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Hong Kong e una domanda: cosa possiamo fare veramente per cambiare il mondo?

ImmagineVoglio fare qualcosa di controcorrente. Voglio scrivere della rivolta di Hong Kong quando si è ormai spenta, e in pochi ne parlano ancora. Eppure, quello che sta succedendo laggiù ha davvero tutte le caratteristiche (o per meglio dire gli attributi) per essere interessante.

Prima di tutto perché ne possiamo trarre un ottimo insegnamento. È sufficiente porsi la domanda: cosa provano di più le persone che hanno occupato Hong Kong? Una profonda, idealistica tensione politica, o la soddisfazione di essersi guadagnati delle vacanze extra? Non penso possa esserci il minimo dubbio sulla risposta…

C’è però un altro motivo per cui quel piccolo territorio sulla costa del Canton, nella Cina Meridionale, è così affascinante: perché è, in tutto e per tutto, un’eccezione. A cominciare dalla sua storia. Continua a leggere

Editoriale Alessandro Vigezzi

Prima dell’estate dell’anno scorso, della Lucciola pensavo esattamente questo: che era un giornalino di istituto come tanti altri, con lampi di genio ma anche un po’ sconclusionato, interessante ma non al punto da meritare più di tanta attenzione. Quando è uscita di nuovo, con il mio primo articolo, un giorno di fine Novembre, mi sono trovato fra le mani qualcosa di meraviglioso.

A convincermi a partecipare sono stati Guido Panzano e Luca Zammito, due persone eccezionali che ho avuto la fortuna di incontrare e con cui,  parlando, avevo intuito che la Lucciola stava per essere rivoluzionata: dall’anno scorso, infatti, ha per la prima volta un’organizzazione stabile, con uno “zoccolo duro” di gente che si impegna a mandarci elaborati ogni mese, una buona impaginazione, e, da questo Luglio, un sito web dove d’ora in poi uscirà la versione online  (tutte le informazioni sono nella pagina degli annunci). Insomma, abbiamo conquistato, credendoci e impegnandoci, un mezzo del tutto nuovo ed efficiente per esprimere la creatività che è sempre stata in tutti noi. I numeri degli altri anni sono stati il preludio di ciò che abbiamo adesso.

Forse qualcuno di voi potrà pensare che si stia dando un’importanza eccessiva a un giornale di scuola. Ma io in questi mesi, lavorando come caporedattore prima e come direttore adesso, scrivendo sempre, mi sono reso conto di quale sia il motivo che rende il nostro giornale speciale e con così poco in comune con qualsiasi altro mezzo di informazione, anche con molti altri giornali scolastici. Un motivo che può essere riassunto in questa frase: chi scrive sulla Lucciola ha la possibilità di essere creativo e fuori dagli schemi finché vuole.

Può essere originale: non cerchiamo articoli di giornalismo classico,  non imitiamo (come qualcuno l’anno scorso ha insinuato) la Repubblica o il Corriere della Sera. Sarebbe un attività utile e divertente anche quella, ma il prodotto finale sarebbe la brutta copia di qualcosa inevitabilmente migliore, con pochi spunti innovativi.  Può essere profondo: non abbiamo, come i social network, il limite di 140 caratteri. O di una foto. O di un post. E non siamo neanche schiavi dei “mi piace”. Chi fra di voi mostra in questo modo le proprie idee, le proprie passioni e la propria vita agli amici e al mondo, ha a disposizione mezzi rapidi ed efficaci, ma anche superficiale. Non riesco a non pensare alle parole del grande Nanni Moretti: chi parla male, pensa e vive male. E se si comunica sempre in maniera superficiale, non si rischia di pensare e vivere in maniera superficiale?.

