Monthly Archives: luglio 2021

bombe e agguati, oriente nel sangue

Le radici di questo conflitto si possono rintracciare nel gennaio 1992, quando l’Azerbaijan e l’Armenia si contendevano il territorio del Nagorno Karabakh, nel sud-ovest dell’Azerbaijan. La questione ad oggi risulta a quanto pare ancora sospesa, e per questo motivo il territorio è epicentro di bombe e sfollati.

La piccola regione a partire dal 1988 è stata sottoposta ad atti di pulizia etnica compiuti da entrambe le parti, questo fece in modo che il territorio del Nagorno si ribellasse e infatti, poco dopo, sulla base di una allora vigente legge sovietica, venne proclamata la nascita della repubblica autonoma del Karabakh Montagnoso. Il distacco e l’autonomia non misero di buon umore l’Azerbaijan, che, dopo essersi dichiarato anch’esso repubblica indipendente dal regime URSS (30 agosto 1991), volle approvare una mozione per l’abolizione dello statuto autonomo del Karabakh. Le cose non proseguirono però secondo i piani; infatti la Corte Costituzionale respinse la mozione, in quanto non più materia sulla quale l’Azerbaigian poteva legiferare, e, di conseguenza, il 31 gennaio ‘92 cominciarono i bombardamenti azeri sulla piccola regione autonoma.

Due anni dopo, nel 1994, la guerra “finì”; ciò diede modo al Karabakh di consolidarsi come repubblica “de facto”, seppur non riconosciuta ancora dalla Comunità Internazionale.

Conseguentemente, l’Azerbaijan ha ricominciato a rivendicare il principio di integrità territoriale, mentre l’Armenia oggi continua a battersi per associare il territorio conteso al suo, portando avanti il diritto di autodeterminazione dei popoli principio in base al quale i popoli hanno diritto di scegliere liberamente il proprio sistema di governo (autodeterminazione interna) e di essere liberi da ogni dominazione esterna, in particolare dal dominio coloniale

In questo genere di guerra tra stati, i belligeranti sanno bene che le decisioni internazionali impediscono la protrazione dei combattimenti. Per questo motivo, spesso si cerca di cambiare la situazione sul campo, prima di dover stipulare un accordo di pace; esattamente ciò che sta accadendo nel caso dell’Azerbaijan.

I paesi confinanti come si comportano? Agiscono per far sì che le ormai quotidiane uccisioni di civili abbiano termine? Come accade in quasi tutti i conflitti, molti stati rivendicano ideali pacifici   ma, purtroppo, dal punto di vista pratico, non c’è veramente qualcuno che si batte per difendere la democrazia che porterebbe a far cessare i combattimenti. Mentre la Russia di Putin, pur facendo intendere il suo sostegno per l’Armenia, ha scelto una posizione più neutrale, il presidente turcoRecep Tayyp Erdogan appoggia apertamente la guerra dell’Azerbaijan contro l’Armenia. Senza dubbio però, l’attivo ruolo della Turchia rientra in una serie di azioni che essa sta svolgendo all’interno di una politica più ampia finalizzata ad acquistare potere e territori a discapito delle regioni confinanti. Un altro motivo che avrebbe spinto Erdogan a schierarsi con l’Azerbaijan è l’incessante contrasto culminato con il genocidio degli armeni (1914-1916), che ha strappato alla vita circa 1,5 milioni di persone. Quest’esperienza ha causato un’incurabile ferita per l’Armenia e una profonda spaccatura nel rapporto tra i due paesi. Per questo motivo la comunità armena sta cercando di persuadere la comunità internazionale che le azioni turche devono essere condannate.

La situazione odierna è il protrarsi del conflitto solo a tratti fermatosi per pochi anni, e la certezza che cesserà solo quando i tre stati (Armenia, Azerbaijan e Karabakh) firmeranno un contratto che stabilirà “forse” la pace. Il vero nodo sta nel retaggio culturale della società: una società che non riconosce l’alterità come identità autonoma e non considera la democrazia come un bene primario, conquista di numerosi sforzi passati, per tutti gli stati moderni.

CATERINA DI GIULIO

Qual è stato l’ultimo scontro tra grecia e turchia?

Già da molto tempo vediamo Grecia e Turchia scontrarsi su diversi fronti, a partire dall’immigrazione tema che, dopotutto, interessa molto anche l’Europa Occidentale. Questa serie di eventi ci porta fino al più recente, ovvero la contesa di un pezzo di mare teoricamente di giurisdizione greca ma che essendo molto vicino alle coste turche viene rivendicato dalla Turchia; la disputa è stata scaturita dallo scontro di una nave di ricognizione turca con una nave da guerra greca, considerato dalla Turchia come un atto provocatorio e che ha rischiato di provocare lo scontro fra la marina turca e quella greca, presso le acque nella frazione fra Creta e Cipro, il ruolo della nave turca era quello scortare la Oruc Reis nave utilizzata per l’esplorazione della zona alla ricerca di giacimenti di petrolio o gas naturale. Prima dell’inizio dell’esplorazione la Turchia aveva emanato il Navtex, un avviso di restrizione della navigazione per avvisare della propria presenza fra Creta e Cipro, con l’inizio delle ricerche a fine Luglio avvenne la prima discussione fra i due stati, precisamente con l’arrivo della Oruc Reis a Kastellorizo isola greca, situata in un’area a 150 chilometri a est da Rodi ma a solo 2 chilometri di distanza dalle coste Turche, i Greci sentivano ciò come una violazione delle loro acque i Turchi continuavano a pensare fosse un’assurdità che la giurisdizione greca si estendesse così tanto e soprattutto così vicino al loro territorio. Con l’intervento della Germania che convoca a Berlino una riunione per due giorni di colloqui informali con i ministri degli Esteri della Ue, sperando nel tranquillo rientro del conflitto, purtroppo non fruttando quanto avrebbe dovuto, con questi segnali poco positivi si arriva alla conclusione, come dichiara  Annegret Kramp-Karrenbauer, che il dialogo con la Turchia sia “abbastanza difficoltoso”.

 La Grecia poi all’inizio di Agosto aveva firmato un accordo con l’Egitto per delimitare i confini di una zona di competenza territoriale a carattere esclusivo che però si andava a sovrapporre ad alcune aree utili alla Turchia, quest’ultima in risposta cominciò ad aumentare notevolmente le operazioni in quel punto; minacciando se necessario il ricorso alle armi, data soprattutto la dichiarazione del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan: «Il nostro Paese non cederà mai a un compromesso su ciò che ci appartiene. Siamo pronti a fare tutto il necessario in termini politici, economici e militari». Tutto ciò che ad ora sappiamo è semplicemente che la Oruc Reis ha ricominciato la sua nuova missione di prospezione petrolifera sempre nella zona a sud dell’isola di Kastellorizo.

Non è sicuramente la prima volta che questi due stati battibeccano, un esempio lampante può essere Cipro da anni contesa da entrambi i nostri protagonisti, però per non andare troppo indietro vediamo quali sono le ragioni più radicate per cui anche Kastellorizo è molto voluta da entrambi. Quest’isola fa parte di territorio più vasto che da molto tempo sia Grecia che Turchia ritengono di loro appartenenza poiché entrambe pensano faccia parte della loro piattaforma continentale, e oltre al livello di appartenenza geografico rivendicano anche quello economico ovvero come zona economica esclusiva(ZEE), area dove chi detiene il potere   decide cosa fare di tutte le risorse presenti sopra, o meglio in questo caso sotto, il territorio in questione. La Turchia esclusa dall’accordo per la ZEE contenente la porzione di Kastellorizo ne ha firmato a fine 2019 uno con la Libia, che nel dettaglio consentiva alla Turchia di utilizzare le risorse energetiche presenti nel Mediterraneo Orientale e alla Libia di farsi dare una mano militarmente dalla Turchia nel momento del bisogno; fatto sta che quelle zone interessavano molto ad altri paesi, dando alla Turchia in un prossimo futuro potere sufficiente da poter avanzare pretese verso altri paesi interessati a quelle aree, come l’accordo stesso dice. Infatti molti analisti ritengono che questa mossa sia ricollegabile al “Mavi vatan” idea translata in un ambizione per cui la Turchia ha il potere assoluto su tutto il Mediterraneo Orientale, nella quale però è situata anche l’isola greca di Creta. L’accordo inoltre rivendica anche Cipro fra le sue zone di giurisdizione ignorando completamente tutto ciò che l’isola ha concordato con le varie compagnie con cui collabora per la distribuzione delle risorse energetiche e portando a gravi sanzioni dall’ Unione Europea per la Turchia del 2019 per aver trivellato in maniera illegale nelle zona di Cipro del nord.

