Author Archives: Lucciola Manara

MAXI INDAGINE SUI RIDER

Dopo un’inchiesta aperta ormai un anno e mezzo fa dalla procura di Milano, la giustizia ha finalmente chiesto il conto alle piattaforme elettroniche di consegne a domicilio, a causa di violazioni della normativa di sicurezza sul lavoro.

Un totale abbastanza salace, che ammonta a una sanzione complessiva di 733 milioni di euro. Tanto basta a intravedere una minima porzione dell’immenso impianto economico alle spalle del food delivery.

“Fare chiarezza su una categoria di lavoratori che è così numerosa era indispensabile, soprattutto da quando la pandemia ha amplificato enormemente il ricorso a questo genere di servizi. Non ci si poteva più girare dall’altra parte.”

Così il Procuratore aggiunto di Milano, Tiziana Siciliano, motiva la maxi indagine condotta sui rider, conclusasi il 24 febbraio scorso.

Dicendo basta al cottimo e ai pagamenti a consegna, la Siciliano ha chiesto che i rider vengano considerati come lavoratori dipendenti e continuativi. Anche perché finora i soggetti sono stati indotti a lavorare in condizioni di scarsissima sicurezza, per sé e per gli altri.

Quindi, oltre all’ingente sanzione, il tribunale ha intimato le quatto piattaforme Just Eat, Deliveroo, Glovo e Uber eats di assumere, anzi regolarizzare, 60.000 ciclo fattorini entro 90 giorni come lavoratori regolari e continuativi.

Giuseppe Bulgarini D’Elci, avvocato Giuslavorista esperto in diritto del lavoro e diritto sindacale, spiega il motivo dell’urgenza di tali provvedimenti.

Secondo la legge 101 del 2019 che regola le norme salariali e di sicurezza dei ciclo fattorini, questi ultimi devono essere considerati “lavoratori autonomi”. In virtù di ciò, il committente deve garantire un’assicurazione INAIL contro infortuni e malattie professionali.

Ma l’indagine condotta dall’INAIL e dall’Ispettorato del Lavoro ha fotografato una situazione in cui tali norme non erano minimamente rispettate.

Inoltre, laddove non sia stato sottoscritto un contratto nazionale di lavoro, la legge prevede il divieto di pagamento a cottimo (ovvero in base alla quantità di lavoro effettivamente fornito). Bisognerebbe infatti prevedere un compenso minimo orario garantito, parametrato sulla base dei contratti collettivi di lavoro relativi a settori produttivi affini.

Ecco sorgere un’altra questione dubbia: i ciclo fattorini devono essere ritenuti lavoratori autonomi, dipendenti o collaboratori coordinati e continuativi?

La legge li identifica nell’ultima soluzione descritta.

Ma, dato che sono subordinati a piattaforme, vengono inaspettatamente applicate le norme della disciplina del lavoro dipendente.

Sempre Giuseppe Bulgarini D’Elci sottolinea quest’incongruenza e afferma: “La prestazione dei ciclo fattorini non può essere classificata come quella di un lavoro dipendente: i rider lavorano spesso di sera e nei week-end (quindi nei momenti di picco) e sono liberi di rifiutare l’ordine se impegnati in un’altra consegna; i dipendenti lavorano in un arco temporale definito e non hanno alcuna autonomia in tal senso”.

Anche se, in realtà, parlare di libertà dei ciclo fattorini è un paradosso.

Maurilio Pirone, attivista di “Riders Union Bologna”, spiega che questi sono costantemente subordinati a un ranking che valuta se abbiano accettato tutte le consegne che sono arrivate, i giorni e gli orari in cui si sono dati disponibili.

Insomma, il rider è libero di non accettare le consegne, ma se le rifiuta la piattaforma lo penalizza e gliene assegnerà di meno.

Ultimamente, per migliorare la situazione, diverse piattaforme stanno rimpiazzando la strategia del ranking con il “free login”: vengono nominati molti più ciclo fattorini del necessario, così da creare una competizione interna. Per fare un esempio concreto , Maurilio Pirone riporta che un rider che a Bologna lavora dalla mattina alla sera è in grado di effettuare solo cinque o sei consegne.

Correre, accelerare, girare, citofonare, consegnare: questo il ritmo frenetico a cui la società occidentale si sta, velocemente, assuefacendo.

Come opporsi? E’ semplice. Dovremmo per un attimo ritenerci Truman e renderci conto del fatto che forse questo mondo, questo incredibile show, che ci è stato cucito addosso, a nostra immagine e somiglianza, non soddisfa autenticamente il raggiungimento della felicità.

Se da un lato ci rassicura e ci attrae per la sua avvenente forma progressista e tecnologica, dall’altro, assecondarlo, non ci renderebbe affatto domini, ma dominati.

