Editoriali

Ha la forza della definitività; è il taglio netto, la linea d’ombra verso la terra di nessuno, la maturità. Per tutte le grandi passioni, il finale o è drastico o non è. Prendi Bogart in Casablanca, ultima scena: lui la Bergman, l’amore della sua vita, la mette su un aereo, Parigi sola andata. È un adieu, per sempre, benché il ricordo di lei resti vivo nel plin plin malinconico di Sam il pianista. Questi ultimi giorni di scuola rendono dolceamaro persino leggere le scritte sui gabinetti del Manara, i cuori frecciati e gli irripetibili commenti su quella di quarto B che a tutti si nega e a tutti si dà. Non so se sono maturo; so che non si torna indietro, e so che il mio liceo resterà, a suo modo, un amore ragazzino. Le cose sagge sul finale io non le so dire. So solo che è una porta che accosterò piano alle spalle, coi Greci e i Romani a testuggine come soldatini invisibili schierati sul mio banco, in dissolvenza: penultima fila al centro; io quello sempre con troppi capelli, che parlava quasi mai.

ALESSANDRO DI SERAFINO

Qualche mese fa, dopo una semplice telefonata di Alessandro Iacovitti, amico di vecchia data nonché affermato redattore, ho fatto il mio silenzioso ingresso nella redazione de La Lucciola. Dico silenzioso perché né quando ero un semplice adepto né dopo la mia ammissione alla “Kasta” ho scritto alcunché, ma un video girato a mia insaputa da due amici durante la conversazione telefonica ne è diretta testimonianza. Il motivo per cui non ho mai scritto è la mia timidezza: sminuisco le mie capacità artistiche e lascio vedere ciò che la mia mente depravata partorisce solo ad alcuni eletti, per paura delle critiche di chi non mi conosce. Tuttavia di recente mi sono sforzato di spiegare le ali e di imparare ad apprezzare i giudizi altrui invece di temerli, ed è per questo che, pur essendo un incapace, scriverò, disegnerò e mi esprimerò come più mi piace. È giunto il tempo della metamorfosi: da larva diventerò Lucciola e nella notte mi unirò alla danza delle altre per brillare di una luce. Fioca, ma comunque luce.

RICCARDO MAGNANELLI

Finalmente le Muse mi hanno ispirato per scrivere quest’ultimo editoriale. Mi prendo un momento di pausa, tempero la matita e mi siedo. Sono totalmente assorto nei miei pensieri. Per un attimo il frenetico ritmo della vita intorno a me si arresta, l’orologio biologico decelera bruscamente, il tempo si dilata. Ci sono solo io, e nient’altro. Mi sento come un funambolo, sospeso su una fune in mezzo al cielo. Il mondo si fa sempre più piccolo, fino a svanire sommerso dalle nuvole. La quiete mi avvolge. Ripenso al mio passato, e vedo i ricordi di cinque anni scorrere dinanzi ai miei occhi come in un negativo senza fine. Ho lo sguardo compiaciuto. Non posso interrompere la memoria quando improvvisamente irrompono davanti a me i fantasmi del passato, prendendo forma come in un sogno a occhi aperti. Se ripenso al cortile le lancette del tempo iniziano inevitabilmente a girare contro corrente, riportandomi all’ormai lontano 2013. I vecchi rappresentanti d’istituto, che a noi ragazzini un po’ di timore alla fine lo incutevano, sembrano materializzarsi fra una panchina e l’altra. Tutto d’un tratto prende vita un mondo dimenticato, a lungo sepolto sotto i sedimenti del tempo. Se faccio due passi ed entro in aula magna non posso non accennare un timido sorriso al pensiero del preside che, con fiera voce, declama sicuro i nostri nomi, provocando un repentino arrossamento delle soffici gote. Rivedo dei bambini estasiati alla prima uscita di gruppo, dei ragazzi terrorizzati dal compito sulla sintassi greca, dei giovinetti a cui basta un prato e un qualcosa che ricordi la forma di un pallone per essere felici.

