Addestramento popolare

Lo scorso 5 novembre si sono svolte le elezioni regionali in Sicilia, valevoli per la nomina del nuovo Presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana, in una circostanza che è stata più volte banalmente indicata come un “laboratorio” delle politiche a  livello nazionale, sia per l’importanza del contesto – basti pensare ai suoi abitanti, circa 5 milioni, o agli ampi poteri che il “parlamento siciliano” possiede in virtù dello statuto speciale – che per vicinanza temporale con le elezioni governative. La destra, unita in un’inedita coalizione tra Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia, ha sconfitto con ampio scarto i pentastellati del M5S, dopo aver annientato un Pd già compromesso in partenza e che ormai appare essere inconsistente sia per quanto riguarda la percezione comune sia per il suo peso politico effettivo. E mentre l’imperterrito maratoneta Mentana incalzava di interrogativi il presidente neo- eletto Musumeci, le elezioni volgevano al termine anche in un’altra città. O forse dovrei dire municipio? O frazione? A ogni modo ognuna di queste definizioni sembra essere sproporzionata  per Ostia, dotata di oltre 200.000  abitanti,  ma  relegata al  controllo  diretto  di Roma Capitale mediante la municipalità  “Roma X”. Ma anche parlare di “controllo”  delle istituzioni  sembra alquanto  inappropriato.  Stiamo infatti  descrivendo un luogo  che fin  dai primi  insediamenti  urbani  sotto il regime fascista, negli  anni ’20, è stato condannato ad essere ai margini di tutto, a diventare una “zona franca”, una periferia dove lo Stato non interviene – né tantomeno è tra le priorità dei governi di turno farlo –, dove gli interessi economici e di sopraffazione di alcuni individui (leggasi “palazzinari”  e  criminalità organizzata) fanno  da unico  e incontrastato padrone. Un destino confermato nel secolo successivo, nel quale Ostia raramente si è insinuata tra le pagine della cronaca nazionale; eppure, quando ci è riuscita, la realtà italiana ha subito un  impatto a dir poco devastante nella presa di coscienza della condizione degradata e degradante della non-realtà  ostiense. Perché di questo si tratta: di una non-realtà. Basti pensare all’uccisione di Pier Paolo Pasolini, a quella notte tra l’1 e il 2 Novembre 1975 all’Idroscalo in cui l’intellettuale, subendo quel gesto freddo e  cinico, privo di ogni logica, si è ritrovato suo malgrado inghiottito nel disumano non-essere di un luogo che aveva amato con tutto se stesso, tanto potente quanto crudele nella sua semplice e popolare verità. E proprio l’Idroscalo, oggi come allora una vera e propria baraccopoli abusiva in luogo del porto dove gli idroscafi partivano all’epoca della seconda guerra mondiale, può esser considerato paradigma di tutte le zone di Ostia: cambiano i connotati ma la percezione di trovarsi fuori dal mondo è sempre la stessa. Di tutto ciò si è parlato ripetutamente nel corso degli anni,  ma la presa di coscienza da parte di opinione pubblica e istituzioni si è sempre dimostrata ipocrita e mai volta a soluzioni concrete: punti di riferimento qui,  dunque, non sono mai esistiti.  Nella percezione dei suoi abitanti manca completamente il concetto di Stato. Qui l’unico vero Stato, l’unica autorità sono famiglie come gli Spada o i Fasciani, che hanno radicato il loro potere con la forza, la violenza,  l’intimidazione.

Ma la svolta vera e propria arriva nel 2015, con il commissariamento del municipio X, che ha concesso totale libertà di azione a questi individui, recidendo persino quell’ultima possibilità di collegamento con l’autorità centrale. A partire da allora le famiglie di Ostia – e gli Spada in particolar modo – si sono imposte violentemente sul già debole e difficoltoso tessuto sociale, considerando la “strada” un dominio personale, dove possano avvenire regolamenti di conti o pratiche a cui la mafia, purtroppo, ci ha già reso avvezzi: ciononostante la procura di Roma, che pure ha svolto indagini in territorio ostiense, ha continuato a considerare Spada & co. come semplici organizzazioni criminali. E mentre gli Spada sono l’“autorità centrale”, CasaPound sopperisce al Welfare State. L’organizzazione di estrema destra, a differenza dei partiti tradizionali ormai – sinistra in primis  – totalmente estranei alla realtà locale, ha infatti scelto una linea di aiuto nei confronti delle  famiglie bisognose, adottando concrete iniziative quali spese gratuite a domicilio, feste di quartiere e persino attività per i più piccoli, oltre ad azioni tese a salvare i cittadini dallo sfratto dalla propria casa. Non è però raro che, tra una “passeggiata per la sicurezza” e l’altra, gli esponenti del movimento abbiano utilizzato toni poco concilianti nei confronti di cittadini stranieri, che magari si sono visti assegnare legittimamente case in cui precedentemente risiedevano italiani, o verso associazioni e gruppi di volontari che si impegnano in azioni affini. A questo punto, dunque, viene spontaneo considerare la situazione di Ostia in un’ottica di importanza e urgenza maggiore rispetto a  quella siciliana.

