CHIACCHIERE AL BAR CON GIANNI DI GREGORIO

Ciò che segue è la messa in prosa di pagine e pagine di appunti presi ad un bar contenenti la carriera di Gianni Di Gregorio, regista del cinema indipendente italiano, dalla sua formazione ai suoi successi. Vi racconteremo i fatti come lui li ha raccontati a noi ed è per questo che ora lasciamo la parola al diretto interessato.

Sono diventato regista da grande. Prima ho lavorato come sceneggiatore per alcuni film, tra i quali risaltano alcune opere di un mio grande amico, Matteo Garrone, come “L’Imbalsamatore” e “Gomorra”. Da sempre ho amato il cinema e devo questa passione forse soprattutto grazie a mio padre, che mi ha abituato ad andare in sala appena avessi un momento libero, tanto che ancora oggi a distanza di anni credo che le emozioni che si vivono al cinema siano le più grandi che si possano provare.

Ho sempre avuto un debole per Rossellini. Adoravo le sue opere e in particolar modo mi ritrovavo molto nella sua “filosofia”, ovvero che “l’importante è ciò che avviene davanti alla telecamera”; lo studio è importante fino ad un certo punto, poi bisogna lasciare spazio alla creatività e alla passione che sono i carburanti migliori per lavorare bene. Mi sono subito trovato a mio agio con Matteo Garrone anche perché lui metteva in atto gli insegnamenti che avevo appreso dal maestro Rossellini: andava a braccio, era un giovane appassionato che si lasciava trasportare dai suoi lavori.

La mia formazione da attore la devo al teatro sperimentale; mi sono formato alla Scuola di Alessandro Fersen, ho partecipato a seminari e ho avuto modo di assistere a molte prove di spettacoli teatrali che mi hanno molto aiutato durante il mio percorso. Ciò che ho imparato è che l’elemento fondamentale affinché un’opera riesca bene è la veridicità dell’insieme. Ho lavorato molto sulla verità e sulla spontaneità; credo che più le emozioni degli attori sono vere più emozioni l’opera trasmette allo spettatore. Il primo passo è mettere gli attori a proprio agio, capire i loro caratteri e agire di conseguenza. Bisogna divertirsi, bisogna essere naturali, tanto che durante le riprese dei miei film molto spesso le scene sono state improvvisate. Ritengo che la prima ripresa sia la migliore e che a volte alcune battute inventate sul momento possano rivelarsi nettamente migliori di quelle all’interno del copione.

Io ora sono regista, sceneggiatore e attore delle mie opere e devo dire che non è facile gestire questi tre ruoli; mi sento sicuramente più regista e sceneggiatore che attore, ma dopo il successo del mio primo film sono quasi costretto a comparire sempre sullo schermo. La regia mi diverte moltissimo, ma devo ammettere che fare l’attore ha un vantaggio: sulla scena riesco ad essere molto naturale e questa mia caratteristica riesco a trasmetterla agli altri attori e così si ritorna al concetto della verità e della spontaneità, sempre presente nelle varie pellicole. Nelle varie storie che ho portato sullo schermo ci sono sempre dei dettagli personali, che mi permettono di immedesimarmi molto nei personaggi e ciò mi aiuta ad essere sciolto sul set.

Tutti i miei film hanno una vena comica, perché da sempre ho giocato con la comicità; quando frequentavo la Scuola di Alessandro Fersen, durante varie prove di recitazione, mi capitava spesso di non trattenermi e di scoppiare a ridere nonostante il testo in questione fosse serio. E’ successo così tante volte che un giorno, mentre stavamo recitando “Macbeth”, il mio insegnante mi disse che non ero un attore ma un comico. Da sempre per me la comicità è una reazione alla vita, uno scudo che mi protegge, tanto che fin da piccolo prendevo le cose a ridere; la verità è che la comicità mi ha aiutato ad eliminare, o almeno alleviare, il dolore che ho provato nel corso della mia vita ed è un comportamento assolutamente automatico che mi porto dietro tutt’ora nella vita e nel lavoro.

Decido di girare un film solo quando trovo una trama che sento mia e che ritengo importante; i miei lavori sono storie di vita vera, quotidiana e per metterle in scena scelgo spesso dei “non attori”, ovvero persone comuni, che non hanno esperienza nel campo della recitazione, che possano dare al film una sfumatura più autentica e naturale. Nel film “Pranzo di Ferragosto” le varie signore anziane protagoniste non erano tutte delle attrici: una di loro è mia zia, che accettò molto volentieri di unirsi al progetto dicendomi che era sempre stato un suo sogno diventare un’attrice; sempre nella stessa pellicola è presente “il vichingo” di Trastevere, iconico personaggio del quartiere purtroppo scomparso tre anni fa. Il vichingo lo potrei definire come la mia musa: nel film “Lontano Lontano” un personaggio è ispirato alla sua figura ed ero così tanto legato a lui che una volta sua figlia disse riferendosi a me “tutti hanno una musa lui ha il vichingo”. Un altro “non attore” è per esempio il ragazzo che ha interpretato Abu nel film “Lontano Lontano”: era infatti uno degli immigrati di Riace (località conosciuta anche per il dibattito sull’immigrazione che ha infiammato la zona negli ultimi anni) che con i ricavati del film si è pagato un viaggio per il Canada, suo sogno anche nella storia. Le interpretazioni di queste persone regalano emozioni uniche e trasmettono verità come nient’altro.