Ma, allo stesso tempo, la velocità con cui gira la pellicola mi lascia un senso di angoscia. Se quando nove mesi fa scrivevo il mio primo editoriale, peccando evidentemente di hýbris, credevo di aver raggiunto l’atarassia degna del miglior Dalai Lama e la consapevolezza necessarie ad affrontare gli esami e tutto ciò che ne conseguirà, adesso la sola idea mi terrorizza. Non l’idea degli esami, a cui ormai siamo tutti più che abituati, ma l’avvenire. Per la prima volta, forse, sento la paura di crescere. Per la prima volta sento il peso di ogni frammento sulla pellicola. Per la prima volta ho paura di sbirciare il prossimo negativo e scoprire cosa mi riserva il futuro. Eppure sono fermamente convinto di una cosa. Se per molto tempo non guardiamo un film e rispolveriamo il vecchio DVD graffiato dopo vari anni, sicuramente avremo dimenticato gran parte di esso e potremo provare le stesse emozioni della prima volta. E così è la vita. Dunque, quando questi anni saranno per me solo lontani ricordi, grazie all’impersistenza della memoria, rievocandoli, potrò tornare ancora qui.

E così, miei carissimi lettori, per l’ultima volta vi saluto e, esattamente come io ricordo i vecchi rappresentanti d’istituto, spero che tra qualche anno qualcuno di voi, scendendo in cortile, riveda un timido ragazzino riccioletto che voleva a tutti i costi cambiare il mondo e, almeno il suo, l’ha cambiato.

Arrivederci Manarioti.

Arrivederci Manara.

 ANDREA SATTA

 

Eccoci qua. Un altro anno l’abbiamo finito, concluso, archiviato. Alcuni stanno solo tracciando l’ennesima impronta dell’ennesimo passo avanti sul proprio personalissimo tragitto. Altri, invece, sono sul punto di emergere dall’oceano delle loro certezze – che, a dire il vero, ormai è sul punto di prosciugarsi – dritti dritti sulla superficie di un mondo nuovo, affascinante, ma per ora terribilmente alieno e assurdo persino da immaginare. Chissà che aria si respira lassù. Beh, certamente sa di futuro. E se c’è qualcosa che ho capito del futuro, è che una delle sue caratteristiche principali, uno di quei tratti che tiene sempre a mostrare quando si presenta a chi ancora non lo conosce, quasi ci prendesse gusto a spiazzarci, è il cambiamento. Un aspetto particolare, che non manifesta completamente subito: ce lo fa aspettare, agognare, temere e poi, quando – pur non essendocene minimamente accorti – siamo saliti a una quota notevole, ci spinge a guardare giù, e noi, in preda a vertigini di cui non credevamo nemmeno di soffrire, nella sua misteriosa e affascinante imponenza, ammiriamo tutto il cambiamento che abbiamo costruito da protagonisti o di cui, più semplicemente, siamo stati testimoni.

Posso dirlo: anch’io mi sono appena accorto di quello che si scorge dalla mia personalissima pendice e, a dire il vero, riesco a distinguere con chiarezza un esemplare del nostro insetto preferito, che più che mai sembra lampeggiare. Occuparmi più da vicino de La Lucciola è stata innanzitutto una scommessa, una di quelle che è giusto fare così, incoscientemente, ma grazie alla quale, strada facendo, percepisci la grandissima responsabilità e lo straordinario arricchimento – umano prima che culturale – che solo svolgere un tale piacevole compito può donarti. E, credetemi, per chi la realizza non c’è remunerazione più grande di vedere centinaia di Lucciole fresche di stampa volatilizzarsi in pochi minuti tra le vostre mani: perché senza di te, caro Manariota che ti sei avventurato a leggere fin qui, tutto questo in fondo non avrebbe alcun senso – e non sto facendo affatto facile retorica.