ARIANNA DI CARLO

CINA: RAGIONI DI UN MIRACOLO ECONOMICO

La storia recente della Repubblica Popolare Cinese ci consegna il più grande
miracolo economico di tutti i tempi che ha portato questo grande Paese, negli
ultimi quaranta anni, dall’essere una delle economie più povere ed isolate del
mondo, ad una superpotenza capace di competere con gli Stati Uniti.
Ma tutto questo come è potuto accadere?
E soprattutto in un momento storico come questo, in cui il modello capitalista
occidentale sta evidenziando impietosamente il proprio fallimento, come è
possibile che una dittatura così rigida ed intransigente sia riuscita a creare
questo miracolo economico?
La risposta a questa domanda non appare semplice e soprattutto per cercare
di comprendere i fatti occorre aprire una riflessione articolata e complessa.
Per prima cosa occorre partire da molto lontano ricordando che primi contatti
tra la Cina e il mondo occidentale avvennero già ai tempi dell’Antica Grecia e
l’antica Roma attraverso la Via Reale di Persia (la Via della seta del tempo).
Marco Polo nel resoconto dei suoi viaggi nel continente asiatico, sottolineò
con grande fervore la bellezza, il benessere e lo splendore dell’Impero
Cinese.
Lo stesso Adam Smith, illustre filosofo ed economista scozzese considerato il
padre dell’economia moderna, nel diciottesimo secolo rammentava come la
Cina per molto tempo fosse stata una nazione ricchissima grazie alla sua
capacità produttiva sia in ambito agricolo che industriale.
Purtroppo, come sempre, la storia si ripete; cosicché dopo i fasti e gli
splendori, nella seconda metà del settecento l’impero iniziò un lento ma
inesorabile declino che portò sul fronte interno a forti ribellioni popolari ed
all’esterno a pesanti sconfitte in conflitti regionali; nel 1912 un colpo di stato
da parte dei militari sancì la nascita della Repubblica di Cina e la progressiva
affermazione del Partito Comunista che negli anni successivi impose la
propria egemonia.
Con l’avvento di Mao nel 1949 nacque l’attuale Repubblica Popolare Cinese;
il totalitarismo marxista-leninista del dittatore fece piombare il paese in uno
dei periodi più bui della sua storia, generando miseria povertà e terrore,
privando il popolo di qualsiasi libertà.
Tuttavia la complessità del personaggio non può essere liquidata con la
definizione di dittatore violento e sanguinario ma meriterebbe un
approfondimento che l’argomento in trattazione non ci consente di fare.
Con l’avvento nel 1978 del leader illuminato Deng Xiaoping ai vertici del
partito comunista cinese, inizia la rinascita.
Uomo molto acuto ed intelligente, il nuovo leader cinese constatato il
fallimento delle politiche di Mao Zedong iniziò ad osservare con grande
interesse il fortissimo sviluppo economico in atto nell’Isola di Singapore e,
dopo una sua visita ufficiale in quel Paese, ne fece il suo principale modello
di riferimento.
Nacque così un modello social-capitalista che contaminandosi
progressivamente con le regole di mercato, sempre però sotto l’occhio vigile
di un forte apparato centrale, sancì di fatto la rinascita cinese.
Questa fase di apertura anche al commercio estero, unitamente al basso
costo della mano d’opera ed alla forte stabilità politica garantita dal controllo
del partito comunista, iniziò ad attirare molte imprese straniere che per i
motivi suddetti decisero di delocalizzare le loro basi produttive in Cina.
Da grande statista nel 1980 Deng Xiaoping per agevolare questo trend
favorevole, iniziò ad istituire delle “Zone Economiche Speciali “, situate
strategicamente vicino ad Hong Kong e Taiwan, con un regime fiscale molto
favorevole per attirare investimenti stranieri.
Questa mossa economica risultò efficacissima garantendo una crescita del
PIL di oltre il 10 punti.
Tuttavia se da un lato le aperture economiche marciavano speditamente, sul
fronte delle libertà individuali il Regime non aveva fatto concessioni.
A ricordare tutto questo ci furono i tragici accadimenti del 1989 di piazza
Tienammen a Pechino, in cui l’esercito cinese con fucili d’assalto e carri
armati sparò contro una folla inerme di manifestanti causando centinaia di
morti e migliaia di feriti.
Dopo questa gravissima repressione, l’immagine di Deng Xiaoping si indebolì
molto sia all’interno sia a livello internazionale, al punto che il dittatore decise
di farsi da parte lasciando la guida del Partito e del Paese.
Tuttavia il processo di apertura al mercato proseguì speditamente anche con
le gestioni che si sono succedute. Furono privatizzate circa la metà delle
imprese statali riducendo le barriere commerciali, riformando il sistema
bancario e smantellando gradualmente il sistema assistenzialista pensato da
Mao.
Il resto è storia recente.
Nel 2013 XiJi Ping è diventato Presidente della Repubblica Popolare Cinese
ed il suo mandato procede sul percorso tracciato da Deng Xiaoping.
E pensare che nel frattempo il mondo è stato investito dal Covid 19 che
ricordiamo è partito dalla città di Wuhan; tuttavia grazie a drastiche misure di
isolamento e con una campagna di vaccinazione di massa terminata già da
tempo, contrariamente all’Occidente che ancora arranca sotto i colpi della
pandemia, la Cina ha superato l’emergenza, registrando addirittura una
crescita del 2.3% circa nel 2020, unica economia mondiale a chiudere l’anno
con il segno positivo.
Ma se la Cina ha raggiunto questo incredibile risultato è soltanto merito
dell’abbraccio tra l’ideologia comunista e le regole del libero mercato o c’è
dell’altro?
Probabilmente gli strabilianti risultati dell’economia cinese, sono almeno in
parte, stati agevolati da noi occidentali.
Troppi imprenditori alla ricerca di sempre maggiori guadagni hanno infatti,
negli ultimi decenni, delocalizzato massicciamente in quel paese, attratti
come già riferito da regimi fiscali vantaggiosi e da costi bassissimi della mano
d’opera.
Il problema è che molto spesso le politiche occidentali di delocalizzazione
selvaggia, hanno impoverito i nostri paesi ed hanno invece esportato verso la
Cina le tecnologie, i macchinari e l’ingegno umano profuso per la produzione
di beni e servizi.
Abbiamo visto che i cinesi sono un popolo di grande tradizione economica,
commerciale e di viva intelligenza; superato il periodo di letargo post
imperiale e del Maoismo gli insegnamenti degli occidentali, che in massa
hanno trasferito i loro impianti produttivi in loco, hanno di fatto azzerato il gap
di conoscenze accumulato durante il periodo buio, risvegliando gli antichi
splendori.
Quindi se i nostri imprenditori avessero tenuto ben presente gli insegnamenti
della storia, probabilmente non avrebbero esportato quel patrimonio di
tecnologia, competenze e conoscenza che oggi ha aiutato la Repubblica
Popolare Cinese a spiccare il volo.

CAMILLA MARCONI

UNA NUOVA ECOLOGIA DELL’INFORMAZIONE

Il meme (dal greco μίμημα, mímēma, “imitazione”) è, per definizione, elemento di una cultura o di un sistema di comportamento trasmesso da un individuo a un altro per imitazione.

Dunque qualcosa di decisamente più complesso di una semplice immagine divertente iper diffusa via social; qualcosa di forte abbastanza da insinuare il sospetto che alcuni meme possano avere una responsabilità diretta nel diffondere messaggi di odio e teorie complottiste, come dimostra la galassia dei forum suprematisti che si rifanno al modello 4chan.

Tutto ha inizio nel 1976, quando il biologo evoluzionista Richard Dawkins pubblica Il Gene Egoista, che illustra la visione “gene-centrica” della teoria dell’evoluzione. Nell’ultimo capitolo di questo all’epoca contestatissimo libro, l’autore conia il termine “meme”, parlando di una unità di informazione generica, corrispettivo culturale del “gene” biologico. Qui ha avuto inizio il campo disciplinare della “memetica”, che si occupa di studiare i memi, ossia le più piccole unità informative di ogni tipo. Stringhe di informazioni che, come un virus, nascono, si riproducono, muoiono e, soprattutto evolvono.

Il parallelismo biologico con queste unità minime di informazione non è casuale. Quando un meme si propaga, attraverso la rete e gli utenti, si sta sostanzialmente riproducendo come un virus e va incontro a una mutazione, come un virus. E’ evidente che vi sia un rapporto di stretta interconnessione fra l’evoluzione biologica e l’ evoluzione culturale. Perché si possa parlare di evoluzione culturale è appunto necessario che avvenga apprendimento e comunicazione tra gli individui che vi partecipano. Osservando gli animali, laddove gli etologi parlano di “precultura”, abbiamo a che fare con un fenomeno molto simile. Il punto in comune risiede nel carattere imitativo del meme. I cuccioli di scimpanzé imitano i genitori nell’uso di utensili, replicando un’eredità culturale nel tempo, che cresce e si rimodella, perché è un elemento dinamico e necessita di adattarsi a nuove circostanze, così un ominide, dopo aver compiuto il gesto imitabile di battere due pietre per ottenere lame di selce ha innescato una serie di eventi consequenziali ed in quel momento imprevedibili che hanno portato ad un homo sempre più habilis e perfino alle civiltà dei moderni sapiens.

Creare e trasmettere una stringa concettuale, un meme può avere un impatto enorme.

Quando un medico ungherese due secoli fa intuì che per salvare un maggior numero di partorienti dalla febbre puerperale era necessario lavarsi le mani prima di ogni intervento generò un meme che avrà sua conferma decenni dopo attraverso gli studi di Pasteur sulle contaminazioni batteriche. Direi che l’inattesa efficacia e durevolezza di questo meme, da principio persino osteggiato, hanno avuto una silenziosa ma inarrestabile potenza diffusiva fino ad arrivare a porre le basi dei protocolli della chirurgia moderna. E, ancora più capillarmente, fino a istanti fa,

oggi che siamo nel cuore della pandemia, entrando in casa, in questa stanza, a scuola.

E tuttavia l’esempio più calzante di diffusione virale di meme, e anche il più insidioso, non è il modello di trasmissione verticale, fra generazioni. Ma il modello orizzontale, fra coesistenti appartenenti alla medesima generazione. Media e social amplificano esponenzialmente la pressione tra pari e, di conseguenza, facilitano la condivisione senza però avere la prerogativa del filtro interpretativo su questa mole massiccia di informazioni. Se, informandomi online, laddove l’élite culturale e la non conoscenza hanno purtroppo lo stesso peso specifico, dovrò decidere tra medicina pseudo-scientifica e medicina scientifica non è detto che sarò in grado di compararle con una riflessione razionale, consapevole dei propri confini e critica, ma rischio di scegliere in base a meccanismi di conferma secondo fenomeni cognitivi detti bias. Per questo quando rilanciamo una notizia dovremmo sforzarci di essere massimamente consapevoli delle conseguenze delle nostre azioni e del rischio di immettere nel nostro habitat culturale una specie pericolosa e virale, come e peggio del coronavirus. Una specie capace di fagocitare ogni biodiversità culturale, informativa, cognitiva.

L’appiattimento della diversità culturale è un problema pandemico serio, che genera stereotipi dannosi, importanti discriminazioni e limita l’innovazione e lo scambio. Come l’entropia in fisica porta a una morte termica dell’universo a causa dell’assenza di differenze di temperatura tra i corpi, così in assenza di biodiversità culturale svanisce il gradiente necessario allo scambio e all’innovazione.