Quindi mai sapremo quando effettivamente questo gioco di potere fra Turchia e Grecia avrà una fine, nel mentre non ci resta che assistere a continue liti accessorie, anche se in fondo sempre importanti, mentre persiste il più celebre problema dell’immigrazione, con una Turchia che accoglie e usa i migranti semre di più come arma di ricatto.

SERENA MAVROVIC

il nuovo artico

Da un anno a questa parte migliaia e migliaia di persone sono scese in piazza per protestare contro l’inefficienza dei loro governi nella lotta al riscaldamento globale. Si è parlato di emissioni tossiche, desertificazione, disastri ambientali, estinzione di animali, di vegetali e di scioglimento dei ghiacci. E nonostante questo ultimo punto sia sotto l’attenzione mediatica da molto tempo, pochi sono a conoscenza delle opportunità che lo scioglimento della calotta polare comporta e gli interessi che stanno nascendo intorno all’apertura di nuove rotte nell’Artico. Il nostro viaggio a sotto zero inizia nell’isola più grande della Terra: la Groenlandia. Questo gigante di ghiaccio ha sempre vissuto ai margini della storia umana. Dopo la breve avventura vichinga sull’isola nel medioevo (un periodo di innalzamento delle temperature nel Nord Atlantico permise l’agricoltura e l’allevamento) e la più duratura colonizzazione danese poi, la vita sull’isola è sempre rimasta la stessa. Con la progressiva “occidentalizzazione” del popolo indigeno degli Inuit, con il loro stile di vita da cacciatori nomadi, la Groenlandia vive ormai solo di pesca, e la sua traballante economia è retta principalmente da concessioni del governo danese. Ma tutto questo potrebbe finire molto presto. I dati satellitari degli ultimi anni mostrano che più del 97% della superficie dell’isola è andata incontro a grandissimi scioglimenti. Il ritiro dei ghiacci ha portato alla luce ricchezze inestimabili, come ha mostrato il rapporto dell’US Geological Survey, che ha localizzato in diverse aree del paese la presenza di enormi giacimenti di petrolio, di riserve auree, insieme ad uranio, terre rare, rubini e diamanti. Si stima che dall’estrazione petrolifera si possano ricavare circa 90 miliardi di barili di petrolio, che l’isola possa contenere il 13% delle risorse mondiali di petrolio e il 30% di quelle di gas, per un valore di 300-400 miliardi di dollari. Dopo queste scoperte il Parlamento groenlandese ha offerto la concessione per l’estrazione mineraria di una vasta area al largo delle coste dell’isola ed e così è iniziata una “corsa al ghiaccio” tra le potenze mondiali per accaparrarsi un pezzettino di questa terra dimenticata da Dio (ricorderete bene che l’anno scorso il presidente Trump cercò di comprare l’isola dal governo danese), come hanno già fatto gli australiani attraverso la Greenland Minerals LTD, compagnia australiana che si occupa di scavi ed energia, che ha già inaugurato l’Ilimaussaq Intrusive Complex, un progetto di scavo su quello che sembrerebbe essere il più grande giacimento di uranio al mondo. Ma gli australiani si sono trovati a dover gareggiare con un avversario che riesce a precedere tutti gli altri nel nuovo mercato polare: la Cina. Nel libro di Marzio G. Mian “Artico. La battaglia per il grande Nord” si cita la vicenda del complesso minerario di Kvanefjeld, inizialmente comprata dalla Greenland Minerals, ma successivamente acquisito dalla Shenghe Resources Holding Ltd di Shanghai. A proposito di quest’ultima scrive Mian scrive: “Già colosso nello sfruttamento delle terre rare, ha acquisito il 12,5 per cento della Gme, con un’opzione a salire fino al 60 per cento delle azioni una volta ottenuto il via libera al cantiere. Se da una parte l’operazione ha confermato che a Kvanefjeld si gioca una partita difficilmente gestibile dagli inesperti Inuit al governo (…) dall’altra inquietano gli obiettivi della Cina con la gestione di una miniera politicamente tanto sensibile: si sa che il mercato dell’uranio è ancora il più opaco, difficile da monitorare e si sa anche che il maggior azionista della Shenghe è l’Istituto di Stato per l’utilizzo delle risorse minerarie, emanazione del Ministero delle risorse cinese, braccio operativo del regime nelle sue ambizioni geostrategiche nell’Artico”. Ma gli interessi di Pechino nel Polo Nord non si fermano alle miniere groenlandesi, ma si estendono a tutto l’Artico. Infatti la Cina negli ultimi anni si è trovata a dover affrontare quello che viene definito dagli studiosi di geopolitica il “dilemma di Malacca”. Gran parte dell’attuale commercio cinese (ricordiamo che, se l’85% del commercio mondiale è via mare, l’80% del trasporto marittimo è in mano alla Cina, dati del Reportagen), passa attraverso lo stretto di Malacca e successivamente nello stretto di Ba bel Mandeb, tra la penisola arabica e il corno d’Africa, attraversando infine il canale di Suez. Per raggiungere i mercati europei la Cina deve dunque utilizzare passaggi che potrebbero essere potenzialmente chiusi in caso di un possibile conflitto o incidente politico (in particolare, con gli Stati Uniti). A questo si aggiunge l’instabilità politica di questi territori (fino a pochi anni fa i pirati somali imperversavano nel Golfo Arabico e il terrorismo in Sinai minaccia ancora la sicurezza del trasporto marittimo del canale di Suez). Per questo la Cina è stata a lungo alla ricerca di corridoi commerciali alternativi per raggiungere i mercati occidentali.  Via terra la Cina sta già provvedendo a costruire una gigantesca autostrada, una “nuova via della seta” come la chiamano i progettisti di Pechino. L’Artico è perciò diventato la nuova possibile soluzione ai problemi economici del gigante asiatico, il quale sta già iniziando a muovere i primi passi verso la conquista del Polo Nord. La Cina ha infatti preso il ruolo di paese osservatore nel Consiglio Artico (composto da tutti i paesi con uno sbocco sull’Oceano Artico, ovvero Canada, Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia, Russia, Svezia e USA) dove ha presentato un white paper sulla propria politica artica, dove si definisce “paese prossimo all’Artico” e  dove viene enfatizzata la “vicinanza geografica e la volontà di costruire una Via della Seta polare”, come osserva l’esperto di geopolitica Andrea Angelo Coldani    “facilitando connettività e sviluppo sostenibile in termini economici e sociali della regione. Pur sostenendo il pieno rispetto del diritto internazionale, la Cina ha esplicitamente affermato che userà le risorse artiche per perseguire i propri interessi.”  La Cina ha anche esposto l’intenzione di realizzare infrastrutture per queste nuove rotte, che vengono già definite da Pechino come parte di una “Nuova Via della Seta Artica”. Non solo questo ma, se le proiezioni di crescita della popolazione secondo le quali entro il 2030 la Cina dovrebbe arrivare fino a una popolazione di 1,5 miliardi, il mercato ittico Artico diventerà una risorsa fondamentale per sostenere i bisogni alimentari di una popolazione così immensa. La Cina, così come tutti i paesi che investono nel nuovo commercio del Nord, sanno di aver bisogno di nuovi porti che aprano le porte a vecchi mercati, ed è qui che è entra in gioco il protagonista di questo nuovo commercio marittimo: l’Islanda. Fino a pochi anni fa l’Islanda era rimasta, similmente alla sua cugina a Nord, la Groenlandia, un’isola sperduta al largo dell’Atlantico, anch’essa da sempre relegata a ultimo confine d’Europa, e il suo peso storico è sempre quasi del tutto nullo. Ma anche qui la situazione sta per cambiare drasticamente. Sulla costa nord-orientale dell’Islanda è già in fase di costruzione l’immenso porto di acque profonde a Finnafjord, che aprirà i mercati d’Europa alle rotte transpolari, capace di accogliere giganteschi portacontainer cinesi (insieme all’autorità portuale di Brema e alla società islandese Efla, Pechino è tra i più grandi investitori del progetto), insieme a depositi per lo stoccaggio di petrolio e gas e stabilimenti per la trasformazione di materie prime (molte di queste risorse proverranno dagli scavi in Groenlandia, la quale userà l’Islanda come suo tramite per l’esportazione delle sue nuove ricchezze nel vecchio continente). Come spiega Siggeir Stefànsson, responsabile dell’impianto di lavorazione e spedizione e capo del consiglio municipale del piccolo villaggio di Þórshöfn, di appena 320 abitanti, ma che si appresta a diventare uno dei principali centri legati alle attività del porto, “La distanza tra Rotterdam, il porto più trafficato d’Europa, e Yokohama in Giappone, è di 11.250 miglia nautiche passando dal canale di Suez. Scende a 7.350 miglia scegliendo la Northern Sea Route, lungo le coste artiche russe. Il passaggio a nordovest, invece, anche se nella storia è stato il più sfidato nel tentativo di trovare la scorciatoia per l’Asia, è meno adatto alla navigazione commerciale; i tratti di mare tra le 36mila isole canadesi sono troppo stretti e le acque troppo basse (…) Questo porto (Finnafjord) nasce come terminal della via transpolare. Dal Pacifico del nord si passa lo stretto di Bering, quindi si raggiunge il Polo Nord, poi lo stretto di Fram e s’arriva proprio qui, la porta dell’Atlantico del nord. In totale sono 4500 miglia nautiche. Evitare Suez e Panama navigando l’Artico significa evitare instabilità politiche, terrorismo, pirateria. Ma la via transpolare, rispetto alla Northern Sea Route, fa risparmiare ancora più tempo, perché è molto più breve e le acque sono più profonde; inoltre si taglia fuori la Russia, con i suoi dazi, la sua arroganza e la sua burocrazia. Finnafjord sarà la nuova Rotterdam” . Ma il porto avrà anche una nuova funzione, quella di attirare il così definito “turismo last chance”, ovvero la ricerca di quegli ultimi luoghi della Terra rimasti “incontaminati” e che potrebbero presto essere perduti per sempre. Questa previsione spinge sempre più turisti ad imbarcarsi alla ricerca dell’“ultima purezza” che rimane sul globo, finendo così con l’essere loro stessi una delle cause primarie della rovina ambientale di quelle zone. Il futuro dell’Artico si giocherà tra questi e altri contendenti: la Russia e il suo disperato tentativo di non venire esclusa da questa nuova Eldorado dell’Artico, o il Canada e gli Stati Uniti, entrambi uniti nel contrastare la potenza di Pechino nel nord. La quantità di interessi e di profitti che si celano sotto il sottile strato di ghiaccio della punta del nostro pianeta mostra come l’uomo, per sua natura di adattamento, sia in grado di far frutt tare qualcosa anche dai propri errori. Ma il prezzo per lo scioglimento della calotta polare sarà ugualmente pagato, se non proprio da noi, certamente dai nostri figli. Concludere con un bel messaggio come “ma c’è ancora tempo”, “si può ancora far qualcosa” sarebbe come mentire. Troppi soldi sono investiti ogni giorno in vista della distruzione (che oramai potremmo quasi definire voluta) di una delle più antiche e magnifiche aree della Terra, perché qualcuno possa mettere un freno a tutto questo. Forse un giorno, quando la Groenlandia sarà a secco, la Cina troppo popolosa e l’Islanda diventerà un unico grande porto, i posteri si guarderanno indietro e si chiederanno se in fondo ne era davvero valsa la pena.

