Dietro le quinte di Ragazzi di vita

Dopo lo straordinario successo dello scorso anno, torna in scena  al  Teatro Argentina di Roma “Ragazzi di vita”, spettacolo tratto dall’omonimo romanzo di Pier Paolo Pasolini. Con la regia di Massimo Popolizio e la drammaturgia  di Emanuele Trevi, questa trasposizione teatrale riporta alla luce la fame di  vita  di quei ragazzi delle borgate romane che tanto avevano affascinato lo scrittore friulano, che trascorrono le giornate alla ricerca di qualche soldo e passatempi nuovi. Siamo riusciti a incontrare Lorenzo Grilli (Riccetto), Flavio Francucci (Begalone) e  Josafat Vagni (Agnolo) durante  le  prove  dello  spettacolo.

Voi sie te i portavoce dei “Ragazzi di vita”, i primi tre ragazzi che compaiono in scena: come vi siete preparati per entrare nei personaggi e, se ci sono state , quali difficoltà avete incontrato?

Lorenzo: È  stato  davvero molto complesso. Non tanto per trovare il personaggio, quanto proprio per metterlo in  scena,  perché  abbiamo avuto delle difficoltà tecniche di comunicazione.  È stato preteso molto da noi. Non ci è stato detto “questo è il romano, tanto ce lo avete, perché siete nati a Roma” ma, anzi, c’è stata una ricerca, del romano.

Flavio: La ricerca del linguaggio era fondamentale. Il romano dell’epoca è totalmente diverso da quello di oggi, non ci appartiene, se non per sentito dire o per qualche parente o persona che conosciamo. Ritrovare quel tipo di linguaggio e di gestualità della Roma di allora è stato molto interessante.

Josafat: L’uso del linguaggio è legato poi  al lavoro drammaturgico che hanno fatto sul testo sia Popolizio che Trevi, i quali hanno fatto un cut-up, un taglio e anche un leggero spostamento a livello cronologico di alcuni episodi del libro, però fondamentalmente hanno voluto tenere quello originale. Non abbiamo edulcorato in alcuna maniera né portato negli anni 2000 alcun tipo di linguaggio.

A distanza di un anno come è cambiato il vostro approccio al testo?

Josafat: L’approccio al linguaggio è esattamente lo stesso, devi solamente rientrare all’interno di quell’energia e di quel ritmo, perché quelli sono  i quadri e quelle le cose che devi riportare. La macchina è quadrata e, se ti muovi all’interno di quegli spazi, sicuramente sei nel giusto.

Lorenzo: Per me è stato come reinserirmi in un orologio.  Era  una posizione che  avevi trovato e lì stavi, e la mia sensazione di attore, per come sono stato diretto, è stata semplicemente di entrare in questo meccanismo. Sono codici che devi rispettare: il volume deve essere  non più di quello, non meno di quello, perché solo a quel livello questo spettacolo funziona, solo con quella tenuta vocale lì, solo con quella battuta  detta con quell’intenzione. Non è semplice, dopo un anno, dover rientrare e riprendere quel ruolo.

Josafat: È come se avessi davanti un’orchestra. Ciò che devi fare è rimetterti al servizio del meccanismo: non è veramente importante quanto hai da dare all’interno dello spettacolo, ma quanto devi dare in quel momento. Se sei convinto  di prendere degli spazi per te, di “psicologizzare” qualche cosa qua dentro, sei nel posto sbagliato. Devi entrare in quel momento, essere forte in quella maniera là, oppure debole; devi essere solo in quel modo, perché altrimenti risulti paradossalmente finto. Il linguaggio che  noi utilizziamo, che può sembrare a volte ai  limiti del grottesco, è voluto, e tutto quello che gli gira intorno, se non fosse così, risulterebbe forzato o privo di senso. L’unico rischio vero è di sottovalutare le nostre entrate, le piccole parti che a livello egoico, come succede spesso a noi attori, non ti soddisfano. Lì sbagli.

Flavio: Abbiamo un codice forte tra di noi che viene legato e portato al pubblico in modo più comprensibile dal narratore, che è come la telecamera che fa i campi su ogni fotografia. Noi abbiamo tale codice in cui dobbiamo ritornare a distanza di un anno. Lavorare con Massimo è questo, starci dentro senza pietà, proprio senza appello. La cosa buona è che, essendoci Giacomo Bisordi (assistente alla regia, N.d.R.) che ci riguida, l’orchestra è ripresa in maniera molto più efficace e veloce.

Josafat: Giacomo è fantastico perché non ti fa accontentare di quello che ti ricordi.

Flavio: Già al terzo giorno rifare tutto lo spettacolo, riprenderlo per intero e trovarci al quarto a poter fare due filate, non essendo nello stesso spazio e non avendo i costumi, è un gran traguardo. A distanza di un anno ci sentiamo più sicuri; non abbiamo difficoltà a rimettere in piedi una macchina che finora è andata così.

