Editoriale Bianca Feliziani

Il primo editoriale. Probabilmente sarà banale e identico al primo editoriale di chiunque altro sia stato al mio posto prima. Ma per quanto possa essere scontato è il mio primo editoriale. E credo che qualsiasi persona prima di me si sia sentita esattamente così: orgogliosa. È il mio ultimo anno al Manara e non potevo chiudere i conti senza occuparmi in prima persona della Lucciola. Mi ricordo quando sono entrata in quarto ginnasio, nonostante il brusco impatto con il greco e il latino e la Fornax *, ero euforica di essere finalmente al Liceo. Era tutto una novità, un mondo nuovo, pieno di prospettive. E ad aumentare il mio entusiasmo c’era la Lucciola. Le redattrici di allora, Livia, Federica e Carlotta, mi avevano spinto a scrivere e da quel momento mi affezionai a questo fantastico giornalino di scuola. Fantastico perché finalmente potevo farmi sentire. All’epoca molto stupidamente ero timida, per cui la prima volta mi firmai con l’anonimato, in seguito ho adottato lo pseudonimo che mi accompagna tuttora: Felix. Ovviamente il quarto ginnasio si è trasformato in una vaga età dell’oro perduta. Non mi capaciterei mai di come ero se non avessi trascritto i miei pensieri. In un certo senso la Lucciola ha preservato un lato di me che non esiste più. E io oggi invito anche voi ad appartenere a questa meravigliosa Lucciola, meravigliosa perché tali sono le vostre idee e le vostre opinioni!

Vi annuncio a gran voce che abbiamo ripristinato una trovata geniale di Maria Vittori, il “The Wall”!

* una dedica alle mie mitiche professoresse del ginnasio che adoro nonostante ci abbiano fatto sputare sangue

 BIANCA FELIZIANI

PROGRAMMI LISTE ASSEMBLEA D’ISTITUTO del giorno 13 Ottobre

Quest’anno si sono presentate due liste per la rappresentanza studentesca del Consiglio d’Istituto:

LISTA 1: #INSTAmanara (Carlo Amadori, Leonardo Antonelli, Beatrice Bonura)

LISTA 2: Concordia res parvae crescunt (Davide Capra, Agnese Landolfo e Raffaele Ventura)

LISTA 1:

Purtroppo la Lista 1 non ha ancora potuto inviarci il suo programma. Appena sarà disponibile, verrà pubblicato sul nostro sito.

LISTA 2:

Partecipazione e formazione: la scuola è nostra dobbiamo viverla per crescere informarci e quindi formarci parlando e discutendo, sostenendo le nostre idee e opinioni su ciò che ci riguarda più o meno da vicino. Le assemblee d’istituto sono il primo appuntamento in cui possiamo riunirci per imparare qualcosa di nuovo o analizzare quel che più ci interessa. Proporre format sempre nuovi e argomenti interessanti per la maggior parte della popolazione studentesca potrebbe garantire alle assemblee maggiore partecipazione per dare importanza a uno dei nostri diritti!

Altre proposte per la formazione sono un emeroteca o rassegna stampa da far partire in aula studenti cosicché possa diventare il fulcro della nostra vita scolastica dove poter passare del tempo a leggere e divertirci interessandoci.

Produzione, poiesis o condivisione: perché subire passivamente tutto ciò che leggiamo, guardiamo e ascoltiamo. Tutte le nostre esperienze le nostre idee possono essere messe su carta e essere lette dalla scuola. La Lucciola il giornale della scuola è il mezzo migliore per far circolare la cultura e fantasia all’interno di scuola. Impegniamoci a promuovere la Lucciola migliorando ciò che può offrire nonostante sia arrivata al primo posto come giornale d’istituto in Italia.

Per condividere l’esperienza e per implementare i rapporti con le classi ginnasiali far partire come da qualche anno il progetto di peer education in cui ragazzi delle prime seconde e terze liceo che eccellono nella loro carriera scolastico, possono aiutare i ragazzi più piccoli con carenze in greco o latino o altre materie. Questo progetto non migliorerà solo i voti dei ragazzi di quarto o quinto ginnasio ma garantirà credito formativo ai tutor.

Mens sana in corpore sano: La scuola italiana non ha mai favorito lo sport durante la scuola superiore quindi ci impegniamo a proseguire il progetto che già l’altr’anno è stato discusso di creare in cortile una struttura adeguata per giocare a basket. Organizzare chiedendo la disponibilità dei professori di educazione fisica un Torneo di pallavolo tra le classi o di Ping pong.

