Author Archives: Alessandro Vigezzi

Necrologio

Ho preso una valigia e sono partito. Senza meta, senza soldi e senza dignità. Ho lasciato una moglie, un paio di figli e un prato sempre falciato. Ho rincorso un treno, un autobus e un taxi. Ho chiamato un ostello per dormire la prima notte ma essendo il periodo di punta era già tutto prenotato. Ho sonnecchiato in stazione e son stato svegliato da un magrebino che ha provato a vedermi un po’ di coca. L’ho comprata e poi sparsa per le strade della città, ho tracciato un percorso sull’asfalto. Come Gretel quando seminava le sue mollichine, come per formare una nuova linea da percorrere. Ho pensato a quanti cocainomani mi avrebbero bestemmiato dietro se solo sapessero. Se solo qualcuno sapesse. È che ho iniziato a capire quanto sia stanco di spiegare. Quanto sia difficile e inutile. Come se le mie parole fossero un eco lontano, qualcuno presta l’orecchio ma l’ascolto è sempre passivo e mai ben definito. Il messaggio non è mai come l’originale, è distorto, falsato, quasi incomprensibile.
Ho preso la valigia e sono arrivato qui. Un viandante solitario, ben diverso da quello di Friedrich, che aveva difronte un’immensa scogliera, io solo una periferia buia.
Sono in un quinto piano, un monolocale dismesso, lenzuola giallognole, un cucinotto arrugginito e un letto che scricchiola sempre. Mi sono detto “va bene così”.
Mi bevo un whisky mentre leggo il necrologio della giornata, nomi sconosciuti di donne e uomini probabilmente con una vita noiosa come la mia, senza sintomi. La mia vita era sempre stata incorniciata, un uomo di buona famiglia, con una moglie rispettabile, due figli con un’ottima media scolastica e giornate che si basavano su lavoro, giacca e cravatta. Non c’era niente di peggio di uno come me. Una persona normale, una vita comune, niente di particolare, nessun amore cercato e rincorso durante l’adolescenza, nessuna sigaretta spenta nel balcone nel sentir girare la chiave nella porta di casa, nessuna bottiglia nascosta nell’anta del mio armadio, niente di niente. La mia gioventù era evaporata come una goccia d’acqua esposta a troppo calore. Perduta. Rubata.
Non mi sono mai perdonato di non avere vissuto.
E mentre sprecavo le mie giornate non riuscivo a rendermi conto dello scorrere del tempo. Rimandavo, rimandavo come se la vita fosse una serie infinita di occasioni pronte per essere colte e che sì, sicuramente sarebbe arrivato anche il mio momento.
Sessantatré anni nell’attesa di qualcosa, di qualcuno che strattonasse il mio braccio e mi dicesse “guarda lì, lo vedi? Inizia tutto da lì” e io avrei visto qualcosa di magnifico e sarei corso, corso fortissimo per andare incontro alla vita e abbracciarla. Avrei sorriso a qualcosa che mi avrebbe dato felicità. Perché io lo sapevo che qualcosa c’era, ci doveva essere per forza qualcosa. I poeti non potevano aver inventato tutta quella gioia e quella tristezza, e la religione da qualcosa di magico doveva pur essere nata? Invece io rimanevo sulla soglia della mia vita aspettando, ma nessuno strattonò mai il mio braccio, nessuno mai mi portò dove cominciare ed essere. Così ora capisco, sorridendo, capisco che non inizia né finisce nulla, che nessuno ha doti più di me né minori delle mie. Solamente un po’ di fantasia. Quella non si acquista, non si compra, non si trova. Per me il grigio rimarrà sempre grigio, non si trasformerà mai in un gigante arcobaleno.
Questo monolocale orrendo non si trasformerà mai in una casa dei sogni.
Non sono vuoto, non sono stupido e nemmeno pigro.
Sono triste e solo, non sogno, non sono e non sarò. Sono un illuso e non potrò mai diventare altro. Chiudo il necrologio e mi sdraio, una pasticca, due, tre.

L’indomani qualcuno vide sul necrologio uno spazio bianco, un uomo senza nome. Non capì.

