Gott ist Totti

La rinascita del Capitano mette in discussione le credenze religiose dei tifosi romani

Ottantaquattresimo minuto di gioco. Eccolo là. Me lo aspettavo. Anzi, inconsciamente tutti ce lo aspettavamo. Noi, i tifosi della Roma. Eh già, non vedevamo l’ora, volevamo toglierci un peso, un macigno che col passare dei minuti aumentava in grandezza e in insopportabilità. Il gol del Torino. Ci sentivamo quasi in colpa nei confronti del destino. Ma puntuale esso arriva in un momento chiave della partita e della stagione, dopo un match dominato, almeno nel secondo tempo, mentre l’Inter sta perdendo… Eh no! La Roma non si farà sfuggire l’opportunità di non cogliere l’opportunità di allungare sui nerazzurri e di avvicinarsi al secondo posto, sigillando la terza posizione! 1-2. E per giunta all’Olimpico.

Ora basta. Il mio povero intelletto prende il sopravvento sulla passione e per la duemiladuecentosessantesima volta mi rimprovera: dopo 18 anni di esperienza, sa bene che la Roma non vincerà lo scudetto, né raggiungerà alcun obiettivo prefissato  perché ciclicamente avrà problemi caratteriali, crisi di gioco, pareggi inaspettati, gol subiti per minime disattenzioni… Sa anche che la Juve avrà la Provvidenza dalla sua parte, insieme alla fortuna, alla tecnica, ai soldi, al pubblico, all’Aic, alla Figc, e a Sky. No, adesso basta. Questa è l’ultima partita di calcio che vedo. La Lazio è migliore della Roma, perché è nata prima e ha battuto a bocce la Virtus Entella, la Juve ha meritato tutti i campionati vinti, e Moggi dovrebbe essere nominato presidente Figc ad honorem insieme a Giraudo. Da domani vedrò la pallamano, uno sport sobrio e pulito. Però non sapevo che Spalletti fosse così manovrabile dalla Provvidenza juventina, tanto da far giocare terzino Rudiger e mettere in panchina Pjanic nella partita con l’Atalanta, e in questa non sostituire Maicon, che da mezz’ora non si sa cosa stia contemplando, e sembra smarrito nell’andare a farfalle per il campo, nonché non mettere Totti ma Dzeko. Glielo stanno dicendo tutti. Anche le poche arzille vecchiette sugli spalti, memori del grande Piola e dei polmoni di Liedholm. Non dei 5 scudetti di fila della Juve(1930-35), troppo lontani.

Il tecnico riflette, forse su quale zona del terreno sia meno salda, donde indirizzare il pallone affinché il difensore centrale esterno della retroguardia granata possa ivi scivolare e concedere quei metri incustoditi agli inserimenti verticali palla al piede dei trequartisti giallorossi… o forse pensa quale tifoso possa dare l’ispirazione giusta a un El Sharaawy spento e deludente… poi guarda Dzeko, e il suo viso si incupisce, i solchi sulla sua consumata fronte si aprono come abissi, l’espressione diviene malinconicamente drammatica all’incontro dei suoi occhi con le spalle del gigante bosniaco: il povero ragazzo da 18 milioni di euro ha perduto la sua identità da bomber, si vergogna di segnare, a ogni cross in mezzo si rifiuta di colpire, pur essendo più alto di 18 centimetri rispetto al suo marcatore, cerca, gettandosi disperatamente a terra, di nascondere il suo volto nell’erba… sortilegio juventino, lo stesso che colpì a suo tempo il giovane Iturbe, il quale, invece di esplodere, a Roma è imploso… L’attaccante tornerà a essere forte,  nonostante  i problemi tecnici manifesti di controllo e perfino protezione del pallone (193cm per 90)? Pensa il tecnico toscano, pensa: quale potrebbe essere la soluzione… non De Rossi, il suo volto non è convinto né convincente, quello di Strootman sì, ma di root in lui non c’è solo il cognome. Il tecnico ha un sussulto nel vedere il viso bruno di un giocatore chiave, poi capisce che era il fantasma di Mancini… Gyomber sorride pensando sia il suo momento, poi alla vista di Spalletti si ritrae capendo che il suo posto è in tribuna.