GABRIELE ASCIONE

the walking dead

Immaginate un parassita. Voi non potete vederlo, ma lui c’è.

Tramite spore assale il suo ospite, ne controlla il corpo e la mente. Radici ne avvolgono i muscoli, segnali chimici ne alterano il cervello. Manipola l’organismo infetto, lo spinge ad agire nei suoi interessi fino a quando, raggiunti i suoi scopi, fuoriesce dalla testa. No, non sto descrivendo la trama di uno strano film horror da Fantafestival, nemmeno del remake di serie B di Alien o dell’ultimo film zombie: esso è tra noi.

“Cosa?!” Vi starete chiedendo nervosamente.  Beh… sì. Ma niente panico,non attacca gli esseri umani (ahahahaha le ultime parole famose).

L’ Ophiocordyceps unilateralis è un fungo parassitoide, originario dell’Amazzonia, che minaccia solo alcune specie di formiche (specialmente le Camponotus leonardi, ma esistono altre specie dello stesso fungo che attaccano diversi tipi di insetti) quindi, a meno che non vi troviate improvvisamente nella foresta pluviale coinvolti in un’apocalisse di formiche zombie, non avete nulla da temere.

Bene, a questo punto abbiamo tutti gli elementi per girare un film in stile 28 giorni dopo. Resta solo una domanda: come? Come fa un fungo a manipolare e alterare il comportamento di un altro essere vivente?

Ripercorriamo il ciclo vitale di questo parassita: dopo che le spore rilasciate dall’Ophiocordyceps penetrano all’interno degli spiracoli (parte del sistema respiratorio delle formiche) il fungo comincia a crescere all’interno del corpo dell’insetto nutrendosi dei suoi organi interni, lasciando alla fine del processo nient’altro che l’involucro esterno. Quando il micelio (il vero organismo fungino formato dalle life: un intreccio di filamenti in cui scorre il protoplasma) raggiunge il cervello ne modifica il comportamento tramite reazioni chimiche che alterano i feromoni (sostanze biochimiche che hanno il ruolo di “messaggeri chimici” tra individui della stessa specie e che possono determinare anche alcune reazioni comportamentali). Il fungo spinge così la formica ad allontanarsi dalla colonia per trovare il luogo ideale per la germinazione e la proliferazione delle spore. Una volta trovato il microclima perfetto il parassita, invece di mangiare cervelli o mordere altre formiche per diffondersi, viola il classico protocollo zombie e addenta una foglia di solito posta a 25 cm dal suolo. Infatti, allo scopo di ancorarsi ad una superficie l’Ophiocordyceps fa contrarre in modo serrato le mandibole dell’ospite attorno alla vegetazione della foresta pluviale. A questo punto il corpo fruttifero del fungo fuoriesce dalla testa dell’insetto, neanche fosse uno Xenomorfo, pronto a rilasciare spore per infettare altre formiche.

Esistono quattro varietà conosciute di Ophiocordyceps unilateralis; i meccanismi di diffusione e di crescita del fungo cambiano a seconda della specie, tuttavia sono tutte in grado di controllare il loro ospite. Esiste anche un altro studio secondo il quale, invece, l’ Ophiocordyceps non attaccherebbe il cervello ma solamente i muscoli dell’organismo infettato. In ogni caso, non c’è da stupirsi che un parassita del genere abbia ispirato il videogioco post-apocalittico The last of us.

Adesso dobbiamo solo sperare che la pericolosa mutazione dell’Ophiocordyceps unilateralis creata artificialmente nei laboratori genetici controllati dal deep state non vada improvvisamente fuori controllo diffondendosi misteriosamente.

Ahahahahahah scherzo.

A meno che…

B. DELLA GUERRA

timothy ray brown e l’hiv

29 Settembre 2020:

Muore Timothy Ray Brown a 54 anni, il primo uomo curato dall’ HIV, a causa di una leucemia (una forma di tumore causata da una proliferazione incontrollata delle cellule staminali del sangue prodotte dal midollo osseo, contenuto all’interno delle ossa lunghe e di alcune ossa piatte) con cui Timothy aveva vissuto negli ultimi sei mesi e che aveva colpito in modo particolare il suo cervello (si trattava in realtà di una recidiva di una leucemia già contratta in precedenza). Nonostante ciò era rimasto immune al virus dell’HIV, come ha spiegato la Società internazionale sull’Aids, che ha dato la notizia della morte.

Questo fatto è particolarmente importante se consideriamo che l’HIV, (virus dell’immunodeficienza umana/human immunodeficiency virus) che causa l’AIDS (sindrome da immunodeficienza acquisita) è una tra le immunodeficienze acquisite più devastanti al mondo. Diffuso in tutto il mondo, in particolare nell’Africa subsahariana, che è la zona più gravemente colpita, con più del 25% della popolazione infetta.

Nel 1981 ci fu una grave epidemia di HIV/AIDS. In questo periodo venne infatti riconosciuta l’esistenza di una nuova malattia in alcuni pazienti negli Stati Uniti: in realtà l’infezione esisteva già da molti anni, ma era stata sempre scambiata per altro. Diffusasi in maniera esponenziale in tutto il mondo (diventando una vera e propria pandemia), a differenza di tutte le altre epidemie fino ad allora conosciute, fu a lungo mortale in percentuali vicine al 100% dei casi diagnosticati. Oggi, la sindrome da HIV è diventata endemica nei paesi sviluppati, dove è crollato il numero di decessi, ma non quello dei contagi, mentre è ancora uno dei più gravi fattori di mortalità nei paesi in via di sviluppo, all’origine di gravi problematiche sociali, etiche ed economiche.

