Da San Francisco con amore

Da ormai quattro mesi, grazie al ‘boom’ di iscrizioni (ben 178) di quest’anno, la potestas e l’imperium della nostra scuola sono in mano ad una nuova dirigente , Paola Ebranati. Ho sentito voci sin dal primo giorno di scuola e ho deciso di chiedere direttamente a lei per scoprire la sua verità. Uno era il problema: non sapevo proprio che cosa domandarle (effettivamente avrei dovuto pensarci prima di prendere un appuntamento, ma questi sono dettagli); infatti senza Gaia, che ha scritto le domande e con cui ho riportato le risposte della preside, questo articolo non esisterebbe e voi stareste leggendo una semplice introduzione prima del nulla.

Vorrei precisare che quanto segue è una semplice trascrizione, difatti abbiamo cercato di modificare il meno possibile il linguaggio utilizzato per risponderci; inoltre   l’intervista   si  è  tenuta  il  giorno precedente all’occupazione, quindi ora alcune idee della nostra interlocutrice sulla scuola potrebbero essere cambiate. La preside è ben disposta verso le nostre richieste e proposte, pensa che gli studenti che danno vita al Manara siano molto intelligenti, belli “dentro e fuori” e preparati ad affrontare il futuro.

Di cosa si occupava quando era a San Francisco, in America?

A San Francisco, ma anche a Philadelphia dove ho lavorato precedentemente, mi occupavo soprattutto di tre temi: il primo era la diffusione della cultura e della lingua italiana in scuole e associazioni culturali che si occupano di promuovere il made in Italy e far conoscere l’Italia delle innovazioni. Collaboravo con l’Istituto di Cultura per l’organizzazione di eventi a scopo informativo.  Un secondo tema a cui mi dedicavo era la supervisione degli enti gestori che promuovono e danno risorse alle scuole americane aventi programmi di lingua e cultura italiana. La supervisione di questi enti viene esercitata da parte del consolato attraverso gli uffici-scuola. L’ufficio-scuola in cui lavoravo a San Francisco si occupava della supervisione di tre enti gestori: uno a Sacramento, uno a Los Angeles e un altro a Houston.Infine lavoravo insieme all’ufficio notarile per l’emissione delle dichiarazioni di valore in loco,cioè la validazione delle pagelle americane di chi fa l’anno all’estero e poi rientra in Italia. In più fornivo assistenza tecnica al console per la preparazione di visite istituzionali.

 

Tornata in Italia, qual è stata la sua prima impressione? Quali le differenze sostanziali tra il nostro sistema scolastico e quello americano?

C’è un contro-shock culturale, bisogna riadattarsi alle aspettative del territorio dove si arriva. Quando si parla degli Stati Uniti, si parla di una serie di territori molto variegati, di un mondo “a parte” rispetto all’Europa. Per quanto il livello di burocrazia sia lo stesso, in America c’è una grande cultura di pianificazione dei dettagli: tutto viene protocollato.  Le  procedure vogliono prevenire gli inconvenienti, c’è una programmazione ex ante per qualsivoglia  evenienza. I risultati di ciò che viene approvato devono essere visibili, misurabili, raggiungibili e fattibili con una determinata qualità di prodotto. Tutto viene pianificato, pur preservando una grande libertà, soprattutto personale, intesa come responsabilità.  Dunque  la grande burocrazia americana sembra più  leggera, perché ciò che bisogna fare è da subito chiaro. In Italia è tutto ex post: conviviamo con una stratificazione e proliferazione patologica di norme che si dimostrano inapplicabili  o inverificabili.

 

Pensa che dovremmo imparare qualcosa dal loro sistema?

Assolutamente sì. Dovremmo  far più attenzione alla programmazione dei processi e alla capacità di analisi, piuttosto che alla quantità  di  nozioni  da immagazzinare. Dobbiamo imparare il metodo e i modelli organizzativi che non sono collegati alla quantità di tempo passato a scuola; il tempo non deve esprimere necessariamente una quantità di lavoro. Qui in Italia si ha la sensazione di essere il topo nella ruota.

Qual è stata la sua prima impressione quando è arrivata nella nostra scuola? A due mesi dall’inizio dell’anno si sente di confermarla?

Sono rimasta colpita dal calore dei ragazzi, c’è un totale distacco tra le persone e questo cubo di cemento e l’aspetto carcerario in cui sono infilate. Per me questa scuola è un po’ come una startup; ho bisogno della collaborazione di tutti per imparare da tutti. Sono io il corpo estraneo che entra in questa comunità. Forse dovrò prendere decisioni impopolari, la figura del preside è un po’ come quella del sindaco: qualunque cosa succeda c’è qualcuno a cui dare la colpa. Sono consapevole di avere questo ruolo di capro espiatorio: il mio compito sarà quello di mantenere equilibrio e coesione sociale nella  scuola.

In conclusione, ho deciso di intervistare la DS per capire se le voci sul suo conto fossero vere o no sentendo entrambe le campane e, dopo circa un mese dall’intervista, confesso che ancora non ci ho capito nulla. Come insegnano i sofisti: nessuno di noi può sapere per certo quale sia la verità assoluta, ognuno ha la sua dòxa. Quindi propongo questo articolo semplicemente per chi voglia conoscere il passato ed il presente della nostra preside, e magari immaginare il futuro di questa nuova gestione nella startup manariota.

GAIA SORDONI e JACOPO F. AUGENTI

 

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