A quale costo?

L’ecologia e lo spreco (di cibo, vestiti…) sono sulla bocca di tutti, esistono tantissimi modi per vivere in maniera più sostenibile ed ecofriendly, ci sono però sprechi di cui si parla poco.

L’intento di questo articolo è fare luce su uno di questi aspetti, spesso taciuto: il fast fashion. Ma partiamo dal principio.

Negli anni la moda è cambiata radicalmente, i vestiti si sono trasformati in una maniera di esprimere sé stessi e ci sono collezioni sempre nuove e diverse ogni settimana. E qui c’è già qualcosa che non torna, vi siete mai chiesti come fanno ad esserci sempre cose nuove a prezzi sempre così bassi? Ma andiamo con ordine. Anni fa le collezioni erano quattro: autunno, inverno, primavera ed estate. In molti negozi (soprattutto di alta moda) è ancora così, ma nei negozi più conosciuti al giorno d’oggi (H&M, Primark, Bershka, Zara, Pull & Bear, Nike, Mango ecc…) la moda è diventata passeggera e, appunto, veloce. Possiamo trovare vestiti nuovi ogni settimana a prezzi irrisori, senza sentirci in colpa se poi non li indossiamo, dal momento che comunque li abbiamo pagati poco.

Ci sono due aspetti negativi di questo circuito: lo sfruttamento delle persone e l’impatto ecologico.

Per produrre così tanti capi in così poco tempo gli operai delle fabbriche di alcuni Paesi lavorano ininterrottamente per svariate ore e il loro stipendio è assurdo (circa 50 euro al mese-fonte: The true cost). Questo perché le fabbriche competono per essere le più veloci ed economiche sul mercato, e per sopravvivere chiedono ai lavoratori di sacrificare tempo e denaro. Oltretutto, come se non fosse già abbastanza, in diversi casi gli operai lavorano senza alcuna garanzia di sicurezza, questo vuol dire che possono subire infortuni sul lavoro in qualsiasi momento, e spesso non possono permettersi neanche l’assistenza medica.

Il crollo del Rana Plaza avvenuto nel 2013 è prova lampante di questo. Il Rana Plaza era un edificio vicino alla città di Dacca, in Bangladesh, nel quale erano presenti le fabbriche di diverse multinazionali, le quali, nonostante gli fosse stata fatta notare la presenza di crepe nel muro del palazzo, si rifiutarono di farlo evacuare, a discapito di tutti gli operai che ci lavoravano. Nel crollo del Rana Plaza morirono 1129 persone e ne rimasero ferite 2515, di cui molte tuttora disabili. E questo è solo uno degli svariati casi.

Una domanda che sorge spontanea è: “Perché queste persone fanno questo lavoro se sanno benissimo che ci sono tali rischi?”, semplicemente perché l’alternativa sarebbe ancora peggiore, sarebbe morire di fame: questa è la loro unica possibilità.

Il secondo aspetto da considerare nel momento in cui facciamo un acquisto è la smisurata catena di sprechi.

Nei negozi sopracitati vengono prodotti abiti in grosse quantità e, dopo breve tempo, vengono ritirati dal mercato e buttati. Potete immaginare quanti rifiuti producano queste aziende, e quindi, quanto inquinino.

È una catena che non si ferma mai: una settimana compro un vestito a basso prezzo, nel camerino del negozio mi sta da Dio, poi lo provo a casa e mi sta malissimo, ma poco male, tanto l’ho pagato talmente poco, e già tra qualche giorno posso trovarne uno nuovo.

Il meccanismo del fast fashion va avanti tutt’ora ed è per di più sconosciuto ai più, è perciò importante scriverne e parlarne il più possibile. La cosa da fare è semplice, trovare delle alternative quali comprare vestiti usati o semplicemente ricercare quali negozi siano sostenibili.

Detto ciò, l’intento di queste righe non è quello di obbligare le persone a non comprare più in certi negozi, ma più che altro quello di mettere in luce gli aspetti, spesso oscurati, del mondo dell’industria tessile.

ARIANNA BELLUARDO

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