La strategia del terrore

Lo scorso gennaio, in seguito all’attacco alla sede di Charlie Hebdo, scrissi su La Lucciola un articolo intitolato  “La tomba di Lawrence“, dove cercavo di suscitare una riflessione sull’aspetto “psicologico”, per così dire, del conflitto fra l’Occidente e la jihad islamica (la guerra santa ndr). Dopo quello che è successo, tuttavia, mi sono reso conto che ciò non è più sufficiente: per trovare una spiegazione, per quanto disumana, ai nuovi massacri di Parigi, dobbiamo ricercarla nella natura e negli scopi dei nostri nemici.

In questi giorni siamo sommersi da uno tsunami di informazioni contraddittorie e sconvolgenti, ma ciò non significa che sia impossibile vedere l’ordine che sta dietro il caos. Quello che faremo in questo articolo, facendo voto di umiltà e pazienza, sarà di individuare quest’ordine fra le notizie e i pensieri che provengono da chi ha un quadro più chiaro della situazione, ovvero gli specialisti e gli uomini in prima linea. Potremo così cogliere almeno qualche barlume di verità, mentre fluttua come plancton in un oceano in tumulto.

Per riuscirci, non possiamo davvero prescindere dallo sfogliare qualche pagina di storia, e dal volgere il nostro occhio interiore verso l’epicentro del terremoto: la Mesopotamia. Laggiù è sorto il demone che noi chiamiamo Isis e che laggiù chiamano Daesh o meglio ancora Da’ish, e i cui tre nomi hanno il medesimo significato: Stato Islamico di Siria e Iraq.  È sorto, come per un oscuro contrappasso divino, proprio sui territori che sono stati la culla della civiltà.

Le sue origini vanno ricercate nella crescente instabilità e nelle situazioni assurde venutesi a creare in quella regione all’indomani della Seconda Guerra del Golfo e della fine del regime di Saddam Hussein. Nel settentrione dell’Iraq, la stessa area dove ora dominano gli uomini in tuta nera, la minoranza di confessione sunnita, fino ad allora al potere a Baghdad, iniziò ad essere oppressa con estrema brutalità dalla maggioranza sciita, la quale, liberatasi dal loro giogo, si era alleata con i correligionari iraniani. Sarà forse interessante sapere che da decenni l’Arabia Saudita e le altre Immaginemonarchie sunnite del Golfo finanziano gruppi jihadisti (Al Qaeda in primis) affinché non creino problemi all’interno dei loro confini e vadano invece a combattere l’Iran, loro acerrimo rivale nella lotta per il controllo del 30 % del petrolio del pianeta. C’è dunque da poco da stupirsi quando il nord dell’Iraq inizia a brulicare di organizzazioni terroristiche e l’aria comincia ad essere lacerata dal suono delle esplosioni.

In quello stesso periodo migliaia di ex ufficiali sunniti di Saddam costretti a darsi alla macchia, ricercati e senza stipendio, entrano fra le fila dei jihadisti. Fra questi c’è un uomo non molto famoso, ma senza le cui immense capacità Daesh non sarebbe mai stato fondato: il nome con cui è passato alla storia è Haji Bakr. Lui e i suoi fedelissimi assumono posizioni di primo piano nel temuto gruppo qaedista iracheno, massacrando e seminando il terrore. Ma il loro obiettivo non è certo quello di passare il resto dei loro giorni in clandestinità in nome di Dio. La vera divinità che adorano e servono con tutta la loro anima e tutta la loro mente è antica quanto l’uomo, e il suo nome è Potere. Dopo una lunga e movimentata attesa, nel 2012 Haji Bakr ha finalmente l’opportunità di conseguirlo.

In quell’anno in Siria divampa la guerra civile: la maggioranza sunnita dei siriani si ribella al feroce dittatore sciita Bashar al-Assad. Gli entusiasmi iniziali, però, passano in fretta. La lotta per i ribelli si fa sempre più dura, così tanto che non disdegnano di accogliere stranieri tra le loro fila, meglio ancora se jihadisti ben addestrati al combattimento. Bakr e i suoi hanno così un varco per infiltrarsi nella società siriana: approfittano con maestria dell’estrema frammentazione dei ribelli, raccolgono informazioni dettagliate su di loro per corrompere o eliminare i loro capi, si presentano come mediatori di ogni discordia locale per trasformarsi in dominatori. Non vengono notati per lungo tempo perché badano a tenersi nell’ombra il più possibile, spesso sotto l’innocua identità di predicatori islamici. Quando finalmente escono allo scoperto sono troppo potenti, e i video degli attentati e delle decapitazioni che diffusi settimanalmente tolgono ogni velleità di resistenza. È questo il modo in cui lo Stato Islamico e riuscito a conquistare vastissime aree di territorio siriano.