Per scongiurare il disastro ecologico della nostra sfera culturale, serve pensare una nuova ecologia capace di generare un equilibrio positivo fra diffusione orizzontale di meme e filtraggio delle informazioni. Seve rinsaldare le nostre fondamenta neurofisiologiche ed il nostro coraggio di esser nati come persecutori di virtù e conoscenza, e non bruti ripetitori di un percorso troppo facile già battuto da molti prima di noi e contemporaneamente a noi.

NICCOLO’ ROSI

CHE COS’è IL BITCOIN? LA CRIPTOVALUTA CHE GAREGGIA CON L’ORO

Ogni criptovaluta è una riserva di valore crittografata, basata sulla tecnologia
blockchain e supportata sin dalla nascita dal movimento cypherpunk, non troppo
distante dal cyberpunk, che è a favore di principi come autonomia e privacy.
Il bitcoin è stato partorito nel 2009, dalla mente ignota di una o più persone
identificate sotto lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto, l’obiettivo era quello di creare
una moneta, utilizzabile per ogni tipo di transazione, che non venisse schedata da
governi o banche in modo da garantire più libertà. Oggi ogni tipo di transazione fatta
con monete statali è tracciata e da essa si può risalire ai dati sensibili delle persone
coinvolte nella transazione,il bitcoin invece sfrutta delle transazioni
pseudo-anonime, infatti coloro che sono coinvolti nella transazione non possono
essere identificati direttamente ma si interfacciano attraverso address formati da
lettere e numeri, non troppo distanti dallo username di un videogioco o da un IBAN
bancario. Tutto ciò permette anonimato e libertà, questa libertà consiste soprattutto
nel non avere banche centrali o governi che esercitano il loro potere sulle monete in
circolazione, prendiamo ad esempio l’euro: l’euro è emesso dalla Banca Centrale
Europea (BCE) ed è essa stessa che, in via del tutto ipotetica, da un giorno all’altro
potrebbe modificare il valore della moneta, come potrebbe decidere di cominciare a
stampare moneta a profusione, portando così ad un inflazione e nel peggiore dei
casi ad un iperinflazione, con conseguente collasso dell’intero apparato
socio-economico sul medio-breve termine.
Bitcoin non ha questo tipo di problema perchè è l’algoritmo stesso a “coniare” la
moneta e gestire gli scambi di questa valuta senza interpellare mediatori istituzionali,
per questo si dice che la valuta è decentralizzata, in quanto sfrutta la blockchain. La
blockchain (letteralmente “catena di blocchi”) è un archivio digitale crittografato
condiviso da tutti i vari utenti, in cui vengono trascritte tutte le transazioni effettuate
sin dalla prima, avvenuta il 3 gennaio 2009. Questo algoritmo è di pubblico dominio,
non brevettato ne tantomeno posseduto da qualcuno, ciò rende il tutto trasparente.
Tutti gli utenti della blockchain sono in possesso di quello che è il registro globale
dell’intero storico delle transazioni avvenute con bitcoin di conseguenza nessuno
potrebbe manomettere i registri per trarne guadagno perchè tutti gli altri ne
sarebbero a conoscenza, discorso del tutto applicabile ad un ipotetico attacco
hacker. Fondamentale è sottolineare che la convalida di una transazione può
avvenire soltanto con l’autorizzazione della maggioranza degli utenti. Il processo di
verifica delle transazioni richiede una enorme mole di calcoli, quindi enorme potenza
di calcolo e uso di energia, il tutto grava sulle spalle dei miners, utenti della
blockchain che mettono a disposizione la potenza del proprio computer per
autorizzare le svariate transazioni e nel corso del tempo vengono ricompensati con
altri bitcoin “coniati” ad hoc dall’algoritmo in proporzione alla quantità di blocchi
generati a seguito della convalida della transazione, il processo prende il nome di
mining. Inizialmente la risoluzione di un blocco di transazioni da verificare portava al
miner la bellezza di 50 BTC, l’algoritmo dimezza la ricompensa ogni 210.000 blocchi
di transazioni verificate, ora un miner percepisce 6,25 BTC, quindi pian piano non
verranno più generati bitcoin, questo processo di dimezzamento della ricompensa è
denominato “halving”.
Ora che abbiamo sviscerato l’aspetto tecnico possiamo spostare il nostro focus sulla
parte prettamente economica: a differenza di ogni altro tipo di asset finanziario
(azioni, titoli di stato, valute o materie prime) che è illimitato, il bitcoin è limitato in
quanto non possono esistere più di 21 mln di BTC, cifra che inizialmente sarebbe
dovuta essere raggiunta nel 2100 ma stime più recenti ipotizzano il 2040. L’avere un
tetto alla cifra massima di moneta in circolazione permette di ovviare al problema
dell’inflazione, a cui abbiamo accennato poco fa, in questo caso specifico parliamo di
inflazione controllata. L’esistenza di questa inflazione controllata avviene ovviamente
per mano della blockchain, semplificando potremmo dire che: viene aggiunto un
nuovo blocco alla blockchain ogni 10 minuti indipendentemente dalla quantità di
calcoli necessari poiché è la blockchain stessa ad adeguarsi a quella potenza di
calcolo, quindi semplificherà o renderà i calcoli più complessi, sempre con lo scopo
di impegnare 10 minuti nell’aggiunta del nuovo blocco.
Adesso finalmente entriamo nel merito della questione che ha reso il bitcoin molto
popolare specialmente negli ultimi due anni, specialmente negli ultimi due mesi,
ovvero: come si calcola il valore e quanto vale un bitcoin?
Bitcoin in sé per sé non ha valore, il suo valore è stabilito dal mercato, cioè l’incontro
tra domanda e offerta, più un asset, in questo caso il bitcoin, è richiesto più il suo
valore cresce, certamente meno persone lo vogliono più il suo prezzo scende. Sin
dalla sua nascita bitcoin è passato dal valore di pochi centesimi a valere in questo
esatto momento (19 marzo 2021) la bellezza di 58462$, pochi giorni fa ha realizzato
il proprio record raggiungendo i 61795$, negli ultimi mesi è in netta crescita
rimanendo stabile, però questa stabilità non lo ha affatto contraddistinto negli anni
passati.
Ovviamente in questo ultimo periodo la criptovaluta in questione è reputata un bene
rifugio al pari dell’oro, se non addirittura più sicura, moltissime persone ci stanno
investendo indipendentemente se credano in esso come nuova frontiera della
tecnologia applicata all’economia oppure che lo intendano come semplice e puro
asset finanziario. Occorre sapere che la procedura per comprare e detenere bitcoin
non è poi così complessa: sappi solo che non essendo riconosciuti da organi
governativi non li potrai acquistare tramite la tua banca quindi iscriviti ad una
piattaforma affidabile che ti permetta di acquistarli, esistono vari exchange che ti
permettono di fare ciò, i più famosi sono Degiro, Etoro o Crypto.com, ma ne esistono
molti altri, per risparmiare sulle commissioni fai un bonifico all’IBAN dell’exchange
stesso, quando supererai quella che è per te una soglia di soldi eccessiva da tenere
sulla piattaforma potrai passarli su un wallet fisico, molto simile a una pennetta usb,
un “Ledger Nano S wallet”, ricordati però che non tutti gli exchange consentono di
passarli su un hardware fisico, alcuni li mantengono nei loro server.

Due i punti che vanno assolutamente affrontati:
Il mining di bitcoin è dannoso per l’ambiente? Un tema molto dibattuto negli ultimi
tempi, tant’è vero che alcune persone hanno cercato di stabilire il valore del bitcoin
basandosi sulla quantità di energia elettrica utilizzata nel mining, ovviamente come
criterio non è valido, alla luce di ciò che abbiamo detto precedentemente; di certo
viene rilasciata dell’anidride carbonica dalle schede grafiche che utilizzano la loro
potenza di calcolo prestandola per la convalida delle transazioni ma il problema
nasce dalla quantità di energia utilizzata da queste schede grafiche, davvero tanta
ma per ovviare al problema si potrebbe incrementare la provenienza da fonti
rinnovabili.
Bitcoin può essere utilizzato comunemente per quelle che sono le microtransazioni,
come per esempio un caffè al bar? La risposta per adesso è no, ovviamente non
varrebbe la pena aspettare 10 minuti per la convalida di un pagamento
dell’equivalente di pochi euro che dovrà essere trascritto sulla blockchain, ma si sta
progettando una blockchain parallela che permetta queste transazioni molto
rapidamente, questo progetto in via di sviluppo prende il nome di “lightning network”.
Bitcoin si candida ad essere la moneta del futuro, almeno secondo molti. Ha dieci
anni di storico alle spalle, è tecnologicamente incorruttibile, di conseguenza è la
moneta più sicura al mondo; di certo la sua volatilità sul mercato la rende ancora più
simile ad un esperimento che a una moneta consolidata, e ovviamente non si
escludono grosse perdite e terremoti finanziari, ma in ogni caso siamo davanti alle
fondamenta di un futuro che potrebbe essere più prossimo di quanto ci aspettiamo.