Inoltre ci piacerebbe mantenere la maggiore trasparenza possibile spiegando come vengono spesi i fondi dal consiglio d’istituto e facendo rapporti ogni due/tre mesi su quali sono i problemi dell’edificio scolastico.

 

L’Ebola è un castigo divino?

Ebola. Sembra una di quelle parole che dicono i bambini, prima di imparare a parlare, vero?

Del resto, le lingue sconosciute che udivano i civilissimi Europei quando sono andati là, non sembravano forse dialetti barbari, versi di animali, o se andava bene, di bambini?

Ebola è il nome di un fiume nell’ex Congo Zaire. E’ sulle sue rive che per la prima volta, nel lontano 1976, si è manifestato il virus che porta lo stesso nome.

Ebola è un nome che sembra portare, con il suo suono, la crudeltà, il terrore e il mistero di quelle impenetrabili foreste da cui è emerso. Potrebbe sembrare che la sua apparizione sia semplicemente una disgrazia, un capriccio del destino. Ma non lo è: come ogni altra cosa l’Ebola non è scaturita dal nulla, ma è la conseguenza di qualcos’altro. E di che cosa? La nascita vera e propria del virus si nasconde nella nebbia delle mutazioni genetiche, ma motivi per cui questo virus si è manifestato ci riguardano un po’di più. Anzi, molto di più. Proviamo ha descrivere la concatenazione logica dei fatti. C’è bisogno di una pilloletta (chiamiamola così) di storia: nei secoli scorsi l’uomo bianco giunge in Africa, e vi trova le risorse di cui la sua società in costante crescita necessita per svilupparsi sempre di più. Vi trova anche delle popolazioni decisamente non in grado di resistere ad una sua invasione, a lungo andare. Decide così di assumere il controllo diretto di tali risorse, e quindi anche di tali popoli. Anche dopo che è finito il dominio politico europeo in quelle terre, è rimasto il dominio economico straniero, quello delle compagnie ora non più solo bianche, ma di tutti i paesi ricchi. E il fine ultimo del dominatore straniero è rimasto lo stesso: sfruttare le risorse che è venuto a prendersi. Per fare questo bisogna portare “civiltà e progresso” capillarmente in un territorio fino ad allora quasi mai toccato dall’uomo: questo significa invaderlo con opere artificiali e con uomini, e di conseguenza moltiplicare i punti e i momenti di contatto con il territorio stesso. In questo caso il territorio era costituito da magnifiche, splendide foreste pluviali. Che vengono spazzate via, (al danno ambientale pensiamoci le altre 23 ore della giornata, non adesso) per far posto mano a mano a miniere, qualche fabbrica, e soprattutto campi, campi sterminati in cui viene coltivato tutto quello che serve all’uomo ricco e che di solito non può coltivare nel proprio paese: banane, caffè, cacao, tabacco, cotone.

Ma anche grano, patate e frutta per i suoi paesi sovrappopolati (l’Italia, tanto per fare un esempio, copre solo circa la metà del suo fabbisogno alimentare con produzione propria).

Ah, quindi ad un ambiente naturale se ne sostituisce un altro! E allora cosa accade? Alcuni animali che abitavano il precedente ecosistema non si adattano, ma altri si.

E anche gli animali hanno i loro parassiti, i loro batteri e i loro virus, non è così? Gli uomini, che un tempo con questi animali entravano in contatto ogni morte di papa, adesso lo fanno quasi quotidianamente! Dopo che questi incontri si succedono per anni e anni, è fortemente improbabile che qualche virus non passi agli esseri umani. Molti sono innocui, qualcuno è poco più di un influenza, ma, giorno dopo giorno crescono le probabilità di incontrarne uno mortale. Come l’Aids. O come l’Ebola.

