SCIENZA E IDENTITà DI GENERE
(In questo articolo ho voluto riportare alcune delle teorie e studi riguardo all’identità di genere dal punto di vista biologico e il fine è quello di evidenziare dei fattori oggettivi che la determinano, oltre a sottolineare il fatto che essa in realtà non può essere ricondotta a vere e proprie categorie).
Nulla è come sembra:
La cosa che sembra più semplice da stabilire, al momento della nascita, è se un bambino sia maschio o femmina. Questo processo è certo fin dal momento della fusione dei due gameti: con due cromosomi X sarà una femmina, con un cromosoma X e uno Y sarà un maschio. Durante la vita intrauterina l’identità di genere (la percezione della propria identità sessuale), l’orientamento sessuale (eterosessualità, omosessualità, bisessualità) e altri comportamenti sono programmati a livello cerebrale. Nella seconda metà della gravidanza, il cervello si differenzia in senso maschile o femminile dato che nel maschio si ha un “picco” di produzione di testosterone e nella femmina no. La differenziazione sessuale degli organi genitali avviene pertanto, sul piano temporale, prima della differenziazione sessuale del cervello.
Qual è la differenza cerebrale tra uomo e donna?
Le dimensioni del cervello sono maggiori negli uomini che nelle donne. il cervello degli uomini presenta un maggior volume, in proporzione, dell’amigdala (il cosiddetto centro delle emozioni) e dell’ipotalamo (la struttura che controlla e integra le funzioni del sistema nervoso autonomo e l’attività endocrina= funzioni vegetative o viscerali). Al contrario, il cervello delle donne presenta maggiore volume della corteccia prefrontale (la regione implicata nella pianificazione dei comportamenti cognitivi complessi, nella presa delle decisioni e nella moderazione della condotta sociale), dell’ippocampo (che rappresenta il principale centro di controllo delle emozioni e di formazione dei ricordi), così come del controllo del linguaggio (area di Broca).
La scienza ci dimostra quindi che la differenza cerebrale tra uomo e donna esiste ed è visibile sia a livello strutturale che funzionale.
La “tabula rasa” non esiste:
Nonostante le differenze descritte in precedenza, è importante dire che il grado di mascolinizzazione del cervello non riflette necessariamente il grado di mascolinizzazione genitale; i due processi possono essere influenzati in maniera tra loro indipendente.
Sono dati recenti quelli che affermano che l’identità di genere viene determinata già durante la gravidanza. Tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta si pensava che il bambino alla nascita fosse una “tabula rasa” e che la società avrebbe orientato il suo comportamento in senso maschile e femminile. Le tecnologie avanzate degli ultimi decenni (tecniche di imaging morfologico e funzionale, tecniche di biologia molecolare) hanno permesso alle Neuroscienze di studiare le possibili strutture cerebrali e le reti neuronali coinvolte, in relazione all’identità di genere e/o all’orientamento sessuale.
Il connettoma
i ricercatori sono riusciti a ottenere un modello computerizzato che traccia una mappa delle connessioni neuronali (Connettoma).
La “mappa” evidenzia come nell’uomo siano più diffuse connessioni di tipo intra-emisferico nella maggior parte della corteccia cerebrale, mentre nella stessa area le connessioni inter-emisferiche sono maggiormente evidenti nei campioni femminili. Andando ad osservare, invece, la porzione dove risiede il cervelletto, i risultati venivano invertiti.
La differenziazione di genere nel Connettoma appare evidente e significativo nei soggetti over 13, con risultati più marcati nel campione adulto. Nei soggetti più giovani, tale disparità era però del tutto trascurabile.
La teoria biologica sull’origine dell’omosessualità
si fonda sul dato che la sessualizzazione genitale precede quella cerebrale; fattori disturbanti a qualsiasi livello all’interno di questo intervallo temporale potrebbero portare a un deficit di sessualizzazione cerebrale. Molti fattori prenatali possono influenzare l’orientamento sessuale, e sono stati identificati come possibili cause dell’omosessualità (che non deve però essere intesa come una patologia, come è stato frainteso in passato).
I principali punti sono:
- esposizione agli ormoni prenatali
- l’immunità materna
- altri fattori che includono il controllo dell’orientamento sessuale da parte dei geni
Teoria neurormonale o “androgenica”
Secondo questa teoria il sesso psicologico di un individuo dipenderebbe dall’ambiente ormonale a cui è esposto il SNC durante un periodo critico dello sviluppo fetale, che va dal II – V mese di gestazione fino alla nascita. Il testosterone determina la mascolinizzazione delle strutture del SNC (Sistema nervoso centrale, che comprende encefalo e midollo spinale) che controllano la sessualità. In assenza di segnali mascolinizzanti il SNC è orientato ad uno sviluppo in senso femminile. Già a metà degli anni 1980 i ricercatori Norman Geschwind e Albert Galaburda sottoposero all’attenzione della scienza l’ipotesi secondo cui gli uomini omosessuali fossero stati esposti ad alte concentrazioni di androgeni nelle primissime fasi della gestazione, spiegando inoltre la loro tendenza ad essere più facilmente propensi al mancinismo. Più di recente è stato invece sostenuto che soprattutto le variazioni temporali e locali nell’esposizione degli androgeni al cervello ancora in via di formazione di un feto sarebbe un fattore decisivo nella determinazione o meno l’identità di genere nel suo complesso e l’omosessualità in particolare.
