Né dogmi né padroni

“Verrà un giorno che l’uomo si sveglierà dall’oblio e finalmente comprenderà chi è veramente e a chi ha ceduto le redini della sua esistenza, a una mente fallace, menzognera, che lo rende e lo tiene schiavo… l’uomo non ha limiti e quando un giorno se ne renderà conto, sarà libero anche qui in questo mondo” (da Lo Spaccio de la Bestia Trionfante)

Un uomo rivoluzionario e pertinace seduto su una scrivania, un’anima desiderosa solamente di poter spiccare il volo libera nell’infinito cielo, flussi irrefrenabili di idee e schizzi di inchiostro gettati su un pezzo di carta: così possiamo immaginare Giordano Bruno, quando nel 1584 scriveva queste parole, parte de Lo Spaccio de la Bestia Trionfante, una delle sue opere più interessanti e significative.

Quello del Nolano (così viene appellato, in virtù del natio comune di Nola, presso Napoli) è un pensiero estremamente singolare e, oggi più che mai, attualissimo: egli fu tra i primi ad affermare l’esistenza di infiniti mondi, la metempsicosi delle anime e l’importanza di un’etica tutta volta all’azione.

Ma quello su cui oggi vorrei puntare i riflettori non è tanto questo, come avrete evinto dal titolo, quanto piuttosto lo sforzo del filosofo a difesa di quella libertà che mai gli è stata concessa e per la quale ha dato la sua stessa vita. L’ideale della libertas philosophandi è infatti il fine principale della filosofia del Nolano, fine che egli difende costantemente attaccando con vigore tutti i “nemici della libertà”. La Chiesa, in primis, che faceva dell’uomo un asino dedito esclusivamente all’obbedienza assoluta e ad una supina acquiescenza ai propri dettami, e che rappresenta per Bruno la causa della decadenza del mondo. Difendendo con ogni sforzo e con massima ostinazione i propri ideali, il Nolano morì nel 1600 in Campo de’ Fiori tra le fiamme di Dio, odiato da tutti e destinato a cadere a lungo nell’oblio. O meglio, per un po’ fu variamente definito “l’Anticristo”, “l’eretico”; alcuni neppure avevano il coraggio di nominarlo. Ma se il suo nome era rimasto nel dimenticatoio, le sue opere erano nero su bianco, e così negli ultimi secoli il Nolano è tornato ad incarnare quello spirito di libertà che tanto in vita aveva difeso. Tuttavia, nonostante siano passati oltre quattrocento anni da quel lontano 1600, quella libertà di pensiero, espressione o come preferite chiamarla sembra ancora più un obiettivo da raggiungere che una conquista da difendere.

“Né dogmi né padroni” è infatti la formula che la presidentessa dell’Associazione Nazionale del libero pensiero Giordano Bruno Maria Mantello ha adottato quest’anno per commemorare il Nolano nel 417° anniversario della sua morte. In effetti questa altisonante espressione, che assomma in sé un po’ tutto lo spirito bruniano, suona ancora come qualcosa a cui non siamo perfettamente abituati.

Di fronte a un mondo in cui assistiamo quotidianamente ad arresti e uccisioni solo per aver espresso le proprie idee e di fronte a Paesi come la Turchia – per citare un caso attuale – in cui le autorità vietano la libertà di stampa e di espressione ai propri cittadini, risulta più che mai prioritario tornare a difendere quegli ideali di libertà di cui già nel Cinquecento Giordano Bruno comprendeva la gravità.

“Né dogmi né padroni” non deve restare un’utopica frase prossima a svanire nell’oblio, ma deve diventare la normalità, la regola, la base per un mondo migliore: un mondo in cui tutti possono esprimere liberamente la propria opinione, un mondo senza timore di parlare o scrivere, un mondo libero.

ANDREA SATTA

Il monumento a Giordano Bruno – La storia

La statua in bronzo, situata al centro della piazza di Campo de’ Fiori, è da considerare come un vero e proprio monumento alla libertà di pensiero. La storia della sua costruzione, ricostruita brillantemente dallo storico Massimo Bucciantini, risale al 1876, quando – su suggerimento di un esule della Comune di Parigi, Armand Lévy, e con l’appoggio di Giuseppe Garibaldi – alcuni studenti dell’università di Roma proposero di erigere un monumento a Giordano Bruno nello stesso luogo dove era stato arso al rogo quasi 300 anni prima, il 17 febbraio 1600, per ordine di papa Clemente VIII.

L’idea piacque alla Roma da pochi anni annessa al Regno d’Italia (20 settembre 1870 la data della Breccia di Porta Pia), investita com’era di fervore risorgimentale e ormai stufa dell’influenza religiosa dello Stato Pontificio. Così, superati gli ostacoli burocratici di sorta e vinta l’opposizione del clero che definì dispregiativamente “brunomania” l’interesse sorto per l’eretico di Nola in quegli anni, solo nell’autunno del 1888 l’assemblea romana votò perché il bronzo fosse fuso e la statua collocata.

Nel giorno dell’inaugurazione, il 9 giugno 1889, accorsero a Roma da tutta Italia e si venne a creare un corteo che, partendo dalla stazione Termini, raggiunse Campo de’ Fiori dove, sotto lo sguardo severo di Bruno, la folla – e chi addirittura prese in affitto i balconi che si affacciano sulla piazza – celebrò la laicità dell’Urbe e dell’Italia intera.

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