La grande bellezza del Liceo Classico

Alcune considerazioni al quinto anno dell’indirizzo scolastico più prestigioso e criticato di tutti: qual è la vera importanza delle materie umanistiche?

È ora di guardare indietro. È ora di provare nostalgia. Dopo cinque anni passati fra le mura e i banchi di questa scuola si è infine conclusa una meravigliosa avventura di studio e di vita, animata dalle bizzarrie e dall’estro dei nostri compagni e professori, fra materie dure e appassionanti, momenti di allegria e attimi di aspettativa. Manca solo la maturità: poi si spalancheranno i cancelli dell’ignoto. È incredibile come, di cinque anni vissuti così intensamente, non rimangano altro che ricordi, pochi, sparuti istanti sconnessi di eventi, sensazioni ed emozioni, mentre quasi tutta quella vita che abbiamo attraversato, rendendoci conto solo ora di quanto sia importante e stupenda per noi, è ormai sfuggita al colino della nostra memoria.

In quanti, e quante volte andremo a rileggere avidamente i nostri diari e quaderni, alla ricerca forsennata di frammenti del nostro passato, scrutando appunti e soprattutto quelle annotazioni marginali, quegli epigrammi che hanno immortalato momenti indelebili, quegli scolii esilaranti e commoventi di secondi e minuti che vorremmo vivere per sempre. Ci brilleranno gli occhi, rievocheremo, sorrideremo, immagineremo, qualcuno persino piangerà. In quanti, e quante volte proveremo il rimpianto più grande dell’uomo, condannato a vivere in un presente esile e inafferrabile, senza riuscire a ricordare tutto ciò che è stato? Tutti, probabilmente; tutti rimpiangeremo questi anni tanto più felici quanto meno ci rendiamo conto della loro vera natura. Non sono stati anni facili, ma felici sì.

Tuttavia, fra tutto quello che passerà per non tornare mai più, c’è qualcosa che rimarrà. Un punto fermo, una verità ineluttabile. Una luminosa consapevolezza che è rimasta impressa nella mia mente, chiara e limpida, salda e ardente come la stella polare: la certezza di aver preso la decisione giusta scegliendo il liceo classico.

Non intendo affermare che sia la scuola migliore di tutte, né tantomeno che sia quella che tutti dovrebbero intraprendere: le predisposizioni e gli interessi individuali sono diversissimi e non devono essere messi in discussione. Quello di cui sono finalmente sicuro, dopo cinque anni in cui vi sono cresciuto, è che nonostante gli attacchi di ministri, politicanti, scienziati distanti anni luce dalla sconfinata apertura mentale di un Einstein o di un Darwin, nonostante i pareri malevoli di esperti parlatori televisivi e onniscienti opinionisti da bar, il Liceo Classico rappresenta forse la più pura espressione della nostra vera identità culturale e spirituale. Quello che è rimasto dentro di me è il percorso che ho compiuto qui, fra queste mura e fra questi banchi, e so, indubitabilmente so, che si tratta di qualcosa di prezioso e bellissimo, senza il quale non avrei potuto coltivare e appagare la parte migliore di me. Non mi sono mai arricchito spiritualmente, nel vero senso della parola, come in questi anni.

Ricordo la fine delle medie, il primo percorso da decidere, la prima volta in cui il cammino non è più prestabilito e si inizia a scegliere cosa fare di sé. Ricordo quanto mi affascinava la passione di mia nonna per il greco e il latino, la musicalità con cui ancora oggi legge frasi e parole in quelle lingue sublimi. Ricordo il mio trasporto per le materie umanistiche che mi spinse a scegliere il liceo classico, quel trasporto profondo, sincero e inconfondibile che ha portato qui la maggior parte di noi. Ricordo le disparate sensazioni che, quadrimestre dopo quadrimestre, avevo della mia scuola, fra esperienze personali e di studio, fra spensieratezza, atroci deliri da overdose di lavoro e improvvisi e struggenti momenti di passione per ciò che imparavo.

Mi ci è voluto appena un anno per capire che il mio Liceo era uno dei più duri rimasti in circolazione, il più vicino erede di altri tempi in cui studiare era non un obbligo, ma uno splendido privilegio che si ricercava in maniera febbrile.

ImmagineMi ci sono voluti ben due anni per comprendere la vera importanza del greco e del latino, con la loro logica diversa da quella matematica, più flessibile e intuitiva, che allenano tanto alla creatività quanto al rigore. Idiomi di tempi forse più felici del nostro, nei quali uomini grandissimi hanno concepito sogni di sfolgorante bellezza e fatto proprie purissime verità. Le lingue degli spiriti magni di Dante, delle origini della nostra civiltà. C’è chi sostiene che basterebbe studiare le traduzioni in italiano dei pensieri di quei poeti, di quei filosofi e di quegli oratori i cui pensieri e sentimenti sono divenuti immortali. Evidentemente chi sostiene questo non ha fatto il liceo classico. Se c’è una cosa che ci insegna il ginnasio, è che non si può capire una cultura se non attraverso le sue proprie parole e la sua propria lingua, se non con quell’atto di gratuita e spontanea generosità che consiste nell’imparare delle lingue ormai estinte per pensare, con sovraumana empatia, anche se solo un minimo, come quelle menti radiose, un onere e un onore che è tanto più importante per noi e per tutti quanto più la società intera lo disconosce.

