La poesia dell’immenso in Interstellar

Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista “Il Primo Giorno”, distribuita dal Ministero dell’Istruzione in occasione della Giornata d’Inaugurazione dell’Anno Scolastico 2015-2016 .

Diversi mesi fa Christopher Nolan, regista di Interstellar, ha dichiarato in preda all’ira del giusto: “C’è un mucchio di rompiscatole che hanno visto il film soltanto una volta e sono tutti concentrati sulla parte scientifica. Forse dovrebbero vederlo più di una volta […]”. A quasi un anno di distanza dalla sua uscita nelle sale cinematografiche, Interstellar rimane un film molto discusso.

La scienza al suo interno ne è solo l’esempio più eclatante: si possono trovare ipotesi ambiziose, questioni irrisolte affrontate con acume, ma anche tanti, forse troppi errori. Va detto, tuttavia, che lo scopo ultimo di un bel film non è certo l’accuratezza scientifica. La stessa sceneggiatura è perfettibile, nonostante il livello decisamente al disopra della media.

Tuttavia, in questo articolo faremo contento Nolan, per una volta. Parleremo della bellissima e commovente storia che ha voluto raccontarci, e cercheremo di coglierne la vera bellezza. Seguiamo dunque il suo consiglio: rivediamoci il film.

 

ImmagineLe prime immagini che appaiono davanti ai nostri occhi descrivono la
Terra dopo il ventunesimo secolo. Una Terra diversa, inquietante, percorsa da tempeste di sabbia senza fine, dove le piante muoiono una specie dopo l’altra a causa della desertificazione inarrestabile causata dall’effetto serra. Quel mondo così alieno ci è in qualche modo familiare, vero? E’ quello che tentiamo di rimuovere dal nostro inconscio ogni volta che ci soffermiamo a pensare alla natura e all’ambiente. Gli abitanti di quel pianeta soffocano e muoiono lentamente di fame, eppure provano la nostra stessa angoscia mascherata. Sono quasi tutti agricoltori, pensano all’immediato, il cibo, e rifiutano la scienza, la conoscenza, tutte le più alte vette dell’esistenza umana, reputandole responsabili della loro condizione. Chi li descrive meglio è Cooper, il protagonista, dalla prospettiva di ex pilota della Nasa: “Un tempo per la meraviglia alzavamo al cielo lo sguardo, sentendoci parte del firmamento; ora invece lo abbassiamo, preoccupati di far parte del mare di fango”.

Ma quelli di cui sta parlando siamo noi. Noi, che abbiamo dimenticato il richiamo dell’immensità che si trova oltre il nostro limitato orizzonte, noi che pensiamo solo al presente nell’illusione di godercelo, mentre facciamo finta di non accorgerci di avvelenare senza rimedio noi stessi e il nostro pianeta. Cooper è convinto che ci sia stato un tempo – il nostro – in cui le cose andavano meglio. Sappiamo che non è così. Qual è allora la nostra vera natura? “Siamo esploratori, pionieri” continua il protagonista. Ed è vero, anche se soltanto in pochi rimangono fedeli a sé stessi. Cooper appartiene a questa esigua stirpe di eletti, sempre prossima all’estinzione, costituita da uomini disposti a rischiare per sfidare l’ignoto. Ce ne sono in ogni epoca. Sono i famosi dieci giusti che non si trovarono a Sodoma eImmagine
Gomorra e che continuano a salvare il mondo dal castigo divino…  che non è mai stato così imminente, visto lo stato del nostro ecosistema. E’ questo ciò che più ci appartiene, in Interstellar: la costante, segreta odissea che tiene in vita la nostra specie, trasposta nella forma epica e grandiosa del viaggio spaziale. Non ce n’è una migliore per sviluppare un tema di tale respiro.

Da qui, Nolan crea una trama ben costruita (ad eccezione del paradosso ontologico nel finale) e avvincente. I suoi personaggi sono delineati con una profondità straordinaria per un film d’azione, e l’odissea spaziale
racconta tutte le loro umane passioni in modo struggente: la frustrazione per non poter cambiare le cose, i momenti di entusiasmo, il dolore dei sacrifici, la fragilità e il disperato bisogno di contatto umano in un viaggio così immenso e alienante.

