Labile memoria

E se qualcuno dubitasse mai di quanto non si vede, ricordi la storia di quel tale dal nome perduto, che visse in questi luoghi quando il mondo era più giovane e gli uomini più ingenui, ai tempi dei templi e dei palazzi, delle regge e degli dèi.

Questi nacque ai limiti del mondo, nelle terre dove al mattino il sole sorge dal grande mare, e si rompe in un trionfo di luci dorate sopra le pianure di sabbia. Là trascorse la prima parte della sua vita, tra i grandi palazzi di pietra color ocra e le case in terra cruda dipinte d’arancio; ben presto divenne maestro, qualcuno disse che in lui ci fosse il soffio di un dio, nell’arte di Dedalo.

Così, ben giovane ancora, poco dopo che la barba gli era spuntata sul viso, tanta già a quegli anni era la sua fama, venne chiamato su alla corte del re per un compito degno di pochi – così infatti disse il messaggero giunto dal palazzo, un compito degno di pochi. Ed egli lasciò il suo lavoro all’istante e seguì l’ambasciatore.

Quando arrivò dal re era già sera, con le stelle oracolari che vibravano nell’alto cielo e i timidi bagliori dei fuochi nelle cucine. Molte volte aveva visto quella stessa città, molte volte con occhi diversi: il grande palazzo dalle alte colonne che spesso aveva visitato, le strade strette del mercato dove due uomini non sarebbero passati fianco a fianco, le torri finissime delle mura che vegliavano i confini: tutto questo conosceva e non conosceva. Il re gli disse solo: tu che pratichi delle arti la più imponente, quella che giace sempre sotto gli occhi di tutti gli uomini e forse anche di tutti gli dèi, tu che costruisci opere che gli aedi cantano ai quattro angoli del mondo, allora costruisci un’opera tale che mi faccia conoscere dalle gente barbare d’Oriente e d’Occidente. E poi scomparve, il re, nelle oscurità del proprio palazzo.

Così egli dormì sogni inquieti quella notte, o non dormì affatto. E l’indomani al mattino, quando le preghiere lo svegliarono, uscì fuori oltre le mura della città e iniziò a costruire secondo il proprio progetto. Tanta era la sua forza e tanto il suo genio, tanto ardente la sua passione per quella grandezza che creava dal nulla, da sembrare che a lavorare non vi fosse un uomo, ma diecimila. E l’opera cresceva giorno per giorno sotto i meravigliati occhi di tutti, veloci le mani creavano colonne nel giro di un’ora, architravi nel corso di poco più di due – davvero doveva essere un dio più che un uomo – e si addensavano i muri in mirabili decorazioni, ampi colonnati, portici, navate e illusioni degli occhi. Quando poi fu ultimato il primo livello del palazzo, opera che avrebbe richiesto almeno mezzo secolo e che lui realizzò in due anni, instancabile si levò a costruire il secondo, da un giorno all’altro, senza che il sole consolasse il suo corpo affaticato. E si dice che a malapena mangiasse e dormisse, tanto era immerso in quel suo divino compito, e che non rivolgesse mai la parola ad altri uomini che ai suoi fedeli aiutanti, e sempre e soltanto a proposito del lavoro che andava svolgendo. Così passò un decennio, ed egli edificò in quel tempo un intero Olimpo, più alto della stessa Torre di Babele, dove la pietra lavorata si univa all’aria e al vento, e leggerissime corde di sabbia decoravano l’ampia facciata. Passò dunque un altro decennio, e alle forze che scemavano si sostituì la saggezza, la sapienza delle mani callose che avevano capito come sfiorare le intime corde della materia. La costruzione era diventata alta quanto il monte dove l’acqua gelava, s’era allungata ed era divenuta affusolata come le dita di una cortigiana. Al suo interno c’era una scala a chiocciola che correva per gradini innumerevoli. Passarono altri dieci anni, e la costruzione fu completata: era ormai diventata l’opera più grande e più bella che il mondo avesse mai visto.

Quando egli ridiscese, e vide il colore della terra, e sentì nuovamente sotto i piedi nudi il calore della sabbia arroventata, non ricordò nulla di tutto questo. Il re era invecchiato, pianse quando lo vide comparire alle porte del suo palazzo, e lo onorò con mille doni diversi, per averlo reso il sovrano più celebre e avergli donato gloria immortale. Ma egli non accolse i doni del re e li guardò senza capire, e dopo che gli venne domandato “cosa desideri?” si chiese cosa volesse dire la parola “desiderio”.

Alcuni dissero che fosse impazzito per la solitudine, altri che avesse bevuto le acque del Lete. Camminava curvo come uno spettro. Non riconobbe il frutto del proprio lavoro; quando vi tornò davanti, come ebete chiese di fronte alla propria opera “chi la realizzò?”, senza ottenere soluzione all’enigma. Ripercorse ammirato i segni delle proprie mani, come fossero quelli lasciati da uomini scomparsi da secoli. Se mai c’era stato in lui un desiderio, una speranza, un rossore, non gliene restava neppure il ricordo. Concentrato solo sul tratto, solo sulla linea, sul divino ascendere della materia, di lui non rimaneva che quella costruzione, quell’opera. Sempre aveva confuso la vita con le cose manifeste.

Dunque, chi dubitasse di quanto non si vede si ricordi la storia di quel tale che trascorse il suo tempo nell’atto e trascurò il brivido che lo precorre: di lui non restò neppure il nome.

MATTIA SCORZINI

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