Come se la foresta si prendesse la sua vendetta. Ora il vendicatore è un aggraziato essere notturno, un volatore dell’oscurità, dall’aspetto che di solito si definirebbe mostruoso, ma che io trovo affascinante. E’ un pipistrello. Per la precisione un pipistrello della frutta. In alcuni individui delle sue tante specie (quelle esatte ancora non sono state identificate con certezza) l’Ebolavirus prospera senza dare sintomi. Un tempo questo animale percorreva gli spazi fra gli intricati alberi nel profondo della giungla. Ma ora la giungla non c’è più, e il cibo è nelle grandi piantagioni di quelle strane creature bipedi, dove le piante sono tutte uguali, ma le vivande sono abbondanti e appetitose. Al crepuscolo, i nostri divoratori di papaye e banane si fiondano felici sui campi coltivati. Gli agricoltori non gradiscono e le tentano tutte per scacciarli. Alcuni li uccidono e, per curiosità o per necessità, li mangiano. Pare che in alcuni luoghi, prima dello scoppio dell’epidemia, fossero sulla buona strada per diventare un piatto tradizionale. Si ha anche notizia, sempre risalente a quel periodo, di un bambino morso da un pipistrello, e che potrebbe essere stato il paziente zero. Fatto sta che il virus inizia a fare strage degli uomini. Non è la prima volta che accade: ci sono state altre epidemie. Ma finora si era trattato di comunità isolate nel cuore dell’ambiente tropicale, annientate  così rapidamente da non aver avuto il tempo di contagiare nessuno. Tuttavia, con il passare del tempo, era sempre più probabile che il virus colpisse un’area discretamente popolata, come le zone rurali di Guinea, Sierra Leone e Liberia. E l’uomo ricco, che è stato colui che ha fatto sì che quelle aree ad alto rischio si popolassero, per grettezza, per miopia e per egoismo, non ha pensato di proteggerle con un sistema sanitario moderno, che, per essere all’altezza di un compito così duro, doveva essere addirittura migliore di quello di un paese civilizzato.

Le modalità di trasmissione da uomo a uomo del virus sembrano essere fatte apposta per colpire e distruggere una società povera, con poca copertura medica e con scarso livello di igiene, e tendere invece a risparmiare una società come la nostra. L’Ebolavirus per fortuna (come quasi tutti quelli della sua famiglia) non è in grado di trasmettersi per via aerea, ma solo per contatto diretto con alcuni fluidi corporei, come urine, escrementi, sangue, o con carcasse infette. Provate a immaginarvi come siano molte zone dell’Africa, e le conseguenze saranno chiare. I morti e i contagiati in quei tre paesi sono ormai migliaia.

Io non sono uno scienziato e neanche uno storico, e nemmeno ho toccato con mano quello che sta accadendo, come tante persone che hanno avuto il coraggio e la possibilità di agire e di andare a combattere lì. Questo è solo il modo in cui ho cercato di spiegarmelo, sforzandomi di essere più oggettivo possibile. Da Roma, si può solo intravedere il riverbero di cosa sta accadendo in quella parte di mondo, quel raggio di luce che, nella poesia dell’immenso Leopardi, attraversa la siepe e ci fa sognare.

Le immagini e i pensieri di questo riverbero fanno provare meraviglia: paesi bellissimi, in cui una semplice fosso divide caotiche città da una natura ancora lussureggiante. Chi era già stato là altre volte ci dice che fin da subito, quando atterrano nelle capitali si nota qualcosa di diverso: il nervosismo. Un panico diffuso, soprattutto nelle zone sicure. Le città sono ancora più caotiche del solito. Un caos, come ha fatto notare amaramente qualcuno,  febbrile. E avvicinandosi alle periferie, si sente un suono dapprima indistinto, poi sempre più intenso: i canti funebri e le preghiere di gruppo che si succedono ininterrottamente. Per fortuna l’Ebola non è come la peste, altrimenti sarebbe la fine. I villaggi sono una successione di capanne, piccoli palazzi, boschi e piantagioni. E centri sanitari: tende ermetiche o edifici isolati. Sono centri internazionali, frutto degli sforzi di alcuni paesi avanzati e di alcune tra le poche ONG efficienti, come MFS o Emergency. Sono volontari stranieri che si avvalgono anche di volontari autoctoni. La sanità locale, priva di mezzi e conoscenze, è collassata al primo colpo, e i pochi dei suoi medici si sono salvati.

E’ qualcosa di irreale vedere quegli uomini in scafandri bianchi immacolati, vedere la tecnologia e i display luminosi dei loro strumenti a poca distanza dalle turbe di gente povera e inquieta. Sembrano alieni. Sembrano calmi, sicuri di sé e del loro futuro, in mezzo a quelle persone sudate, che non lavorano più perché non sono più in grado di pensare ad altro se non all’epidemia.

Ebola è una parola leggera, soffice, apparentemente senza senso, al punto da sembrare l’inquietante lamento di un folle. E di sicuro non è solo il corpo degli uomini che colpisce, ma anche le loro menti.

