La storia di Sami Modiano

Sami Modiano ci ha raccontato il suo arrivo sulla Rampa della morte di Birkenau in piedi di fronte alla Rampa della morte. Il racconto della sofferenza da parte di un uomo che l’ha vissuta nel luogo dove l’ha vissuta è qualcosa che nessuno dovrebbe illudersi di conoscere, o ritenere di poter vivere senza conoscerlo. Un simile racconto non ha niente dello splatter e del truculento con cui molti identificano la violenza. Il racconto della vero dolore ha un suono del tutto particolare, quasi secco, e un ritmo duro e ancestrale. La commozione faceva vibrare di pianto le parole di Sami, mentre i suoi gesti erano stranamente decisi.

Sami era un ebreo di Rodi, all’epoca territorio italiano, e faceva parte della fiorente comunità ebraica di oltre 2500 persone che abitava l’isola insieme ai greci, ai turchi e agli italiani, con cui conviveva in pace e armonia. Quelle persone si sentivano parte di una grande famiglia, in cui tutti si conoscevano, trascorrevano le giornate insieme e si volevano bene. Sami iniziò a prendere coscienza di quale fosse la realtà del mondo in cui viveva quando aveva solo otto anni. Frequentava la terza elementare, ed era un bambino felice e uno studente curioso e intelligente. Il maledetto giorno del ’38 in cui Mussolini emanò le leggi razziali, il maestro lo chiamò alla cattedra. Sami era contento: credeva che fosse un’interrogazione, e si era preparato bene. Grande fu il suo sbalordimento quando il maestro, con un’espressione triste e una voce addolorata, gli disse che non avrebbe più potuto prendere parte alle lezioni, perché era stato espulso dalla scuola. Sami dapprima non capì, poi delle lacrime gli scesero dagli occhi. “Ma che cosa ho fatto di male?” fu la sua domanda. Il maestro gli disse, sforzandosi di non piangere, che non aveva fatto nulla di male, che non aveva nessuna colpa. Gli disse di andare a casa: sarebbe stato suo padre a spiegargli il motivo della sua espulsione. E suo padre glielo spiegò, ma Sami non capì, non poteva capire.

Il 18 luglio 1944 i soldati nazisti, che nel frattempo avevano occupato l’isola, decisero di deportare gli ebrei rodensi nel campo di concentramento di Auschwitz. Il lavoro di pianificazione fu lungo: bisognava far superare il Mar Egeo a centinaia di persone senza sostenere spese eccessive. Dissero alle famiglie ebree di preparare un fagotto, mettendoci dentro cibo, vestiti e oggetti di valore. Li scortarono fino al porto. Lì li ispezionarono e requisirono ogni oncia d’oro. Li caricarono su delle navi addette al trasporto del bestiame. Li rinchiusero nelle stive: centinaia di persone per ogni stiva, fra cui donne in stato interessante, vecchi e bambini: fin da subito non li considerarono umani. Tutto era sbarrato; l’unica apertura verso l’esterno, nel caldo torrido di luglio, era un minuscolo oblò. Il pavimento era ancora ricoperto dagli escrementi delle bestie. Per i loro, di escrementi, c’era un solo bidone, accanto a 5 secchi d’acqua. Il viaggio durò sette giorni. Figli, parenti, amici, vicini di casa rantolavano e morivano nel buio asfissiante. Gli uomini rifiutavano la loro ridicola razione d’acqua per darla ai bambini o ai propri anziani genitori, perché soffrissero di meno nella loro agonia. Sami si ritrovò a essere contento che sua madre fosse morta qualche anno prima; era con il padre e con sua sorella, una splendida ragazza più grande di lui per cui provava un affetto profondo. Quando giunsero al Pireo li tennero per tre giorni dentro roventi stanzoni di cemento, prima di caricarli sui treni in partenza per i campi di concentramento polacchi. Quando arrivarono a Birkenau il loro spirito vitale era già stato messo in ginocchio. I tedeschi li scaricarono giù dai vagoni, e stringendoli da vicino, senza dar loro respiro, li fecero disporre in gruppi, per selezionare gli abili al lavoro. Gli inabili furono fatti camminare oltre le rotaie, in mezzo ai pianti e alle grida, verso le camere a gas. Le SS procedettero quindi a dividere le donne dagli uomini e i figli dai genitori, affinché ogni ebreo fosse solo e impotente di fronte alla lenta demolizione della sua umanità. Il padre di Sami stringeva forte la sua mano e quella di sua sorella, perché aveva capito cosa volevano fare. Non poté reagire: lo pestarono a sangue e glieli strapparono via.