Ma c’è anche qualcos’altro che ci distingue. Qualcosa che molti di noi fanno inconsciamente, e che io voglio mettere nero su bianco: mostriamo quello che proviamo in quello che scriviamo. Gli articoli devono essere artisticamente belli come i racconti, le poesie e i disegni. Non si può trascurare di presentare fatti e esprimere opinioni, però non è tutto. Di opinioni di gente più esperta di noi e di informazioni più precise delle nostre se ne trovano in abbondanza. Si studiano a scuola e si leggono su libri, giornali e siti Internet. Non si può perdere l’oggettività, ma sono le sensazioni che mettiamo a rendere le nostre opinioni e informazioni in grado di poter interessare i nostri lettori più di qualsiasi altra asettica opinione e informazione. Sono loro ad accendere le menti, a farle pensare, sognare, discutere e agire. E sono loro ad animarci quando scriviamo.

Spero che i nostri numeri riescano a suscitare tutto questo in voi, anche se con un solo articolo, un solo racconto, o addirittura una singola frase o disegno. Se vorrete dire la vostra, scrivete anche voi. Se non vi piacciono i pensieri che pubblichiamo, esprimete i vostri e scrivete cose completamente diverse da quelle che sono state scritte.

Perdonatemi se mi sono dilungato, ma questo è il primo numero e volevo dire davvero tutto.

Quello che conta è nelle prossime pagine. Leggete e informatevi, emozionatevi e riflettete.

Buona lettura.

 ALESSANDRO VIGEZZI

L’Ebola è un castigo divino?

Ebola. Sembra una di quelle parole che dicono i bambini, prima di imparare a parlare, vero?

Del resto, le lingue sconosciute che udivano i civilissimi Europei quando sono andati là, non sembravano forse dialetti barbari, versi di animali, o se andava bene, di bambini?

Ebola è il nome di un fiume nell’ex Congo Zaire. E’ sulle sue rive che per la prima volta, nel lontano 1976, si è manifestato il virus che porta lo stesso nome.

Ebola è un nome che sembra portare, con il suo suono, la crudeltà, il terrore e il mistero di quelle impenetrabili foreste da cui è emerso. Potrebbe sembrare che la sua apparizione sia semplicemente una disgrazia, un capriccio del destino. Ma non lo è: come ogni altra cosa l’Ebola non è scaturita dal nulla, ma è la conseguenza di qualcos’altro. E di che cosa? La nascita vera e propria del virus si nasconde nella nebbia delle mutazioni genetiche, ma motivi per cui questo virus si è manifestato ci riguardano un po’di più. Anzi, molto di più. Proviamo ha descrivere la concatenazione logica dei fatti. C’è bisogno di una pilloletta (chiamiamola così) di storia: nei secoli scorsi l’uomo bianco giunge in Africa, e vi trova le risorse di cui la sua società in costante crescita necessita per svilupparsi sempre di più. Vi trova anche delle popolazioni decisamente non in grado di resistere ad una sua invasione, a lungo andare. Decide così di assumere il controllo diretto di tali risorse, e quindi anche di tali popoli. Anche dopo che è finito il dominio politico europeo in quelle terre, è rimasto il dominio economico straniero, quello delle compagnie ora non più solo bianche, ma di tutti i paesi ricchi. E il fine ultimo del dominatore straniero è rimasto lo stesso: sfruttare le risorse che è venuto a prendersi. Per fare questo bisogna portare “civiltà e progresso” capillarmente in un territorio fino ad allora quasi mai toccato dall’uomo: questo significa invaderlo con opere artificiali e con uomini, e di conseguenza moltiplicare i punti e i momenti di contatto con il territorio stesso. In questo caso il territorio era costituito da magnifiche, splendide foreste pluviali. Che vengono spazzate via, (al danno ambientale pensiamoci le altre 23 ore della giornata, non adesso) per far posto mano a mano a miniere, qualche fabbrica, e soprattutto campi, campi sterminati in cui viene coltivato tutto quello che serve all’uomo ricco e che di solito non può coltivare nel proprio paese: banane, caffè, cacao, tabacco, cotone.

Ma anche grano, patate e frutta per i suoi paesi sovrappopolati (l’Italia, tanto per fare un esempio, copre solo circa la metà del suo fabbisogno alimentare con produzione propria).

Ah, quindi ad un ambiente naturale se ne sostituisce un altro! E allora cosa accade? Alcuni animali che abitavano il precedente ecosistema non si adattano, ma altri si.

