Category Archives: Componimenti Creativi

Fake Plastic Trees

– Mi consuma. – Ci sono cose che non potrai mai perdonarle. Cosa devi perdonare? La odi e basta sentendoti pienamente in diritto di farlo. Cuffie prepotentemente ficcate nei timpani, la guardi e non sai se piangere o sorridere. Lei lo sa? Ogni tanto ti assale il dubbio che non sia così … ma lo speri. Nel suo mondo di plastica presa solo dalla data di scadenza dei ravioli G Rana. Forse sta solo fingendo di non vederti. -Perché non mi ascolti? Non mi ascolti mai. –

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Chiaroscuro

Sei seduto davanti a me. In silenzio guardi fuori alla finestra mentre versi un po’ di Jaeger nel tuo bicchiere. Butti tutto giù e non mi guardi. Il camino è acceso, mentre gli scoppiettii del fuoco fanno da sfondo a questa situazione imbarazzante. Penso al Natale di vent’anni fa, mentre correvi per la casa alla ricerca dei regali, sorridevi inconsapevole mentre la neve cadeva leggera. Ricordo quando mi hai chiesto la prima tela per dipingere, avevo gli occhi bagnati d’orgoglio. Continua a leggere

Come è detestabilmente banale l’amore

Come è detestabilmente banale l’amore… Ma l’amore è passione e la passione è vita. Ricordi l’aurea mediocritas dei latini? Sono assolutamente convinta che sia il modo migliore per vivere. Ma a cosa servono i buoni consigli se non a non essere seguiti (per poi irrimediabilmente pentirsene)? Non potrei mai vivere a metà, cerco l’estremo anche dove non è necessario. O meraviglioso o mortalmente deprimente. L’amore è questo che dà in fondo (è forse solo un pretesto?). Se è ricambiato è euforica felicità.  Se non lo è,  sconfinata tristezza: crogiolarsi nel dolore con la musica troppo alta nelle orecchie, il maglione umido e salato di lacrime a stento trattenute.
Come è irrefutabilmente banale l’amore… Una convenzione sociale che ognuno si sente imposta, come se senza di esso non si potesse essere felici. Continua a leggere

False fuorvianti speranze

E non puoi (o non vuoi?) farci nulla, la piccola speranza parassita cresce sempre, come le erbacce innaffiate dalla grigiastra pioggia autunnale, non voluta, a discapito dei buoni propositi seminati, curati, concimati con dedizione come i fiorellini che hai provato a piantare nei vasi del terrazzo, stroncati dalla stessa grigiastra pioggia autunnale. La speranza si insinua strisciante nei tuoi pensieri, sfrutta ogni momento di distrazione per tenderti un agguato e imprigionarti in un labirinto di pensieri inutili e costruzioni immaginarie e vane. Come difendersi da qualcosa che, per quanto tu sia consapevole di come ti sta distruggendo, ti provoca un sottile, subdolo piacere, facendosi strada dentro di te, generata spontaneamente nei recessi più involontari dell’inconscio? Estirparla al primo germoglio, sarebbe l’unica soluzione… Ma non te ne accorgi subito; la alimenti inconsapevolmente con le lacrime non versate, con i sentimenti espressi con parole sbagliate nella paura di rivelare troppo, con gli sguardi ansiosi con cui cerchi disperata l’oggetto dei tuoi desideri. E poi… È troppo tardi ormai quando l’hai riconosciuta. È come una malattia che il tempo o un farmaco curano, ma che lascia una piccola, dolorosa, traccia.

Non pensarci!

 MARGHERITA

A volte tornano

A volte tornano, avvolti da incantevoli melodie vestite di note cangianti.

Il loro scivolar lieve sulle pareti della mente, quasi sensibilmente inaccostabili.

Son lì, permangono.

Si percepiscono, quelle note. Attimi eterni per tentare di comprenderle.

Ma nell’istante, più straordinari della precedente meraviglia, nello scorgerli dietro barlumi di lucente profumo. Nel riconoscere quei ricordi avvolti da incantevoli melodie.

 

 

ARIA

Opera d’arte

Illuminata da un fascio di luce

in mille granelli di polvere muta la

mina.

Inizia a guardarti e si diffonde

il colore, diventa reale e pronuncia

sospiri,

 

derivando da un’improvvisa

ispirazione: fra le dita un prurito,

sul palmo della mano un continuo

pizzicorino.

Spazia immersa nel bianco

la mente, annega nelle ombre e nei

colori;

Ripreso solo quando ormai è sera

il fiato, il foglio ruvido ha dimenticato la sua

opacità.

 

BETTA

Dolore

A volte provo un dolore che parte dalla testa e si irradia alla punta delle dita. Un dolore che mi fa aprire gli occhi e mi urla qualcosa di preciso e ineluttabile. Un dolore che è un sottotesto quasi cutaneo. Lo posseggo vibrante tra le vene e i muscoli. Un dolore non meglio precisato che mi terrorizza.

Ma tace, talvolta. Ed è nei suoi momenti di silenzio che riesco a vivere (ridere, scherzare, stupirmi, gioire). Un dolore che sembra sempre essere troppo poco, che lo è sempre sembrato. Lo cullo come un cucciolo ferito, a volte lo nutro e poi provo rimorso per averlo dimenticato in quell’angolo. E’ il dolore che mi nomina. E’ il mio. E’ la mia fisiologia del dolore. Come quella volta in altalena, quando niente mi sembrava più che bello che dondolare, eppure dopo un po’ non mi bastava più. E’ quella canzone meravigliosa che pensi non ti stancherà mai. E’un segreto che ricaccio nel fondo e chiudo con ottocentomila lucchetti. Ed è sempre lì.

 

 ARIANNA BONORI

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