È ora di piantarla

Egemonia culturale. Così Antonio Gramsci, uno dei migliori intellettuali italiani del ‘900, definiva quel processo storico che portava una classe sociale, uno schieramento politico, o banalmente una massa di individui a subire una dominazione, non fisica, ma psicologica e, appunto, culturale, da parte di un altro gruppo sociale.

Ebbene, è proprio con questo concetto filosofico che va spiegata la vittoria del proibizionismo in tema di droghe leggere nel nostro Paese. La principale conquista della mentalità proibizionista non è politica (quindi la mancata legalizzazione della cannabis in sé), ma culturale, ovvero l’insieme di dogmi e pseudo-morali imposte da una classe dirigente miope e bigotta, che fanno sì che al giorno d’oggi nessuno si scandalizzi se ad una cena con quattro amici partono tre bottiglie di vino o sei birre, ma guai a parlare di canne. Quelle sono per i tossici e i depressi.

Questo messaggio è divenuto egemonizzante grazie a decenni di menzogne propinate dalla classe politica, dal mondo ecclesiastico-religioso, ma soprattutto dai media: io vi consiglio di guardarvi uno di quei servizi sui “liceali che si fanno le canne” che ogni giorno propongono i programmi pomeridiani di ogni rete televisiva (“La vita in diretta”, Barbara d’Urso etc.). La maggior parte di noi trova questo aspetto indifferente, e, anzi, probabilmente provocherà in lui un’amara risata, ma parliamo di trasmissioni seguite ogni giorno da centinaia di migliaia di persone, e queste ultime, anche se potrà non piacerci, come noi contribuiscono a formare quella che comunemente chiamiamo “la società italiana”. È evidente come la scientifica distorsione della realtà abbia raggiunto livelli paragonabili a quella praticata dal Ministero della Verità nel capolavoro orwelliano “1984”. In quel Ministero si prendevano i fatti oggettivi, i dati e, molto banalmente, si ribaltavano facendo passare l’opposto, se necessario.

Io credo, e lo dico senza retorica, che noi, futura classe dirigente, abbiamo il dovere di informarci, raggiungere una conoscenza adeguata e sviluppare un pensiero critico. Ci proverò io, in quest’articolo, senza la pretesa di avere la verità assoluta, ma presentando questioni che ritengo possano essere utili alla discussione: i dati dell’Osservatorio Europeo e di altri autorevoli istituti di statistiche fanno notare come in tutti i Paesi dove le droghe leggere sono state legalizzate o depenalizzate (Portogallo, California, Uruguay etc.) il consumo delle medesime sia diminuito, sensibilmente prima, strutturalmente poi. Già questo non sarebbe male, per un Paese come il nostro, che si trova al primo posto in Europa da anni per consumo di marijuana (ah, lo stivale è anche lo Stato che ha una delle legislazioni più severe in materia, chissà se si tratta di una coincidenza).

Ma andiamo avanti. La cannabis si trova all’undicesimo posto nella classifica delle sostanze che generano dipendenza. Nella top five, oltre alla cocaina e l’eroina, si collocano, indovinate un po’, alcool e tabacco, legali da decenni e monopolizzati dallo Stato, senza che nessuno faccia seriamente notare la ridicola contraddizione: nessun caso di overdose causata da marijuana, né tantomeno morti imputabili direttamente a quest’ultima. In Italia 83mila persone sono morte nel 2014 a causa del fumo, 40mila per alcool. Si stima che la legalizzazione della cannabis sottrarrebbe alle tasche della criminalità organizzata, che detiene il monopolio economico assoluto sul commercio, circa 4,5 miliardi di euro. Non so voi, ma io preferirei che quei soldi finiscano nelle mani dello Stato, piuttosto che nelle mani del Totò Riina di turno.

Ultima questione, ma non meno importante: l’Italia nel 2013 è stata condannata dalla Corte Europea dei Diritti Umani per il suo sistema carcerario. La vita riservata ai detenuti italiani viene definita “inumana e degradante, al limite della tortura”, una cosa indegna per un Paese civile, insomma. Questo perché le nostre carceri, organizzate per ospitare 45.000 persone, ne ospitano ogni giorno 64.000. Ebbene, di questo spropositato numero ben 25.000 sono dentro per motivi legati allo spaccio di droghe leggere, in Italia paragonate alla cocaina e all’eroina, in altri Stati a noi vicini legalizzate e normalmente vendute.  Dunque: carceri stracolme, consumo record, mafia, camorra e ‘ndrangheta ogni anno sempre più ricche, questi sono i risultati del proibizionismo demenziale di questo Paese. Ma voi continuate pure la vostra guerra, persa in partenza, contro i “pischelli” che si fanno le cannette.

P.S.: Specifico ora ciò che per necessità di sintesi e per non incappare nella banalità dell’ovvio non sono riuscito a scrivere nell’articolo: non si tratta di un elogio né di un invito al consumo di marijuana che, come tutte le sostanze che generano dipendenza, fa male e va evitata. Poi magari un giorno ci chiederemo come mai nel 2018 miliardi di persone sentano il bisogno di drogarsi per vivere, ma questo è un altro discorso.

MARIO SALA

 

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