E anche gli animali hanno i loro parassiti, i loro batteri e i loro virus, non è così? Gli uomini, che un tempo con questi animali entravano in contatto ogni morte di papa, adesso lo fanno quasi quotidianamente! Dopo che questi incontri si succedono per anni e anni, è fortemente improbabile che qualche virus non passi agli esseri umani. Molti sono innocui, qualcuno è poco più di un influenza, ma, giorno dopo giorno crescono le probabilità di incontrarne uno mortale. Come l’Aids. O come l’Ebola.

Come se la foresta si prendesse la sua vendetta. Ora il vendicatore è un aggraziato essere notturno, un volatore dell’oscurità, dall’aspetto che di solito si definirebbe mostruoso, ma che io trovo affascinante. E’ un pipistrello. Per la precisione un pipistrello della frutta. In alcuni individui delle sue tante specie (quelle esatte ancora non sono state identificate con certezza) l’Ebolavirus prospera senza dare sintomi. Un tempo questo animale percorreva gli spazi fra gli intricati alberi nel profondo della giungla. Ma ora la giungla non c’è più, e il cibo è nelle grandi piantagioni di quelle strane creature bipedi, dove le piante sono tutte uguali, ma le vivande sono abbondanti e appetitose. Al crepuscolo, i nostri divoratori di papaye e banane si fiondano felici sui campi coltivati. Gli agricoltori non gradiscono e le tentano tutte per scacciarli. Alcuni li uccidono e, per curiosità o per necessità, li mangiano. Pare che in alcuni luoghi, prima dello scoppio dell’epidemia, fossero sulla buona strada per diventare un piatto tradizionale. Si ha anche notizia, sempre risalente a quel periodo, di un bambino morso da un pipistrello, e che potrebbe essere stato il paziente zero. Fatto sta che il virus inizia a fare strage degli uomini. Non è la prima volta che accade: ci sono state altre epidemie. Ma finora si era trattato di comunità isolate nel cuore dell’ambiente tropicale, annientate  così rapidamente da non aver avuto il tempo di contagiare nessuno. Tuttavia, con il passare del tempo, era sempre più probabile che il virus colpisse un’area discretamente popolata, come le zone rurali di Guinea, Sierra Leone e Liberia. E l’uomo ricco, che è stato colui che ha fatto sì che quelle aree ad alto rischio si popolassero, per grettezza, per miopia e per egoismo, non ha pensato di proteggerle con un sistema sanitario moderno, che, per essere all’altezza di un compito così duro, doveva essere addirittura migliore di quello di un paese civilizzato.

Le modalità di trasmissione da uomo a uomo del virus sembrano essere fatte apposta per colpire e distruggere una società povera, con poca copertura medica e con scarso livello di igiene, e tendere invece a risparmiare una società come la nostra. L’Ebolavirus per fortuna (come quasi tutti quelli della sua famiglia) non è in grado di trasmettersi per via aerea, ma solo per contatto diretto con alcuni fluidi corporei, come urine, escrementi, sangue, o con carcasse infette. Provate a immaginarvi come siano molte zone dell’Africa, e le conseguenze saranno chiare. I morti e i contagiati in quei tre paesi sono ormai migliaia.

Io non sono uno scienziato e neanche uno storico, e nemmeno ho toccato con mano quello che sta accadendo, come tante persone che hanno avuto il coraggio e la possibilità di agire e di andare a combattere lì. Questo è solo il modo in cui ho cercato di spiegarmelo, sforzandomi di essere più oggettivo possibile. Da Roma, si può solo intravedere il riverbero di cosa sta accadendo in quella parte di mondo, quel raggio di luce che, nella poesia dell’immenso Leopardi, attraversa la siepe e ci fa sognare.