Quello che abbiamo tentato di fare quest’anno è senza dubbio creare un luogo libero e senza alcun confine al di fuori del numero delle pagine (che sono comunque arrivate sulle 50!), uno spazio in cui ognuno possa esprimere se stesso e urlare al mondo manariota tutto ciò che gli passa per la testa, senza restrizioni o consegne di qualsiasi genere; un giornale di cui noi abbiamo ritenuto giusto recuperare – almeno in parte – la vocazione originaria, tenendo conto sì dello spirito di un tempo, in cui non esisteva spotted.manara ma solo il presente ammasso di fogli per cazzeggiare, ma anche dell’importanza di proporre contenuti di qualità, che possano offrire spunti di riflessione o addirittura creare dibattito – e di questi tempi non è affatto male.

E anche l’anno prossimo cercheremo di rivolgere i nostri sforzi in questa direzione, nell’auspicio di creare un giornale che coinvolga tutti e che dia la possibilità di esprimere i diversi punti di vista sulle questioni che ci riguardano da vicino. Una Lucciola sempre più “politica”, insomma, ma nel senso più nobile del termine, ossia come autentico interesse e partecipazione alla vita attiva della nostra società; in questo senso, essa inizia proprio da ciò che accade tra le grigie mura di via Basilio Bricci. È questa La Lucciola che vogliamo, un giornale dei Manarioti, per i Manarioti e con i Manarioti: eh sì, proprio una puttana platonica con cui desideriamo che tutti abbiano a che fare ancor di più.

Non posso concludere questo mio editorial-sproloquio senza rivolgere un sincero in bocca al lupo per quel futuro di cui, appunto, si parlava in precedenza ad Alessandro Di Serafino e Andrea Satta, due persone che hanno veramente dato l’anima (e forse qualcosa di più, se esiste) per La Lucciola: siate affamati, siate ‘ccezionali, sempre.

ALESSANDRO IACOVITTI

 

Ci sarà spazio in questi ultimi giorni per gioia e nostalgia, spensieratezza e ansia per tutti coloro che stanno per lasciare le beneamate mura grigiastre della nostra scuola; e poi ci saremo noi, che in questo posto dovremo ancora continuare a plasmarci almeno un altro anno, che conteremo i giorni che mancano alla fine di questo supplizio, senza pensare a nient’altro che alle sempre più prossime vacanze. Prima di sentir parlare nostalgicamente del passato e di trascorrere con oziosa disattenzione il presente dei prossimi giorni, vorrei però gettare un occhio su quello che sarà il futuro, il nostro prossimo anno: ammettiamolo, vivere l’estate con l’ansia del ritorno in una prigione non equivale affatto al trascorrerlo consapevoli che dopo ci aspetterà un’avventura, tutto sommato, non così terribile. Non è forse vero che il campo scuola si fa sempre l’anno prossimo (come la dieta che inizia sempre lunedì)? Per non parlare del fatto che saremo di un anno più esperti e tutto sarà nuovamente diverso: noi saremo diversi, senza dubbio più capaci di affrontare i crescenti impegni, i programmi più ampi, le eroiche fatiche, le montagne di interrogazioni – ok forse no – ma, se ci si pensa, per i quartini odierni sarà il momento di vendicarsi delle angherie subite e di riversarle sulle nuove leve. Per i futuri primi arriveranno nuovi professori e i problemi si moltiplicheranno, ma potranno almeno vantare tutta la loro presunta superiorità su chi sarà ancora al ginnasio; per i prossimi secondi il carico di lavoro sensibilmente incrementato sarà reso più sopportabile dal confronto con i terzi (al peggio non c’è mai fine) e, infine, i futuri maturandi saranno oberati da uno studio matto e disperatissimo, ma almeno… ah no, saremo oberati e basta. Ci aspetta un’estate fugace e piena di ansia… buone vacanze.

ANDREA CRINÒ

 

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