SERGIO GOLINO

SCIENZA E IDENTITà DI GENERE

(In questo articolo ho voluto riportare alcune delle teorie e studi riguardo all’identità di genere dal punto di vista biologico e il fine è quello di evidenziare dei fattori oggettivi che la determinano, oltre a sottolineare il fatto che essa in realtà non può essere ricondotta a vere e proprie categorie).

Nulla è come sembra:

La cosa che sembra più semplice da stabilire, al momento della nascita, è se un bambino sia maschio o femmina. Questo processo è certo fin dal momento della fusione dei due gameti: con due cromosomi X sarà una femmina, con un cromosoma X e uno Y sarà un maschio. Durante la vita intrauterina l’identità di genere (la percezione della propria identità sessuale), l’orientamento sessuale (eterosessualità, omosessualità, bisessualità) e altri comportamenti sono programmati a livello cerebrale. Nella seconda metà della gravidanza, il cervello si differenzia in senso maschile o femminile dato che nel maschio si ha un “picco” di produzione di testosterone e nella femmina no. La differenziazione sessuale degli organi genitali avviene pertanto, sul piano temporale, prima della differenziazione sessuale del cervello.

Qual è la differenza cerebrale tra uomo e donna?

Le dimensioni del cervello sono maggiori negli uomini che nelle donne. il cervello degli uomini presenta un maggior volume, in proporzione, dell’amigdala (il cosiddetto centro delle emozioni) e dell’ipotalamo (la struttura che controlla e integra le funzioni del sistema nervoso autonomo e l’attività endocrina= funzioni vegetative o viscerali).  Al contrario, il cervello delle donne presenta maggiore volume della corteccia prefrontale (la regione implicata nella pianificazione dei comportamenti cognitivi complessi, nella presa delle decisioni e nella moderazione della condotta sociale), dell’ippocampo (che rappresenta il principale centro di controllo delle emozioni e di formazione dei ricordi), così come del controllo del linguaggio (area di Broca).

La scienza ci dimostra quindi che la differenza cerebrale tra uomo e donna esiste ed è visibile sia a livello strutturale che funzionale.

La “tabula rasa” non esiste:

Nonostante le differenze descritte in precedenza, è importante dire che il grado di mascolinizzazione del cervello non riflette necessariamente il grado di mascolinizzazione genitale; i due processi possono essere influenzati in maniera tra loro indipendente.

Sono dati recenti quelli che affermano che l’identità di genere viene determinata già durante la gravidanza. Tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta si pensava che il bambino alla nascita fosse una “tabula rasa” e che la società avrebbe orientato il suo comportamento in senso maschile e femminile. Le tecnologie avanzate degli ultimi decenni (tecniche di imaging morfologico e funzionale, tecniche di biologia molecolare) hanno permesso alle Neuroscienze di studiare le possibili strutture cerebrali e le reti neuronali coinvolte, in relazione all’identità di genere e/o all’orientamento sessuale.

Il connettoma

i ricercatori sono riusciti a ottenere un modello computerizzato che traccia una mappa delle connessioni neuronali (Connettoma).

La “mappa” evidenzia come nell’uomo siano più diffuse connessioni di tipo intra-emisferico nella maggior parte della corteccia cerebrale, mentre nella stessa area le connessioni inter-emisferiche sono maggiormente evidenti nei campioni femminili. Andando ad osservare, invece, la porzione dove risiede il cervelletto, i risultati venivano invertiti.

La differenziazione di genere nel Connettoma appare evidente e significativo nei soggetti over 13, con risultati più marcati nel campione adulto. Nei soggetti più giovani, tale disparità era però del tutto trascurabile.

La teoria biologica sull’origine dell’omosessualità

si fonda sul dato che la sessualizzazione genitale precede quella cerebrale; fattori disturbanti a qualsiasi livello all’interno di questo intervallo temporale potrebbero portare a un deficit di sessualizzazione cerebrale. Molti fattori prenatali possono influenzare l’orientamento sessuale, e sono stati identificati come possibili cause dell’omosessualità (che non deve però essere intesa come una patologia, come è stato frainteso in passato).

I principali punti sono:

  • esposizione agli ormoni prenatali
  • l’immunità materna
  • altri fattori che includono il controllo dell’orientamento sessuale da parte dei geni

Teoria neurormonale o “androgenica”

 Secondo questa teoria il sesso psicologico di un individuo dipenderebbe dall’ambiente ormonale a cui è esposto il SNC durante un periodo critico dello sviluppo fetale, che va dal II – V mese di gestazione fino alla nascita. Il testosterone determina la mascolinizzazione delle strutture del SNC (Sistema nervoso centrale, che comprende encefalo e midollo spinale) che controllano la sessualità. In assenza di segnali mascolinizzanti il SNC è orientato ad uno sviluppo in senso femminile. Già a metà degli anni 1980 i ricercatori Norman Geschwind e Albert Galaburda sottoposero all’attenzione della scienza l’ipotesi secondo cui gli uomini omosessuali fossero stati esposti ad alte concentrazioni di androgeni nelle primissime fasi della gestazione, spiegando inoltre la loro tendenza ad essere più facilmente propensi al mancinismo. Più di recente è stato invece sostenuto che soprattutto le variazioni temporali e locali nell’esposizione degli androgeni al cervello ancora in via di formazione di un feto sarebbe un fattore decisivo nella determinazione o meno l’identità di genere nel suo complesso e l’omosessualità in particolare.

Immunità materna

Se una madre sviluppa una risposta immunitaria contro una sostanza (es. ormoni) importante nello sviluppo fetale maschile durante la prima gravidanza (venendo a contatto con questa sostanza ad esempio durante il parto, momento in cui il sangue della madre inevitabilmente si mischia con il sangue del feto) c’è il rischio che avvenga un’alterazione nello sviluppo del cervello prenatale dei maschi nelle gravidanze successive.

Questo succede perché gli anticorpi prodotti durante la risposta immunitaria della madre, essendo particelle molto piccole, attraversano la placenta ed entrano nella circolazione fetale, sviluppando una risposta immunitaria non necessaria contro fattori coinvolti nella differenziazione sessuale e portando alcuni maschi nati dopo la prima gravidanza a provare una più forte attrazione nei confronti degli uomini rispetto che alle donne. (L’effetto non si applica allo sviluppo dell’omosessualità femminile).

Cosa ci dice la genetica?

Nel 1993, sulla rivista Science, apparve un articolo che indicava come in un gruppo di 40 famiglie con due fratelli omosessuali venisse condivisa una regione del cromosoma X.

Questi studi hanno dimostrato come l’omosessualità sia ereditata primariamente per via materna e con le caratteristiche di un carattere multifattoriale; ciò significa che i geni solo in parte determinano l’orientamento sessuale, che è dovuto ad altri numerosissimi fattori. E’ importante precisare che l’ambiente da solo non è in grado di determinarne lo sviluppo.

Un gruppo di ricercatori italiani composto dai professori Andrea Camperio Ciani, Dipartimento di Psicologia Generale dell’Università di Padova, Giovanni Zanzotto, Dipartimento di Metodi e Modelli matematici dell’Università di Padova, e Paolo Cermelli, Dipartimento di Matematica dell’Università di Torino ha cercato di dimostrare le basi biologiche dell’omosessualità. Il modello delle “selezione sessualmente antagonista” prevede che il gene dell’omosessualità deve essere contenuto nel cromosoma sessuale X, quello trasmesso ai maschi solo dalle madri e quindi sempre espresso al livello fenotipico (dove per fenotipo, si intende l’insieme delle caratteristiche somatiche e fisiologiche effettive di un individuo). 