Le immagini e i pensieri di questo riverbero fanno provare meraviglia: paesi bellissimi, in cui una semplice fosso divide caotiche città da una natura ancora lussureggiante. Chi era già stato là altre volte ci dice che fin da subito, quando atterrano nelle capitali si nota qualcosa di diverso: il nervosismo. Un panico diffuso, soprattutto nelle zone sicure. Le città sono ancora più caotiche del solito. Un caos, come ha fatto notare amaramente qualcuno,  febbrile. E avvicinandosi alle periferie, si sente un suono dapprima indistinto, poi sempre più intenso: i canti funebri e le preghiere di gruppo che si succedono ininterrottamente. Per fortuna l’Ebola non è come la peste, altrimenti sarebbe la fine. I villaggi sono una successione di capanne, piccoli palazzi, boschi e piantagioni. E centri sanitari: tende ermetiche o edifici isolati. Sono centri internazionali, frutto degli sforzi di alcuni paesi avanzati e di alcune tra le poche ONG efficienti, come MFS o Emergency. Sono volontari stranieri che si avvalgono anche di volontari autoctoni. La sanità locale, priva di mezzi e conoscenze, è collassata al primo colpo, e i pochi dei suoi medici si sono salvati.

E’ qualcosa di irreale vedere quegli uomini in scafandri bianchi immacolati, vedere la tecnologia e i display luminosi dei loro strumenti a poca distanza dalle turbe di gente povera e inquieta. Sembrano alieni. Sembrano calmi, sicuri di sé e del loro futuro, in mezzo a quelle persone sudate, che non lavorano più perché non sono più in grado di pensare ad altro se non all’epidemia.

Ebola è una parola leggera, soffice, apparentemente senza senso, al punto da sembrare l’inquietante lamento di un folle. E di sicuro non è solo il corpo degli uomini che colpisce, ma anche le loro menti.

E’ devastante in un ambiente caratterizzato da ignoranza, superstizione e ingiustizie. Il responsabile del perché l’ambiente sia così, agli occhi di chi lo abita, non possono che essere i governi locali, lontani dalla popolazione e tirannici quando si tratta di spremerla, prepotenti e corrotti, portatori di guerre civili e mai di benessere. E quello che ora accade sembra tratto da un libro di Marquez, maestro nel rappresentare la pazzia dei pazzi e delle persone cosiddette normali: molti pensano che l’Ebola sia un complotto del governo per togliere di mezzo, con il veleno, gli avversari politici e i poteri locali che li ostacolano, avvelenando anche la popolazione, o come copertura, o perché schierata contro di loro. E per fare questo avrebbero chiamato i loro misteriosi alleati occidentali, quelli che girano per le strade con quegli inquietanti scafandri bianchi, con quegli strumenti angoscianti e mortali, per ungere la gente. E’ una reazione istintiva, alla rabbia per i soprusi subiti e per la miseria in cui si vive, alla paura della morte e del diverso. Molti medici sono stati attaccati e le loro attrezzature distrutte, e a metà settembre, in Guinea, un team di otto volontari è stato massacrato mentre cercava di illustrare le norme di prevenzione, sentite della gente come le menzogne propagandistiche dei propri nemici e assassini. E non è tutto: molti sciamani del luogo, con un gran seguito, quando non sostengono la tesi del complotto, dicono che l’Ebola è uno spirito del male, al quale nemmeno loro possono rimediare. Affermano che in ogni caso, visto che negli ospedali si muore comunque, è meglio stare proprio letto, circondati dai propri cari. Togliendo così ogni ostacolo al virus.

Anche i malati di Ebola, nei centri sanitari, stanno in scafandri pressurizzati, questa volta trasparenti, con appositi tubi a tenuta stagna per far passare le attrezzature mediche. Sembrano ingoiati da strani insetti sconosciuti, con molte zampe. I volontari raccontano che è straziante non poter usare il contatto fisico per confortare i pazienti. Lì si combattono battaglie con piccole probabilità di vittoria. La malattia incuba in una ventina di giorni, durante i quali non si è contagiosi. Quando si manifesta sembra un’influenza, con febbre e dolori. Poi però sopravvengono vomito ed edemi, e una sofferenza intensa e costante. Infine, nella maggior parte dei casi, arriva la febbre emorragica. Si sanguina anche all’esterno, ma soprattutto all’interno, negli organi. La morte è una liberazione, e può sopravvenire o per disidratazione (che è l’unica che finora si è in grado di affrontare) o per i danni agli organi interni. Appena un terzo dei pazienti curati ce la fa, e sarebbero molti di meno senza le terapie di sostegno ( la storia di James Kollie è da leggere). I nomi dei vaccini in sperimentazione sono fantascientifici: ZMapp, Chad3. Ma ancora non sono utilizzati sul campo.