Il resto della storia è sulle pagine dei giornali. Haji Bakr è stato ucciso dagli stessi ribelli che aveva fatto sterminare, ma i suoi fedelissimi hanno portato avanti il suo progetto seguendo scrupolosamente la sua Immaginepianificazione strategica. Due anni fa hanno proclamato il Califfato e fatto tremare l’Occidente con le loro profezie apocalittiche. Il giugno dell’anno scorso si sono sentiti abbastanza forti da invadere il nord dell’Iraq, i cui abitanti sunniti non hanno quasiopposto resistenza, senza rendersi conto di aver accolto null’altro che un ennesimo oppressore.

La situazione attuale è questa: Daesh controlla un territorio su cui vivono
circa otto milioni di persone, si procura liquidità estorcendo tributi, incassando i riscatti
pagati dai governi occidentali per liberare i loro cittadini rapiti e vendendo ogni genere di contrabbando, dal petrolio ai reperti archeologici. Ha delle reti di reclutatori sparse in tutto il mondo, che fanno proseliti ogni giorno. Nonostante da diverso tempo non espanda in modo significativo le sue conquiste, e nonostante sia di gran lunga inferiore ai suoi avversari sia in termini di forza militare che di organizzazione, sembra godere di ottima salute.

Iniziamo a porci la prima domanda: qual è il nesso fra tutto questo e le stragi di Parigi? Ora che conosciamo la storia dei fondatori dell’Isis, sappiamo chi sono e che sono in cerca di qualcosa di molto concreto, spinti dalla sete di potere. Per gli addetti ai lavori il loro fine è evidente: compiere il definitivo salto di qualità, conquistando uno Stato vero e proprio e diventando una grande potenza regionale.  Abbiamo  ormai capito che i capi di Daesh sono dei temibili calcolatori, e che ognuna delle loro mosse ha uno scopo preciso. Gli attentati, quindi, non sono che un altro strumento per raggiungere il loro fine ultimo.

Il nostro terrore accresce la loro potenza in vari modi: uno è sicuramente quello di esaltare i jihadisti in un momento di difficoltà; un altro è quello di suscitare in Europa movimenti xenofobi e antislamici, in modo che nelle comunità musulmane in Europa e nel mondo si formino ulteriori fautori dell’Isis a causa del crescente odio dimostrato verso di loro. Il modo più efficace, tuttavia, è quello di cui parlano tutti: indurci al panico e alla modificazione del nostro stile di vita. Di solito il ragionamento dei più si ferma qui. Ma è necessario andare più in profondità, perché cosa sono le conseguenze   del   terrore   suscitato  in  noi  se  altri strumenti, con dei loro fini specifici? Molti autorevoli opinionisti sostengono che i jihadisti vogliano provocarci, per farci impelagare in una nuova guerra in quelle terre e offrire loro una lotta impari che li esalterebbe ancora di più. Riflettiamo un momento:   è   plausibile  che  gli  strateghi  di  Daesh, finora dimostratisi così Immaginepragmatici, vogliano rischiare la loro potenza tanto faticosamente ottenuta e le loro stesse vite nell’incognita di un conflitto aperto con le potenze occidentali? Domanda retorica. Quello che vogliono  indurci  a fare  è  certamente   qualcos’altro.

Aggiungiamo un altro tassello al mosaico: in questo momento gli Europei non stanno conducendo e non intendono condurre operazioni militari in Mesopotamia. I recenti bombardamenti poco più che simbolici della Francia non contano. I popoli del Vecchio continente sono stanchi del rosso del sangue delle guerre, e i governi di quello dei loro bilanci. L’unica nazione occidentale seriamente impegnata contro l’Isis sono gli USA. Soltanto con i loro jet sono stati in grado di causare gravissimi danni, uccidendo migliaia  di  terroristi,  distruggendo  i  loro  più ricchi pozzi di petrolio, le infrastrutture e i depositi d’armi, e frenando la loro avanzata in momenti decisivi (senza il  supporto   aereo   americano  i  Curdi,  ad  esempio, sarebbero già stati annientati). Quello che vogliono ottenere i capi di Daesh con il terrore è dissuaderci definitivamente dallo schierarci a fianco dell’aviazione statunitense. Per    questo    è    anche    lecito    pensare   che   non esagereranno con gli attentati: se lo facessero, anziché demoralizzarci e intimidirci con il timore di ritorsioni, susciterebbero una tale rabbia e paura da indurre i nostri illustrissimi politici, per non perdere la poltrona, a mandare anche l’Enterprise contro di loro. Se mettiamo in conto il fatto che l’Isis aveva bisogno di dare una lustratina alla propria immagine dopo le recenti sconfitte sul campo e diverse settimane di scarsa considerazione mediatica, apparirà finalmente alla luce del sole lo sporco altare su Immaginecui sono stati sacrificati gli innocenti di Parigi. Un ennesimo piolo nella scalata al potere dei capi del cosiddetto Stato Islamico.

