DESTINAZIONE VERITà
“Ma tutto m’era divenuto indifferente, e tutti i problemi mi si erano allontanati”.
Il protagonista del romanzo “Il sogno di un uomo ridicolo” di Fëdor Dostoevskij, scrittore e filosofo russo ottocentesco, è appunto un uomo “ridicolo”. Il termine viene inteso come qualcuno che, secondo la società, agisce in modo non appropriato sulla scena del mondo, poiché non sa presentare sé stesso secondo i canoni di conformismo che lo renderebbero accetto.
L’io narrante, infatti, già dalle prime righe, racconta quanto si affliggeva per il suo aspetto “ridicolo” in ogni senso: di lui ridevano tutti e sempre.
Dal giudizio degli altri è giunto alla conclusione di essere veramente diverso, di conseguenza sbagliato.
Il senso di angoscia lo divora, così l’unica soluzione che trova per placate il suo dolore è iniziare a vivere con indifferenza, in questo modo smette di colpo di adirarsi con gli uomini.
La coscienza dell’irrilevanza della volontà umana e delle sue manifestazioni rende agli occhi del protagonista insignificanti e quasi inesistenti gli altri uomini, i quali si muovono in una dimensione di inautenticità. “Io presi a sentire e ad avvertire con tutto il mio essere che in mio dominio non c’era nulla”. Pertanto, la stessa vita individuale precipita nell’insensatezza.
Come fuggire dunque da una vita vuota?
Egli trova solo una risposta: il suicidio.
Mentre rientra a casa, convinto a fondo della sua decisione, una bambina in lacrime lo accosta chiedendo aiuto per la mamma. Non ne conosciamo il motivo, poiché il protagonista, assorto nei suoi pensieri, la scaccia.
Tuttavia, tornato a casa e puntatosi la rivoltella alla tempia, si rende conto della compassione provata per la bambina e ciò lo distrae dal suo proposito autodistruttivo e inizia a vergognarsi del suo atteggiamento avuto in precedenza.
Proprio dalla sua stanza povera e piccola, illuminata solo dalla luce fioca di una candela, inizia il passaggio al sogno. “I sogni li indirizza, pare, non la ragione, ma il desiderio, non la testa, ma il cuore e intanto quali ingegnosissime cose che ha operato a volte la mia ragione nel sogno!”
Il suo viaggio onirico ha inizio proprio dal suo suicidio con un colpo al cuore. In seguito, viene trasportato da un angelo in un nuovo scenario, un universo incorrotto. Acquista dunque la certezza di una vita dopo la morte. Gli uomini che abitano il pianeta sono in perfetta armonia con la natura e non conoscono il tormentoso dissidio che oppone gli uomini (del tempo, ma anche moderni) all’ambiente e alla società.
“Ma il loro sapere era più profondo e più alto di quello della nostra scienza; giacché la nostra scienza cerca di spiegare che cosa sia la vita, essa stessa aspira a rendersene conto per insegnare agli altri a vivere; quelli invece anche senza la scienza sapevano come dovessero vivere, e questo io lo capii, ma quello che non potei capire fu il loro sapere”. Costoro sono parte della natura, parlano con gli alberi, vivono pacificamente con gli animali e soprattutto tra loro, glorificando tutto ciò che li circonda.
La presenza del protagonista, però, altera la situazione paradisiaca e trasmette agli uomini di questa terra incorrotta parole e concetti di cui nessuno era a conoscenza fino a quel momento: la menzogna, la malizia, la sensualità, la vanità, la gelosia e l’invidia, i quali contribuiscono allo spargimento del primo sangue. “Quando divennero cattivi cominciarono a parlare di fratellanza e di umanità e capirono queste idee. Quando divennero colpevoli inventarono la giustizia e si prescrissero interi codici per conservarla, per far rispettare i codici stabilirono la ghigliottina.”
L’io narrante si sveglia e diventa coscienzioso di una verità. “Una volta che hai conosciuto la verità e l’hai veduta, sai bene che quella è la verità e che un’altra non c’è, né ci può essere, sia che si dorma o si vegli”.
Qual è dunque questa verità?
Ha capito il suo scopo, quello di gridare che tutti gli uomini possono essere bellissimi e felici senza perdere la capacità di far parte di questa terra. Si risveglia pronto a riprendere in mano la sua esistenza, con la consapevolezza che la compassione e la benevolenza possono essere applicate nel mondo e che se imparassimo a comportarci come vorremmo che gli altri si comportassero con noi, quel paradiso non rimarrebbe solo pura immaginazione, bensì una realtà a tutti gli effetti. L’altruismo è alla base dei rapporti umani.
Esiste la possibilità che l’uomo sia felice sulla Terra solo quando, superata l’indifferenza, sarà capace di praticare quotidianamente la benevolenza verso l’altro; l’amore è l’unica potenza in grado di liberare l’umanità dal dolore. La felicità perfetta di Dostoevskij è intesa come un cammino interiore di elevazione del dolore personale verso un fine più alto: risolvere il senso drammatico della libertà e trovare il coraggio di essere liberi, liberi di essere felici. L’amore è libertà, la libertà è felicità, il paradiso del sogno non è un’Utopia, perché il paradiso è dentro l’uomo, ed è solo suo compito scoprirlo.
Degno di nota è il fatto che, benché “Il sogno di un uomo ridicolo” sia stato pubblicato nel 1877, sia assolutamente attuale. L’autore infatti si rivolge, dietro la finzione letteraria, alla società intera e ne denuncia i vizi che la allontanano dalla felicità, fondata semplicemente sull’amore e sulla solidarietà, al posto dell’avidità e dell’egoismo.
LIVIA PAOLIZZI