E’ devastante in un ambiente caratterizzato da ignoranza, superstizione e ingiustizie. Il responsabile del perché l’ambiente sia così, agli occhi di chi lo abita, non possono che essere i governi locali, lontani dalla popolazione e tirannici quando si tratta di spremerla, prepotenti e corrotti, portatori di guerre civili e mai di benessere. E quello che ora accade sembra tratto da un libro di Marquez, maestro nel rappresentare la pazzia dei pazzi e delle persone cosiddette normali: molti pensano che l’Ebola sia un complotto del governo per togliere di mezzo, con il veleno, gli avversari politici e i poteri locali che li ostacolano, avvelenando anche la popolazione, o come copertura, o perché schierata contro di loro. E per fare questo avrebbero chiamato i loro misteriosi alleati occidentali, quelli che girano per le strade con quegli inquietanti scafandri bianchi, con quegli strumenti angoscianti e mortali, per ungere la gente. E’ una reazione istintiva, alla rabbia per i soprusi subiti e per la miseria in cui si vive, alla paura della morte e del diverso. Molti medici sono stati attaccati e le loro attrezzature distrutte, e a metà settembre, in Guinea, un team di otto volontari è stato massacrato mentre cercava di illustrare le norme di prevenzione, sentite della gente come le menzogne propagandistiche dei propri nemici e assassini. E non è tutto: molti sciamani del luogo, con un gran seguito, quando non sostengono la tesi del complotto, dicono che l’Ebola è uno spirito del male, al quale nemmeno loro possono rimediare. Affermano che in ogni caso, visto che negli ospedali si muore comunque, è meglio stare proprio letto, circondati dai propri cari. Togliendo così ogni ostacolo al virus.

Anche i malati di Ebola, nei centri sanitari, stanno in scafandri pressurizzati, questa volta trasparenti, con appositi tubi a tenuta stagna per far passare le attrezzature mediche. Sembrano ingoiati da strani insetti sconosciuti, con molte zampe. I volontari raccontano che è straziante non poter usare il contatto fisico per confortare i pazienti. Lì si combattono battaglie con piccole probabilità di vittoria. La malattia incuba in una ventina di giorni, durante i quali non si è contagiosi. Quando si manifesta sembra un’influenza, con febbre e dolori. Poi però sopravvengono vomito ed edemi, e una sofferenza intensa e costante. Infine, nella maggior parte dei casi, arriva la febbre emorragica. Si sanguina anche all’esterno, ma soprattutto all’interno, negli organi. La morte è una liberazione, e può sopravvenire o per disidratazione (che è l’unica che finora si è in grado di affrontare) o per i danni agli organi interni. Appena un terzo dei pazienti curati ce la fa, e sarebbero molti di meno senza le terapie di sostegno ( la storia di James Kollie è da leggere). I nomi dei vaccini in sperimentazione sono fantascientifici: ZMapp, Chad3. Ma ancora non sono utilizzati sul campo.

L’Ebola è un castigo divino? Sembra di no. Molte colpe sono sicuramente dei paesi avanzati, quelli dove la malattia non sembra che abbia le caratteristiche per potersi diffondere. Almeno non nel fisico. Nelle menti la follia sta già arrivando. Come è noto, per ottenere il consenso la maggior parte dei politici non esita a far leva sugli istinti della gente e sulle paure degli ignoranti. Molti sono convinti che gli odiati migranti porteranno l’epidemia in Italia e in Europa, arrivando a Lampedusa, a meno che il governo non li fucili tutti o per lo meno li rimandi indietro. Tuttavia, a parte il fatto che i paesi colpiti sono marginali rispetto alle rotte migratorie, basta documentarsi per capire che il Sahara è una barriera quasi insormontabile: anche se l’incubazione è lunga, il viaggio dalla Guinea (la più vicina a noi) alle coste del Mediterraneo, lo è molto di più. La malattia si manifesterebbe in pieno deserto, prima della metà del viaggio, uccidendo in pochi giorni il malato e l’intero gruppo con cui si sia messo in viaggio. Il Sahara non si attraversa in legioni di gente, ma in piccoli gruppi, e come è accaduto nei villaggi sperduti nelle precedenti epidemie, sarebbero isolati. Il virus morirebbe con loro. Un migrante, per portare l’Ebola da noi, dovrebbe contrarla in un paese mediterraneo, e questo è impossibile, perché non ci sono le condizioni ambientali. Inoltre, per le sue modalità di contagio fra uomo e uomo, la nostra società è troppo pulita. Ma a Fiumicino, a una bambina che era stata in Uganda (lontano migliaia di chilometri dall’epidemia) è stato impedito di entrare a scuola dai genitori dei suoi compagni. Una cosa che spero si commenti da sola.