Da un punto di vista biologico, il virus inizialmente attacca e distrugge, in particolare, un tipo di globuli bianchi, i linfociti T-helper, legandosi a un recettore presente sulla loro superficie (recettore CD4). In seguito, attraverso una sorta di meccanismo chiave-serratura, il virus HIV riesce ad aprirsi una strada verso l’interno della cellula infettata, dove inietta il suo patrimonio genetico (in questo caso RNA) al fine di utilizzare la cellula bersaglio per riprodursi. Infatti in generale tutti i virus non possiedono al loro interno le strutture necessarie alla replicazione, perciò hanno bisogno di sfruttare altre cellule per farlo. Una volta liberato il proprio materiale genetico, composto da due filamenti di RNA, nel citoplasma della cellula ospite, attraverso un enzima specifico (chiamato trascrittasi inversa) lo trascrive in una copia corrispondente di DNA. Questa molecola di DNA si dirige quindi verso il nucleo, dove, grazie ad un complesso apparato proteico in cui operano diversi enzimi tra cui l’integrasi, si inserisce nel DNA cromosomico della cellula ospite. Esistono dei farmaci antiretrovirali che possono fermare questa parte del processo di replicazione del virus e sono chiamati NRTI (inibitori nucleosidici della trascrittasi inversa), NNRTI (inibitori non nucleosidici della trascrittasi inversa) e inibitori dell’integrasi.

 In generale i virus, dopo essersi replicati all’interno della cellula infettata, possono lasciarla intatta ed essere espulsi all’esterno oppure, in altri casi, per fuoriuscire distruggono la cellula. Nel caso dell’HIV, i linfociti infettati vengono danneggiati inesorabilmente dal virus e perciò muoiono. L’infezione da HIV danneggia quindi il sistema immunitario ed espone l’organismo ad un alto rischio di contrarre infezioni da virus, batteri, protozoi, funghi e tumori.

Il test HIV è in grado di rilevare la presenza di anticorpi anti-Hiv nel sangue che determina una sieropositività all’Hiv. Mentre è possibile vivere per anni con una infezione da Hiv senza manifestare alcun sintomo, l’Aids identifica invece uno stadio avanzato dell’infezione. È una sindrome che può manifestarsi nelle persone con HIV anche dopo diversi anni dall’acquisizione dell’infezione, quando le cellule CD4 del sistema immunitario calano drasticamente e l’organismo perde la sua capacità di combattere anche le infezioni più banali.

Timothy è americano e quando, nel 1995, si trasferisce a Berlino scopre di essere stato infettato dall’Hiv che si trasmette per via ematica (ovvero attraverso il contatto con del sangue infetto), per via sessuale e per via materno-fetale. Le cure sono quelle consuete basate sui farmaci antiretrovirali (farmaci che ostacolano il meccanismo di replicazione del virus descritto in precedenza), ma nel 2007 gli viene diagnosticata anche una leucemia mieloide acuta. Fortunatamente, il medico Gero Hutter dell’Università di Berlino utilizza un trapianto di cellule staminali da un donatore con una rara mutazione genetica chiamata gene Ccr5 che porta con sé una resistenza naturale all’immunodeficenza. Dopo due trapianti, nel 2008 Timothy guarisce da entrambe le malattie e non dovrà più essere sottoposto alla terapia antiretrovirale.

In ogni caso la strada verso una cura per il virus su larga scala è ancora lunga. Un trapianto simile a quello di Timothy infatti è molto rischioso, aggressivo e soprattutto costoso.

VIRGINIA FIGLIUZZI

KEPLER – 442b: i miracoli della botanica

Carbonio, idrogeno, ossigeno, azoto, fosforo e zolfo (In breve CHNOPS) sono gli elementi fondamentali che formano la base di tutte le cose viventi. Essi costituiscono l’essenza di tutto ciò che ci è familiare.

Uguali dappertutto, sono presenti in quantità più o meno abbondanti all’interno dell’Universo. Secondo la teoria dell’unità universale della materia animata, così come tali agglomerati di atomi sono alla base della vita sulla Terra, questi stessi elementi compongono l’essenza delle altre forme di vita. Nonostante questa teoria sembrava da tempo superata in favore dell’ipotesi della rarità della Terra, secondo la quale lo sviluppo di forme di vita complesse richiederebbe una serie di eventi fortuiti, recenti studi di botanica esoterrestre ci suggeriscono l’esatto contrario.

La sede delle nuove scoperte, che sembrano confermare le vecchie teorie, è il pianeta Kepler-442 b che si trova a 1.115 anni luce dalla Terra (coordinate: Ascensione retta 19h 1m 28s | Declinazione +39° 16′ 48″ ). Il pianeta si è rivelato straordinario per molti aspetti ma, il più sconcertante di tutti, è l’incredibile presenza di una “flora” particolarmente ricca e lussureggiante.

Mai si sarebbe sospettata l’esistenza di un pianeta la cui superficie è popolata per il 99% da organismi pluricellulari, eucarioti foto-aerobici, con cloroplasti di origine endosimbiotica primaria; insomma estremamente simili alle piante che crescono sulla Terra.

Sconcertati, botanici da tutto il mondo hanno cominciato ad analizzare e classificare le forme di vita di Kepler-442b  portando alla luce risultati in grado di chiarire i misteri dello sviluppo della vita sui pianeti.

Il fitochimico Francis Joyce ha dichiarato “gli elementi essenziali di questi nuovi organismi pluricellulari non sono diversi da quelli degli esseri viventi che popolano la Terra, quello che cambia è il modo in cui gli elementi si combinano tra di loro”.

È quindi giusto affermare che lo schema che determina la vita non è affatto accidentale o frutto di coincidenze? Si può quindi ricavare una formula fissa che sta alla base di tutto ciò che vive?

Non possiamo ancora dirlo con certezza, ma gli studi continuano.

Tuttavia le sorprese non finiscono qui, anzi! È stata appena confermata la presenza di una forma di vita complessa e potenzialmente intelligente. Le informazioni sono poco chiare e ancora parzialmente incomplete, ma non vi è dubbio. È stato scoperto un nuovo tipo di organismo pluricellulare foto-aerobico. “Che differenza c’è tra questo e gli altri organismi vegetali?”, vi starete chiedendo. Beh, quest’organismo è in grado di spostarsi e di rispondere a stimoli provenienti dall’esterno! La comunità scientifica è in visibilio. Questo nuovo organismo, prontamente chiamato Antropolotos Helyfesis, presenta caratteristiche mai viste prima; tuttavia sono state notate lievi somiglianze con la specie terrestre Elysia Chlorotica (in particolare nel meccanismo di assunzione e incorporazione dei cloroplasti).

Questo è senza dubbio l’inizio di qualcosa di grandioso che potrebbe modificare per sempre il mondo così come lo conosciamo.

Articolo tratto da UNIVERSAL SCIENCE

P.S. “Giacché non ho a contar niente di vero (perché non m’è avvenuto niente che meriti di esser narrato), mi sono rivolto a una bugia, che è molto più ragionevole delle altre, ché almeno dirò questa sola verità, che io dirò la bugia. Così forse sfuggirò il biasimo che hanno gli altri, confessando io stesso che non dico affatto la verità.”

(Luciano di Samosata, Storia Vera, Libro 1)

P.P.S Tutto quello che è scritto in quest’articolo è falso.

B. DELLA GUERRA

un halloween un po’ particolare

Anche quest’anno Halloween si avvicina e, visto che probabilmente sarà un Halloween un po’ diverso dal solito, è meglio arrivare preparati. Stateci, non si può fare baldoria, niente feste e cose del genere, ma chi ha detto che ha questo punto tutto sia perduto? Possiamo rifarci organizzando una bella serata a tema con qualche amico e magari goderci un film horror, o che comunque abbia atmosfere attinenti al periodo. Personalmente ho iniziato ad apprezzare le pellicole di tensione o horror solo negli ultimi anni, ma mi sono comunque fatto una cultura a riguardo.                                                           Oggi però non sono qui per consigliarvi qualche banale film ricco di jumpscare da vedere la notte più creepy dell’anno, no, sono qui per parlarvi di qualche pellicola che forse non conoscete e che vi potrebbe far passare una serata spaventosa; attenzione però, non vi aspettate i classici horror, perché cercherò di farvi scoprire nuovi mondi che spero siano abbastanza interessanti e spaventosi per voi.

Iniziamo da una pietra miliare, l’horror per eccellenza: “Scream”, un film del 1996 che ha dato vita ad una delle maschere di Halloween più famosa che ci sia; la storia ruota intorno ad alcuni omicidi compiuti da una killer travestito con un costume di Halloween. L’assassino gioca con le sue vittime, chiamandole al telefono e facendo loro rispondere a domande inerenti a film Horror fino poi ad ucciderle. Se volete godervi un cult ricco di tensione e suspense, allora questo è il film giusto per voi, perché ha tutto quello che un buon horror deve avere.

