Editoriali Giugno 2016

Care lettrici, cari lettori

eccoci qui. Chiedo venia, ma questa volta credo che riuscirò meno del solito a trattenermi dallo scrivere una vera e propria lettera aperta. Perdonatemi se sarò retorico, perdonatemi se mi dilungherò e darò sfogo alla nostalgia. Non lo avrei mai creduto possibile: l’ultimo mio numero della Lucciola.

Da tre anni scrivo sul nostro giornale d’Istituto, in cui sono entrato grazie agli straordinari Luca Zammito e Guido Panzano, dei quali non ho mai smesso né mai smetterò di cantare le gesta e i meriti per aver saputo rendere la Lucciola quello che è diventata, profondendo un impegno straordinario nel giornale storico del nostro liceo, e convogliando un magma di interessi e creatività che altrimenti si sarebbe disperso, forse senza rimedio. Da quando mi hanno convinto ad arruolarmi ho trascorso tre anni scrivendo su questo libello, come lo chiamavamo affettuosamente all’inizio: dopo due mesi ero già caporedattore, dopo un anno direttore. Ricordo l’emozione, la gioia incontenibile nel vedere il mio primo articolo stampato, nel vedere la mia vena creativa e le mie passioni finalmente espresse, nero su bianco; ricordo l’aspettativa nel guardare i volti dei miei compagni, per vedere se lo avrebbero letto con interesse o sorpresa. Quanta ne abbiamo fatta di strada da allora! Abbiamo aperto un blog e una pagina Facebook che hanno ormai superato le diecimila visualizzazioni, abbiamo stampato sei numeri l’anno scorso e cinque quest’anno, con in più due numeri speciali. Abbiamo addirittura iniziato, grazie agli sforzi del nostro preside, a stampare a colori. È incredibile come solo in questi giorni mi stia rendendo davvero conto di quello che sto per lasciarmi alle spalle; la consapevolezza è maturata, lenta, inesorabile e struggente nel corso di questi ultimi mesi, ma solo ora sta divampando come un incendio. Non mi sono mai ritenuto un sentimentale, ma ora non ho vergogna a dichiararmi tale, perché di rado ho vissuto un’esperienza così meravigliosa quanto lavorare con tutte le persone che hanno reso possibile questa piccola avventura fatta di pensieri, parole e tanta inventiva, oltre che di parecchie nottate trascorse scordandosi di chiudere occhio, per centrare il duplice obiettivo di far uscire il numero del mese e non farsi bocciare.

Non esiste in italiano, in latino, in greco, in inglese, in tutte le lingue di mia conoscenza un grazie tale da rendere davvero la gratitudine che provo per chi ha offerto e coltivato il proprio talento e la propria passione per la scrittura sul nostro giornale d’Istituto, che ha consentito a studenti disparati di incontrarsi e condividere idee e interessi, di migliorarsi a vicenda nella ricerca della fantasia e dell’originalità, che ci ha permesso di ridere e divertirci insieme e parlare dei nostri sogni e delle nostre speranze. Redattori stabili e occasionali, che hanno partecipato per i motivi più differenti, tutti accomunati dallo stesso sentimento di piacevole frenesia nello sfogliare un nuovo numero fresco di stampa, per leggere quello che hanno scritto i propri compagni così diversi e unici, eppure così simili e vicini; un sentimento che speriamo di aver trasmesso almeno a qualcuno dei nostri lettori.

Compagne, compagni, amici e amiche, colleghi direttori e capiredattori che non avete lesinato l’aiuto e i consigli, redattori e autori che avete dato vita alla preziosa e mirabile materia prima, disegnatori che l’avete adornata, lettori che con il vostro interesse e con la vostra aspettativa ci avete dato la forza di continuare, mese dopo mese, voglio dirvi una cosa: non vi dimenticherò tanto facilmente. Perché mentre in tanti, presi dallo sconforto o da quel pessimismo che è l’alibi dell’indifferenza, blateravano dell’inerzia degli studenti e della decadenza del Manara, voi non vi siete rassegnati e, con franchezza e leggerezza, avete dato una risposta ai problemi che vi si sono presentati davanti, magari senza che neanche lo sapevaste, avete colmato le mancanze ed esaudito i desideri della comunità che vi sta intorno. Nella civiltà della mera tecnica, della velocità e della Rete, noi abbiamo messo al centro la passione, la riflessione e la parola scritta, fornendo una piccola spinta verso l’equilibrio. Non è male. Il prodotto finale è criticabilissimo: chiamateci ingenui, superbi, raffazzonati, approssimativi, ineleganti, pretenziosi, ottusi, quello che vi pare. Fra i tanti improperi almeno qualcuno sarà appropriato. Ma quello che abbiamo fatto noi è stato metterci il cuore. È questo che rende gli scorsi anni così indimenticabili.

Vorrei ringraziare, uno per uno, tutti coloro che ho conosciuto e con cui ho avuto il piacere di trascorrere del tempo o il privilegio di lavorare insieme, ma servirebbe un’edizione straordinaria solo per questo. Non scorderò mai il tempo passato qui, questi volti, queste aule e questi corridoi, i giorni passati a incontrare, sollecitare a volte anche a rincorrere i redattori, le ore passate a correggere gli articoli, a cercare immagini per impaginarli e a disporli, a inventare titoli, didascalie e occhielli di vario genere, le trattative per i tempi di stampa e per il numero delle copie, la sempre variabile risposta all’immutabile domanda “Quando esce la Lucciola?”. Non cadranno nell’oblio l’odore dell’inchiostro fresco sulle dita, la sensazione tra le mani delle pagine appena uscite dalla stampante per assemblarle, la schiena rotta nel manovrare la spillatrice a mo’ di catena di montaggio cinese insieme ai miei compagni altrettanto sfiniti e contenti, anche se non lo ammettono. Anche se continuano a sparare battute sulle fatiche delle ammazzate mensili per le quali ci siamo offerti volontari, io scorgo nei loro occhi quello scintillio, quella luce di entusiasmo sincero per una cosa semplice, eppure bellissima, come un giornalino creato da studenti. Grazie a tutti voi, continuate ad essere così.

Solo ora mi rendo conto di quanto sia meraviglioso e appropriato il nome di questo libello. Noi siamo come lucciole (gli insetti, eh, niente doppi sensi). Come le lucciole si accendono, una ad una, mirifiche, nella notte, così noi in questi tempi oscuri generiamo il nostro bagliore. Il nostro barlume di luce è fievole rispetto a quello delle stelle lontane, ma nelle tenebre il chiarore è altrettanto suggestivo. La vita è così: il nero pozzo del passato, il buio del futuro. L’unica cosa che possiamo fare per vivere il presente è brillare ora, e ora infondere ardore alla nostra fiamma, scambiandoci in codici di segni, in costellazioni luccicanti i segnali luminosi dei nostri pensieri, e comunicare con sincerità ed empatia. Noi speriamo di avercela fatta, di essere stati in grado di farvi sognare, riflettere, provare curiosità o un’emozione almeno una volta, con questa Lucciola cartacea. Grazie, grazie ancora, grazie di cuore.

Con un abbraccio commosso, e anche qualche lacrima, vi auguro buona lettura.

ALESSANDRO VIGEZZI

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