Non penso nemmeno che l’Ebola possa essere la nuova Aids: questa infatti, per uccidere impiega mesi, ora addirittura anni, nei quali si è contagiosi. L’Ebola invece pochi giorni.

Questo pericolo sembrerebbe dunque essere remoto, lontana dai “colpevoli” paesi ricchi, flagello di popolazioni meno sviluppate. Ma non è così. Gli sforzi della comunità internazionale per isolare l’epidemia in alcune sacche ben definite si stanno dimostrando per nulla sufficienti, così come quelli per scoprire una terapia specifica. Come ha detto Gino Strada, è possibile che essa arrivi da noi. Non nei barconi, ma in prima classe. Negli aerei. Non attraverso i medici volontari, che vengono riportati in patria per essere curati: c’è troppo controllo.

Più probabilmente attraverso uno dei tanti uomini d’affari che si recano nelle aree  cosiddette sicure in quei paesi per monitorare le loro compagnie. A quel punto potrebbe davvero sembrare una vendetta divina. Ma continuerebbe ad essere l’effetto di una causa. Curiosamente, mi viene da pensare alle parole dell’Agente Smith in Matrix, rivolto a Morpheus: “Ho capito che voi non siete dei veri mammiferi: tutti i mammiferi di questo pianeta d’istinto sviluppano un naturale equilibrio con l’ambiente circostante, cosa che voi umani non fate. Vi insediate in una zona e vi moltiplicate, vi moltiplicate, finché ogni risorsa naturale non si esaurisce. C’è un altro organismo su questo pianeta che adotta lo stesso comportamento, e sai qual è? Il virus. Gli esseri umani sono un’infezione estesa, un cancro per questo pianeta: siete una piaga. E noi siamo la cura.”

Forse un’epidemia sarà davvero il prezzo che i paesi ricchi pagheranno per la loro prosperità, basata sull’impoverimento di quelli più poveri. Ma se accadesse non sarebbe per un disegno superiore, ma la conseguenza delle proprie debolezze. Con scarsa lungimiranza si sono create le condizioni perché una simile epidemia si verificasse, e con scarsa lungimiranza si potrebbero non adottare le misure perché arrivi da noi. Che non sono solo controlli e quarantene, ma anche dotare quei paesi delle armi per combattere le loro malattie, varie e terribili, e di un’economia sostenibile che diminuisca le possibilità di entrare in contatto con esse. Anche a prezzo di impoverirsi per realizzare tutto questo. Altrimenti, con il passare degli anni, aumenteranno sempre di più le probabilità che emerga un nuovo virus, magari più aggressivo e più contagioso dell’Ebola. Che arriverebbe da noi attraverso gli aerei, perché bisogna controllare i migranti.

Forse l’Ebola è un messaggio divino, un ultimo avvertimento. Forse vuole dire alle nazioni civilizzate: “Colpisco quelli che voi non difendete. Continuate a fare così, e prima o poi qualcosa troverà la strada per colpire anche voi”.

Speriamo che sia chiaro…

ALESSANDRO VIGEZZI

Da vedere: gli interventi di Gino Strada a Servizio Pubblico  https://www.google.it/?gfe_rd=cr&ei=RU9mVMG6CMOO8QeDzYDwBw&gws_rd=ssl#tbm=vid&q=intervento+di+gino+strada+a+servizio+pubblico+ebola+novembre+2014 il primo risultato:


La violenza non è un gioco

Napoli, qualche settimana fa. Un quattordicenne si trova in un autolavaggio per far pulire il suo motorino, e viene preso di mira dai tre lavoranti del posto, che lo prendono in giro per la sua obesità chiamandolo “ciccione”, e ridendo di lui. A un certo punto uno dei tre ragazzi, di ben ventiquattro anni, sotto gli occhi divertiti degli altri due impugna un tubo collegato a un compressore, si avvicina al ragazzino, e tiratogli giù i pantaloni gli riempie l’intestino con i potenti getti d’aria emessi dal compressore. Nel frattempo,  gli altri due ragazzi, invece di fermarlo, lo filmano con il telefonino, per poi postare il video su Facebook. Un episodio assurdo, al limite della barbarie; non saprei chiamare in altro modo, se non barbaro, qualcuno che compie un gesto del genere. Ma quello che trovo più agghiacciante, e anche allarmante, è che i colpevoli non si siano davvero resi conto della gravità di quello che hanno fatto, e con estrema leggerezza abbiano definito l’episodio uno “scherzo finito male”, un “gioco”. Come se fosse normale considerare un gioco prendere in giro un ragazzino di quattordici anni per il suo aspetto fisico, e umiliarlo davanti a tutti; come se avesse senso puntare un compressore contro lo stomaco di una persona e sperare che questo non abbia conseguenze su di essa, come se si avesse a che fare con un fantoccio: e forse davvero consideravano il quattordicenne niente di più che un pupazzo, un diversivo in un pomeriggio noioso, e volevano provare che effetto avrebbe fatto su di lui una cosa del genere, come si fa con una cavia da laboratorio; del resto, un essere così ripugnante non può provare dolore, non merita di provarlo, giusto?