È stato il terzo anno che sono stato vinto dal fascino della filosofia, l’unica disciplina in grado di renderci davvero in grado di pensare, addestrandoci ad ampliare le nostre vedute, a ragionare per categorie universali, a confrontarci con il nostro stesso modo di riflettere e di essere, a fare i conti con i concetti dell’essere e del nulla, della giustizia e del crimine, della natura e di ciò che è oltre essa, della vita e di ciò che vi sta alla base. Chi di noi non è rimasto almeno per qualche attimo incantato dai misteriosi scritti di Eraclito, dall’immenso acume e dalla sconfinata bontà di Socrate, dai miti di Platone, dal genio di Aristotele, dal misticismo di Agostino, dalla sensibilità di Rosseau, dalla sagacia di Voltaire, dalla fiducia nella ragione di Cartesio, dalla finezza conoscitiva di Kant, dall’idealismo di Fichte, dalla disperata consapevolezza di Schopenhauer, dalla profondità analitica di Marx, dalle visioni di Nietzsche?

Il quarto anno, dopo aver studiato tutta la storia più lontana dai nostri tempi e inoltrandomi nel pieno dell’Ottocento, mi è capitato di pensare a cosa succederebbe se l’intero terzo anno fosse dedicato al Novecento, all’analisi della storia recente e recentissima con le abilità e le competenze acquisite negli anni precedenti: di riflesso gli studenti darebbero il via a un nuovo sessantotto! Forse è per questo in certe alte sfere si rifiutano di aggiornare i programmi di storia, e di sicuro è per questo motivo che così tanti tra uomini di potere e loro smidollati proseliti vorrebbero eliminare il greco e il latino: perché sanno che tutto questo è cultura, quindi profondità di pensiero, quindi capacità di comprendere la realtà, e quindi potenziale sovversione all’iniquo e consolidato sistema.

Questa non è l’unica falla di questo pur ottimo liceo. Me ne sono reso conto all’inizio del quinto anno, soffermandomi a considerare, un po’ di esperienza in più, il fatto che spesso e volentieri si insista fin troppo sulle nozioni e ben poco sulle competenze e sulle abilità personali. Questo vale un po’ per tutte le materie… anche quelle che forse dovrebbero essere riconosciute come tali e invece non lo sono.

Ad esempio, perché non ci sono lezioni in cui si insegni a parlare e ad argomentare? Gli antichi da questo punto di vista erano molto più all’avanguardia di noi: avevano la retorica e la dialettica. Perché non ci sono corsi e magari anche gare di scrittura creativa e non? Sarebbe estremamente stimolante per tutti coloro che vi sono portati. Perché si deve favorire indebitamente l’alternanza scuola-lavoro e non si punta invece maggiormente sull’apprendimento delle lingue straniere, che possono aprire ben più porte nel futuro degli studenti?  Perché non si tengono delle lezioni d’informatica serie, quando ci troviamo nel bel mezzo di una società di analfabeti digitali, che usano i computer senza comprenderne rischi e potenzialità, proprio come la maggior parte delle persone erano analfabete quando è stata inventata la scrittura?

Gli iscritti al liceo classico sono calati sempre di più nel corso degli ultimi decenni, fino a stabilizzarsi intorno al 10% del totale: la causa di questo crollo va ricercata innanzitutto nell’ingiustizia del pregiudizio, sia quello dell’uomo comune che quello dell’uomo al governo, ma se la scuola di cui facciamo parte vuole superare questo momento critico e magari riaffermarsi in tutta la sua importanza, deve essere ancora più moderna di quella che già sta diventando adesso, grazie alle iniziative originali e ai progetti interessanti provenienti da studenti, professori e dirigenti scolastici illuminati, che, nonostante tutto, ancora non sono in via di estinzione.

ImmagineAlla fine, quello che ho davvero capito del liceo classico, in quest’ultimo anno, sono le sue meraviglie a torto tacciate di inutilità: la storia dell’arte, che vogliono abolire, e che invece ci fa conoscere modalità di espressione dell’animo umano che ci erano ignote; il fascino indescrivibile della letteratura italiana e straniera, che racchiude messaggi di poeti e scrittori vicini e remoti, segreti esistenziali, profondi significati, avventure incredibili, sfaccettature di sentimenti e passioni, mistiche contemplazioni e azioni epiche, tragedie psichiche e picaresca goliardia, analisi sociali, invenzioni fantastiche, miti e mirabilia, amori e sofferenze, genuinità e menzogna, tra tempi oscuri e terre lontanissime, loci amoeni e distopie, incubi, presagi, sogni e visioni… in breve la vita intera, espressa attraverso ciò che più ci rende uomini, ciò che, come hanno capito i filosofi del secolo scorso da Wittigenstein in poi, non descrive il pensiero, ma è il pensiero, ovvero la parola. E non avremmo potuto imparare a usare la parola, e quindi a pensare, così bene come adesso se non nel liceo classico, se non con i nostri professori e professoresse, che hanno gradualmente trasmesso a noi, recalcitranti alla fatica d’imparare, la loro passione e il loro impegno, spronandoci e a volte anche trascinandoci fra metrica ed endecasillabi, fra endiadi e iperboli, usteron proteron e omoteleuti, trimetri giambici e versi liberi, elegantissimi chiasmi e vivide allitterazioni, tra figure retoriche e altre più prosaiche durante le interrogazioni-interrogatori, affinando le nostre capacità e dandoci gli strumenti per assaporare e comprendere più appieno, nel profondo, con il cuore e la mente, quel meraviglioso universo di parole che è il mito della vita.