Se l’omosessualità non fornisce alcun vantaggio riproduttivo, perché permane al passaggio delle generazioni?

la persistenza nella nostra specie (e non solo) dell’omosessualità, un tratto che dal punto di vista evolutivo è abbastanza problematico: se vi fossero geni responsabili dell’omosessualità, la selezione naturale darwiniana dovrebbe limitarne la diffusione, dato che un omosessuale più difficilmente avrà una prole numerosa a cui trasmetterli. Il fatto che l’omosessualità, maschile e femminile, sia presente pressoché in tutte le culture è indice di un preciso vantaggio evolutivo: secondo le conclusioni tratte dal gruppo di ricercatori dell’università di Padova e di Torino, lo stesso fattore genetico associato all’omosessualità maschile sia anche associato alla maggiore fecondità femminile. Il vantaggio dato alle portatrici femmine sarebbe tale da tollerare il mancato successo riproduttivo dei portatori maschi. A beneficiarne sarebbe l’intera linea familiare e lo svantaggio nei maschi sarebbe un tollerato compromesso. In questi casi si parla appunto di selezione sessualmente antagonista, perché il medesimo fattore porta dei benefici in un sesso, mentre risulta costoso nell’altro.

Una forte variabilità dell’identità di genere:

La maggior parte dei cervelli è formata da un “mosaico” di caratteristiche uniche, alcune più comuni nelle femmine, altre più comuni nei maschi, ma sempre condivise da entrambi i generi, almeno entro una certa misura. Pertanto, anche se ci sono differenze di genere nella struttura del cervello, quasi mai il cervello umano rientra in una delle due classi distinte, quella tipicamente maschile e quella tipicamente femminile, mostrando invece una alta eterogeneità e una enorme sovrapposizione di caratteristiche nella composizione specifica di tale mosaico. A livello sociale, l’adozione di una visione che riconosce variabilità e diversità nel cervello umano ha importanti implicazioni in quanto evidenzia come sia profondamente sbagliato ridurre a categorie (per quanto esse possano essere numerose) l’identità di genere.

VIRGINIA FIGLIUZZI

HIFHLANDER: LA MEDUSA IMMORTALE

Nell’istante in cui l’uomo realizzò la propria mortalità cominciò a sognare la vita eterna. D’altra parte, quello di scomparire è un timore insito nella natura umana.

Sembra che un primo tentativo per raggiungere l’immortalità sia stato fatto in Cina, durante la dinastia Qin (221 a.C. – 206 a.C): i medici alchimisti erano convinti che materiali come il cinabro, l’ematite, la giada e l’oro potessero allungare la vita (spoiler: fallirono, tra l’altro il cinabro contiene mercurio, quindi, semmai, la vita la accorcia). Di acqua della vita o elisir della giovinezza, poi, se ne è sempre parlato; basti pensare all’Amrita nella mitologia induista o all’Haoma nell’antico Iran. Dopo questi primi tentativi, i miti e le ricerche effettive per ottenere la vita eterna continuarono e raggiunsero il loro culmine nel Medioevo. L’alchimia fu la disciplina che maggiormente si impegnò nella ricerca: nel VIII secolo gli arabi perfezionarono le tecniche di distillazione e tentarono di creare, tramite operazioni misteriose e assai poco rassicuranti, la celebre Aqua vitae (spoiler: fallirono miseramente). Fu sempre l’alchimia araba a tentare di creare per la prima volta la pietra filosofale attraverso il Magnum Opum (l’itinerario alchemico) che consisteva in tre tappe di trasmutazione della materia: Nigredo, ovvero la fase in cui la materia viene disgregata (putrefazione); Albedo, in cui la materia si purifica (distillazione) e Rubedo, la materia si ricompone (sublimazione). Tutte queste  tecniche trasmigrarono nel Medioevo cristiano in cui iniziò anche la ricerca del santo Graal, la mitica coppa di Gesù Cristo da cui sgorgava l’elisir di lunga vita; templari e gente d’ogni genere andò davvero a cercare la coppa (spoiler: fallirono anche loro). Ma tutto ciò non scoraggiò l’umanità che continuò imperterrita nell’inseguimento dell’immortalità. Dopo aver tentato di creare pietre ed elisir e aver ricercato polverosi calici sporchi di sangue gli esseri umani si convinsero che doveva per forza esistere una fonte che garantisse l’eterna giovinezza. A seguito di lunghe dispute su dove potesse realmente trovarsi, fu scoperta l’America e si concluse che la mitica fonte  dovesse essere assolutamente situata in quel luogo. L’esploratore Juan Ponce de León fu uno dei molti che partirono con la loro flotta per andare a cercarla (spoiler: invece di trovare la fonte scoprì la Florida). Le ricerche andarono avanti con ostinata testardaggine ma nulla fu mai trovato. Non a caso si dice che nella vita l’unica cosa certa sia la morte e che solo alla morte non c’è rimedio. Insomma, a parte per i pochi, rarissimi eletti come Keanu Reeves (tutto provato nella pagina web Keanu Reeves is immortal) o la regina Elisabetta II è risaputo che l’immortalità biologica non è possibile. Quella della vita eterna non è altro che una favola particolarmente affascinante, giusto? Beh, mi dispiace darvi cattive notizie ma la Turritopsis nutricula, ha battuto l’uomo nella corsa all’immortalità da ben 650 milioni di anni. Già, una medusa ci ha sconfitto. Patetico, vero? Un esserino senza ossa né cervello non più grande di una perlina da 4-5mm.

Questa minuscola, stupenda, antichissima creatura è, infatti, in grado di riavvolgere la sua vita e regredire allo stadio di polipo (fase asessuale del ciclo di vita delle meduse) e, di conseguenza, ringiovanire. Quando sottoposta a stress o pericolo, oppure quando si trova ormai in età avanzata la Turritopsis nutricula avvia il fenomeno della “transdifferenziazione” invertendo, così, l’invecchiamento: questo le permette di tornare alla fase precedente della maturità sessuale e di continuare a vivere in un ciclo infinito (proprio come la fenice: non c’è da stupirsi che l’umanità sia ancora sotto processo per violazione del copyright).

Ma in cosa consiste il transdifferenziamento? Come funziona? C’è bisogno di trasmutare la materia? Di fare sacrifici agli dei? Mescolare strani intrugli? Nah, questo processo consente alla medusa di impedire la morte delle cellule e di riprogrammarle sebbene già differenziate (una cellula differenziata è una cellula matura in cui compaiono strutture specializzate). Si articola in due fasi: prima la cellula  matura regredisce e torna com’era prima della differenziazione (immaginate come un nastro che si riavvolge) e poi prende un’altra strada differenziandosi in un altro tipo di cellula. Sappiamo che il transdifferenziamento viene utilizzato anche da altri esseri viventi per rigenerare gli arti (ad esempio le salamandre), tuttavia la Turritopsis nutricula è l’unico animale in grado di raggiungere l’immortalità tramite questo processo. E cosa possiamo fare noi, miseri esseri umani affetti da manie di eterno protagonismo? Non molto. Beh, si può sempre tentare la ricetta della pietra filosofale secondo il noto alchimista arabo ‘Abyad Min Alharb:

1 intero Axolotl (per la rigenerazione degli arti)

Grasso di Eterocefalo Glabro (per l’insensibilità al dolore)

2 cucchiaini colmi di Turritopsis nutricula (per l’eterna giovinezza)

AVVERTENZE: provare solo sotto la supervisione di un adulto, tenere fuori dalla portata dei bambini

BIANCA DELLA GUERRA aka ‘ABYAD MIN ALHARB

DESTINAZIONE VERITà

“Ma tutto m’era divenuto indifferente, e tutti i problemi mi si erano allontanati”.