A differenza del romanzo, nello spettacolo vengono mostrate scene anche non strettamente legate tra loro. Secondo voi, questa scelta cosa ha fatto perdere alla storia originale e cosa, invece, ha portato di nuovo?

Josafat: Secondo me, qui rientra in gioco il linguaggio. All’interno del romanzo c’è una sequenzialità che da lettore ricerchi. Se suddividessi di nuovo, anche in un altro ordine, le scene che porta Pasolini, avresti comunque degli affreschi. Ovviamente la storia del Riccetto, da un punto di vista mero di scrittura, guida tutti quelli che lo leggono. Popolizio fa un passo indietro, cioè cerca di guardare la macrostruttura, e la può smontare, perché purtroppo Roma, come la giri la giri, è sempre Roma. E, secondo me, lui questo l’ha capito molto bene. Nessun tratto distintivo della capitale si perde all’interno del lavoro di ensemble,non c’è niente di forzato che faccia perdere il filo, perché Roma è proprio questo, una sequenza di diapositive. Popolizio ti butta addosso una serie di foto, e in questa stranezza a livello  espositivo c’è, invece, tutta la verità di quell’epoca. Il cut-up che ha fatto non interferisce con la capacità di ascolto dello spettatore, anche perché ci sono intermezzi musicali, suggeriti dall’iter pasoliniano, che vengono sentiti come clamorosamente aderenti al testo, anche se nel romanzo non sono presenti. Lì c’è la funzione teatrale che riesce a sommare le due cose, andando oltre il mero racconto del romanzo.

Lorenzo: Tra l’altro sarebbe stato  lunghissimo fare tutto il testo; nel primo allestimento c’erano due scene in più che sono state tagliate. Quindi il lavoro di Massimo è stato proprio un bilanciamento di scene, cosicché lo spettacolo fosse perfettamente godibile per lo spettatore, piuttosto che per il lettore.

Flavio: Bisogna fare una scelta a un certo punto, non si può portare tutto: se prendi un romanzo, devi fare un riadattamento e qualcosa viene sacrificato. In questo caso non credo si sia perso qualcosa. È giusto così, perché è tutta una serie di diapositive: anche nel romanzo ci sono degli sbalzi temporali, quindi la struttura del racconto non ne risente.

Josafat: Anche perché non ce l’avrebbero mai permesso. Ricordiamo la lotta che c’è stata per la concessione dei diritti, perché la famiglia di Pasolini non avrebbe mai voluto. C’è stato tutto un iter per arrivare alla concessione, da parte del Teatro di Roma.

Flavio: Anche le aggiunte esterne, come il fusajaro, e anche diverse parti di Lino [Guanciale] sono andate ad arricchire.

Josafat: Alcuni pezzi, poi, sono stati traslati e messi all’interno di altri. L’integrazione testuale è possibile, qualora tu trovi uno spazio drammaturgico e scenicamente valido per proporlo.

L’alternanza della conquista e della perdita di denaro costituisce il legame tra i vari episodi del romanzo: come accade ai personaggi di questa storia, è mai successo anche a voi di identificare, almeno in parte , il denaro con il raggiungimento del successo?

Josafat: Purtroppo no,  perché non ho mai avuto abbastanza soldi per farlo.

Flavio: Siamo nati poveri, poveri moriamo, i soldi che c’avemo andiamo a magnacceli.

Josafat: Innanzitutto noi facciamo teatro, quindi è evidente che non teniamo ai soldi.

Flavio: Esatto, perché sennò non faremmo questo lavoro.

Josafat: Io sono tre anni che riesco a fare l’attore e basta, o di teatro o di cinema. Prima facevo il cameriere a Campo de’ Fiori. Non è un traguardo vero e proprio, però se è vero che noi veniamo dalla stessa sacca sociale che ospitava i ragazzi di vita… certo non stiamo a Scampia. Io, ad esempio, vengo da un quartiere popolare di Roma e conosco storie molto simili a quelle di “Ragazzi di vita”. Non è lo stesso sottoproletariato, però è un bel proletariato pulito, mio padre e mia madre sono operai: a casa mia nessuno avrebbe mai potuto dire “lascia stare il teatro, perché non continui a studiare?”, anche perché a 9 anni già avevo raggiunto e superato il 95% di quelli di casa mia. Da quel punto di vista era più facile, però legare i soldi a questo mestiere, non lo so… Ho sempre detto che recitare mi fa sentire vivo; che poi mi dia da mangiare è un altro discorso.