L’Ebola è un castigo divino? Sembra di no. Molte colpe sono sicuramente dei paesi avanzati, quelli dove la malattia non sembra che abbia le caratteristiche per potersi diffondere. Almeno non nel fisico. Nelle menti la follia sta già arrivando. Come è noto, per ottenere il consenso la maggior parte dei politici non esita a far leva sugli istinti della gente e sulle paure degli ignoranti. Molti sono convinti che gli odiati migranti porteranno l’epidemia in Italia e in Europa, arrivando a Lampedusa, a meno che il governo non li fucili tutti o per lo meno li rimandi indietro. Tuttavia, a parte il fatto che i paesi colpiti sono marginali rispetto alle rotte migratorie, basta documentarsi per capire che il Sahara è una barriera quasi insormontabile: anche se l’incubazione è lunga, il viaggio dalla Guinea (la più vicina a noi) alle coste del Mediterraneo, lo è molto di più. La malattia si manifesterebbe in pieno deserto, prima della metà del viaggio, uccidendo in pochi giorni il malato e l’intero gruppo con cui si sia messo in viaggio. Il Sahara non si attraversa in legioni di gente, ma in piccoli gruppi, e come è accaduto nei villaggi sperduti nelle precedenti epidemie, sarebbero isolati. Il virus morirebbe con loro. Un migrante, per portare l’Ebola da noi, dovrebbe contrarla in un paese mediterraneo, e questo è impossibile, perché non ci sono le condizioni ambientali. Inoltre, per le sue modalità di contagio fra uomo e uomo, la nostra società è troppo pulita. Ma a Fiumicino, a una bambina che era stata in Uganda (lontano migliaia di chilometri dall’epidemia) è stato impedito di entrare a scuola dai genitori dei suoi compagni. Una cosa che spero si commenti da sola.

Non penso nemmeno che l’Ebola possa essere la nuova Aids: questa infatti, per uccidere impiega mesi, ora addirittura anni, nei quali si è contagiosi. L’Ebola invece pochi giorni.

Questo pericolo sembrerebbe dunque essere remoto, lontana dai “colpevoli” paesi ricchi, flagello di popolazioni meno sviluppate. Ma non è così. Gli sforzi della comunità internazionale per isolare l’epidemia in alcune sacche ben definite si stanno dimostrando per nulla sufficienti, così come quelli per scoprire una terapia specifica. Come ha detto Gino Strada, è possibile che essa arrivi da noi. Non nei barconi, ma in prima classe. Negli aerei. Non attraverso i medici volontari, che vengono riportati in patria per essere curati: c’è troppo controllo.

Più probabilmente attraverso uno dei tanti uomini d’affari che si recano nelle aree  cosiddette sicure in quei paesi per monitorare le loro compagnie. A quel punto potrebbe davvero sembrare una vendetta divina. Ma continuerebbe ad essere l’effetto di una causa. Curiosamente, mi viene da pensare alle parole dell’Agente Smith in Matrix, rivolto a Morpheus: “Ho capito che voi non siete dei veri mammiferi: tutti i mammiferi di questo pianeta d’istinto sviluppano un naturale equilibrio con l’ambiente circostante, cosa che voi umani non fate. Vi insediate in una zona e vi moltiplicate, vi moltiplicate, finché ogni risorsa naturale non si esaurisce. C’è un altro organismo su questo pianeta che adotta lo stesso comportamento, e sai qual è? Il virus. Gli esseri umani sono un’infezione estesa, un cancro per questo pianeta: siete una piaga. E noi siamo la cura.”