Continuiamo cambiando completamente tipologia di film; chi ha detto che un film con atmosfere horror debba essere anche spaventoso? Nessuno, e ce lo dimostra il “Rocky Horror Picture Show”, una pellicola del 1975 che per me tutti dovrebbero vedere. Il film racconta la storia di Brad e Janet, due fidanzatini che durante un viaggio notturno in auto sono costretti a chiedere aiuto agli abitanti di uno spaventoso castello. Quella notte i due incontreranno molti personaggi che definire particolari e stravaganti è dire poco. La pellicola quando uscì fu un flop clamoroso al botteghino, ma successivamente è diventato, grazie al suo pubblico esuberante, un cult che tutti hanno iniziato ad adorare, tanto che è ancora proiettato in alcuni cinema. Se voleste vederlo sappiate che si tratta di una pellicola molto particolare: le atmosfere sono inquietanti, ma il tono è ironico, ricco di canzoni e di pungenti battute, quindi aspettatevi un film surreale e decisamente fuori dagli schemi.

Proseguiamo il nostro viaggio incontrando un altro film: “The Others”. Questa pellicola racconta la storia di una madre e dei suoi due figli aventi una rara malattia che impedisce loro di stare alla luce del sole; quando un giorno in quella casa arrivano tre nuovi domestici, vengono subito insegnate loro le numerose e rigide regole della casa, ma questi individui già le conoscono, poiché non è la prima volta che si trovano in quell’abitazione… Questo film assicura una visione ricca di tensione, perché è pieno di avvenimenti terrificanti che non fanno mai annoiare lo spettatore. Fantasmi e presenze inquietanti sono alla base di questo capolavoro che offre uno dei finali più inaspettati e particolari che io abbia mai visto. Vi assicuro che vi lascerà senza parole e che per tutta la sua durata vi farà stare incollati al divano.

Il prossimo film che voglio consigliarvi è un film d’animazione: sfatiamo l’idea che questi sono solo per bambini, perché alcuni cartoni animati sono veramente inquietanti, come appunto “Coraline e la porta magica”, pellicola del 2009, che da piccolo mi fece fare molti incubi notturni. Il film parla di Coraline Jones, una ragazzina che si è appena trasferita e che nella sua nuova casa scopre una piccola e misteriosa porta che conduce ad una versione alternativa e molto più interessante della sua esistenza; in questo mondo parallelo Coraline ha anche due nuovi genitori, identici agli altri ma con un piccolo particolare che li differenzia: al posto degli occhi hanno dei bottoni. Quello che all’inizio sembra il luogo più bello del mondo si trasformerà poi in un terribile incubo. E’ un film semplicemente perfetto, perché riesce a far rabbrividire in qualsiasi momento, e in cui si alternano atmosfere inquietanti e giocose. Il risultato è una avventura paranormale che fa riflettere sul fatto che bisogna fare sempre attenzione a quello che si desidera.

La prossima pellicola, lo dico subito, è davvero molto particolare: sto parlando di “Midsommar – Il villaggio dei dannati”, film del 2019 che decide di dire no agli jumpscare e di giocare invece su tensione e scene inquietanti. La storia parla di un gruppo di amici che compiono un viaggio in un piccolo villaggio in Svezia dove si ritrovano catapultati in un importante festa tradizionale; quella che inizia come una tranquilla vacanza lentamente si trasformerà in un incubo. I colori di questo film sono semplicemente meravigliosi e dall’ambiente che circonda i personaggi non ti aspetteresti mai quello che accade nel corso della storia. E’ una pellicola che non vi farà paura fin da subito, ma che vi introdurrà lentamente in un mondo molto spaventoso e ricco di scene veramente terrificanti. “Midsommar – Il villaggio dei dannati” è interamente giocato su atmosfere fiabesche che con il passare del tempo diventano sempre più cupe e oscure. 

Passiamo ad un altro cult: “Misery non deve morire”, un film del 1990 tratto da un libro di Stephen King, che racconta la storia di uno scrittore che dopo un incidente in auto avvenuto in montagna viene salvato e curato da un’infermiera, grande fan dei suoi lavori letterari. Con il passare del tempo però l’infermiera mostrerà il suo vero inquietante volto. Questo film è molto angosciante grazie anche grazie alla magistrale performance di Kathy Bates, che domina la scena e che per questa interpretazione ha anche ottenuto il premio Oscar. La storia si fa sempre più spaventosa e trasmette ansia a non finire… Se sceglierete questo film per la vostra serata andrete a colpo sicuro.

La mia ultima proposta, ma non in ordine di importanza è un film del 2017, debutto alla regia per Jordan Peele, e sto parlando di “Scappa – Get Out”. Mentre sta facendo visita alla famiglia della fidanzata, Chris – un giovane afro-americano – nota che c’è qualcosa che non quadra nella comunità apparentemente idilliaca e perfetta in cui si trova. Questo capolavoro unisce all’horror il tema del razzismo e crea uno scenario agghiacciante, che fa rabbrividire più volte lo spettatore; è un film cattivo, in cui il tema del razzismo è trattato in maniera completamente diversa dal solito, in maniera alternativa e che funziona perfettamente.

Ecco, questi erano i miei consigli per passare una fantastica serata di Halloween tra amici e film a tema e spero di avervi fatto conoscere titoli di cui forse non sapevate l’esistenza, quindi non mi resta altro da dire… Happy Halloween.

CESARE NARDELLA

Teoria e pratica dei viaggi nel tempo

“Strade? Dove stiamo andando non c’è bisogno di… strade”

(Dr. Emmett “Doc” Brown, Ritorno al Futuro)

I viaggi nel tempo hanno affascinato l’uomo da sempre. D’altronde chi non ha mai desiderato almeno una volta conoscere il proprio futuro, cambiare alcuni eventi della Storia o anche solo alcuni momenti della propria, di storia? Questo tema è stato trattato nelle maniere più diverse dalla letteratura, dal cinema e dalle serie tv. Ma è attraverso il cinema che il viaggio nel tempo è entrato a far parte del nostro immaginario collettivo. Nel primo capitolo della trilogia di “Ritorno al Futuro” di Robert Zemeckis (1985), Doc raccomanda a Marty di non cambiare niente del proprio passato, in modo così da evitare ripercussioni sul suo futuro. Questa affermazione si ricollega direttamente alla teoria della linea temporale dinamica. Secondo questo pensiero il tempo è fluido e il corso degli eventi può essere cambiato da un intervento attuato attraverso un viaggio nel tempo. Sulla stessa lunghezza d’onda si trova “Terminator” di James Cameron (1984), dove un androide proveniente dal futuro tenta di uccidere la donna che genererà colui che diventerà il capo della resistenza contro le macchine in un futuro post-apocalittico. Anche nel recentissimo “Tenet” di Christopher Nolan una minaccia dal futuro cerca di distruggere il nostro presente per scongiurare il destino drammatico cui andrà incontro il nostro pianeta a causa dei cambiamenti climatici. Ma il nemico senza nome né volto, cercando di compiere questa azione sconsiderata, non tiene conto di uno dei paradossi più conosciuti riguardante il viaggio nel tempo: il paradosso del nonno. Se un viaggiatore del tempo uccidesse suo nonno prima che incontri sua nonna, questo evento impedirebbe al viaggiatore stesso di nascere. Ma se il viaggiatore del tempo non fosse mai nato, allora non avrebbe mai viaggiato indietro nel tempo e non avrebbe mai ucciso suo nonno. E così all’infinito, creando un loop che causerebbe la morte dell’Universo. È proprio per scongiurare questa immane tragedia che i protagonisti di “Tenet” sono così decisi a sventare questa sorta di “attacco kamikaze temporale”.

Altra teoria molto utilizzata dal cinema di fantascienza è la teoria del multiverso, che sostiene che ogni viaggio nel tempo crea una nuova linea temporale, un universo parallelo al nostro. Il presente non cambia mai perché ogni viaggio nel passato crea un altro presente che si aggiunge a quello di partenza, senza sostituirlo. Per intenderci se una persona viaggia indietro nel tempo e uccide suo nonno, crea una realtà parallela in cui lui non esiste, ma continua a esistere altrove. Questa teoria verrà ripresa in “Ritorno al Futuro II” del 1989, dove, a causa di un incidente, si viene a creare una linea temporale alternativa nella quale Biff Tannen, il bullo che nel primo film tormentava il padre di Marty, diventa il padrone della cittadina di Hill Valley, dominata dalla criminalità e dalla corruzione. Alla teoria del multiverso fa riferimento anche “Avengers: Endgame”, il più recente blockbuster targato Marvel uscito nel 2019, nel quale i Vendicatori viaggiano indietro nel tempo e devono fare i conti con la possibilità di causare la creazione di linee temporali alternative.