Flavio: Esatto. Però se si parla di un obiettivo, di una soddisfazione, te ne accorgi quando vivi solo di questo mestiere. Se si riesce a camparci tanto meglio, però quella è la soddisfazione. L’obiettivo vero è non dover investire del tempo in altro, poter fare questo lavoro soltanto.

Josafat: Sì, soprattutto conta la grande voglia di farlo, perché il teatro è un posto dove si beccano anche vessazioni. Non ci si vuole tutti esattamente bene, ci sono dinamiche particolari. Noi abbiamo avuto una grandissima fortuna nel trovare un gruppo di ragazzi tutti strepitosi, quindi umanamente è facile.  Però qualche vaffanculo ogni tanto parte e neanche pochi, e ad alcuni non puoi nemmeno rispondere. Quella è, diciamo,  la cosa peggiore.

Questo spettacolo è stato promosso nelle scuole: qual è stata l’impressione che avete avuto dei giovani? Pensate che questo contatto diretto con i ragazzi li abbia poi spinti a venire a teatro?

Lorenzo: Assolutamente e totalmente sì. Nelle scuole sentivo che c’era una bella risposta, sarà stato per il fatto che c’era Lino Guanciale. (ride, N.d.R.)

Flavio: In realtà c’era un affezionarsi a tutta l’idea, al progetto.

Josafat: L’anno scorso c’è stata una bellissima dinamica, mai successa all’Argentina. Dopo l’arrivo delle scuole che ci sono venute a vedere,abbiamo avuto i genitori, mandati dai figli. Se c’è stato un momento nel quale abbiamo capito che i blitz all’interno delle scuole, così li hanno chiamati, sono risultati vincenti, è stato proprio questo. “Me c’ha mandato mio figlio” è una cosa che, se non è a fanculo, è strano sentir dire da un genitore: pensi sempre di averci litigato. Invece no, “mi ha mandato a teatro”. E poi è anche particolare vedere, quando hai 16-18 anni, ragazzi di vent’anni che ti vengono a parlare così di teatro. Anche perché ci siamo talmente appassionati al testo, lo abbiamo talmente tanto difeso, che portarlo dentro una scuola per noi è stata una “liberazione”.

Flavio: E abbiamo anche sfatato un maledetto tabù che dice che i ragazzi a teatro non ci possono stare, che non sono educati. Non è vero.

Ad oggi esistono ancora i ragazzi di vita e, se sì, chi sono?

Lorenzo: Secondo me non esistono più, perché i ragazzi di vita erano proprio i romani dell’epoca. Io Roma la conosco abbastanza bene e, per fortuna, non ci sono più queste condizioni di povertà estrema; se ci sono, adesso possono essere considerate a proposito degli extracomunitari, che vivono quelle situazioni di degrado. Riccetto viveva dentro una scuola elementare, divisa con dei tramezzi, perché ci abitassero famiglie intere. Ti rendi conto che, per quanto povera possa essere la situazione di una famiglia, un romano nel 98% dei casi ha una casa, una famiglia, qualche soldo. Gli immigrati  no.

Josafat: Io, invece, conosco situazioni che somigliano molto a quelle del Riccetto e a quelle di Agnolo. Da quello che vedo, la percentuale è un po’ più alta di quel 2%, per quanto riguarda la povertà vera; in Italia ci sono 12 milioni di persone sotto la soglia di indigenza. Nella Roma di Pasolini sembra che lo Stato non abbia fatto ancora in tempo ad accedere ad alcuni posti. Invece, nei ghetti di oggi, lo Stato decide di non entrare, di non sporcarsi con quella merda che ci sta là dentro. Quindi, forse, i nuovi ragazzi di vita sono i giovani a metà fra la nostra generazione e la prima di romani rom, per esempio: la gente dimenticata dal sistema ridiventa incredibilmente un ragazzo o una ragazza di vita. È strano come, non appena qualcuno si dimentica di te, rischi di dimenticare pure tu chi sei: secondo me questo è il nuovo confine dei ragazzi di vita.

Flavio: I tempi sono cambiati, non ci sono più i ragazzi di vita come li intendeva Pasolini, che oggi avrebbe scritto un altro tipo di romanzo. Si ha una modernizzazione dei ragazzi di vita, di cui ovviamente fanno parte anche gli extracomunitari, e c’è tutta una fetta di quella realtà che non esiste più.

Josafat: Di sicuro ora fa molto più fico essere un ragazzo di vita, i rapper di oggi se la cantano come ragazzi di vita, “io spaccio, io sparo, c’ho le mignotte, faccio di qui, faccio di là”.

Flavio: C’è una modernizzazione:  ne esistono adesso, ne  esisteranno  sempre,  come  sono sempre  esistiti. Semplicemente vanno catalogati nell’epoca in cui si trovano. Poi, ovviamente, l’etichetta dei ragazzi di vita di quell’epoca, del ’55, non esiste più, ma per fortuna sotto alcuni aspetti, sotto altri se è possibile è anche peggio.