Forse un’epidemia sarà davvero il prezzo che i paesi ricchi pagheranno per la loro prosperità, basata sull’impoverimento di quelli più poveri. Ma se accadesse non sarebbe per un disegno superiore, ma la conseguenza delle proprie debolezze. Con scarsa lungimiranza si sono create le condizioni perché una simile epidemia si verificasse, e con scarsa lungimiranza si potrebbero non adottare le misure perché arrivi da noi. Che non sono solo controlli e quarantene, ma anche dotare quei paesi delle armi per combattere le loro malattie, varie e terribili, e di un’economia sostenibile che diminuisca le possibilità di entrare in contatto con esse. Anche a prezzo di impoverirsi per realizzare tutto questo. Altrimenti, con il passare degli anni, aumenteranno sempre di più le probabilità che emerga un nuovo virus, magari più aggressivo e più contagioso dell’Ebola. Che arriverebbe da noi attraverso gli aerei, perché bisogna controllare i migranti.

Forse l’Ebola è un messaggio divino, un ultimo avvertimento. Forse vuole dire alle nazioni civilizzate: “Colpisco quelli che voi non difendete. Continuate a fare così, e prima o poi qualcosa troverà la strada per colpire anche voi”.

Speriamo che sia chiaro…

ALESSANDRO VIGEZZI

Da vedere: gli interventi di Gino Strada a Servizio Pubblico  https://www.google.it/?gfe_rd=cr&ei=RU9mVMG6CMOO8QeDzYDwBw&gws_rd=ssl#tbm=vid&q=intervento+di+gino+strada+a+servizio+pubblico+ebola+novembre+2014 il primo risultato:


Intervista a un campione in riva al mare

 

 

Questa estate mi stavo riposando sulla amena spiaggia di Castiglione della Pescaia, nella verde Toscana. E avrei potuto tranquillamente continuare a farlo fino alla fine di Agosto. Tuttavia, la prospettiva di diventare direttore della Lucciola, mi spingeva a fare qualcosa per il nostro giornale. “No, no” pensavo “Non basteranno un editoriale e un articolo per il primo numero, troppo poco per il direttore. Cosa direbbero tutti quanti, sarebbe uno scandalo! Qui ci vuole… Cosa ci vuole? Ah! Ci vuole il secondo articolo!”. E visto che l’apatia post delusione ai Mondiali mi aveva fiaccato nel corpo e nello spirito, qualcosa mi ricordò che due ombrelloni dietro di me prendeva tranquillamente il sole Francesco Graziani, detto Ciccio, bandiera del calcio italiano, 122 gol in 289 partite, e uno scudetto, nella stagione ’75-’76, con il Torino; un quasi-scudetto con la Fiorentina nell’82; con la Roma due Coppe d’Italia fra l’83 e l’86, e la leggendaria finale di Champions dell’84 persa ai rigori contro il Liverpool, di cui molti ricorderanno il suo errore dal dischetto, dimenticando invece la spettacolare partita, sempre in Champions, ma con il  Torino, nell’annata ’76-’77, contro il Borussia Munchengladbach, dove il Toro in otto contro undici riuscì a pareggiare proprio grazie a lui, attaccante, che dopo l’espulsione di Castellini dovette improvvisarsi portiere, compiendo diverse parate decisive, compresa una miracolosa sul futuro Pallone d’Oro Simonsen. Campione del Mondo in Spagna nell’82, 64 partite e 23 gol con la maglia della Nazionale. In tutto 182 gol in 525 partite da professionista. Campione di quella leggendaria stirpe d’Italia di cui ora rimangono solo Totti e Di Natale, e per ora nessun degno erede.

E visto che costui prendeva il sole due ombrelloni dietro di me, mi è sovvenuto il pensiero: perché non intervistarlo? Così avrò quasi senza fatica il secondo articolo: io dovrò solo fare le domande, e sarà l’intervistato a parlare. Poi la fatica l’ho fatta ugualmente, scrivendo un’introduzione di un chilometro per il puro gusto di infrangere ogni regola del giornalismo. Pazienza.

Questo articolo è stato realizzato con la gentile collaborazione di Edoardo Martinelli, che ha filmato me e Graziani, diventando così il primo cameraman della Lucciola sotto la nuova gestione.