Non ha senso. Un fatto del genere non può e non deve essere considerato uno scherzo. Qui non c’è nessun gioco, ci troviamo di fronte a un episodio di discriminazione e di violenza; e, per di più, si tratta del peggior tipo di violenza, quella collettiva, di un gruppo, un “branco” che se la prende con il debole, e che trova nella violenza un modo per sentirsi più forte; come se poi tre ragazzi, anzi, tre uomini di ventiquattro anni potessero davvero trovare soddisfazione nel sentirsi più forti di un ragazzino di quattordici anni, solo e completamente indifeso.

Non è forza, è vigliaccheria. Vigliacco è colui che ha compiuto quel gesto; vigliacchi gli altri

 

due, che hanno riso di gusto davanti a quell’orrore, chissà se per convinzione o per circostanza, per senso di appartenenza o per stupidità (o forse per tutte quante queste cose); ma sono vigliacchi anche quelli che sminuiscono fatti come questo, che fanno finta di non vedere, che si stupiscono e magari inorridiscono anche davanti agli episodi più gravi, ma poi, nel loro piccolo, non fanno niente per cambiare le cose e continuano a sottacere le piccole o grandi violenze contro i deboli che hanno sotto gli occhi tutti i giorni, rendendosi complici di una collettività che continua a considerare tutto questo un “gioco”.

Ecco, spero che chi sarà chiamato a punire questo reato non solo non lo consideri un gioco, ma al contrario lo punisca con grande severità, in modo che nessun altro, un domani, possa ancora pensare di scherzare in modo tanto barbaro.

 

  ALICE BERTINO

Considerazioni sulla propria idea di Dio

“Lasciando da parte la logica, trovo strano si possa pensare che una divinità onnipotente, onnisciente e benevola abbia preparato il mondo da nebulose senza vita. Io sono fermamente convinto che le religioni, come sono dannose, così sono false. Si ritiene virtuoso credere, avere cioè una convinzione che non tentenna di fronte a evidenze contrarie, e se l’evidenza contraria fa sorgere dubbi, ritenere di doverli sopprimere. Tutto ciò ha sempre predisposto l’umanità e la predispone ancora ad una guerra micidiale.

La convinzione che è importante credere questo o quello senza ammettere libere indagini, è comune a quasi tutte le religioni, e ispira tutti i sistemi di educazione. Il mondo che io auspico dovrebbe essere libero da faziose incomprensioni, e consapevole che la felicità per tutti nasce dalla collaborazione e non dalla discordia. L’educazione dovrebbe mirare alla libertà della mente dei giovani, e non al suo imprigionamento in una rigida armatura di dogmi destinati a proteggerla, nella vita, contro i pericoli dell’evidenza imparziale. Il mondo necessita di menti e di cuori aperti, non di rigidi sistemi, vecchi o nuovi che siano.”

Estratto dalla prefazione di “Perché non sono cristiano” di Bertrand Russell.

 

Lasciando da parte ogni criterio parziale, trovo strano che il filosofo premio Nobel Bertrand Russell sia stupito, come dichiara nell’incipit della sua opera, del fatto che l’uomo possa credere ad un Dio onnisciente creatore ed ispiratore dell’universo.

