali. Continua a leggere