A Ostia l’affluenza è stata del 36%: se Giuliana Di Pillo del M5S (30%) ha vinto staccando di misura la candidata di centrodestra Monica Picca (26%), astensionismo, rassegnazione e indifferenza hanno trionfato. Ma non va sottovalutata la rabbia. Non è infatti un caso se CasaPound ha ottenuto il 9% con il suo candidato Luca Marsella. E la sinistra? Anche qui è la grande assente. Come la politica, del resto. Franco De Donno, sostenuto dalla lista “Laboratorio Civico X” – a cui si sono a sua volta accostate le sigle di Mdp e Sinistra  Italiana – ha conseguito l’8%.

Peccato che De Donno abbia rifiutato di mostrare i loghi dei partiti di sinistra accanto al suo nome, in fase di campagna elettorale, e che di professione faccia il prete – per tutti è infatti semplicemente “Don Franco”. Quando vedo un’ingiustizia  devo prendere posizione – dichiara all’Agenzia DIRE – guardandomi attorno e vedendo un vuoto dal punto di vista amministrativo e una confusione tremenda dei partiti che si stanno ripiegando su se stessi, ho deciso di dare il mio contributo. È incredibile come ormai, nel nostro Paese, tanto i partiti progressisti e di ispirazione “rossa” si siano barricati nella burocrazia del giudizio e della teorizzazione – dall’alto dei loro uffici di sicuro molto più vicini alla grande holding bancaria che al padre di famiglia che fa fatica ad arrivare a fine mese – quanto gli uomini più di sinistra si rivelino spesso sacerdoti ed esponenti di realtà clericali. Dalla falce e martello alla tonaca, quasi. È ormai più facile assistere a un discorso di Papa Francesco di fronte a operai che rischiano il posto di lavoro che vedere un Renzi (ma potrei benissimo dire un D’Alema, un Fratoianni qualsiasi) tornare ad ascoltare le “strade”. Altrettanto stupefacente è l’ipocrisia dei partiti che hanno appoggiato il prete solo al momento della sua elezione, senza nemmeno interessarsi in precedenza alle attività della sua associazione, la quale fa concorrenza a CasaPound – che soprattutto in prima linea resta comunque la realtà maggiore – nel panorama del volontariato ostiense. È il “Laboratorio Civico  X”, ad esempio, a mantenere aperto tutto l’anno un centro di accoglienza per i senzatetto. Ho attaccato per cinque anni Veltroni quando era sindaco per averlo, afferma con vigore De Donno.

Ostia, dunque, costituisce sì  l’ennesima  occasione persa da una sinistra miope, lontana, che ha paura di autodefinirsi tale, ma al contempo è proprio una realtà disastrata, dove la sinistra ha distrutto e si è essa stessa distrutta a fornire un ultimo estremo ammonimento ai partiti di area “dem”.

Ostia fotografa proprio ciò che non deve accadere a livello nazionale: c’era il Pd, con un candidato tra l’altro nemmeno residente a Ostia, Athos De Luca (che si è fermato al 13%); c’era il giornalista Andrea Bozzi, con un’altra lista indipendente di sinistra (5%); c’era Sinistra Unita con Eugenio Bellomo (3%). Non conveniva forse tornare uniti sul territorio, tentare di riacquistare la fiducia dei cittadini – dell’elettorato deluso di sinistra, perlomeno – sostenendo progetti tanto semplici quanto ambiziosi come quelli di Don Franco? Una coalizione di sinistra si poteva e si doveva. Bastava ragionare secondo le logiche dell’inclusione e del bene comune, molto più di sinistra di quanto ormai si possa pensare. Il tempo per recuperare è poco. La deadline segna il 4 marzo. Le elezioni nazionali sono l’ultima, insperata, occasione reale. È così, ripartendo dal nulla ostiense, che una sinistra che vuole continuare a essere parte integrante dell’identità di questo Paese deve fare. Sono passi semplici, quasi banali, ma terribilmente cruciali. Con i propri ideali, guardare avanti. Insieme.

 

ALESSANDRO IACOVITTI

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