Senza Titolo

Sono rimasta senza vita.
Sono rimasta aggrappata ad una nuvola.
Ha piovuto ed io sono caduta con la pioggia e come la pioggia, goccia per goccia, sono tornata a terra.
E come una goccia mi sono ritrovata a sparire tra le crepe del terreno.
La terra beve tutto, mi prende e prosciuga. Mi ha tolto la voglia di vivere.
E forse ora vorrei solo sparire per volare libera.Ho bisogno di essere libera.
Mi sento obbligata e costretta da questo terreno che non mi fa respirare.
Vorrei tornare ad essere una nuvola, libera, guardare da lontano,  ascoltare la musica dell’anima, nel cielo, leggera, sola con tutti… volerei insieme al vento e bacerei il Sole della Vita.

ROSSO

Storia del mio male

La prima confessione

Questo che avete per le mani è forse il documento più pericoloso che voi abbiate mai ricevuto. Sicuramente qualcuno di voi ha altro, ma per me e per molti che valgono più di quanto gli si possa dare valore, è un documento che le persone non dovrebbero leggere (questa frase sinceramente non l’ho capita). Voi cristiani così convinti. Non sono un satanista, né qualsiasi altra cosa voi conosciate. Il padre che invocate si guarda bene dal nascondermi. Continua a leggere

Il Tredicesimo Arcano

Ho perduto molto nel corso della mia vita ed altrettanto, a ben rifletterci, mi è stato concesso. Mentirei se dicessi di non aver desiderato né di desiderare più di quanto ho avuto, ma in una triste quanto aleatoria logica d’equilibrio, questa è stata la parte di gioie e rimpianti che la sorte ha decretato miei. Fin da bambino mi sono interrogato sul futuro, l’interesse che nutrivo per le infinite vie del fato era, di fatto, morboso e più d’una volta le insegnanti avevano discusso con mia madre circa la preoccupante incapacità di suo figlio ad intessere rapporti sociali. “Deve togliergli quelle carte”, le dissero. “Non è sano per la sua età.” Continua a leggere

Opposti simili e noi

Gli opposti non si attraggono

O meglio si avvicinano, si sfiorano

Ma seppur attratti

Vivono vite parallele, senza intrecciarsi.

Allo stesso modo i simili,

Si accostano.

Ma combattono, nemici,

senza accorgersi

La stessa guerra.

Poi ci siamo noi

Imperfetti con chiunque altro.

Uno sporgente di quei difetti

Che mancano all’altro.

Completi solo insieme.

Le cui vite si intrecciano

E diventano un unico percorso.

 

ELEONORA PAPOTTO

Vapore

Non c’era certezza, quella mattina; premevi il naso (freddo, freddissimo) contro il vetro della finestra in soggiorno; guardavi i raggi del sole riflettersi sulla strada, lontana. Sicuramente è colpa della luce, pensasti; rende chiaro tutto. Chissà… La visione sull’esterno cominciava ad annebbiarsi, a causa del vapore prodotto dal tuo respiro lento e profondo; ti sentisti meglio, allora, in quelle immagini indefinite. Continua a leggere

I corpi sbiaditi

Osservare, l’osservare è una cosa diversa dall’avere gli occhi aperti. Ho provato ad aprire gli occhi e a togliermi di dosso la loro pigrizia, dovuta un po’ all’abitudine e un po’ alla noia. Mi sono accorta di quanto sia interessante accorgersi delle piccole cose, delle piccole persone, che poi sono dei piccoli personaggi. I personaggi che mi circondano e che grazie all’attenzione di qualcuno che si è levato lo sguardo pigro di dosso diventano importanti e li leggi nei libri e li vedi nei film. Camminando mi trovo accanto ad un ragazzo. Continuo accanto a lui. Lo ascolto, sì, perché parla al telefono. È fuori per lavoro e abita in una casa con le finestre rosse, dice che a Roma si riconosce la sua casa con le finestre rosse. È tutta sua quella casa. Chiude la chiamata. Si gira, continuo dietro di lui, lui controlla se qualcuno lo sta seguendo. In effetti ci sono io, ma continuo camminando e non mi fermo. Lui si era girato ma non si era accorto, lo faceva sempre prima di ritirare al bancomat, “non si sa mai”. Ritira e ricomincia la corsa, sì, perché va veloce, sempre per quello che gli permettono i pantaloni da cui sbucano le mutande grigio-verde. Fa passi lunghi ma scoordinati, sì, perché oltre al fatto dei pantaloni ha un braccio rotto e quindi un gesso pesante che gli parte dalla mano e arriva fin sotto la spalla. Il gesso lo nasconde un po’ sotto la felpa larga, sul blu. Quando cammina fa rumore, “blablablasdrushsrushdilndlindlin”, parla al telefono, poi smette, trascina un po’ i piedi e c’è un continuo rumore di chiavi, quelle della casa con le finestre rosse. Finita una chiamata ne aspetta un’altra, ma stavolta non di lavoro, stavolta aspetta con ansia, un po’ agitato. Aspetta, ma poi non ce la fa più, la chiamata la fa lui. Ci tiene a quella persona e anche se è agitato ha fretta ed è circondato da rumori che lui stesso provoca, parla in modo dolce, calmo. Si ferma, semaforo. Sono accanto a lui, occhi chiari chiari chiari, belli, verdi, un po’ azzurri, la pelle è abbronzata ma non scura. Guardandolo penso al papà di Arturo, il bimbo che a Procida era un principe, anche se si vestiva di stracci. Verde, lo lascio andare.

SOFIA NAGLIERI

« Vecchi articoli Recent Entries »