Il protagonista del romanzo “Il sogno di un uomo ridicolo” di Fëdor Dostoevskij, scrittore e filosofo russo ottocentesco, è appunto un uomo “ridicolo”. Il termine viene inteso come qualcuno che, secondo la società, agisce in modo non appropriato sulla scena del mondo, poiché non sa presentare sé stesso secondo i canoni di conformismo che lo renderebbero accetto.

L’io narrante, infatti, già dalle prime righe, racconta quanto si affliggeva per il suo aspetto “ridicolo” in ogni senso: di lui ridevano tutti e sempre.

Dal giudizio degli altri è giunto alla conclusione di essere veramente diverso, di conseguenza sbagliato.

Il senso di angoscia lo divora, così l’unica soluzione che trova per placate il suo dolore è iniziare a vivere con indifferenza, in questo modo smette di colpo di adirarsi con gli uomini.

La coscienza dell’irrilevanza della volontà umana e delle sue manifestazioni rende agli occhi del protagonista insignificanti e quasi inesistenti gli altri uomini, i quali si muovono in una dimensione di inautenticità. “Io presi a sentire e ad avvertire con tutto il mio essere che in mio dominio non c’era nulla”.  Pertanto, la stessa vita individuale precipita nell’insensatezza.

Come fuggire dunque da una vita vuota?

Egli trova solo una risposta: il suicidio.

Mentre rientra a casa, convinto a fondo della sua decisione, una bambina in lacrime lo accosta chiedendo aiuto per la mamma. Non ne conosciamo il motivo, poiché il protagonista, assorto nei suoi pensieri, la scaccia.

Tuttavia, tornato a casa e puntatosi la rivoltella alla tempia, si rende conto della compassione provata per la bambina e ciò lo distrae dal suo proposito autodistruttivo e inizia a vergognarsi del suo atteggiamento avuto in precedenza.

Proprio dalla sua stanza povera e piccola, illuminata solo dalla luce fioca di una candela, inizia il passaggio al sogno. “I sogni li indirizza, pare, non la ragione, ma il desiderio, non la testa, ma il cuore e intanto quali ingegnosissime cose che ha operato a volte la mia ragione nel sogno!”

Il suo viaggio onirico ha inizio proprio dal suo suicidio con un colpo al cuore. In seguito, viene trasportato da un angelo in un nuovo scenario, un universo incorrotto. Acquista dunque la certezza di una vita dopo la morte. Gli uomini che abitano il pianeta sono in perfetta armonia con la natura e non conoscono il tormentoso dissidio che oppone gli uomini (del tempo, ma anche moderni) all’ambiente e alla società.

“Ma il loro sapere era più profondo e più alto di quello della nostra scienza; giacché la nostra scienza cerca di spiegare che cosa sia la vita, essa stessa aspira a rendersene conto per insegnare agli altri a vivere; quelli invece anche senza la scienza sapevano come dovessero vivere, e questo io lo capii, ma quello che non potei capire fu il loro sapere”. Costoro sono parte della natura, parlano con gli alberi, vivono pacificamente con gli animali e soprattutto tra loro, glorificando tutto ciò che li circonda.

 La presenza del protagonista, però, altera la situazione paradisiaca e trasmette agli uomini di questa terra incorrotta parole e concetti di cui nessuno era a conoscenza fino a quel momento: la menzogna, la malizia, la sensualità, la vanità, la gelosia e l’invidia, i quali contribuiscono allo spargimento del primo sangue. “Quando divennero cattivi cominciarono a parlare di fratellanza e di umanità e capirono queste idee. Quando divennero colpevoli inventarono la giustizia e si prescrissero interi codici per conservarla, per far rispettare i codici stabilirono la ghigliottina.”

L’io narrante si sveglia e diventa coscienzioso di una verità. “Una volta che hai conosciuto la verità e l’hai veduta, sai bene che quella è la verità e che un’altra non c’è, né ci può essere, sia che si dorma o si vegli”.

Qual è dunque questa verità?

Ha capito il suo scopo, quello di gridare che tutti gli uomini possono essere bellissimi e felici senza perdere la capacità di far parte di questa terra. Si risveglia pronto a riprendere in mano la sua esistenza, con la consapevolezza che la compassione e la benevolenza possono essere applicate nel mondo e che se imparassimo a comportarci come vorremmo che gli altri si comportassero con noi, quel paradiso non rimarrebbe solo pura immaginazione, bensì una realtà a tutti gli effetti. L’altruismo è alla base dei rapporti umani.

Esiste la possibilità che l’uomo sia felice sulla Terra solo quando, superata l’indifferenza, sarà capace di praticare quotidianamente la benevolenza verso l’altro; l’amore è l’unica potenza in grado di liberare l’umanità dal dolore. La felicità perfetta di Dostoevskij è intesa come un cammino interiore di elevazione del dolore personale verso un fine più alto: risolvere il senso drammatico della libertà e trovare il coraggio di essere liberi, liberi di essere felici. L’amore è libertà, la libertà è felicità, il paradiso del sogno non è un’Utopia, perché il paradiso è dentro l’uomo, ed è solo suo compito scoprirlo.

Degno di nota è il fatto che, benché “Il sogno di un uomo ridicolo” sia stato pubblicato nel 1877, sia assolutamente attuale. L’autore infatti si rivolge, dietro la finzione letteraria, alla società intera e ne denuncia i vizi che la allontanano dalla felicità, fondata semplicemente sull’amore e sulla solidarietà, al posto dell’avidità e dell’egoismo.

LIVIA PAOLIZZI

FUMETTIBRUTTI O BELLI?

Parto con il dire che per iniziare a scrivere questa recensione ci ho messo più del dovuto e non me lo aspettavo, ogni volta che aprivo “Word” mi commuovevo al solo pensiero di scrivere un qualcosa su di lei.

“Anestesia” è un fumetto scritto da Yole Josephine Signorelli in arte Fumettibrutti, una trans donna che in questi ultimi anni grazie ai suoi due precedenti fumetti (“Romanzo esplicito” e “P. La mia adolescenza trans”) è divenuta la più famosa fumettista in Italia.

Tra le tematiche affrontate dall’autrice troviamo l’erotismo, che viene trattato in maniera piuttosto esplicita, romantica e passionale senza mai cadere nel volgare, ed è proprio questo che mi ha fatto innamorare delle sue opere: il suo modo di porsi, di mostrarsi, di scrivere e di disegnare mi ha subito catturata. L’elemento che colpisce maggiormente di Fumettibrutti è proprio il “menefreghismo” che utilizza nel fare o nel dire determinate cose di cui una donna generalmente si vergogna, cercando di normalizzarle con il suo essere così diretta. A Fumettibrutti posso solo dire grazie: grazie per avermi dato la capacità di amarmi, di mostrarmi e di vivere la passione senza vergogna.

Dopo questo preambolo, finalmente, possiamo passare alla vera e propria recensione di Anestesia, che si intitola così proprio perché si focalizza sugli interventi che Yole deve subire per diventare donna.

Il libro contiene scene crude e realistiche, smorzate da altre scene che contengono una satira relativa ai tabù ancora presenti oggi riguardo la sfera sessuale. Tra le scene più commoventi possiamo evidenziare uno degli avvenimenti di cui ogni donna è vittima, il più banale e semplice: l’essere insultata e denigrata per strada con parole di poco gusto e volgari, che potete facilmente immaginare.

Il tutto è enfatizzato da un disegno agghiacciante in cui questi disprezzamenti la travolgono oscurandola del tutto. Alcune pagine del libro sono dedicate a vari disegni che svolgono una funzione d’intermezzo, che servono a smorzare tutta la crudezza del libro. In queste pagine infatti vengono rappresentati degli elefanti, e in un’intervista Yole dichiara di voler far trasparire attraverso essi un miglioramento dal punto di vista tecnico ma anche personale e morale. Infatti lei li utilizza anche per trasmettere ciò che non riesce a dire con le parole; hanno inoltre anche un valore affettivo (l’elefante che rappresenta infatti è Dumbo, il film preferito di lei e di sua madre). In seguito a queste raffigurazioni possiamo trovare pagine prive di disegni o dialoghi che separano avvenimenti di una durezza immane da fatti di vita quotidiana. Il libro tratta anche la sua passata relazione amorosa e tutte le difficoltà che deve affrontare riguardo essa, come ad esempio il tradimento da parte del compagno; emblematica la frase del fratello: “Chi ti ama non ti vuole diversa”.