Ah, l’intervista è di inizio Agosto, quindi qualcosa è cambiato nel frattempo, ma credo sia interessante vedere quello che è successo con un po’ di senno di prima, anziché di senno di poi come si fa di solito.

 

– Cosa ne pensi sul fallimento dell’Italia ai Mondiali?

– E’ un grande dispiacere, ma forse siamo andati in Sud America con un po’ di presunzione, con l’impressione di essere più forti di quello che poi abbiamo dimostrato di essere. Non siamo stati  molto fortunati in alcune circostanze, però è anche vero che quando si perde con il Costa Rica è bene tornare a casa, vuol dire che è un Mondiale nato male… e poi finito peggio.

 

– Come mai due volte consecutive? (Sudafrica 2010 N.d.R.)

– E’ una pausa di riflessione quella che il calcio italiano deve fare, perché può succedere una volta, però, per la qualità di calcio di una nazione come la nostra, uscire due Mondiali di seguito al primo turno è francamente troppo. Credo che il calcio italiano si dovrà interrogare sul perché succedono queste cose: aldilà della sfortuna o del momento negativo, sembrano davvero eccessive queste due esclusioni così importanti all’inizio.

– Secondo te chi è l’uomo giusto per fare il miracolo di riportare l’Italia ad alti livelli?

– Io non credo che serva un miracolo. Credo che serva un pochino più di qualità da parte dei calciatori, un allenatore che più che allenare selezioni… un selezionatore bravo, che prenda i migliori, li assembli e li faccia giocare insieme. Io penso che Mancini sarebbe l’ideale, ma non so se lui ha voglia di misurarsi in questo momento con la nostra Nazionale.

– Si parla anche di Conte.

– Credo che Conte non possa essere l’allenatore della Nazionale, anche perché lui è un animale da campo: tutti i giorni deve lavorare, urlare, chiamare, discutere… All’età che ha, vederlo in Nazionale dove non si allena più ma si seleziona, mi sembra fuori luogo per lui. Io penso che, se ci si fa caso, tutti i grandi allenatori delle Nazionali sono gente che oramai con il calcio giocato ha poco ha che fare, che è quasi in prepensionamento. Fanno i selezionatori dall’alto della loro esperienza, frutto di un’età diversa. Insomma, a quarantacinque anni come li ha Antonio, andare a selezionare in una Nazionale mi sembra davvero troppo poco per lui.

– Parliamo invece di campionato: la favorita per il titolo chi può essere?

– Secondo me continua ad essere la Juventus: è in assoluto ancora la squadra più forte, perché non ha venduto nessuno, perché ha acquistato buone riserve rispetto a quelle che c’erano prima e che se ne sono andate, ha sempre grande entusiasmo… in questo momento la vedo ancora come la favorita.  Si è avvicinata molto la Roma, ma attenzione anche a Inter, Napoli e Fiorentina fra le sorprese d’alta classifica.

– Allegri potrà far meglio di Conte in Europa?

– Fare meglio ci vuole poco, perché l’anno scorso la Juventus è uscita al primo turno… Allegri farà meglio di sicuro. L’obiettivo della Juve non è quello di vincere la Champions ma di arrivare come traguardo massimo alle prime quattro… e io ho l’impressione che ci siano tutti i presupposti perché questo possa succedere. Ci vuole un pizzico di fortuna, ma in Europa la Juve può dare molto di più.

– Tra l’altro Allegri, con il Milan ha fatto il miracolo di vincere due a zero contro il Barcellona…

– Si, nonostante poi nella partita di ritorno sia stato eliminato, il cammino in Europa del Milan con Allegri è sempre stato molto buono, anche considerando che lui ha avuto solo per un anno una squadra fortissima, e gli anni successivi ha fatto un mezzo miracolo.

– Invece il tuo Torino quanto lontano può arrivare?

