Itpop – Tommaso va nei Soviet

#2 Soviet Soviet, Endless, felte (2016)

«Abbiamo passato la notte in cella. Perquisizione, manette e camionetta. Ci hanno portato all’ufficio controlli del giorno precedente dove abbiamo atteso il nostro volo di ritorno che era verso le 13.00 ora locale. Solo in prossimità della partenza ci sono stati ridati i cellulari e le borse e siamo stati scortati fino all’entrata dell’aereo».

No, questa non è un’altra puntata di Narcos o di qualsiasi altra stupefacente serie; queste parole non le sta pronunciando un mafioso qualunque, magari un grigio esecutore d’ordini del don Pablo di turno che ha appena scongiurato il rischio che il carico questa maledetta volta venisse confiscato. Di stupefacente, qui, c’è solo la situazione che i Soviet Soviet, e queste sono le parole che si leggono sulla loro pagina Facebook, si sono trovati a dover affrontare. Sono una band, loro, e sono arrivati fino ad Austin, in Texas, per un tour promozionale, tra l’altro nemmeno retribuito; per colpa di qualche imprecisato cavillo burocratico, influenzato forse dalla recente fobia trumpista nei confronti dello straniero già solo nella sua definizione, non hanno potuto suonare.

Mi correggo: sono una band italiana. E ultimamente di itpop in giro per il globo non se ne ascolta molto. “Eh ma Sfera e Ghali sono entrati nella Top 50 globale di Spotify”. Vero, ma io intendo altro: intendo musica che lasci veramente il segno, che non si limiti ad accostarsi alle tendenze musi-socio-culturali del momento, che possa ben figurare se non addirittura distinguersi tra le proposte al di fuori dei nostri confini e che abbia, dunque, un carattere davvero internazionale. “Eh ma ci stanno ancora Zucchero, Eros Ramazzotti e Laura Pausini”. Altrettanto vero, ma non vedo perché con una semplice rima baciata vi si debba avvicinare la parola “commerciale” e, sinceramente, proprio non riesco a capire la differenza che intercorre tra internazionalità e avvilente ridondanza mercificata.

Avrete ormai capito che la band di cui sto parlando questa volta è uno di quei classici complessi al nome dei quali, in ogni sporadica occasione se ne faccia menzione, segue un improvviso silenzio, interrotto dal quasi fisiologico “ma chi so’ questi?”, interrogativo che trova sua giustificazione solo quando ad esso si adduce come motivazione che “evidentemente sono molto più conosciuti all’estero che qui in Italia”. Ecco, ci sono casi in cui lo si fa per coprire l’inconfutabile indecenza degli artisti in questione, ma per i Soviet Soviet, statene certi, non è affatto questo il caso.

Ah, comunque poi dalle aride terre della East Coast sono riusciti a tornare nella loro Pesaro, dove nel 2008 Alessandro Costantini decide di dedicare la propria vita – perlomeno musicale – alla chitarra, Alessandro Ferri, invece, alla batteria e Andrea Giometti al basso e al microfono. Già poco tempo dopo riscuotono una buona accoglienza da parte della critica e, gradualmente, iniziano a farsi strada nella scena underground europea, finché in un giorno del 2013 ricevono una telefonata da oltreoceano: la felte records di Los Angeles farà uscire “Fate” nello stesso anno ed “Endless” nel 2016. “Felte ci permette di lavorare liberamente, non c’è pressione nel nostro rapporto, prendiamo insieme tutte le scelte”, dichiara congiuntamente la band a redefinemag.com.

È proprio grazie alla collaborazione con una delle etichette indie più attente alla qualità e che basa tutto sul rapporto molto familiare e permissivo che stabilisce con gli artisti che i Soviet Soviet hanno potuto realizzare nel completo il proprio potenziale: il loro è un sound fatto di sonorità di base post-punk, con note dark molto profonde, che sembrano tracciare spazi vaghi e sterminati, un retroterra di ambientazioni eteree alla Joy Divsion o, in termini più recenti, alla Interpol, e che di certo deve molto alla poetica dei Cure nella loro primissima accezione; corrente che però i pesaresi sanno sapientemente rielaborare, ricomporre e rendere visceralmente propria.

Il disco, eccezion fatta per “Fairy Tale” e “Endless Beauty”, non presenta dei veri e propri singoli – ma, del resto, chi è che ne sente la mancanza? – e fluisce molto bene all’ascolto, quasi si trattasse di un vero e proprio concept album sensoriale in cui smarrirsi liberamente alla costante ricerca d’irrequietezza, una vera e propria Sehnsucht dai piacevoli connotati gothic. Persino i rari punti in cui tale rigoroso racconto musicale si riversa in qualche forma di imprevedibilità sono un’autentica rigenerazione per il padiglione auricolare, e in tal senso “Going through”, con le sue due separate sezioni strumentali, è emblematica.  Ambivalente è, in definitiva, l’approccio generale alla musica da parte dei Soviet Soviet, da una parte quadrati e rigorosi, degni eredi di una New Wave austera, dall’altra capaci di conferire un’anima specifica e coerente, che li lega indissolubilmente a ciò che stanno suonando – e questa è una virtù spiccatamente italiana.

Dunque tornando a te, Tommà, io non dico che ora di punto in bianco tu debba imbeverti di queste tendenze che nemmeno ti appartengono, e neanche sarebbe giusto, a dire il vero. Cerca invece di cogliere dall’esempio di artisti come i Soviet Soviet l’importanza di un sound internazionale, non banale ma creatore di nuove inclinazioni, che finalmente faccia uscire l’indie tuo e degli altri dall’opprimente gabbia italica a cui – finora – sembra inesorabilmente destinato e che lo porterebbe a una sterilità artistica irreversibile. Cerca di ampliare gli orizzonti oltre Fiumicino, e non intendo andare all’Eurofestival – so che in fondo ci speri, Tommà – ma fare affidamento sulle proprie capacità – dai, che se non continui a (s)venderti così ce le hai pure tu – e rischiare oltre le logiche gattopardesche della (fin troppo) retrograda discografia italiana.

Non dico che ora tu e i tuoi sodali giornalisti dobbiate ridurvi a vendere dischi psichedelici e anticonformisti su Bandcamp: in fondo, sarebbe sufficiente un duetto con Al Bano per il mercato dell’Europa orientale. Magari su un testo di Liberato. Al Bano che canta Liberato è qualcosa di fottutamente indie. Sempre e comunque, grazie Al Bano. E viva l’Italia.

ALESSANDRO IACOVITTI

 

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