La classe operaia torna in paradiso

Ai nostri giorni, parlare di classe operaia può sembrare poco popolare. Gli operai sono stati gradualmente sostituiti dalle macchine e oggi la catena di montaggio sembra una cosa antica, inattuale, appartenente a un mondo lontano, passato, desueto. Per noi giovani, persino le sigle dei sindacati risuonano come strani acronimi privi di significato, ripetuti meccanicamente solo in occasione di scioperi. Eppure il problema del lavoro dilaga, in un’Italia che arranca con la crisi sulle spalle e un governo che stenta a formarsi.

La classe operaia va in paradiso si propose, in quello che sembra un lontano 1971, come un film politico sulla lotta di classe e da poco è stato riproposto nell’adattamento teatrale (“liberamente tratto”) di Paolo Di Paolo, con la regia di Claudio Longhi.

La storia risulta semplice, quasi banale. Lulù Massa è un uomo qualunque, un operaio impiegato in una fabbrica metalmeccanica. Stakanovista per vocazione, lavora a cottimo e, appesantito dalla routine cui è sottoposto e annoiato dal proprio impiego, si costringe a massimizzare il proprio lavoro per non pensare, ottimizzando sempre più i tempi di produzione della catena di montaggio, così da attirare su di sé l’odio dei compagni e l’amore dei padroni. Si sente un tutt’uno con l’industria (“Sono una macchina, spacco tutto” è il motto ricorrente durante la sua giornata), arrivando a paragonare se stesso, come individuo, a una fabbrica, una fabbrica… “de merda”. I contatti con il mondo sono pressoché inesistenti e anche a casa, quando torna distrutto la sera, finisce con l’annichilirsi davanti alla TV, non riuscendo neanche più ad avere rapporti con la compagna.

Ogni mattina, fuori dallo stabilimento, studenti e sindacalisti proclamano a gran voce la lotta contro i padroni, ma Lulù non li ascolta. Fino a che un giorno ha un incidente sul lavoro e perde un dito. Come colpito da una sorta di epifania, si risveglia in Massa la coscienza di classe. Diviene uno strenuo sostenitore, seppur in maniera strumentale e temporale, dell’opposizione del sistema, affiancando le urla di chi, col pugno sinistro alzato, cerca di cambiare le cose. E allora, ecco che viene fuori una domanda quanto mai attuale: quanto perdi a rivendicare i tuoi diritti? Perché Lulù, più va avanti nella sua lotta, più viene privato di qualcosa. Prima del lavoro, poi della compagna e infine, riassunto, della scintilla che lo aveva acceso per breve tempo. E allora sogna, e tra i sogni spunta, dietro un alto muro, quello che lui definisce il paradiso, un luogo penetrato da una nebbia bianca, attraverso cui vede i volti dei compagni di fabbrica: il paradiso occupato dalla classe operaia.

Coraggiosa la scelta di portare in scena un film molto noto, seppur poco amato. Perché a suo tempo, facendo discutere, non mise d’accordo nessuno. O meglio, unì tutti gli schieramenti, tra loro opposti, contro la pellicola stessa: lavoratori, studenti, sindacalisti, nessuno si sentì rappresentato, se non come una sbiadita caricatura. Grottesco appare, infatti, l’affresco di Petri e Pirro del ‘71, che delinea la classe operaia.

La scena sul palco è costruita su due livelli, divisi da una parete scorrevole. Una pedana-nastro trasportatore ricorda la frenetica e continua catena di montaggio e introduce l’ambiente interno della fabbrica. Su questo spazio, a cornice del racconto, vanno ad affacciarsi il Regista e lo Sceneggiatore, presenze leggere che osservano e raccontano, sovrapponendosi in alcune occasioni ai personaggi stessi. Si confondono con la storia, talvolta prendendone parte, talvolta solo camminandovi a fianco e seguendo la vita dei protagonisti; perché la scelta di Longhi e Di Paolo consiste nel portare in scena il lavoro che ci fu dietro la realizzazione del lungometraggio, dall’ideazione alla scrittura. Il tentativo che viene fatto è quello di dialogare con il film, provando anche a smontarlo e a ricomporlo, facendo entrare altre linee drammaturgiche, per capire quanto ci sia ancora di attuale. E a limare questo aspetto ci sono, in aggiunta, alcune canzoni di Fausto Amodei, riportate in parte fedelmente, in parte riscritte a ripresa del testo recitato, come Il tarlo – un animale che, lavorando tutta la vita per diventare il padrone di un mobile, muore per la fatica – o La Fanfaneide, una satirica parodia dell’ode fascista.come una massa confusa, costretta in un inferno sporco e umido, grasso di olio e denso di vapori. Tra le stesse recensioni dell’epoca (da Morando Morandini a Natalia Ginzburg), non se ne trova una che sia realmente sicura del valore del film. L’unica voce fuori dal coro fu quella di Alberto Moravia, che scrisse: “Il film ha i suoi momenti migliori là dove Petri, con amarezza e con ironia, illustra la parte quotidiana, esistenziale della condizione operaia”. Il vero messaggio politico sta forse, infatti, proprio nella vicenda umana di Massa: quanti se ne trovano anche oggi di uomini come Lulù, tesi all’autosfruttamento e incoraggiati da una morale individualista? Perché pure noi “come lui, non ci rendiamo conto di essere macchine, di produrre e di comprare beni inutili. Anche quando ci sentiamo socialmente impegnati. Se siamo integrati ci sentiamo vincenti, se non lo siamo, ci svendiamo per esserlo” (Donatella Allegro).

Ciò che più ha spinto Paolo Di Paolo e Claudio Longhi a riproporre a teatro una simile storia è, dunque, proprio l’urgenza del problema del lavoro. Perché oggi, come afferma il cantastorie che cammina tra il pubblico, la classe operaia è diventata una “roba paleolitica” che “puzza troppo di politica”, una roba che non si vede, eppure c’è. Basti pensare a un lavoratore di Amazon, di Zalando o della Coop; o ancora un operatore di call centre. Ha cambiato faccia, subendo una pesante metamorfosi che l’ha condotta verso un – per così dire – naturale e scontato imborghesimento. Ma rimane e perdura, nonostante si possa fingere il contrario.

Sembrano così profetiche le parole de La nonna nanna del capitale del ’65: “Su questa terra verrà creato/il paradiso miglior che ci sia / non sarà quello del proletariato / ma sarà quello della borghesia”. E quindi, dopo tutto, ci chiediamo: la classe operaia riuscirà mai a prendere in mano tutta la sua forza e sfondare le porte del paradiso?

CHIARA CATALDI

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