In “Sliding Doors” (1998), una commedia romantica certamente non annoverabile tra i film di fantascienza, non solo troviamo rimandi alla teoria del multiverso, ma viene anche suggerito un tema molto caro ai film sui viaggi nel tempo: l’ineluttabilità del destino. “Sliding Doors” ci mostra che la nostra vita è già stata scritta, qualunque sia la porta che si aprirà (o si chiuderà) di fronte a noi. Ciò che da alcuni è stata chiamata τύχη, e da altri “disegno divino”, è stato chiamato principio di autoconsistenza da Igor Dmitriyevich Novikov. Formulata a metà degli anni Ottanta dal fisico russo per trovare una soluzione ai paradossi temporali, questa legge afferma che alcuni eventi devono accadere e non possono essere cambiati. Inoltre, se un fatto avesse la possibilità di causare un paradosso, la probabilità che quel fatto si verifichi è pari a zero. Quindi, facendo di nuovo riferimento al paradosso del nonno, se un viaggiatore temporale cercasse di uccidere suo nonno da giovane, non ci riuscirebbe mai, magari anche a causa di forze al di là della nostra comprensione. È impossibile. È già stato tutto scritto. In sostanza homo faber fortunae suae non est. Con buona pace del libero arbitrio.

ALESSANDRO PETRASSI

consigli

ROMANZO STORICO: Vita di Melania Mazzucco


Nel 1903 Vita e Diamante, nove anni lei, dodici lui, sbarcano a New York. Dalla miseria delle campagne del Mezzogiorno vengono catapultati in una metropoli moderna, caotica e ostile. Vita è ribelle, possessiva e indomabile, Diamante taciturno, orgoglioso e temerario. Li aspettano sopraffazione, violenza e tradimento. Ma anche occasioni di riscatto, la scoperta dell’amicizia e, soprattutto, l’amore. Che si rivelerà più forte della distanza, della guerra, degli anni. Dando voce a un coro di personaggi perduti nella memoria, Melania Mazzucco tesse i fili di una narrazione che è insieme familiare e universale. La storia di tutti quelli che hanno sognato, e sognano, una vita migliore.

NARRATIVA PSICOLOGICA: Delitto e castigo di Fëdor Dostoevskij

Raskol’nikov è un giovane che è stato espulso dall’università e che uccide una vecchia usuraia per un’idea, per affermare la propria libertà e per dimostrare di essere superiore agli uomini comuni e alla loro morale. Una volta compiuto l’omicidio, però, scopre di essere governato non dalla logica, ma dal caso, dalla malattia, dall’irrazionale che affiora nei sogni e negli impulsi autodistruttivi. Si lancia cosi in allucinati vagabondaggi, percorrendo una Pietroburgo afosa e opprimente, una città-incubo popolata da reietti, da carnefici e vittime con cui è costretto a scontrarsi e a dialogare, alla disperata ricerca di una via d’uscita.

SATIRA/ GROTTESCO: Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov

“Il Diavolo è il più appariscente personaggio del grande romanzo postumo di Bulgakov. Appare un mattino dinanzi a due cittadini, uno dei quali sta enumerando le prove dell’inesistenza di Dio. Il neovenuto non è di questo parere… Ma c’è ben altro: era anche presente al secondo interrogatorio di Gesù da parte di Ponzio Pilato e ne dà ampia relazione in un capitolo che è forse il più stupefacente del libro… Poco dopo, il demonio si esibisce al Teatro di varietà di fronte a un pubblico enorme. I fatti che accadono sono cosi fenomenali che alcuni spettatori devono essere ricoverati in una clinica psichiatrica… Un romanzo-poema o, se volete, uno show in cui intervengono numerosissimi personaggi, un libro in cui un realismo quasi crudele si fonde o si mescola col più alto dei possibili temi: quello della Passione… È qui che Bulgakov si congiunge con la più profonda tradizione letteraria della sua terra: la vena messianica, quella che troviamo in certe figure di Gogol’ e Dostoevskij e in quel pazzo di Dio che è il quasi immancabile comprimario di ogni grande melodramma russo.” (Eugenio Montale)

ROMANZO D’AVVENTURA: Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas

Quattordici anni di prigionia per immaginare la propria vendetta, dieci anni per metterla in pratica: Edmond Dantès è disposto a tutto per vendicarsi di chi l’ha ingiustamente accusato, condannandolo alla galera e facendogli perdere reputazioni, famiglia e successo. Dopo un’avventurosa evasione dal castello d’If, Dantès adotta il titolo e la falsa identità di Conte di Montecristo; escogita audaci stratagemmi e molteplici travestimenti per annientare i propri avversari, in un delirio d’onnipotenza che terminerà in un drammatico confronto con la coscienza e il perdono. Fra avvelenamenti e rapimenti, scambi d’identità e tesori sepolti e ritrovati, Alexandre Dumas cattura i lettori oggi come ieri, e li tiene incollati a un classico della letteratura appassionante come un feuilleton

GIALLO: Il senso del dolore. L’inverno del commissario Ricciardi di Maurizio De Giovanni

Napoli, marzo 1931, mentre un inverno particolarmente rigido tiene la città stretta in una morsa di gelo, un assassinio scuote l’opinione pubblica per la ferocia con cui il crimine è perpetrato e per la notorietà del morto. Il grande tenore Arnaldo Vezzi viene trovato cadavere nel suo camerino al Teatro San Carlo prima della rappresentazione de “I Pagliacci”, la gola squarciata da un frammento acuminato dello specchio andato in pezzi. Artista di fama mondiale, amico del Duce, uomo egoista e meschino: a ricostruire la personalità della vittima e a risolvere il caso è chiamato il commissario Luigi Alfredo Ricciardi, in forza alla Squadra Mobile della Regia Questura di Napoli. Investigatore anomalo, mal sopportato dai superiori per la sua insofferenza agli ordini e temuto dai sottoposti per il suo carattere chiuso ed enigmatico, Ricciardi coltiva nel suo animo tormentato un segreto inconfessabile: fin da bambino “vede i morti” – ma solo chi muore di morte violenta – , coglie la loro immagine nell’ultimo momento di vita e ascolta le ultime parole; “il Fatto”, come lo chiama lui, lo aiuta nelle indagini.

SURREALE : Lo specchio nello specchio di Michael Ende

Giramondo, funamboli, angeli, dittatori, donne obese, principesse si muovono attraverso stanze, palcoscenici, deserti, cattedrali e creano storie di volta in volta poetiche, bizzarre, assurde, surreali, sinistre. Al lettore il compito di fare da “specchio” alle immagini che gli si propongono con i suoi ricordi, le sue esperienze, i suoi sogni.

DISTOPIA: il mondo nuovo di Aldous Huxley

Scritto nel 1932, Il mondo nuovo è un romanzo dall’inesausta forza profetica ambientato in un immaginario stato totalitario del futuro, nel quale ogni aspetto della vita viene pianificato in nome del razionalismo produttivistico e tutto è sacrificabile a un malinteso mito del progresso. I cittadini di questa società non sono oppressi da fame, guerra, malattie e possono accedere liberamente a ogni piacere materiale. In cambio del benessere fisico, però, devono rinunciare a ogni emozione, a ogni sentimento, a ogni manifestazione della propria individualità. 

FANTASCIENZA: Solaris di Stanislaw Lem

«Solaris» è il capolavoro della fantascienza filosofica. Siamo nel lembo più estremo dell’universo esplorato dal genere umano. Un astronauta, dalla Terra, approda nella stazione spaziale che gira intorno al pianeta Solaris. Qui trova un’atmosfera di mistero e sospetto: nessuno lo accoglie, i pochi ospiti della astronave sembrano angosciati e sopraffatti, c’è un morto recente a cui si allude con circospezione ma senza sorpresa, gli oggetti subiscono strane deformazioni, si avvertono presenze. Solaris è noto agli umani come il grande pianeta “vivente”. Appare in forma di vasto oceano e avrebbe dovuto conflagrare se la sua orbita avesse seguito le leggi della fisica. Ma è come dotato di capacità cosciente di reazione e questa capacità sembra legata alle apparizioni di fantasmi, proiezioni viventi di incubi, sogni e fantasie. L’astronauta è costretto a interrogarsi, mentre lo contagia la stessa angoscia che domina in tutto l’ambiente. Sul mistero della morte del compagno, innanzitutto. Ma questo lo spinge verso maggiori enigmi da svelare: se Solaris ha una propria vita, e che tipo alternativo di forma di vita; se le “apparizioni” hanno una qualche spiegazione accessibile; se tutta questa attività ha un fine, in qualche modo legato ai destini esistenziali degli umani. Se non è tutto addirittura un immane messaggio. Un’avventura avvincente e carica di attesa e mistero. Ma si potrebbe dire anche un’avventura epistemologica, nel senso che presenta alla lente della riflessione un numero enorme di quesiti che abitano i rami della filosofia. Fra essi, il più suggestivo sembra essere il tema dell’Identità, del Soggetto, dell’Io. Non esiste l’Io unico e identico a se stesso. Ognuno è un arcipelago di Io, e ciascuna delle isole di questo arcipelago si muove nei confronti dell’Io che le contiene, come un universo parallelo. Del resto, la mente, i suoi confini, le sue possibilità, i suoi legami con la potente macchina che la sorregge, il cervello, sono i temi attorno ai quali hanno sempre ruotato le storie di fantascienza di questo scrittore di Leopoli, cresciuto a Cracovia, esperto cibernetico, che è annoverato tra gli influenti capostipiti della moderna fiction di realtà virtuali.