Poi il mister si accorge di avere in panchina un eroe, il Capitano non di una ma di una decina di squadre susseguitesi in 22 anni, accomunate da una maglia giallorossa rappresentativa non solo di una società calcistica ma del popolo di una città gloriosa nella storia dell’umanità e della civiltà europea, della capitale d ‘Italia: Roma. Si accorge di avere in panchina, prima del miglior calciatore italiano di tutti i tempi, un uomo caro a quasi tre milioni di persone, per le quali ha difeso in campo sentimenti e passioni, con onore e sacrificio, dimostrando un attaccamento alla città, alla maglia, e un rispetto dei tifosi e delle promesse a loro fatte, (per le quali ha rinunciato a stipendi faraonici e a cambi di squadra vantaggiosi) inaudite nel mondo del calcio. Ripensa a quanto, più che il calciatore, l’uomo Totti sia caro a questa città, a quante volte il suo nome venga pronunciato in riferimento alla Roma dai bambini più piccoli, dai tifosi accorati, da chi non si intende di calcio, da tutti, perché i giocatori passano, ma le bandiere e i campioni rimangono, le loro gesta atletiche scolpite nella mente, i loro volti nel cuore di chi li ammira.

Gli si illuminano gli occhi a Spalletti, ripensando alla grande Roma da lui guidata 10 anni prima, al gran gioco espresso, al Totti reinventato falso nueve, pronto a trasformarsi dal trequartista schiacciasassi del primo scudetto a punta goleador che, con i suoi lanci di prima intenzione, con i colpi di tacco improvvisi, tornava indietro verso la linea dei centrocampisti e spalle alla porta, servendosi della sua tecnica unica per aiutare la squadra a segnare, per premiare gli inserimenti ben fatti con filtrati perfetti e regalare gol a volontà.

Nostalgicamente, ripensa a quanti titoli gli arbitri e l’Inter hanno tolto a quella squadra… ma questa partita è un ‘altra storia, ancora da scrivere… “Zukanovic! Vai a scaldarti!” urla. Poi forse la sua mente percepisce il suono impercettibile delle migliaia di urla da casa, di tifosi disperati davanti alla tv che devono ascoltare i commenti compiaciuti dei giornalisti di Sky di fronte all’imminente resa romanista, e si volta indietro di nuovo. Francesco Totti è lì. Non si lamenta, nonostante il popolo gli abbia già dato il suo posto in campo, nonostante di diritto il Capitano debba essere in campo. I suoi silenzi sono assordanti, i sorrisetti ironici sottolineano la paradossale situazione di un leader alle soglie dei 40 anni, vicino all’impensabile ritiro e costretto da meri calcoli aziendali a gelare in panchina. Stavolta decide di premiarlo. Mancano 5 minuti. Quando si alza dalla panchina si sente il sospiro di sollievo di un’intera città propagarsi dall’Olimpico, coprendo perfino la voce di chi racconta la partita. Calcio di punizione.

Totti rileva El Shaarawy, che mesto, si adagia in panchina. Calca la sua 9 presenza stagionale, Francesco ne aveva fatte di meno solo a 16 anni, nella stagione 1992-93. Pjanic si appresta a battere. Mi viene in mente “Gott ist Totti”, una storpiatura dell’aforisma 125 di Nietzsche, che in realtà è “Gott ist tot”, ovvero “Dio è morto”. In effetti, un’era sta per finire: un campione esistente a priori nel calcio qual è Totti tra poco andrà via.

La palla corre veloce sul secondo palo… La Roma senza di lui cosa sarà? Scende… Poi Lapadula sarà il modello di Oltreuomo… La deviazione in spaccata… No, ma chi… ?!

GOOOLLLLL!!!!! 2-2………TOTTIIIIIII!!!!!!

P.S: Totti due minuti dopo realizzerà il sorpasso su rigore. La partita finirà 3-2. 2 gol in 8 minuti. Il lunedì successivo il suo ingresso in campo sarà decisivo per il successo contro il Napoli ora distante solo 2 punti a tre giornate dal termine del campionato. Sarebbe bello se il presidente Pallotta non rinnovasse il contratto a chi lo meriterebbe nonostante i 40 anni di età… rovinerebbe una favola, gettando un’ombra sulla fine della carriera di una leggenda.

MARCO CILONA

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