COMPONIMENTI CREATIVI
Mano sul cuore
Ormai sono tutti bravi a parlare
Provo a dimostrartelo con i fatti
Metti la tua mano sul mio cuore
E senti come batte forte
Solamente a sentire il tuo nome
E tu che non credevi
Quando ti dicevo che
Tu eri tutto per me
Mentre io per te
Perdo la testa
Te stai in giro
A fare festa
Con il tuo sguardo penetrante
Hai trafitto il mio cuore
Da parte a parte
G. PITA
Stanza vuota
La luce
è calda,
come è ancora caldo
questo passato, che
piano piano
scivola dalle mie mani.
Si allontana
lento, come la lava
che esce dai vulcani.
So che un giorno esso
diventerà pietra lavica,
e potrò conservarlo
come un anello al dito.
Ma ancora è presto.
Una distesa
larga, densa, fitta,
mi brucia gli occhi.
Tra il calore e
il rumore assordante
della vita che mi appresto a salutare,
vedo lei, lontana, lontanissima.
Non so chi sia,
non so cosa aspetti.
Ma so che tiene al dito l’anello,
e che mi sorride.
MARIA GUERRIERI
“Siete voi qui, ser…?”
Io, un personaggio così illustre, costretto a stare qui, in una landa battuta dal fuoco, circondato da persone che si muovono in modo disordinato, senza una meta.
Eppure, io in vita avevo una meta: sono stato notaio, funzionario comunale, poeta e retore, servendo sempre la mia bella Firenze.
Da vivo mi occupavo di così tante cose, ora il mio unico scopo è fuggire da questo fuoco che mi ha corroso il volto.
Come avrete capito qui non accade mai nulla di nuovo, ma oggi sento che qualcosa sta cambiando.
Ci sono due uomini sull’argine sopraelevato del Flegetonte. Meraviglia: uno è vivo!
E non un mortale qualsiasi, bensì Dante: il mio allievo. Non ho mai dubitato delle sue capacità ma come avrà fatto a giungere sin qui con l’anima ancora unita al corpo?
Corro, mi sbrigo, non accadrà più un evento simile. Fuoco cessa di cadere almeno per salutare il figlio di Alighiero. Che sciocco, il volere divino è di gran lunga più potente del mio, quello di un peccatore, forse se avessi seguito la Sua dottrina non sarei qui. Ora basta, il tempo di tormentarmi e pensare a ciò che avrei potuto fare di certo non mi manca. Vado.
I peccatori come me osservano i due estranei come ci si guarda l’un l’altro la sera, alla debole luce della Luna nuova, con lo sguardo aguzzo come quello del vecchio sarto che cerca di infilare il filo nella cruna dell’ago.
Io non sono come loro e mi distacco dalla folla disordinata di anime.
Afferro il lembo della veste di Dante ed egli, nonostante il mio aspetto deturpato dal fuoco, che scende incessantemente e violentemente nella landa, mi riconosce.
Per parlare non è possibile fermarci, me lo impone la mia pena: chiunque di questa schiera si ferma un solo momento, giace poi senza potersi riparare quando il fuoco lo colpisce.
Dunque, cammino di fianco al mio allievo e alla sua guida.
Io mi trovo in basso e loro in alto, sull’argine, Dante tiene sempre il capo chino verso di me in segno di riverenza. Dal suo atteggiamento capisco che manifesta sorpresa, stima e ammirazione, tanto che non ha esitato due volte a parlare con me.
Una situazione di fatto ribaltata: maestro in basso e discepolo in alto, uno è peccatore, l’altro, anche se con la testa abbassata, è avviato alla salvezza.
Mi racconta il suo viaggio, la valle oscura e l’incontro con colui che adesso lo conduce per la retta via.
Avrei avuto tanto ancora da insegnare a Dante, egli ha seguito la sua stella, raggiungendo così la gloria. Se avessi visto il cielo così favorevole verso di lui lo avrei aiutato nella sua opera. Ahimè, mi sono spento quando il mio discepolo prediletto aveva 29 anni.
Un bravo maestro racconta tutto al suo allievo, ricorderà con angoscia il nostro ultimo incontro ma non posso fare altrimenti.
Pronuncio tali parole: “La tua fortuna tanto onor ti serba, che l’una parte e l’altra avranno fame di te; ma lungi fia dal becco l’erba. Faccian le bestie fiesolane strame di lor medesme, e non tocchin la pianta, s’alcuna surge ancora in lor letame, in cui riviva la sementa santa di que’ Roman che vi rimaser quando fu fatto il nido di malizia tanta”.
L’esilio: esiste una pena peggiore? Lasciare la città in cui hai trascorso la giovinezza, la tua vita. Tutto quello che verrà dopo solo Lui lo sa.
La sua risposta alla mia profezia mi lascia di stucco: “Se fosse tutto pieno il mio dimando voi non sareste ancora de l’umana natura posto in bando; ché ‘n la mente m’è fitta, e or m’accora, la cara e buona imagine paterna di voi quando nel mondo ad ora ad ora m’insegnavate come l’uom s’etterna: e quant’io l’abbia in grado, mentr’io vivo convien che ne la mia si scerna”. Mi considera come un padre, forse qualcosa di buono nella mia vita l’ho fatto. L’esilio è immeritato, ma lui già è preparato alla sorte, qualsiasi cosa essa voglia, purché la sua coscienza non lo rimproveri. “Che la Fortuna giri la sua ruota come le piace, e il contadino la sua zappa.”
Chiede chi sconta la pena con me e cito qualche nome: Prisciano, Francesco d’Accorso e Andrea de’ Mozzi.
Il tempo è poco. Prima di tornare sul cammino che mi spetta raccomando al mio discepolo il mio “Tesoro”, secondo me il ricordo della mia persona nel mondo non può che essere affidato alla mia opera. Mi auguro che anche Dante verrà ricordato dai posteri tramite i suoi componimenti.
Io sono Brunetto Latini, mi trovo all’Inferno, nel terzo girone, quello dei violenti contro Dio, natura e arte. Sono qui per la mia presunta omosessualità. È tutto vero? Vi lascio con il dubbio, certo che se sconto la stessa punizione inflitta da Dio agli abitanti della città di Sodoma un motivo ci sarà.
Tuttavia, l’incontro con Dante mi ha aiutato a ricordarmi chi sono veramente: un notaio, funzionario comunale, poeta e retore, che ha sempre servito la sua bella Firenze.
Coscienzioso della mia identità continuo incessantemente a correre, certo che le fiamme cadono proprio in modo implacabile su questo sabbione infuocato. Addio.
LIVIA PAOLIZZI