Immunità materna
Se una madre sviluppa una risposta immunitaria contro una sostanza (es. ormoni) importante nello sviluppo fetale maschile durante la prima gravidanza (venendo a contatto con questa sostanza ad esempio durante il parto, momento in cui il sangue della madre inevitabilmente si mischia con il sangue del feto) c’è il rischio che avvenga un’alterazione nello sviluppo del cervello prenatale dei maschi nelle gravidanze successive.
Questo succede perché gli anticorpi prodotti durante la risposta immunitaria della madre, essendo particelle molto piccole, attraversano la placenta ed entrano nella circolazione fetale, sviluppando una risposta immunitaria non necessaria contro fattori coinvolti nella differenziazione sessuale e portando alcuni maschi nati dopo la prima gravidanza a provare una più forte attrazione nei confronti degli uomini rispetto che alle donne. (L’effetto non si applica allo sviluppo dell’omosessualità femminile).
Cosa ci dice la genetica?
Nel 1993, sulla rivista Science, apparve un articolo che indicava come in un gruppo di 40 famiglie con due fratelli omosessuali venisse condivisa una regione del cromosoma X.
Questi studi hanno dimostrato come l’omosessualità sia ereditata primariamente per via materna e con le caratteristiche di un carattere multifattoriale; ciò significa che i geni solo in parte determinano l’orientamento sessuale, che è dovuto ad altri numerosissimi fattori. E’ importante precisare che l’ambiente da solo non è in grado di determinarne lo sviluppo.
Un gruppo di ricercatori italiani composto dai professori Andrea Camperio Ciani, Dipartimento di Psicologia Generale dell’Università di Padova, Giovanni Zanzotto, Dipartimento di Metodi e Modelli matematici dell’Università di Padova, e Paolo Cermelli, Dipartimento di Matematica dell’Università di Torino ha cercato di dimostrare le basi biologiche dell’omosessualità. Il modello delle “selezione sessualmente antagonista” prevede che il gene dell’omosessualità deve essere contenuto nel cromosoma sessuale X, quello trasmesso ai maschi solo dalle madri e quindi sempre espresso al livello fenotipico (dove per fenotipo, si intende l’insieme delle caratteristiche somatiche e fisiologiche effettive di un individuo).
Se l’omosessualità non fornisce alcun vantaggio riproduttivo, perché permane al passaggio delle generazioni?
la persistenza nella nostra specie (e non solo) dell’omosessualità, un tratto che dal punto di vista evolutivo è abbastanza problematico: se vi fossero geni responsabili dell’omosessualità, la selezione naturale darwiniana dovrebbe limitarne la diffusione, dato che un omosessuale più difficilmente avrà una prole numerosa a cui trasmetterli. Il fatto che l’omosessualità, maschile e femminile, sia presente pressoché in tutte le culture è indice di un preciso vantaggio evolutivo: secondo le conclusioni tratte dal gruppo di ricercatori dell’università di Padova e di Torino, lo stesso fattore genetico associato all’omosessualità maschile sia anche associato alla maggiore fecondità femminile. Il vantaggio dato alle portatrici femmine sarebbe tale da tollerare il mancato successo riproduttivo dei portatori maschi. A beneficiarne sarebbe l’intera linea familiare e lo svantaggio nei maschi sarebbe un tollerato compromesso. In questi casi si parla appunto di selezione sessualmente antagonista, perché il medesimo fattore porta dei benefici in un sesso, mentre risulta costoso nell’altro.
Una forte variabilità dell’identità di genere:
La maggior parte dei cervelli è formata da un “mosaico” di caratteristiche uniche, alcune più comuni nelle femmine, altre più comuni nei maschi, ma sempre condivise da entrambi i generi, almeno entro una certa misura. Pertanto, anche se ci sono differenze di genere nella struttura del cervello, quasi mai il cervello umano rientra in una delle due classi distinte, quella tipicamente maschile e quella tipicamente femminile, mostrando invece una alta eterogeneità e una enorme sovrapposizione di caratteristiche nella composizione specifica di tale mosaico. A livello sociale, l’adozione di una visione che riconosce variabilità e diversità nel cervello umano ha importanti implicazioni in quanto evidenzia come sia profondamente sbagliato ridurre a categorie (per quanto esse possano essere numerose) l’identità di genere.
VIRGINIA FIGLIUZZI