Josafat: Pasolini dentro ci sentiva questa esplosione di vitalità  proprio in contrasto con l’aspetto borghese che stava cominciando a dilagare; il fatto che tutti avessero più   soldi,   paradossalmente,  li  rendeva  meno  veri. Magari i nuovi ragazzi di vita non hanno più indigenza da  un  punto   di  vista  alimentare,  però  ce  l’hanno culturalmente.   È   gente   digiuna, non   di   roba   da mangiare, ma di qualcosa di più subdolo; perché quegli altri sono ragazzi di vita, la toccavano proprio  con le mani. La vita puzzava di merda e quello  era il sapore che ti lasciava addosso, non ti potevi inventare niente. Ora invece l’avvento dei deodoranti  fa sì che non la senti  ‘sta  puzza  e  quindi  te  la  metti  addosso  con tranquillità,   pensando di  essere anche un fico, uno a posto, mentre il tuo deficit di cultura sale e tu rimani all’interno   di  una  sacca che  magari  neanche  vedi. Dipende da quanto vedi stretta la gabbia che è intorno a  te: più  la  percepisci,  più  puoi  trovare  la  libertà all’interno  di quella  gabbia. Oggi il ragazzo di vita è quello che semplicemente non sa, perché ha un sistema intorno che non gli fa sapere; gli adolescenti di Pasolini non potevano sapere… non ci potevano arrivare. Chi li portava a scuola? Adesso, invece, anche se vai a scuola non  cambia  nulla.  Se  prima  lo  studio  poteva  essere un’arma,  ora  rischi  di  non  avere  le  possibilità   di un’altra  persona  con  un’istruzione   pari  alla  tua  da un’altra parte del mondo. Se non è questa schiavitù…

Filo conduttore tra i vari episodi è la figura del narratore, interpretato da Lino Guanciale, presenza leggera che osserva, racconta, ma non si sovrappone mai, come attratto da un mondo più umile a cui sa però di non appartenere.

Lei ricopre il ruolo di voce narrante, che nel romanzo appare al di fuori della storia e insieme immerso nella vita dei protagonisti, come ago di una bilancia che tende ora verso il pubblico, ora verso i personaggi, senza trovare un equilibrio stabile. Come è riuscito a rendere questo ruolo indefinito?

Lino: Bella domanda. Io ho cercato di prendere a modello quello che succede a un lettore appassionato, che si immerge nella storia che sta leggendo, la vive a modo suo, animando nella testa un piccolo teatro a cui partecipa, un pantheon di personaggi con i quali si arrabbia, empatizza, per i quali soffre. Ho immaginato che questo narratore, come in un sogno, si trovasse a raccontare la storia di quello che sta leggendo a qualcuno che non c’è davvero. È stata un po’ la strada che ho cercato di comporre per mettere insieme le due spinte contraddittorie di cui parlavi. Il narratore è in qualche momento dentro la storia, in moltissimi la osserva come fanno gli spettatori. Cerca di condurre il pubblico attraverso il percorso emotivo che da un quadro a un altro muta la direzione,  proprio come succede a un lettore che si è appassionato moltissimo a quello che ha letto e, nel momento in cui lo racconta, ne governa tutti i passaggi. È complicato perché fa un po’ il Cicerone al pubblico, lo predispone a quello che vedrà e lo aiuta a fare una piccola somma provvisoria di quello che ha visto. Però, ecco, ho cercato più di immedesimarmi in uno spettatore che non nei personaggi sul palcoscenico, proprio in virtù di questa natura ibrida di mezzo che hai così ben centrato.

Pasolini, provenendo da un piccolo paese del Friuli, subì il fascino di Roma; anche lei, nato in un piccolo centro, ha vissuto la stessa esperienza quando si è trasferito nella capitale ? E la sua scelta di vivere la periferia romana è paragonabile alla scelta di Pasolini di raccontarla?

Lino: Non so se è paragonabile, quel che è certo è che sicuramente il suo sguardo, come quello di altri intellettuali, alcuni anche contemporanei, mi ha appassionato al punto da convincermi a guidare le mie scelte, anche non tanto consapevolmente. Io, in virtù delle letture che ho fatto, di come mi funziona la testa, preferisco continuare a vivere in un certo posto, perché da lì mi sembra di avere un osservatorio privilegiato per la realtà di questa città. Ci sono altri angoli più luminosi di Roma in cui, però, la prospettiva è sfalsata rispetto alla sostanza, non solo della nostra capitale, ma della vita reale del nostro Paese. In questo, il ruolo di Pasolini e di tanti autori che poi a lui si sono ispirati, in ultimo  Walter Siti, per me è stato davvero importante.

 

CHIARA CATALDI

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