November rain: l’incognita statunitense

La battaglia delle primarie negli USA infuria: chi sono i contendenti e qual è la posta in gioco?

Detesto doverlo ammettere, ma gli esiti dell’evento di cui sto per parlarvi avranno inevitabilmente un peso determinante per l’intero assetto politico del pianeta (dite la verità, dal titolo speravate che vi parlassi dei Guns ’n’ Roses…). A novembre vedremo l’ultimo atto di quella che, a seconda del modo in cui si concluderà, potrebbe anche rivelarsi una “tragedia” in senso politico. Se non si fosse ancora capito, quest’evento di interesse mondiale sono nientemeno che le elezioni presidenziali negli Stati Uniti d’America. Non è esattamente la mia nazione preferita al mondo, ma è innegabile che sia una superpotenza che gioca un ruolo fondamentale negli equilibri mondiali: comunque vadano a finire, il vincitore delle elezioni sarà un presidente carico di una responsabilità enorme. Cosa sappiamo e cosa possiamo provare a ipotizzare sulle prossime tappe delle presidenziali americane, di qui all’8 novembre?

Le primarie sono iniziate il 1° febbraio scorso e finora si sono svolte in 9 date tra febbraio e marzo (tra cui il Supertuesday, martedì 1° marzo, in cui hanno votato ben 11 Stati), e termineranno il prossimo 14 giugno col voto del Distretto di Columbia; dopodiché i candidati alla Presidenza saranno scelti fra i vincitori delle primarie nelle convention nazionali organizzate dai maggiori partiti politici. Su tutti spiccano, ovviamente, i due colossi del panorama politico americano: il Partito Repubblicano e il Partito Democratico, quelli con il maggior numero di candidati ancora in corsa, nonché guidati dai candidati favoriti per la vittoria finale. I democratici hanno due candidati ancora in corsa: il senatore Bernie Sanders e soprattutto Hillary Clinton, Segretario di Stato fino al 2013 nonché first lady dal 1993 al 2001. Ed è proprio la Clinton una dei due molto probabili candidati che si contenderanno la Casa Bianca fino in fondo, e che si sta opponendo come nessun altro alla roboante avanzata del suo avversario principale, tra le fila dei repubblicani. Non potete non aver già intuito di chi sto parlando. I repubblicani vantano tre candidati ancora in corsa: il senatore Ted Cruz, il governatore John Kasich e, dulcis in fundo, l’ormai chiacchieratissimo Donald Trump.

Ci siamo, ragazzi, ora è il momento di mettere

Immagine Clinton

Hillary Clinton in conferenza stampa

da parte tutte le dicerie sul conto di questo personaggio e capire esattamente chi è. Donald John Trump, imprenditore nato nel 1946 a New York, ha iniziato a partecipare direttamente alla vita politica nel 2000, l’anno in cui lui stesso prende seriamente in considerazione l’ipotesi di candidarsi alle presidenziali, salvo poi rinunciare in seguito a un colossale flop nei sondaggi.

Ma la resa dei conti è stata solo rimandata: il 16 giugno 2015 ha annunciato formalmente la sua candidatura per le presidenziali attualmente in corso in un evento da lui organizzato a New York. In occasione del suo annuncio, ha attaccato pesantemente Obama, ha posto l’accento sul crescente pericolo del terrorismo islamico e della forza economica della Cina, da lui espressamente dipinta come un nemico per gli USA. Egli ritiene che le gestioni politiche di Bush prima e di Obama poi abbiano portato l’America al declino economico e che, quindi, il suo Paese abbia bisogno di un leader forte e carismatico per tornare grande. Ed è proprio questo il motto con cui spera di convincere, o forse irretire, i cittadini americani: Make America great again!