FANTASY: Le tredici vite e mezzo del capitano Orso Blu di Walter Moers

mentirei (e tutti sanno bene che non ne sono capace) se dicessi che le mie prime tredici e mezzo sono passate senza scosse. Qualche anticipazione? Eccone alcune: minipirati, spiriti coboldi, stregaragni, onde ciacoline, gaglioffi delle spelonche, bacherozzi delle Oscure. Una megera montana, un gigante senza testa, una testa senza gigante, i pippioni del deserto, una fata morgana prigioniera, gli yeti sonnambuli, un eterno tornado. Diavorisciò, vampiri animati da pessime intenzioni. Un principe di un’altra dimensione, un professore con sette cervelli. Un deserto dolce. Barbari maleducati, canagli, un pigmeo della giungla esperto di arti marziali, sabbia pensante, talpe volanti, un mostruoso vascello, un calderone infernale. Un’isola dei ghiottoni. Sabbiosi sotteranei, draghi delle cloache. Drammatici duelli di bugie, buchi dimensionali, voltigorchi strapazzabassi, gnomi casinisti. Gli invisibili, i nattiftoffi. Tempeste di sabbia quadrate, venezianelli. Le anaconde grandiose, gli scarafonchi schifosi. La valle delle cattive idee, i supporci, le bertucce fettone, le montagne rugginose. Sventole intercettatrici, chiocciole del Tempo, elfi diabolici, mandragoni, olfattille. Un grande imbuto. Dracchi, fatomi, sgnacche. Pericoli mortali, amore eterno, salvataggi all’ultimo momento…

Ma non anticipiamo troppo!

FIABA: La collina dei conigli di Richard Adams

Timido Quintilio è un profeta e sa che una terribile minaccia sta per abbattersi sulla sua gente. Ma quando tenta di mettere in guardia il suo popolo, non viene creduto. In compagnia di un gruppo di fidi compagni, intraprende allora un viaggio alla conquista della libertà e di una nuova possibilità di vita. E se questo è lo scopo, che importa che Quintilio e i suoi amici siano conigli? Un romanzo epico con cui la letteratura contemporanea ricrea la sua “Iliade” e la sua “Odissea”.

UMORISTICO: Il tristo mietitore di Terry Pratchett

Si dice che al mondo niente sia inevitabile, tranne la morte e le tasse. Ma questo forse prima che Morte venisse licenziato in tronco. L’ultima cosa di cui un universo può aver bisogno è di un Tristo Mietitore disoccupato, perché quando un importante servizio pubblico viene a mancare la conseguenza è sempre il caos. Ora Mondo Disco pullula di zombie e non-morti. Reg Scarpa, attivista per i diritti dei defunti, improvvisamente ha molto più lavoro di quanto si sia mai sognato. E il mago Windle Poons, trapassato di fresco, si risveglia nella tomba scoprendo di essere… morto e vegeto. Ma proprio a lui e a un ben poco temibile gruppo di non-morti (Arthur Winkings, per esempio, era diventato vampiro dopo essere stato morso da un avvocato. Schleppel l’uomonero farebbe meglio il suo lavoro se non venisse colto da agorafobia appena fuori dal gabinetto. E Fratello Isolile, l’unica banshee al mondo con un difetto di pronuncia, invece di starsene sui tetti a gridare quando la gente sta per morire, fa passare sotto la porta un bigliettino con scritto ‘OOOOeeOOOeecOOOeee’) spetta il compito di salvare il mondo dei vivi. Nel frattempo in una piccola fattoria molto, molto lontana, uno straniero alto, scuro e allampanato si rivela particolarmente abile a maneggiare la falce. C’è tanto grano da falciare. E una battaglia diversa da combattere.

BIANCA DELLA GUERRA

17, jake la furia ed emis killa: album dell’anno?

Il 18 settembre di quest’anno è uscito “17”, l’album di coppia realizzato da Emis Killa e Jake la furia, che vanta featuring di alto livello come: Lazza, presente in ben due tracce, Salmo, Fabri Fibra, Massimo Pericolo e Tedua. Si percepisce sin dal primo brano, ovvero “Broken Language”,  che l’album rappresenta una forma di rap più vicino al vero hip-hop che ad una influenza prettamente trap, corrente che negli ultimi anni sta saturando le playlist del genere musicale in questione; la intro fa notare sin da subito che i due artisti parlano di strada, elemento fondamentale che percorre tutte le 17 tracce dell’album, e sin dalla prima strofa notiamo Jake La Furia che sottolinea esplicitamente la presenza del rap, quello più genuino possibile che fa da filo conduttore esattamente come la strada; andando però avanti nell’ascolto ci renderemo conto che è presente una lieve influenza trap data da artisti ambasciatori del genere che portano un alleggerimento e un cambio di stile in un album molto lungo per gli standard del mercato discografico attuale che necessita di alcune variazioni melodico-stilistiche fisiologiche.

– “Malandrino”, singolo usato per il lancio del prodotto discografico, caratterizzato da un ritornello molto orecchiabile che riconduce allo stile dei Dogo, motivo per cui possiamo ipotizzare la scelta come singolo di lancio.

– “No Insta”, ovvero il primo featuring di Lazza dove si può notare l’influenza trap/pop che però non si sovrappone al messaggio che i due titolari dell’album vogliono esplicare ma semplicemente lo accompagna attraverso sonorità più orecchiabili. Molto interessante il contenuto della strofa di Emis Killa, infatti il rapper lombardo attacca tutti coloro che si definiscono artisti, criticandoli per essere privi di contenuti e personalità, per essere tutti molto simili tra loro, ma soprattutto perché pensano esclusivamente a mettere in mostra i soldi attraverso capi di abbigliamento firmati, discorso quasi inflazionato al giorno d’oggi se si attacca il mondo trap-mainstream, ma Emis riesce ovviamente a dargli forma con parole che rimangono facilmente impresse per la loro  brevità e precisione: “Questi rapper col marsupio a tracolla sembrano sbirri-

Va bene spenderne un po’-Ma prima impara a investirli-Versace Balmain e Gucci ma ancora non sai vestirti”.

– “Renè & Francis”, traccia dove si percepisce immediatamente la base ben strutturata e molto interessante composta dai 2nd roof. Il ritornello di Emis Killa sottolinea come in uno Stato come il nostro, nel mondo del lavoro, non ci si focalizzi su un talento o su una predisposizione, ma esclusivamente sugli interessi della singola persona che ha potere decisionale, infatti sin dalla nascita ognuno è destinato a fare qualcosa che nella maggior parte dei casi non corrisponde al proprio volere: “C’è chi nasce medico e chi capo di Stato-Ma io fra sono nato per fare il ladro”. Ovviamente non mancano allusioni alla vita di strada e al fascino del crimine irresistibile per i ragazzi che crescono in situazioni di disagio: “Ma ho capito presto fra che l’onestà non paga-Fratelli flirtano col crimine per fare strada-Mentre gli altri bambini al parco scambiavano figurine-

Io mi facevo le ossa in un carcere minorile”.

– “Amore Tossico”, pezzo che vede Jake solista, come si può dedurre dal nome racconta una storia d’amore nata sin dal primo momento in cui l’autore del brano nota la donna che gli suscita sentimenti molto forti, sentimenti che si trasformano gradualmente in tristezza vista la fine della serata passata insieme, tutto raccontato attraverso toni quasi poetici ovviamente caratterizzati da un velo di malinconia.

– “666” lo si può definire un vero e proprio pezzo hip-hop dove gli argomenti centrali del pezzo sono: lo stile di vita criminale, le donne, e la crescita dei due rapper per strada.

– “Sparami”: vede il featuring di due massimi esponenti del rap italiano, cioè Fabri Fibra e Salmo; pezzo caratterizzato da un flow incalzante, non particolarmente ricco di contenuti, o per lo meno di nulla particolarmente degno di nota dal punto di vista di una analisi testuale, anche se molti non la pensano così. La nota artista Margherita Vicario, conosciuta al pubblico per pezzi come Mandela, Giubottino, Romeo (feat. Speranza), e Piña Colada (feat. Izi), ha voluto esternare le sue critiche contestando Emis Killa per la sua dialettica molto cruda e diretta che in alcuni versi va a colpire molto duramente la figura della donna, mancando di rispetto a questa figura sotto un punto di vista etico e morale attraverso espressioni che possono risultare sorprendentemente eclatanti ad un pubblico non troppo abituato ad un certo tipo di dialettica.