Riaffiorano alla mia coscienza le parole di Robin Williams, il leggendario professore de L’attimo fuggente, (il cui titolo originale è non a caso Dead Poets Society), quando dice che scriviamo e studiamo poesie non perché è carino, ma perché sono la poesia e ciò che la anima, l’amore, le passioni, la bellezza, l’unica cosa che ci tiene in vita. Allo stato attuale delle cose, non c’è luogo migliore del liceo classico per capire questa verità.

Se dovessi fare un bilancio con una pistola puntata alla tempia, attaccato a un poligrafo, dopo aver fatto solenne giuramento di non mentire, affermerei senza un tremito che in questa scuola il buono supera, e di gran lunga, il cattivo. Affermerei che ci sono dei punti deboli, che l’innovazione è necessaria, ma quella luce fulgida e commovente che è la vera istruzione umanistica non deve spegnersi. Contro il feroce autolesionismo di coloro che inneggiano e progettano la sua distruzione, perché incapaci di concepire un mondo che non sia solo mercato, vorrei portare ad esempio il grande psicologo Carl Gustav Jung, il quale distingue sei categorie di personalità dell’uomo, due delle quali sono Pensiero e Sentimento, ovvero vi sono delle persone (thinkers) naturalmente portate per la della logica e della scienza, e di tutte le materie correlate, e altre (feelers) con un’innata predisposizione per la comprensione di tutto ciò che riguarda l’uomo, le sue azioni e i suoi sentimenti. Questo non vuol dire che i primi devono disinteressarsi dell’umanesimo e i secondi della logica, anzi, devono entrambi imparare più che possono da entrambi, però la loro affermazione e felicità personale non esiste al difuori del soddisfacimento e dello sviluppo delle proprie inclinazioni.

Mi spingo a dire che è dal successivo, reciproco scambio tra questi due tipi psicologici, dal loro completarsi a vicenda che dipendono le sorti dell’umanità. Solo che per potersi davvero completare a vicenda entrambe le categorie dovrebbero essere riconosciute sullo stesso piano; invece al momento attuale è la scienza, la tecnica ad essere privilegiata, perché, nella barbarie dei nostri tempi, l’unico valore che si considera è quello di mercato, con conseguenze funeste che vanno dall’ambiente all’inaridimento sociale.  Ma quel trasporto che io e molti di voi sentiamo per le materie umanistiche è qualcosa di congenito, di recondito, di indelebile, che non può essere negato. Non sarebbe un crimine privarci del percorso scolastico che più si avvicina a noi, rendendo più felici noi stessi e, di riflesso, tutti gli altri?

Quindi, compagni studenti, lottate contro la bestia ignorante o l’interessato avvoltoio che tenterà di sottrarvela, e soprattutto contro quanto di costoro tenterà di insinuarsi in voi, lottate contro l’indifferenza che si creerà intorno a voi che siete nel giusto. Lottate per conservare un simile dono nell’unica età della vita ancora non soggetta alle logiche di mercato, lottate per una scuola non priva di ostacoli, ma che tempri la vostra mente e affini la vostra sensibilità. Non ce n’è una più adatta per far capire qual è il cuore della vita, né per formare dei cittadini in grado di intendere e modificare la realtà che li circonda. Lottate contro un mondo bastardo, lottate con la creatività e la passione, come abbiamo fatto tutti quando, ignari, traducevamo un aoristo con il vocabolario di greco accanto, quando abbiamo imparato delle parole che in troppi hanno dimenticato, e se necessario scendete in piazza come facevano gli studenti di altri tempi. Altrimenti si arriverà al paradosso di una società costruita da e per l’Uomo, in cui gli esseri umani conoscono tutto tranne che sé stessi, e dimenticano sé stessi, credendo che la tecnica sia la sola portatrice di significato, e rinunciano alla loro vera natura, alle cose che più rendono la vita degna di essere vissuta. Potremmo mai rinnegarci così e sperare di essere felici?

Scusate, mi rendo conto di essermi lasciato trasportare dall’emozione. Perdonatemi. In momenti come questo è impossibile non essere ancora più schietti e sinceri del solito Vi lascio con un abbraccio commosso e con un piccolo compendio di immagini tragicomiche di vita scolastica raccolte a poche pagine da qui, tra i componimenti creativi, e con un consiglio: godetevi appieno questi anni, come persone e come studenti.

Buon Liceo Classico a tutti!

ALESSANDRO VIGEZZI

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