È agghiacciante, vero? Non c’è praticamente modo di fermare i jihadisti quando decideranno di compiere la prossima carneficina.  Distruggere militarmente Daesh, a meno che un escalation di attentati non spenga il desiderio di pace degli occidentali, è impossibile: e non per mancanza di risorse, ma perché nessuno dei grandi protagonisti nel calvario Mediorientale ha intenzione di farlo. Non ci credete? Ecco a voi una breve carrellata con un filo conduttore: l’Isis non è ancora abbastanza forte da rovesciare nessuno, quindi tutti provano ad usarla per i loro scopi. Ad Assad fa comodo perché massacra i ribelli e gli consente di apparire come unico fattore d’ordine della regione. La Russia è interessata soprattutto a tenere in piedi Assad, per garantirsi un alleato sul Mediterraneo. La Turchia usa Daesh per tenere a bada i Curdi secessionisti. I Sauditi e gli altri sultanelli sunniti del Golfo, sono quelli che hanno più da temere da eventuali infiltrazioni terroristiche, perciò preferiscono non malmenare chi fra l’altro ripulisce l’Iraq dagli avversari sciiti. L’Iran, infine, vorrebbe usare l’Isis per destabilizzare le rivali monarchie sunnite e dare il colpo di grazia al loro traballante potere. Che dire, è proprio vero che non si fanno patti tra uomini e leoni, ma le trattative fra serpenti e scorpioni sono all’ordine del giorno.

Per tutti questi motivi l’Isis, armata prevalentemente di fucili, continua a resistere alle forze di così tante nazioni, continuando a rafforzarsi grazie anche al sostanzioso “pizzo” che Assad e le monarchie del Golfo continuano a pagargli per essere molestati il meno possibile. A proposito di fucili, un’altra soluzione utopica è quella dell’embargo di tutte le armi propugnato dai pacifisti: perché i kalashnikov e le poche armi sofisticate a disposizione dei jihadisti non vengono da qualche misterioso traditore occidentale, ma dalle altrettanto misteriose e incontrollabili centinaia di arsenali ex-sovietici sparse per tutta l’Asia e in mano a ogni sorta di galantuomini.Immagine

La soluzione che al momento sembra essere la più popolare è anche quella più pacifica: il disimpegno totale da quelle terre. Tuttavia, se si pensa a quale siano le attuali condizioni dei paesi arabi, attuarlo porterebbe probabilmente a conseguenze non così pacifiche: la maggior parte dei governi arabi che l’Occidente ha finora sostenuto laggiù sono delle spietate dittature più o meno dichiarate, e odiate da tutti i loro sudditi. L’Algeria, l’Egitto e le monarchie del Golfo sono solo alcuni esempi,  e  il più lampante è quello dell’Arabia Saudita, il cui re ha fatto decapitare molte più persone dei jihadisti. Daesh ha dimostrato grandi capacità di infiltrazione, e abbandonando del tutto quelle terre forse non è così folle ritenere che nel corso del tempo potrebbe riuscire a sostituirsi a una o più di queste tirannie. Allora il mondo arabo conoscerebbe il suo nazismo. I milioni di musulmani in lotta per la libertà, come i Curdi, verrebbero oppressi e perseguitati, e la loro ribellione soffocata nel sangue.