Il finale lascia sospeso il lettore, trasmettendo curiosità e in un certo senso disperazione. Mi chiederete del perché io abbia deciso questo titolo per l’articolo: la cosa che mi colpisce maggiormente di Yole, infatti, è il suo modo di disegnare, così semplice e apparentemente vuoto, non valorizzando i tratti del volto di una persona, senza disegnare ogni singolo dettaglio che ci contraddistingue. Possiamo quindi denominare i suoi fumetti “fumetti brutti”; ma è proprio la passione e il sentimento che ci mette nel farli che li fa diventare belli. Il potere che ha questa donna nel trasformare e nel farci apprezzare ciò che è ritenuto “brutto” dalla società mi fa sempre rimanere senza parole.

Per concludere posso dire che ero partita con la concezione di scrivere una semplice recensione del suo ultimo capolavoro, che alla fine si è trasformata in un vero e proprio riconoscimento e ringraziamento nei suoi confronti: ma come posso scrivere una semplice descrizione di un libro che mi ha regalato così tante emozioni, che mi ha fatto conoscere e capire aspetti della vita che ho sempre negato o che non sono mai riuscita ad apprezzare?

Per l’ultima volta, grazie Yole.

ANNA AGNINI

LA VISIONE DI WANDA

Wandavision, la nuova serie tv targata Marvel Studios, è stata rilasciata il 15 gennaio di quest’anno e acclamata da pubblico e critica. I fan sapevano già, anche prima dell’uscita, che questa serie sarebbe stata un importante punto di svolta per l’universo cinematografico Marvel. E dopo più di un anno dal rilascio di Spider-Man: Far From Home, ultimo film Marvel in ordine di uscita, le aspettative erano alle stelle. E da spettatore, posso dire con assoluta certezza, che non sono state disattese. Wandavision, a mio avviso il miglior prodotto mai creato dai Marvel Studios, riesce a rendere finalmente giustizia a due personaggi che non avevano ancora avuto un adeguato approfondimento psicologico: Wanda Maximoff, strega proveniente dall’immaginaria nazione di Sokovia, e Visione, un androide con sentimenti umani. Tra i due era scoccata la scintilla subito dopo il loro primo incontro, ma la relazione era stata troncata dalla morte di quest’ultimo nel corso del film Avengers: Infinity war. Lo spettatore che si accinge a guardare il primo episodio della serie, dunque, si aspetta di ritrovare Wanda là dove l’aveva lasciata, affranta per il lutto che l’ha colpita.

Il primo episodio, invece, ci proietta in uno scenario del tutto inaspettato. Troviamo Wanda e Visione che conducono la loro felice vita da neo sposi nella tranquilla cittadina di Westview. Altri elementi, inoltre, si aggiungono a disorientare lo spettatore: l’inquadratura è a 4:3, tipica dei vecchi televisori, le immagini sono in bianco e nero, la trama va avanti fra gag ed equivoci sottolineati da risate finte in sottofondo. Insomma, sembra di assistere a una sit-com americana anni ’50, punteggiata però da momenti di strisciante inquietudine. Lo spettatore rimane spiazzato e non può far altro che porsi delle domande. Che sta succedendo? Perché Visione è vivo? E soprattutto, perché i due si muovono all’interno di una vecchia sit-com? Fiducioso di trovare risposte, lo spettatore approda al secondo episodio. Ma lo schema narrativo non cambia. Anche il terzo episodio non svela nulla, ma capiamo che esiste una progressione temporale della storia, sottolineata dal passaggio dal bianco e nero al colore. Insomma, lo spettatore continua a domandarsi dove gli autori vogliano andare a parare.

Finalmente, nel quarto episodio, assistiamo ad un cambio di prospettiva e viene mostrato allo spettatore ciò che accade fuori da Westview. All’esterno si è radunata una speciale task force chiamata S.W.O.R.D. che ha il compito di monitorare le azioni di Wanda, che scopriamo svolgersi all’interno di una cupola che ricopre la cittadina. Si apprende che all’interno della barriera tutti gli abitanti di Westview sono controllati dalla strega Wanda che ha imposto a ciascuno la propria “visione” del mondo. E presto capiremo come e perché. A questo punto la serie cambia completamente aspetto, trasformandosi nel più classico dei prodotti Marvel. Combattimenti, scazzottate ed effetti speciali spettacolari che riportano la serie all’interno dell’alveo del classico cinecomic.

Da spettatore, ma soprattutto da lettore di fumetti Marvel, non posso che dare un giudizio positivo riguardo questa serie. Senza nulla togliere alle scene d’azione, rese magnificamente dalla grande qualità della CGI, Wandavision è una serie che racconta magistralmente la crisi interiore e il dolore di Wanda per le molteplici perdite che ha dovuto subire nel corso della vita. I suoi genitori deceduti davanti ai propri occhi quando era piccola, la morte di suo fratello Pietro e, infine, il tragico addio del suo amato Visione. Wanda, straziata dal dolore, ha creato un luogo-rifugio per se stessa, dove poter vivere una vita finalmente serena, lontana dal mondo esterno. Ma perché scegliere come oasi di tranquillità ambienti che rimandano a vecchie sit-com? È presto detto. Nell’ottavo episodio, Wanda è costretta a rivivere i momenti della sua vita che l’hanno portata a diventare una delle streghe più potenti della Terra. E proprio in un flashback rivediamo Wanda bambina nella sua casa a Sokovia, piccolo stato dell’est Europa perennemente sconvolto da guerre e conflitti interni. In questo clima di violenza Wanda è attratta dalla ricchezza e dall’abbondanza che viene rappresentata nelle sit-com americane, mostrate a lei e al fratello dai genitori affinché imparino la lingua inglese, strumento fondamentale per poter accedere a una vita migliore. L’elemento ideologico è molto presente ovviamente, ma dobbiamo pensare che nei fumetti il personaggio di Wanda è stato introdotto negli anni ‘60, in piena Guerra Fredda.

In conclusione Wandavision è una serie, per così dire, completa. Di solito, nelle pellicole di supereroi i registi e gli sceneggiatori prediligono trame semplici e lineari, condite con un’abbondante dose di combattimenti. In questo Wandavision si differenzia da tutto ciò che è stato creato dai Marvel Studios fino ad ora.

Wandavision, infatti, mostra il lato intimista e sentimentale dei protagonisti, riuscendo a coniugarlo alle scene d’azione tipiche del genere cui la serie appartiene. Essere riusciti a realizzare un prodotto del genere non è da poco. Lo spettatore si commuove davanti al dolore di Wanda e si emoziona travolto dal ritmo frenetico delle sequenze d’azione, come sempre arricchite dagli straordinari effetti speciali.

ALESSANDRO PETRASSI

CHIACCHIERE AL BAR CON GIANNI DI GREGORIO

Ciò che segue è la messa in prosa di pagine e pagine di appunti presi ad un bar contenenti la carriera di Gianni Di Gregorio, regista del cinema indipendente italiano, dalla sua formazione ai suoi successi. Vi racconteremo i fatti come lui li ha raccontati a noi ed è per questo che ora lasciamo la parola al diretto interessato.

Sono diventato regista da grande. Prima ho lavorato come sceneggiatore per alcuni film, tra i quali risaltano alcune opere di un mio grande amico, Matteo Garrone, come “L’Imbalsamatore” e “Gomorra”. Da sempre ho amato il cinema e devo questa passione forse soprattutto grazie a mio padre, che mi ha abituato ad andare in sala appena avessi un momento libero, tanto che ancora oggi a distanza di anni credo che le emozioni che si vivono al cinema siano le più grandi che si possano provare.

Ho sempre avuto un debole per Rossellini. Adoravo le sue opere e in particolar modo mi ritrovavo molto nella sua “filosofia”, ovvero che “l’importante è ciò che avviene davanti alla telecamera”; lo studio è importante fino ad un certo punto, poi bisogna lasciare spazio alla creatività e alla passione che sono i carburanti migliori per lavorare bene. Mi sono subito trovato a mio agio con Matteo Garrone anche perché lui metteva in atto gli insegnamenti che avevo appreso dal maestro Rossellini: andava a braccio, era un giovane appassionato che si lasciava trasportare dai suoi lavori.