Chi parla di uomo parla di Dio, e chi parla di Dio parla dell’uomo. Non perché Dio si possa considerare solo come un prodotto dell’uomo, un’idea della sua mente, ma perché l’uomo è quella parte dell’Essere che non solo partecipa dell’esistenza, ma ne indaga i fondamenti e le ragioni. L’uomo è, e si scopre dotato di un senso innato di Dio, del soprannaturale, del “di più”. La storia dell’umanità, fin dalle sue più primitive radici, è pervasa di senso religioso. Questa attitudine alla ricerca dell’origine del mondo e del perché finalistico della sua esistenza è forse la caratteristica più universale dell’uomo, che ci unisce tutti, se non nelle conclusioni, di sicuro nelle premesse. Dio è oggetto di fede, e come Tommaso d’Aquino afferma all’inizio della “Somma contro i Gentili”, “I principi naturali non possono essere in contrasto con la verità della fede, sebbene la verità della fede cristiana superi le capacità della ragione”. L’esistenza di Dio è indimostrabile ed innegabile, e se la verità scientifica non entra in contraddizione con essa, è anche vero che non può supportarla, perché la fede si muove aldilà del dimostrabile e del sensibile, diventando un fatto individuale.

Russell prosegue: “Si ritiene virtuoso credere, avere cioè una convinzione che non tentenna di fronte a evidenze contrarie, e se l’evidenza contraria fa sorgere dubbi, ritenere di doverli sopprimere. Tutto ciò ha sempre predisposto l’umanità e la predispone ancora ad una guerra micidiale.” Attraverso le tracce umane nella storia, e a volte ancora oggi nella mentalità di singoli individui o gruppi religiosi, è stata adottata la religione come mezzo conoscitivo, e ai testi sacri è stato attribuito carattere scientifico. E’ anche vero che la scienza e i suoi progressi hanno portato lentamente ad una nuova concezione della realtà, non più di tipo deterministico e sempre meglio organizzata nelle sue leggi. La religione nelle prime fasi dell’indagine umana ha fornito una sua risposta alle evidenze del mondo. Tale risposta è carica di dignità nel suo essere rudimentale, perché riflette il riconoscimento dell’uomo di una perfezione superiore. Tutto ciò non toglie che al giorno d’oggi sia assurdo reputare scienza e religione due alternative: i campi d’azione sono stati definiti e chi trova che la scienza sia in contrasto o metta in dubbio la propria fede, in effetti vive il suo credo in modo sbagliato. Il filosofo critica inoltre le guerre di religione. Ingenuo chi ancora sostiene che esistano guerre di religione, come anche di ideologia. I conflitti, oggi come ieri, mirano a finalità ben più materiali di tipo economico. Il motivo religioso, l’ideale, il sentimento, sono stati introdotti per eccitare gli animi di coloro che avrebbero ucciso e sarebbero morti per un vantaggio che non li avrebbe riguardati (perché per sacrificarsi è essenziale una ragione). L’uso della religione è stato strumentale. Sappiamo che molti sono i gruppi fondamentalisti che giustificano la violenza con la loro fede. Tuttavia ogni credo religioso, nella sua espressione più genuina, promuove la pace e la comunione tra gli individui attraverso il superamento delle differenze in nome degli obiettivi comuni fondamentali. Nel “Discorso della Montagna” Cristo parla dei veri cristiani come di “operatori di pace”.

Nell’ultima parte del suo discorso, l’autore accenna ai sistemi educativi in relazione ai dogmi religiosi, dichiarando che questi imprigionano e compromettono la “libertà della mente dei giovani”; egli auspica infine ad un mondo di “menti e cuori aperti”. Mi ha colpito molto una frase di Cesare Pavese, nel racconto “La casa in collina”. Il protagonista discute con una sua amica in merito alla scelta di quest’ultima di non far frequentare il catechismo al figlio. Egli dichiara che qualunque sia la scelta del genitore, questa è comunque un’imposizione. Infatti il bambino non sa decidere, e insegnarli o meno una dottrina religiosa è insegnargli qualcosa contro la sua volontà. Scrive l’autore: “E’ religione anche non credere in niente”. Russell si riferisce in modo sommario alla “libertà della mente”, ma cosa intende? Se si riferisce all’assenza di schemi e linee guida di pensiero, la libertà è impossibile. Qualsiasi tipo di educazione contiene inevitabilmente dogmi, in quanto durante l’infanzia tutta la conoscenza è percepita in modo dogmatico, indipendentemente dalla religione. Tuttavia le nozioni che si insegnano ai bambini non li limitano, in quanto potranno essere vagliate in età adulta e a quel punto accettate o rifiutate o meglio dimostrate. Il problema educativo è molto più esteso, dipende dall’impostazione con cui la cultura viene trasmessa dagli educatori. Qualsiasi tipo di conoscenza, se impartita in forma dogmatica e categorica, è un potenziale motivo di scontro e di crisi.