I dialoghi sono perfetti per il contesto in cui si trovano, profondi o leggeri al momento giusto. Gli elementi scientifici vengono esposti con lucidità, mentre emerge l’essenza del lavoro di squadra, l’intelligenza acuta e disciplinata necessaria per compiere imprese del genere, la concentrazione e insieme la rilassatezza interiori richieste per reagire efficacemente alle difficoltà… e il prezzo spaventoso del minimo, umanissimo errore. E così lo spettatore viene trascinato lì, accanto ai protagonisti. Viene messo alla prova, si sforza di prevedere ciò che succederà, cerca di immaginare quale inconcepibile vastità si troverà davanti agli occhi… Non c’è che dire: Nolan sa come si fa un film.
A completare il processo di immedesimazione sono le sue idee tecniche di rottura. Il viaggio interstellare, dall’inizio alla fine, è un capolavoro visivo e sonoro: l’utilizzo dell’IMAX e della pellicola inchioda lo spettatore alla sedia con immagini dall’imperiosa potenza visiva; l’uso spregiudicato di una profondità di campo ridottissima anziché del vile 3D, e la netta prevalenza delle miniature su pellicola e degli effetti speciali fisici su
quelli digitali rendono quelle sequenze così vive e vere da far credere tutto Immaginestia accadendo proprio nel momento in cui lo si vede… il che è l’esatto opposto della nauseante aria da videogioco di molti film del terzo millennio. I luoghi più remoti dell’universo sono rappresentati in maniera estremamente credibile: l’attraversamento del wormhole e il tesseratto strappano applausi, e il buco nero è ancora più magnifico, pur essendo meno realistico.

Le musiche sublimi di Hans Zimmer incantano lo spettatore, proiettandolo in dimensioni altrimenti insondabili: si innalzano gloriose per esaltare azioni che sfidano ogni probabilità, scandiscono implacabili lo scorrere anomalo del tempo, pulsano ipnotiche come un segnale proveniente dalle profondità del cosmo, si fanno melodiose e soavi di fronte all’umanità dei personaggi. Da sole, insieme alle immagini, costituiscono la poesia dell’immenso, una poesia a cui non servono parole.

Le scene si susseguono, spettacolari: l’esplorazione del primo pianeta, percorso da onde di marea alte fino al cielo; la spietata lotta fra il dottor Mann e Cooper, novelli Caino e Abele, mostrati in tutta la loro insignificanza nel bel mezzo di una sconfinata distesa di nuvole ghiacciate. Il semplice fatto che le astronavi e gli interni siano costruiti, e non realizzati al computer, suscita nello spettatore un forte senso di partecipazione: l’attracco all’astronave madre rotante è migliore di mille altre scontate battaglie di mille altri film di fantascienza.

Immagine

La scena del tesseratto

La scena del tesseratto, infine, è geniale: potremmo immaginare un destino più agghiacciante dell’essere imprigionati in una dimensione irreale e allucinante, condannati a essere il fantasma di sé stessi e a guardare il proprio passato senza avere la possibilità di cambiarlo?
E’ un istinto innato che ci spinge a viaggiare e a sopravvivere, a “non andarcene docili”, come dice la poesia di Dylan Thomas citata nel film. Amiamo senza sapere perché, grazie a un istinto, ed è proprio l’amore che ci fa ricercare ciò per cui esistiamo: l’imprevisto – in questo caso, la salvezza di un’umanità considerata irrecuperabile. È questa la bellezza della scena conclusiva, in cui Cooper, ancora giovane a causa della distorsione relativistica del tempo, ritrova la figlia (Murphy, per l’appunto) ormai anziana e morente. Cooper le chiede come faceva a sapere che lui sarebbe tornato, e lei gli risponde, semplicemente: “Perché il mio papà me l’aveva promesso…”.E’ un istinto innato che ci spinge a viaggiare e a sopravvivere, a “non andarcene docili”, come dice la poesia di Dylan Thomas citata nel film. Amiamo senza sapere perché, grazie a un istinto, ed è proprio l’amore che ci fa ricercare ciò per cui esistiamo: l’imprevisto – in questo caso, la salvezza di un’umanità considerata Immagineirrecuperabile. È questa la bellezza della scena conclusiva, in cui Cooper, ancora giovane a causa della distorsione relativistica del tempo, ritrova la figlia (Murphy, per l’appunto) ormai anziana e morente. Cooper le chiede come faceva a sapere che lui sarebbe tornato, e lei gli risponde, semplicemente: “Perché il mio papà me l’aveva promesso…”.

Non è facile fare un buon film d’azione, ed è ancora più difficile farne uno che non sia semplice intrattenimento, che riesca a comunicare qualcosa di più. Nolan ce l’ha fatta. Interstellar ha il fascino dell’avventura e la capacità di farci riflettere sul nostro futuro, come individui e come specie. Di sicuro vale qualcosa di più del costo del biglietto. Qualcuno l’ha addirittura paragonato a un cult come 2001: Odissea nello spazio, ma sono due film troppo diversi. Il capolavoro di Kubrick è irripetibile e impeccabile, sicuramente più suggestivo, più elegante, più artisticamente perfetto… ma forse anche meno spietatamente immediato. Le opere d’arte, film compresi, non sono in grado di cambiare la realtà del mondo, purtroppo. Però possono essere fonte di ispirazione per chi vuole farlo. E Interstellar, aldilà di ogni critica, riesce ad esserlo.

ALESSANDRO VIGEZZI

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