– “Lontano da me”: i due artisti riferendosi ad un soggetto non direttamente esplicitato, ma verosimilmente una donna, sottolineano quanto la loro vita sia anticonformista e complessa per poi consigliare a questa donna di allontanarsi perché sia Emis sia Jake riconoscono di essere nocivi per le persone che gli stanno vicine troppo a lungo; ci sono due passaggi nella strofa di Emis KIlla su cui reputo ci si debba focalizzare: “Provo qualcosa, ma non lo dimostro-A parte quando si litiga e divento un mostro”, “So che sei fragile, ma tutto è instabile-Accettalo e non dire più una parola-Se vuoi salvare il salvabile puoi solo andartene ora-E salvarti da sola”, Per me daresti la vita-Anche adesso che è finita-Mi hai messo l’anima in mano-Io solo anelli alle dita”.

– “Maleducato”: beat basato su una successione di bassi (808) veramente imponente, Emis Killa ironizza su quanto sia piccolo il suo paese prendendo l’agente di polizia come esempio: “Posso capirlo, il paese è piccolo-Sono dieci anni che vengo fermato dallo stesso sbirro-Vorrebbe chiudermi click clack-Buttare la chiave come a ponte Milvio”. Successivamente non mancano allusioni alla vita malavitosa.

– “L’ultima volta”: brano che vede come ospite Massimo Pericolo. La storia narrata ha come protagonista un uomo, non definito, ma comunque un carissimo amico che in una sera viene arrestato dalle forze dell’ordine; è destinato a finire in cella, e intanto tornano alla memoria ricordi della gioventù dove i ragazzi passavano le giornate insieme accompagnati dallo sfondo onnipresente che caratterizza sia l’album sia le vite degli artisti coinvolti nel pezzo, ovvero la strada. La strofa di Massimo Pericolo è più profonda e personale, infatti le parole usate sono: “In prigione per sempre nella mia pelle-Se c’è giustizia, perché non paga un altro?-Se c’è Dio, perché tua madre ha il cancro?-Non basta l’amore a cambiare vita-Non curi un tumore con l’aspirina”. Il rapper di Gallarate, che ha passato due anni della sua vita tra arresti domiciliari e reclusione carceraria, inizialmente afferma di sentirsi imprigionato nel suo stesso corpo, per poi attaccare il concetto generale di giustizia, sottolineando implicitamente la giustizia terrena ed esplicitamente quella divina.

– “La mia prigione”: pezzo di Emis Killa che in questo caso lo vede come solista. Nel pezzo viene evidenziato il disagio che l’autore prova quasi quotidianamente facendo anche riferimento a trascorsi che hanno portato alla rottura di alcuni legami. I passaggi più interessanti del testo sono: “La felicità quaggiù non fa mai sconti-Vorrei comprarne un po’ ma non mi bastano mai i soldi”, “Non mi fido di nessuno ed è un problema mio-E ti ho già detto addio”, “La libertà è intraprendere una strada

E farla propria anche senza sapere a dove porta”, “Farsi in quattro per gli amici per poi essere tradito sul finale”, “Questa gente mi saluta, ma non sa chi sono-Conosce solo le mie azioni, non conosce l’uomo-Sono uscito dalla melma con le mie ambizioni-Emiliano ed Emis Killa, onoro entrambi i nomi”. Saltano all’occhio i passaggi finali in cui notiamo la redenzione di Emis, accostati a parole di forte orgoglio contraddistinte da una positività vista raramente nella carriera del rapper.

– “Toro Loco”: pezzo che presumibilmente serviva ad alleggerire la tracklist per evitare che diventasse pesante dal punto di vista contenutistico; possiamo dire che entrambi gli artisti esternano il loro amore verso la lussuria e il gentil sesso.

– “Gli amici miei”: secondo featuring di Lazza. Con questa collaborazione si percepisce un’inflessione più vicina alla trap, l’argomento in questione è il classico concetto che potremmo sintetizzare con estrema semplicità, ma per farci capire meglio da qualcuno esterno al genere potremmo dire che i tre artisti sottolineano il vigore, la forza e la fratellanza del gruppo con cui girano in strada, in cui respirano un’aria di fratellanza a tutti gli effetti.

– “Medaglia”: brano con un sound molto più leggero rispetto alle altre tracce dell’album, infatti è caratterizzato da un ritornello composto da Jake la Furia che entra in testa con estrema semplicità vista la sua orecchiabilità: “La faccia è l’unica cosa di me che cambia-E questa strada ha il valore di una medaglia-Perché la mia benzina non saranno i soldi mai-Ho sogni così grandi che se dormi non li fai”. Per quanto riguarda la parte di Emis Killa reputo ci siano passaggi interessanti perché diffondono un senso di positività e fiducia in se stessi: “Se un sogno non ti spaventa non è grande abbastanza-Per questo pensavo in grande da quella stanza”, “Se è vero che anche l’erba calpestata diventa un sentiero-Io proseguo e non mi guardo indietro-Dicevano “sei pazzo” e forse un po’ era vero-Grazie al cielo che ero pazzo e quindi ci credevo”.

– “Il seme del male”: brano che come costante ha un linguaggio ed una struttura sintattica classica del genere rap/hip-hop, unito a svariati riferimenti alla vita di strada, tra cui l’uso di stupefacenti e alcolici, non mancano perifrasi che nutrono l’ego dei due autori e nemmeno allusioni particolarmente esplicite all’atto sessuale.

– “Cowboy”: featuring di Tedua; all’ospite in questione, purtroppo, è stato assegnato esclusivamente il ritornello, anche se ovviamente orecchiabile e degno di nota. Analizzandolo testualmente infatti salta all’occhio quella che possiamo definire come una citazione al mondo prettamente trap, ovvero: “In zona 4 le sirene metterò le quattro frecce 4L”, quel “4L” è facilmente riconducibile a uno degli artisti più parlati di questo 2020, ovvero Sapobully, artista del collettivo FSK satellite, che ha coniato questa espressione. Emis Killa nella sua strofa ci permette di desumere la condizione in cui è cresciuto spiegando brevemente quanto lavorasse la madre per dargli un futuro: “Mia madre senza un futuro-Faceva due turni per darmene uno-Usciva di casa che era ancora buio-E tornava che il cielo era scuro da un po’”.

– “Quello che non ho”: Emis Killa racconta della sua ambizione descrivendo i suoi pensieri sin da ragazzino, di quanto lui si sentisse determinato in certi momenti e completamente disorientato in altri, di quanto avesse l’affetto delle persone che gli stavano intorno quando però questo non era abbastanza per lui, siccome aveva bisogno dell’affetto dei suoi cari, che però come suo padre non aveva. Chiudono la strofa due versi che con parole semplicissime espongono un concetto di enorme spessore: “Pensavo tanto al mio futuro che ho perso il presente-Volevo essere onnipotente come un Dio-Per poi scoprire che anche Dio è niente-Di fronte a un non credente”.

A parer mio questo album è l’alchimia perfetta tra lo stile classico, un po’ mainstream, ma caratterizzato da musicalità e struttura dei club dogo, di cui Jake è stato fondatore e altissimo esponente, e lo stile inconfondibile unito alle punch line strabilianti di Emis Killa che ha contribuito sotto un punto di vista melodico a dare un tocco leggermente più moderno, come tra l’altro volle fare con il suo album da solista “Terza Stagione” uscito nel 2016. L’album certamente è candidato al titolo di miglior album dell’anno, ovviamente premio non assegnato ufficialmente, ma verdetto che ogni ascoltatore abituale del genere aspetta quasi ansiosamente ogni anno. Sinceramente penso che Emis Killa sia stato più performante del compagno Jake. Su Emis, costantemente attaccato per svariate motivazioni, la maggior parte delle quali io stesso reputo valide, non posso però non essere obiettivo: mi ha colpito molto sia per il flow sia per le strofe a parer mio ricche di spessore, senza contare che è merito suo se Jake è tornato a rappare dopo un periodo di avvicinamento al mondo pop-reggaeton, come lo stesso Jake ha ammesso nell’intervista al noto portale Esse Magazine. Resta il fatto che entrambi gli autori di questo joint album abbiano fatto un eccellente lavoro. Spero che ci siano altri lavori di coppia che in futuro possano eguagliare se non superare questo imponente e straordinario progetto.

IGOR LISOGENO

« Vecchi articoli Recent Entries »