Cosa ne sappiamo, noi occidentali, delle conseguenze che   derivano   dai  nostri  gesti?  Cosa  ne  sappiamo dell’inferno che laggiù si vive ogni giorno, dove le persone vengono ammazzate per strada, dove i droni americani calano dai cieli uccidendo più civili che terroristi, dove nessuno può esprimere senza pericolo ciò che pensa, dove la gente muore di fame, di sete e di malattie curabili, dove i profughi perdono la vita a centinaia, inseguendo il miraggio di una vita migliore altrove? Qualunque scelta faranno i nostri governi, sappiamo che ne deriverà sofferenza. Una cosa è certa: non saremmo mai dovuti andare lì a decidere i destini di terre non nostre. Ora però siamo in ballo, e dobbiamo rimediare agli errori che Immagineabbiamo commesso in passato. Il (forse) miglior piano d’azione proposto dagli esperti si articola in quattro punti: smettere di dare soldi alle dittature arabe comprando loro il petrolio; potenziare l’aiuto umanitario in tutte quelle terre; armare, addestrare e aiutare militarmente i movimenti islamici moderati (come la maggioranza dei ribelli siriani) e i popoli divisi dai confini arbitrari delle ex colonie e in lotta per l’indipendenza (come i Curdi); e infine, promuovere il dibattito politico e culturale in tutta la Umma islamica (l’equivalente dell’ecumene cristiana) in modo da far nascere una seria alternativa sia alle dittature che ai jihadisti. Che dire, servirebbe davvero un nuovo Lawrence d’Arabia.

Queste, però, sono questioni per specialisti e uomini d’azione. Veniamo a noi, invece. Noi, umili cittadini che sgraniamo gli occhi di fronte a tutto questo. Dove ci collochiamo nelle correnti della storia? Siamo davvero delle vittime del tutto estranee a questa situazione? La realtà è che siamo tutti responsabili, nel nostro piccolo, anche se non ce ne rendiamo conto. Perché le condizioni di vita laggiù sono il prezzo dei tempi delle colonie e del nostro attuale benessere. Ma la nostra colpa più grande è quella di aver creato  una   società   vuota   e   priva   di   valori,   fredda   e alienante, nella quale, all’indomani delle stragi di Parigi, il 16% dei cittadini francesi e addirittura il 27% dei giovani simpatizzano per Daesh, come rivela un sondaggio shock di qualche giorno fa. Sembra incredibile, ma anche questo ha una spiegazione: ed essa sta nel fatto che l’Isis è in grado di offrire una grande  battaglia  da  combattere  ai   membri   di  una   società Immagine che  ha esaurito ogni ideale. Una battaglia con cui colmare il vuoto dell’esistenza e dei propri tempi, e  con  cui  dare un senso alla propria vita.

La jihad fa balenare davanti agli occhi un modello di vita “puro” e avventuroso, in cui la fede in qualcosa di superiore, per quanto manipolata, sorregge ognuno di fronte a ogni difficoltà. Una lotta non esente da piaceri terreni e ultraterreni, che ha il fascino oscuro della distruzione, del male, e del sovvertimento rivoluzionario di ogni cosa. Una lotta che forse, soddisfa    anche     l’inconscio    disgusto    di    molti occidentali verso la società a cui appartengono, e che riesce ad esprimerlo in una sorta di desiderio masochistico, di cupio dissolvi. Sono questi i motivi per cui centinaia di occidentali, anche non di origine araba, continuano ad accorrere sotto le bandiere nere del Califfo.
Sembrerebbe che non ci sia nulla che possiamo fare, a parte informarci… ma questa è una visione troppo comoda della realtà. In verità, come siamo in minima parte responsabili, così possiamo essere parte della soluzione. E il modo in cui possiamo farlo è costruire una società migliore di quella in cui viviamo, una società non abitata da masse vili e anonime, ma da individui consapevoli. Una società in cui non siano in pochi a sacrificarsi in silenzio per il bene comune, ma in cui tutti compiano il loro dovere e abbiano un’avventura da vivere. Una società che accolga ogni individuo e lo stimoli e lo migliori con la stessa attenzione e dispendio di tempo che i reclutatori dell’Isis impiegano per assoggettare ogni neofita. Una società il cui motore sia non il denaro, ma sogni grandiosi.

ImmagineNoi Europei siamo riusciti a realizzarla, per qualche breve momento della nostra storia: penso agli Spartani e agli Ateniesi di fronte ai Persiani, o ai nostri nonni, partigiani contro Hitler e Mussolini. Chi meglio di loro ha conosciuto in maniera così profonda il più autentico valore della libertà? Solo quando riusciremo a eguagliarli, quando saremo degni di loro,
quando vivremo in un mondo ancora in grado di generare degli eroi, allora i nostri sogni vinceranno sugli incubi dei jihadisti. Oggi i nostri nemici sono fra di noi, come un virus dentro un organismo, e possono colpirci in qualunque momento. Speriamo che questo basti a svegliarci…

ALESSANDRO VIGEZZI

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