ALICE SAGRATI

Espiazione

Avevo la scatola bianca stretta fra le dita quel giorno, la pioggia scendeva lieve, neanche fosse vaporizzata, neanche il cielo possedesse un impianto di irrigazione e fosse settato su “vaporized”.
Seduto sulla riva del lago, mi tolsi le scarpe e infilai i piedi nell’acqua gelida. Mi percorse un brivido, strinsi di più la scatola, e mi scese una lacrima. Immagino fosse dovuto per la reazione con il freddo. Il sole c’era ma era freddo. Tentavo di non osservarlo direttamente (studi liceali mi avevamo ravvisato sulla possibilità di danni alla retina) ma i giochi di luce mi affascinavano. È la pioggia ne stava tirando fuori di buffi. Poso per un secondo la scatola bianca sull’erba bagnata, e con entrambe le mani cominciai a tirare una corda, alla quale era legata un’altra scatola, ma delle dimensioni di un leone. Più che una scatola era una vera e propria cassa: mi è venuto in mente il leone perché sembrava di quelle usate per trasportare gli animali feroci. Con l’unica differenza che non aveva dei buchi per far passare l’aria. Tirai fuori dalla tasca una goleador alla frutta, cominciai a succhiare la parte rossa. Sapevo che avrei dovuto attenderla, e la mia pazienza quel giorno non conosceva limiti. Sarei potuto rimanere lì seduto un mese. Sarei potuto rimanere immobile per anni. Sarei potuto rimanere sulla sponda di quel lago per cinquantatre anni, sette mesi e undici giorni, proprio come scrisse Garcia Marquez.

Appena la girai mi venne voglia di correrle incontro e di baciarla. Gesù, quelle labbra le conoscevo come neanche me stesso. Le conoscevo così bene che avrei potuto elencarne ogni piega, ogni ruga, ogni sottile riga, sia di quello inferiore che superiore. E scommetto anche che, alcuni di quei piccoli segni presenti su quelle meravigliose labbra gliel’avevo procurato io con gli eccessivi baci. Si poteva quasi dire che le avessi create io quelle labbra così confortevoli così invitanti e consolanti.
Mi pose addosso quegli occhi freddi, svuotati di ogni goccia d’amore o pietà. Me li sentii addosso come macigni , ma l’avevo immaginato. Quello sguardo mi faceva paura. Non c’era in lei, nei suoi occhi, alcun segno del passato. Era puro e semplice disprezzo, e non si curava certo di celarmelo. Le tremavano le mani, ma era algida nel sostenere il mio sguardo. “Cosa vuoi da me, ancora?”. Era sicura. Sicura del suo dolore. Sicura nel suo approcciarsi al rifiuto. Poi volse la testa verso la cassa di legno e trasalì. La sua espressione si trasformò e mi guardò interrogativa.
“Elena. Non ti chiederò di interrompermi perché so come sei fatta. Conosco la tua immensa educazione e so che non lo faresti. Quindi ho solo un preambolo da farti. Dentro questa specie di enorme cassa per animali feroci, è racchiuso tutto il male che ti ho fatto. È grande, me lo riconosco. È talmente grande che supera il mio corpo e il tuo insieme. Così grande che se si abbattesse su una persona è probabile che la paralizzerebbe o la ucciderebbe. Il male che ti ho fatto è talmente grande che infatti hai notato solo questa. Ma, Elena..”  Presi la scatola bianca ponendomela sul grembo. “Elena quella che tu non hai notato è questa piccola scatola bianca. Nella sua purezza, racchiude tutto ciò che io sono in relazione con te, la bellezza e la commovente voglia di averti accanto. Non c’è relazione tra questa e il male che ti ho fatto. Ma la scatola c’è. È piccola ma c’è. Ed è qualcosa che riesco a portarmi sempre dietro, a portarmi ovunque… A differenza della cassa enorme. Per portarmi dietro il male che ti ho fatto ho dovuto chiamare una ditta di trasporti, pagare un conto salatissimo chiedere il permesso al parco. È di certo qualcosa che non farò mai più, Elena, perché mi costa troppa fatica. E perché è troppo più semplice, bello e leggero amarti. Portarmi dietro questa scatolina bianca. Che non pesa, non è d’impaccio e che…” Porsi la scatola nelle sue mani bianche ” E che è tua, e lo sarà per sempre” La lasciai così con la scatola bianca in mano e la bocca serrata, quelle labbra che conoscevo bene. Mi allontanai senza avere più nulla in mano.

Non avevo più nulla con me ed incredibilmente non mi sentivo affatto leggero.

 ARIANNA BONORI

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