La mia formazione da attore la devo al teatro sperimentale; mi sono formato alla Scuola di Alessandro Fersen, ho partecipato a seminari e ho avuto modo di assistere a molte prove di spettacoli teatrali che mi hanno molto aiutato durante il mio percorso. Ciò che ho imparato è che l’elemento fondamentale affinché un’opera riesca bene è la veridicità dell’insieme. Ho lavorato molto sulla verità e sulla spontaneità; credo che più le emozioni degli attori sono vere più emozioni l’opera trasmette allo spettatore. Il primo passo è mettere gli attori a proprio agio, capire i loro caratteri e agire di conseguenza. Bisogna divertirsi, bisogna essere naturali, tanto che durante le riprese dei miei film molto spesso le scene sono state improvvisate. Ritengo che la prima ripresa sia la migliore e che a volte alcune battute inventate sul momento possano rivelarsi nettamente migliori di quelle all’interno del copione.

Io ora sono regista, sceneggiatore e attore delle mie opere e devo dire che non è facile gestire questi tre ruoli; mi sento sicuramente più regista e sceneggiatore che attore, ma dopo il successo del mio primo film sono quasi costretto a comparire sempre sullo schermo. La regia mi diverte moltissimo, ma devo ammettere che fare l’attore ha un vantaggio: sulla scena riesco ad essere molto naturale e questa mia caratteristica riesco a trasmetterla agli altri attori e così si ritorna al concetto della verità e della spontaneità, sempre presente nelle varie pellicole. Nelle varie storie che ho portato sullo schermo ci sono sempre dei dettagli personali, che mi permettono di immedesimarmi molto nei personaggi e ciò mi aiuta ad essere sciolto sul set.

Tutti i miei film hanno una vena comica, perché da sempre ho giocato con la comicità; quando frequentavo la Scuola di Alessandro Fersen, durante varie prove di recitazione, mi capitava spesso di non trattenermi e di scoppiare a ridere nonostante il testo in questione fosse serio. E’ successo così tante volte che un giorno, mentre stavamo recitando “Macbeth”, il mio insegnante mi disse che non ero un attore ma un comico. Da sempre per me la comicità è una reazione alla vita, uno scudo che mi protegge, tanto che fin da piccolo prendevo le cose a ridere; la verità è che la comicità mi ha aiutato ad eliminare, o almeno alleviare, il dolore che ho provato nel corso della mia vita ed è un comportamento assolutamente automatico che mi porto dietro tutt’ora nella vita e nel lavoro.

Decido di girare un film solo quando trovo una trama che sento mia e che ritengo importante; i miei lavori sono storie di vita vera, quotidiana e per metterle in scena scelgo spesso dei “non attori”, ovvero persone comuni, che non hanno esperienza nel campo della recitazione, che possano dare al film una sfumatura più autentica e naturale. Nel film “Pranzo di Ferragosto” le varie signore anziane protagoniste non erano tutte delle attrici: una di loro è mia zia, che accettò molto volentieri di unirsi al progetto dicendomi che era sempre stato un suo sogno diventare un’attrice; sempre nella stessa pellicola è presente “il vichingo” di Trastevere, iconico personaggio del quartiere purtroppo scomparso tre anni fa. Il vichingo lo potrei definire come la mia musa: nel film “Lontano Lontano” un personaggio è ispirato alla sua figura ed ero così tanto legato a lui che una volta sua figlia disse riferendosi a me “tutti hanno una musa lui ha il vichingo”. Un altro “non attore” è per esempio il ragazzo che ha interpretato Abu nel film “Lontano Lontano”: era infatti uno degli immigrati di Riace (località conosciuta anche per il dibattito sull’immigrazione che ha infiammato la zona negli ultimi anni) che con i ricavati del film si è pagato un viaggio per il Canada, suo sogno anche nella storia. Le interpretazioni di queste persone regalano emozioni uniche e trasmettono verità come nient’altro.

Il mio primo film “Pranzo di Ferragosto” era un piccolo progetto realizzato in maniera molto artigianale, con un budget abbastanza basso e girato in luoghi semplici come la mia stessa casa; non mi sarei mai aspettato un tale successo. Fu lo stesso Matteo Garrone a incoraggiarmi ad andare dietro alla telecamera.  Il film è stato apprezzato da pubblico e critica, ha vinto premi tra cui anche un riconoscimento al Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e poi è stato distribuito in moltissimi paesi: tante emozioni e tante soddisfazioni. Anche se ovviamente speravo nel successo del film, quando questo è arrivato, non mi ha cambiato: non mi sono montato la testa, sono rimasto sempre lo stesso e ciò è successo forse anche grazie al fatto di essere diventato regista ad un’età matura avendo già esperienza alle spalle. Il successo mi ha permesso di viaggiare, di incontrare grandi personaggi del mondo del cinema e di vedere i miei film proiettati in luoghi meravigliosi come per esempio il museo MoMA.

Ricordo ancora quando io e il cast di “Pranzo di Ferragosto” andammo a Venezia: fu esilarante. Le signore del film furono assalite dai giornalisti mentre io mi preoccupavo che non si facessero male scendendo dal motoscafo una volta arrivati al Lido; il vichingo salì sul red carpet con una canotta invece che con un completo e ricordo ancora ciò che mi disse sulla barca prima della proiezione: “guarda dove siamo arrivati con la cazzata che avemo fatto”.

Di ricordi ne ho tantissimi: ricordo per esempio che mentre ero a Cannes con Matteo Garrone per presentare il suo film “Gomorra”, di cui ero sceneggiatore, vidi in fila davanti a me il grande Roman Polansky, non resistetti e gli toccai velocemente la schiena, fiero di aver avuto un “contatto” con un grande regista come lui; sta di fatto che un po’ di tempo dopo lo stesso Polansky mi contattò per farmi i complimenti per l’opera: un onore come pochi.

Ricordo che alla fine della proiezione di un mio film in Giappone mi si avvicinò la figlia del grande regista Akira Kurosawa per farmi i complimenti o che mi ritrovai in motoscafo con il maestro Mario Monicelli a Venezia o ancora che Jon Voight mi abbracciò: tutte memorie indimenticabili.

Trastevere è sempre presente nelle mie opere; questo quartiere per me rappresenta prima di tutto casa, poiché ci sono nato e vissuto e poi è un luogo magico, ricco di atmosfere che arricchiscono le pellicole. Giro spesso scene in zone di Monteverde e Trastevere e credo che guardando i miei film si possa avere una finestra sulla quotidianità di questi quartieri che vivono grazie alla vitalità dei loro abitanti.

Un argomento che per ora ho sempre sfiorato e mai toccato e approfondito è l’amore. Ci ho sempre girato intorno senza mai decidermi ad affrontare la questione, forse perché raccontare una storia sull’amore significherebbe uscire dalla mia zona confort e provare una nuova strada. Nonostante nei miei film abbia sempre esitato a parlarne io ritengo che l’amore esista per tutti e che soprattutto possa arrivare anche quando si pensa di essere troppo grandi, quindi credo di poter affermare che prima o poi potreste sentir parlare di qualche mio progetto diverso dai precedenti.

La mattinata è passata veloce al bar sotto casa del regista Gianni Di Gregorio, luogo dove ha inoltre girato molte scene dei suoi film. Una mattinata in cui abbiamo avuto il piacere e l’onore di poter avere una chiacchierata informale con un uomo cortese e gentile che ci ha subito trattato come se fossi un vecchio amico e che speriamo di rincontrare presto. Lo ringraziamo per averci raccontato le sue esperienze che terremo ben custodite nella nostra memoria come un grande tesoro.

Ah, abbiamo dimenticato di specificare che stiamo parlando di un ex manariota.

Gianni Di Gregorio, classe 1949, sceneggiatore tra l’altro di “Gomorra” di Matteo Garrone (2008). Ha scritto diretto e interpretato i film “Pranzo di Ferragosto” (2008), “Gianni e le donne” (2011), “Buoni a nulla” (2014), “Lontano lontano” (2019).

CESARE NARDELLA E VANESSA BARRY

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