Grandrieux: lo sperimentalismo cinematografico contemporaneo

Il cinema di rottura dello spregiudicato regista francese, fra sequenze dure e audaci

Il cinema sperimentale, o d’avanguardia, è caratterizzato da un’innovazione rispetto alla tradizione consolidata, una rivoluzione dal punto di vista contenutistico e formale. Innumerevoli sono stati nei decenni i registi che vi si sono cimentati: l’americano John Cassavetes (A Woman Under the Influence, The Killing of a Chinese Bookie), Alberto Grifi (Anna, A proposito degli effetti speciali), massimo esponente dello sperimentalismo italiano, il greco Theo Angelopoulos (Il volo, Il passo sospeso della cicogna), l’immortale Michelangelo Antonioni (La Notte, L’eclisse, Blow-up). Anche nell’orizzonte attuale sono moltissimi i registi che sostengono un Cinema pienamente sperimentale, progressista e rivoluzionario, che si spogli di tutte le convenzioni e le usanze preesistenti per giungere a un’arte nuova e originale, primi tra tutti Béla Tarr (Le armonie di Werckmeister, Il cavallo di Torino, Sátántangó), Pedro Costa (Juventude em marcha, Cavalo Dinheiro), Wang Bing (I dannati di Jiabiangou, Three Sisters) e Lav Diaz (Century of Birthing, From What Is Before ). Questi ultimi due, in particolare, con le loro pellicole che arrivano alla durata di ben dieci ore, hanno costituito un tassello fondamentale della storia della cinematografia.

Tuttavia il regista contemporaneo che maggiormente può vantare di aver dato una nuova vita al Cinema sperimentale è Philippe Grandrieux. Grandrieux, attualmente il più significativo regista francese, ha lavorato anche molto per la televisione, un mezzo di comunicazione che non disprezza affatto, come molti altri cineasti, ma che, in modo simile a Bergman, lo incuriosisce e lo affascina.

Egli esordì nella regia nel 1998 con Sombre. È un film estremamente interessante, intelligente, che già rivela il nuovo linguaggio cinematografico che Grandrieux vuole introdurre: la fotografia è molto grezza e scura, non c’è musica né voce fuori campo (per Immagineriprendere la filosofia antonioniana: tutto ciò che si sente in un film deve essere ripreso davanti la macchina da presa e non aggiunto successivamente). Il suono è costituito dai continui affanni e respiri dei personaggi, la regia è improvvisata e rivela solo ciò che l’occhio del regista ritiene opportuno mostrare, le riprese sono molto instabili, spesso gli stessi soggetti fuori fuoco, alcune sequenze molto lunghe e poco chiare. Tuttavia il tutto è volto a fornire una rappresentazione il più realistica possibile della realtà, che è mostrata con determinate soluzioni ed espedienti che sembrerebbero, a prima vista, essere una mancanza di attenzione da parte del regista, ma che sono in verità il fulcro della sua filosofia: il movimento incessante, la vista offuscata, i sussurri dei personaggi, le urla di bambini in sottofondo. Si abbandona la finzione cinematografica per giungere a un’autentica esperienza cinematografica, con la quale lo spettatore possa essere immerso nell’universo di Grandrieux e possa lui stesso percepire le sensazioni dei personaggi.

Successivamente, nel 2002, il regista realizzò La Vie Nouvelle, l’unico suo film che tutt’ora è possibile reperire in dvd (per merito della sempre accorta Bim Distribuzione). Con La vie Nouvelle Grandrieux giunge alla sua piena maturazione artistica, concretizzando pienamente la sua forma. Mentre in Sombre si aderisce a una trama ben precisa, che si evolve in modo chiaro e definito, ne La Vie Nouvelle essa è quasi del tutto inesistente, essendo presenti solo delle premesse che fungono da incipit per il film, che si sviluppa poi indipendentemente da esse, svincolandone i personaggi per entrare in un contesto ben più ampio. Fino a metà pellicola sembrerebbe di visionare un tipico film di Grandrieux, ma, dall’inizio del secondo tempo, quando i protagonisti sembrano essere ormai essere nel baratro più profondo, nella miseria più nera, iniziano le scene in negativo, che non mostrano altro che i loro volti e corpi distorti, terrificati e tormentati.

Abbandonando l’uso del dialogo la potenza visiva cinematografica   si    concretizza    in    tutto   il   suo splendore: le sensazioni vengono trasmesse in modo autentico allo spettatore, che viene turbato profondamente, raggiungendo lo stesso stato d’animo dei personaggi. Nel film ci sono molte domande alla quali non c’è risposta, e impossibile è cercare di darne una spiegazione o un’interpretazione, poiché non c’è.

ImmagineGrandrieux intende svincolare l’idea del Cinema come di un qualcosa che necessita di una spiegazione logica, al contrario, non bisogna “capire” un film, bisogna “sentirlo”, citando Antonioni: “un film non ha bisogno di essere capito, basta che sia sentito. Per ogni spettatore vedere un film deve essere soprattutto una esperienza personale, intuitiva. Come quando si legge   una   poesia”.

L’idea    del    Cinema    come esperienza è elemento fondamentale in Un Lac, opera massima di Grandrieux, realizzata nel 2008. In Un Lac la regia, oltre a simboleggiare la filosofia del regista, assume una duplice funzione: oscilla in modo continuo  e  incessante,   disturbante,  per  trasmettere l’epilessia di cui soffre il protagonista, Alexi, che lo porta appunto a tremare ripetutamente, colpito da spasmi. Il ragazzo, che vive in simbiosi con questa condizione, trascorre la sua esistenza in una foresta sperduta insieme a sua sorella, fratello e madre, e ha un rapporto morboso con la prima, l’unica che sembra apparentemente comprenderlo.

Il turbamento interiore di Alexi viene accentuato ancora maggiormente all’arrivo di uno
straniero, con il quale la sorella fuggirà. La pellicola termina proprio con un ritorno nel bosco, alla natura matrigna, come diceva Leopardi, che non diventa elemento di conforto e riflessione ma, al contrario, ulteriore ostacolo e impedimento. Alexi, ormai sconfortato e privo di ogni speranza, torna Immaginein essa, dove tutto è cominciato, nella consapevolezza che il risultato non sarà migliore. Il pessimismo di Grandrieux è assolutamente inequivocabile e ben evidente: l’uomo è vittima, è un essere impotente che nulla può fare, e forse la cosa più saggia da fare è proprio rendersene conto e accettarlo.

VIOLA DE BLASIO

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