 

ImmagineSolo chi è sopravvissuto può tentare di descrivere con parole la vita del campo. Sami
conserva nella sua memoria un momento bellissimo di gioia e generosità. Un giorno, quando già il lavoro nel campo lo stava sfiancando, vide sua sorella aldilà di un reticolato, debole e magra come lui. Non c’è da stupirsene: la loro quotidiana razione di cibo, se tale si poteva chiamare, consisteva in una sola “fetta di pane di 250 grammi e una scodella di un’acqua sporca che chiamavano minestra”. Vedendo sua sorella, qualcosa, in Sami, si risvegliò. Non poteva vederla così. Doveva fare qualcosa, doveva confortarla. Erano troppo lontani per potersi parlare. Comunicarono a gesti. Le fece capire che il giorno dopo, alla stessa ora e in quello stesso punto, le avrebbe fatto un regalo. E quando il giorno dopo si ritrovarono, Sami le lanciò la sua unica fetta di pane, avvolta dentro un panno. Lei la raccolse e se la portò al petto. Dopodiché trasse un altro panno, in cui era avvolta la sua fetta di pane, e lanciò entrambe le fette al fratello. Quanti di noi avrebbero la forza di compiere un gesto simile in quelle circostanze, nonostante la prostrazione, l’umiliazione e l’alienazione? In quel momento, Sami e sua sorella hanno davvero trionfato sulla “fabbrica della morte”, come lui ancora oggi chiama il campo di sterminio.

Sami ricorda anche la sera in cui suo padre, che vedeva una volta al giorno nella sua baracca, gli disse che la mattina dopo sarebbe andato in infermeria, perché non si sentiva bene. Tutti sapevano che recarvisi equivaleva a compiere un viaggio di sola andata per i forni crematori. Ma Sami non voleva credere che Auschwitz avesse piegato suo padre, e gli domandò se anche lui sapeva. Lui rispose di sì. Gli diede la sua benedizione e gli disse di tener duro, perché suo figlio ce la doveva fare. La fabbrica della morte si portò via anche sua sorella, ma Sami resistette, e negli ultimi convulsi giorni della dissoluzione del Reich, fu trovato dai sovietici, stravolto e disperato, che pesava solo venti chili. Fu curato e riportato alla vita, ma fin da subito non trovò pace. Fin da subito si sentì un privilegiato. L’interrogativo che lo corrodeva insieme ai ricordi era: perché io? Perché io sono sopravvissuto dove così tante persone che amavo sono morte? Sami ha cercato per anni la risposta, invano. Forse, però, un giorno l’ha trovata: forse Dio gli ha consentito di sopravvivere per raccontare ciò che è successo, per far capire il male attraverso la sua conoscenza, per far sì che tutto ciò che è accaduto non debba ripetersi. Quando abbiamo avuto l’onore di intervistarlo, ci ha rivelato che, ormai, l’unico scopo della sua vita eravamo noi, noi giovani. Perché saremo noi, un giorno, a dover combattere contro il rischio di rivedere quella stessa sofferenza e quella stessa crudeltà. Grazie Sami.

 

Conclusione

“Immedesimazione” è stata la parola chiave di questo viaggio: grazie ad essa abbiamo colmato la distanza che ci separava da un incubo che non dobbiamo dimenticare, se vogliamo che il nostro futuro sia radioso; grazie ad essa, non abbiamo semplicemente registrato un dato storico, una verità consolidata, ma abbiamo intuito emotivamente quello che hanno provato coloro che hanno sofferto ad Auschwitz. Siamo stati scossi, agitati e commossi, abbiamo provato orrore e repulsione, ma anche ammirazione di fronte alla dignità e al coraggio dei superstiti, che non hanno esitato a riaprire le loro ferite pur di renderci persone migliori. Una cosa possiamo dire: di essere guariti dall’indifferenza. Perché ogni volta che vedremo e sentiremo parlare di stermini e olocausti, la nostra mente correrà ai cancelli di Auschwitz, alle rotaie, alla neve e al silenzio di Birkenau e alle parole con cui i testimoni hanno raccontato il loro atroce dolore. Correrà alle immagini, ai suoni e alle sensazioni indescrivibili che quelle parole hanno suscitato nella nostra mente. E vorremo opporci, perché qualcosa dentro di noi si muoverà e griderà il loro messaggio: che tutto ciò che è successo allora non deve mai più accadere. Mai più!

ALESSANDRO VIGEZZI

1 e 4  Lozowick  2 Longherich 3 Feldman  5 Browning


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