Alla luce delle ideologie, politiche e non, da lui esposte, non è una sorpresa che sia stato criticato così aspramente da molti dei suoi avversari politici: basti ricordare che al primo dibattito televisivo delle presidenziali 2016 non ha esitato a ribadire quanto aveva detto sulle donne in altri dibattiti, definendole “grasse scrofe” e “cagne”. Incalzato da un’intervistatrice, ha affermato che “l’America è troppo fissata col politicamente corretto”, non manifestando alcuna intenzione di fare marcia indietro. Non solo: sostiene anche che “l’effetto serra è una balla inventata dalla Cina” e che “abbiamo bisogno del riscaldamento globale”. Rifiuta inoltre qualsiasi forma di controllo delle armi e di aiuto internazionale. A proposito di politica estera, è vero che Trump vorrebbe costruire un muro al confine col Messico per non accogliere immigrati in America? Sì: lo ha detto fieramente in Alabama nel 2015, affermando anche che 10 o 15 anni fa “tutti i politici volevano il muro” contro gli immigrati clandestini. Forse qualcuno qui dovrebbe ricordargli che gli “americani” attuali sono un miscuglio di chissà quante nazionalità europee…
Già che ci siamo, di recente un’altra notizia che lo riguarda ha fatto scalpore, per l’ennesima volta: un certo David Duke ha affermato di sostenerlo e di ritenerlo l’unica soluzione per “mettere fine all’era di corruzione politica negli Stati Uniti”. E fin qui tutto bene, direte voi. Ma non è tutto: Duke ha aggiunto che Trump potrebbe “garantire la sopravvivenza degli americani bianchi” e “annullare l’influenza dei gruppi di origine ebraica sulla politica americana”. Quindi, chi è mai questo David Duke? Nientemeno che il Immagine 4“Gran Stregone”, uno dei massimi leader del Ku Klux Klan, che può esibire nel suo curriculum anche un passato da neonazista negli anni ’60, tanto per non farsi mancare nulla. Chissà cosa ne pensano personaggi come lui e lo stesso Trump degli ultimi episodi di violenza sui neri da parte di poliziotti bianchi in America… per esempio, quell’agente avrà sicuramente fatto bene a uccidere il 28enne disabile di colore a Wilmington, il 24 settembre 2015. E non è finita: il “Gran Dragone” Will Quigg, altro esponente di spicco dei cappucci bianchi, ha recentemente rincarato la dose affermando di condividere in pieno il “progetto segreto” di Trump, senza risparmiarsi alcune stoccate alla Clinton che starebbe solo “dicendo alla gente ciò che vuole sentirsi dire”.
E Hillary Clinton cosa dice alla gente? Dopo aver vinto in 9 stati su 12 nel Supertuesday (a fronte delle 7 primarie su 11 che hanno visto trionfare Trump lo stesso giorno), ha continuato a macinare voti e nell’ultima giornata di votazioni, il 15 marzo, si è aggiudicata tutti gli Stati votanti. Ora è in piena corsa per la Casa Bianca, molti sondaggi la danno per favorita rispetto a un outsider come Trump ed è praticamente sicura di essere scelta come candidata dal partito Democratico nella convention di Filadelfia del prossimo 25 luglio. Sono proprio loro due, inutile dirlo, i favoritissimi dai sondaggi per arrivare fino in fondo. Trump, dal canto suo, è pronto ad essere scelto come candidato repubblicano nella convention di Cleveland del 18 luglio. Anche se io, specie dopo aver approfondito le sue idee e tendenze, non metterei la mia crocetta accanto al suo nome…

Tornando alla Clinton, ha un’unica convinzione in comune col suo avversario: l’ISIS va combattuta con ogni mezzo e distrutta. Secondo la ex first lady, questa non sarebbe una battaglia contro l’Islam ma piuttosto contro l’ideologia stessa dell’odio. Idealismi a parte, quindi, la vittoria dell’uno o dell’altra significherebbe quasi sicuramente un notevole passo indietro rispetto alla politica di disimpegno in Medio Oriente attuata fin qui da Obama, che sta cercando compromessi sia con la Turchia sia con la Russia per fermare i jihadisti senza ledere gli equilibri internazionali, che l’ISIS non può mettere a repentaglio, ma le grandi potenze mondiali sì. È lecito aspettarsi che l’America della Clinton, o ancor di più quella di Trump, non si faccia troppi scrupoli a scendere in campo con ogni mezzo contro gli uomini in divisa nera. Mossa saggia? Mi auguro che questi personaggi, che presto potrebbero essere fra i più importanti politici al mondo, abbiano le competenze e l’intelligenza di fare le scelte migliori.

Per il resto, la Clinton gioca la sua partita su due campi delicati quanto attuali: l’immigrazione e l’omosessualità. Si dichiara a favore dell’immigrazione ma pronta a proseguire la politica contro gli immigrati illegali già attuata da Obama, mentre è completamente a favore delle ideologie gender. A quanto pare siamo proprio di fronte a due candidati con idee totalmente opposte… A proposito, in caso vi stiate chiedendo se anche Trump difende la “famiglia tradizionale”, sappiate che si è sposato tre volte e ha cinque figli. Lascio a voi le vostre conclusioni.

Immagine 5

Bernard Sanders,candidato democratico

Ora gettiamo uno sguardo al futuro: manca poco da qui alla fine delle primarie e la Clinton al momento è in vantaggio. La sua America si preannuncia progressista, aperta al diverso, all’immigrazione e attenta alla legalità e all’equilibrio sia in politica interna che in politica estera, ma allo stesso tempo pronta a prendersi tutte le sue responsabilità nella lotta all’ISIS e ai grandi problemi del mondo. Se invece, a sorpresa, dovesse essere Trump il successore di Obama, aspettiamoci degli Stati Uniti conservatori, economicamente chiusi e tendenti a vedere nelle potenze straniere, Cina su tutte, nemici piuttosto che alleati, razzisti e forse omofobi, pronti a opporsi all’ISIS come a chiunque altro senza scrupoli e a fare di tutto per tornare la maggiore potenza economica e militare del mondo. Il timore è che Trump possa perseguire questi obiettivi anche al costo di guerre di grande portata – e sappiamo bene cosa significherebbe. Tuttavia queste sono solo supposizioni, e alcune di queste è bene che restino tali. Noi possiamo solo seguire l’andamento di queste presidenziali e sperare che vinca il candidato che può fare di più per l’America e per il mondo.

Hillary Clinton in conferenza stampa

Donald Trump parla ad una folla di sostenitori presso il Campidoglio (Washington D.C.)

GABRIELE GENNARINI

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