Dio e la fede sono per me un’esperienza viva ed incessante, una verità che ho bisogno di confermare ogni giorno e di arricchire attraverso l’interrogativo, il confronto, la ricerca dentro e fuori di me. Credo innanzitutto nell’importanza della dimensione spirituale come estrema realizzazione della mia esistenza umana e come affermazione profonda della mia identità.

 MARIA VITTORI

 

Sin City: una donna per cui uccidere

Nel 1991 Frank Miller, autore di massima importanza all’interno del panorama fumettistico internazionale, conosciuto per aver rinnovato personaggi come Batman e Daredevil e per aver scritto la graphic novel di 300, dà vita all’universo narrativo di Sin City. E da qui fino al 2000 ha approfondito questo universo dando una ventata d’aria fresca al genere noir e scolpendo nella mente di ogni buon appassionato di fumetti dei personaggi, delle storie e uno stile grafico molto caratteristici, per non dire unici.

(Scene tratte da “That Yellow Bastard”)

 

Nel 2005 Robert Rodriguez convince Miller a realizzare una trasposizione cinematografica di Sin City, che vede la luce anche grazie collaborazione di Quentin Tarantino e che riesce tanto a coinvolgere lo spettatore medio quanto ad esaltare i fan del fumetto grazie all’impatto visivo e alla narrazione identici all’opera cartacea. Da Sin City: una donna per cui uccidere, il secondo capitolo cinematografico nelle sale dal 10 ottobre di quest’anno, non ci si aspettava niente di meno e, anzi, gli episodi inediti promessi accrescevano l’hype, pur sollevando il timore che questo film non avesse  la qualità dei lavori precedenti. Potete quindi immaginare il nostro stato dall’uscita del trailer all’entrata al cinema, in quanto fan della saga quali riteniamo essere. Siamo rimasti delusi? Nah…La prima cosa molto buona è che il film, un noir anch’esso strutturato a episodi, nonostante qualche piccola cosa che non ci è andata giù, come ad esempio il ritmo un po’ lento nell’episodio principale, è reso assai simile al fumetto grazie a scelte narrative, grafiche e di inquadratura. Ma spieghiamoci meglio: il disegno di Miller, come già detto, è molto particolare, e la pellicola cerca quanto più di avvicinarcisi, riuscendoci appieno. È dunque lui, Miller, ad aver la maggior parte del merito avendo disegnato, dato che l’episodio principale è la trasposizione praticamente perfetta della controparte su tavole. E gli episodi inediti riescono a rispecchiare lo stesso stile, quello di un bianco e nero in cui il primo ha la sola funzione di esaltare il secondo dando vita a meravigliosi giochi di ombre e luci. A lui va anche il merito di aver caratterizzato quei personaggi che incontriamo e di averli inseriti in storie avvincenti e significative che analizzano nel profondo la realtà di Basin City (il vero nome di quella che poi è stata chiamata ufficiosamente Sin City dai suoi abitanti), vera protagonista delle vicende. Infatti i personaggi non sono altro che pedine che seguono le regole del gioco sporco e scorretto imposto dalla città stessa (metafora della partita a poker su cui si basa uno degli episodi): è lei che corrompe i suoi abitanti e “chi non corrompe insudicia”, plasmando i tipi umani presentatici nel corso della visione. Abbiamo perciò un senatore Roark, che è l’archetipo della corruzione e nelle cui mani si concentra il potere, una Ava che è la classica femme fatale e che approfitta del contesto per corrompere a sua volta, un Johnny che tenta di sconfiggere le ingiustizie, una Nancy che, pur insudiciata, non si lascia corrompere, un Dwight che cerca la sua identità divisa tra bene e male non tanto ben distinguibili fra loro e poi gente come Marv, personaggio amatissimo dallo stesso Miller, che fa di questo piccolo angolo di inferno il suo ambiente ideale. Dunque Sin City è una visione esagerata e stravolta della corruzione che è presente in qualsivoglia ambito della vita umana ed è perciò un posto dove il male regna, ma anche dove, grazie ai valori personali dei singoli, c’è ancora una briciola di senso del giusto. In conclusione, sono riusciti Frank Miller e Robert Rodriguez dopo più di vent’anni a far rivivere un brand considerato esaurito e, con esso, a intrattenere spettatori nuovi e vecchi? Ci sentiamo di rispondere con un sì e siamo molto felici quanto soddisfatti di poterlo fare.

 FRANCESCO PASSARETTI

DAVIDE RUBINETTI

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