-Io credo che, nonostante stasera ci sia la partita di ritorno, il Torino abbia già passato questo turno in virtù della partita vinta in Svezia. Vincere questo turno vuol dire andare al prossimo, che è quello decisivo, e anche più tosto, visto che si cominciano a incontrare squadri più forti del Brommopojkarna. Io ci spero, perché riportare questa squadra nel calcio europeo  sarebbe davvero molto bello, per la storia del Toro ma anche per il calcio italiano. Il primo turno l’ha passato, deve passarne un altro per accedere alla fase a gironi. Speriamo ce la faccia.

(“Salto” dentro l’intervista per un attimo: non solo ce l’ha fatta eccome, ma anzi è l’unica italiana in Europa che ad oggi ci metta un po’di cuore, a differenza di altre cosiddette big.. )

– Peccato per Immobile.

– Beh, Immobile ha fatto un bell’affare. Io sinceramente non capisco come mai il nostro movimento calcistico si sia fatto scappare questo tipo di giocatore. La Juventus in modo particolare, visto che ne aveva la metà del cartellino e doveva soltanto comprare l’altra metà. Evidentemente non hanno creduto in lui. E’un peccato, perché vedere che il nostro capocannoniere emigra e va a giocare in Germania, un po’ dispiace…

– Hai dei programmi per il futuro? Continuerai a lavorare nel calcio?

– Io continuo a lavorare con Mediaset, ho un progetto che sto portando avanti con la Roma, per costruire delle scuole calcio in giro per il mondo, in particolare negli Stati Uniti, visto che la presidenza giallorosa è americana. Loro vogliono sviluppare la loro immagine e il loro brand, e magari trovare dei nuovi De Rossi, dei nuovi Totti, perché lì in America c’è in questo momento un movimento calcistico in crescita in maniera esponenziale. Un domani, magari…

– Forse un giorno saranno al nostro stesso livello.

– Si, se loro capiscono che ci devono essere le categorie intermedie, perché in America c’è la Serie A, come da noi, la seconda squadra, e poi non c’è la Serie B, la C e la D come da noi. Ci sono i campionati universitari, ma lì la competitività è scarsa. Addirittura tanti ragazzi cambiano sport: invece di continuare con il calcio passano al baseball, o al football. Se loro capissero questo, nel giro di quattro anni diventerebbero forti come l’Italia, perché lì l’80% dei ragazzi che giocano sono tutti Sudamericani: Messicani, Peruviani, Cileni, Honduregni, Brasiliani, anche Spagnoli… gli Americani sono circa il 20%. I ragazzi Americani a cui piace il calcio e che giocano a calcio sono più o meno il 20%. Ma tutti gli altri sono oriundi del calcio, che ce l’hanno nel sangue come lo abbiamo noi e che ci giocano come se fossero nei loro paesi di origine.

– E ai Mondiali ce l’hanno fatto vedere…

– E ai Mondiali ci hanno fatto vedere che il calcio Sudamericano è in forte crescita.

 

– Ultima domanda che mi sta a cuore perché io sono tifoso del Cagliari: con Zeman, dove può arrivare?

– Con Zeman mi viene da risponderti: o bene bene o male male. O è una squadra che diverte, fa risultati, crea problemi a tutti, oppure è una squadra che va incontro a un annata disastrosa. Le squadre di Zeman sono sempre così.

– Cinquanta e cinquanta.

– Si. Se indovina la stagione, se la società capisce le esigenze dell’allenatore e i giocatori si mettono a disposizione, con lui possono fare molto, perché con Zeman si impara a giocare a calcio. L’unico problema di Zeman è che lui spesso vede di buon occhio la fase di una squadra dal centrocampo in su, e spesso si dimentica che c’è una fase dal centrocampo in giù. Quando lui non trova quest’equilibrio va incontro a seri problemi, perché una squadra che prende i tanti gol che prendono le sue squadre è un problema se nemmeno ne segna.

– Come il 2-4 quand’era alla Roma contro il Cagliari…

– Appunto.

– Grazie e buone vacanze.

– Anche a voi, ragazzi.

2014-08-07 11.56.31

(Da sinistra a destra: Edoardo Martinelli, Graziani e il sottoscritto)

 

 

 

ALESSANDRO VIGEZZI

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