Il mio primo film “Pranzo di Ferragosto” era un piccolo progetto realizzato in maniera molto artigianale, con un budget abbastanza basso e girato in luoghi semplici come la mia stessa casa; non mi sarei mai aspettato un tale successo. Fu lo stesso Matteo Garrone a incoraggiarmi ad andare dietro alla telecamera.  Il film è stato apprezzato da pubblico e critica, ha vinto premi tra cui anche un riconoscimento al Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e poi è stato distribuito in moltissimi paesi: tante emozioni e tante soddisfazioni. Anche se ovviamente speravo nel successo del film, quando questo è arrivato, non mi ha cambiato: non mi sono montato la testa, sono rimasto sempre lo stesso e ciò è successo forse anche grazie al fatto di essere diventato regista ad un’età matura avendo già esperienza alle spalle. Il successo mi ha permesso di viaggiare, di incontrare grandi personaggi del mondo del cinema e di vedere i miei film proiettati in luoghi meravigliosi come per esempio il museo MoMA.

Ricordo ancora quando io e il cast di “Pranzo di Ferragosto” andammo a Venezia: fu esilarante. Le signore del film furono assalite dai giornalisti mentre io mi preoccupavo che non si facessero male scendendo dal motoscafo una volta arrivati al Lido; il vichingo salì sul red carpet con una canotta invece che con un completo e ricordo ancora ciò che mi disse sulla barca prima della proiezione: “guarda dove siamo arrivati con la cazzata che avemo fatto”.

Di ricordi ne ho tantissimi: ricordo per esempio che mentre ero a Cannes con Matteo Garrone per presentare il suo film “Gomorra”, di cui ero sceneggiatore, vidi in fila davanti a me il grande Roman Polansky, non resistetti e gli toccai velocemente la schiena, fiero di aver avuto un “contatto” con un grande regista come lui; sta di fatto che un po’ di tempo dopo lo stesso Polansky mi contattò per farmi i complimenti per l’opera: un onore come pochi.

Ricordo che alla fine della proiezione di un mio film in Giappone mi si avvicinò la figlia del grande regista Akira Kurosawa per farmi i complimenti o che mi ritrovai in motoscafo con il maestro Mario Monicelli a Venezia o ancora che Jon Voight mi abbracciò: tutte memorie indimenticabili.

Trastevere è sempre presente nelle mie opere; questo quartiere per me rappresenta prima di tutto casa, poiché ci sono nato e vissuto e poi è un luogo magico, ricco di atmosfere che arricchiscono le pellicole. Giro spesso scene in zone di Monteverde e Trastevere e credo che guardando i miei film si possa avere una finestra sulla quotidianità di questi quartieri che vivono grazie alla vitalità dei loro abitanti.

Un argomento che per ora ho sempre sfiorato e mai toccato e approfondito è l’amore. Ci ho sempre girato intorno senza mai decidermi ad affrontare la questione, forse perché raccontare una storia sull’amore significherebbe uscire dalla mia zona confort e provare una nuova strada. Nonostante nei miei film abbia sempre esitato a parlarne io ritengo che l’amore esista per tutti e che soprattutto possa arrivare anche quando si pensa di essere troppo grandi, quindi credo di poter affermare che prima o poi potreste sentir parlare di qualche mio progetto diverso dai precedenti.

La mattinata è passata veloce al bar sotto casa del regista Gianni Di Gregorio, luogo dove ha inoltre girato molte scene dei suoi film. Una mattinata in cui abbiamo avuto il piacere e l’onore di poter avere una chiacchierata informale con un uomo cortese e gentile che ci ha subito trattato come se fossi un vecchio amico e che speriamo di rincontrare presto. Lo ringraziamo per averci raccontato le sue esperienze che terremo ben custodite nella nostra memoria come un grande tesoro.

Ah, abbiamo dimenticato di specificare che stiamo parlando di un ex manariota.

Gianni Di Gregorio, classe 1949, sceneggiatore tra l’altro di “Gomorra” di Matteo Garrone (2008). Ha scritto diretto e interpretato i film “Pranzo di Ferragosto” (2008), “Gianni e le donne” (2011), “Buoni a nulla” (2014), “Lontano lontano” (2019).

CESARE NARDELLA E VANESSA BARRY

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