L’attesa invisibile

“Finalmente” pensai, “l’otto è arrivato.” Salii sull’autobus e iniziai a guardarmi intorno; la gente che mi circondava era ammaliante e allo stesso tempo soffocante. E morivo dal caldo, ma ero troppo stretta anche solo per sbottonarmi il giacchetto. Misi le cuffie e osservai fuori, tentando di non perdere la fermata in cui lui sarebbe dovuto salire. Ne mancavano ancora tre. 

Superata stazione Trastevere gli scrissi che stavo arrivando e che doveva salire nell’ultima porta, quella opposta al conducente. Poi mi persi nelle note di una canzone. Finché giunsi nella fermata giusta e mi alzai sulle punte dei piedi per accertarmi che lui stesse entrando. Lo vidi.  Sorrideva come solo lui sorride. Aveva un cappotto diverso dal solito, gli stava bene, lo rendeva più elegante . Mi fece segno di scendere dall’autobus, e così feci.  Lo raggiunsi e mi salutò, con quel saluto sentii il tempo fermarsi. Parlare con lui aveva sempre lo stesso effetto, nonostante i giorni passassero e con loro anche i sentimenti. Parlare con lui riavvolgeva il passato e mutava il presente.

Non c’era modo di impedire alle parole di costruirsi una loro storia; nascevano da sole, alimentate da un suo sguardo e senza esitazione si gettavano nel discorso, seguite dalle successive; in una cascata di rivelazioni.  Qualsiasi argomento ne generava un altro, il silenzio non parlava.

“L’otto era troppo pieno, aspettiamo un altro autobus che ci porti in centro.” Accennò con un mezzo sorriso, mentre controllava nel cartellone quale effettivamente fosse meglio prendere. Lo osservai, così diverso, ma così uguale. Semplice nella sua complicazione. E sorrisi, sorrisi perché lo avevo lì vicino a me ed erano solo i primi minuti di alcune ore, che già sapevo sarebbero state simili a un sogno.

Aspettammo, non con un’attesa prepotente, con un’attesa invisibile. L’ autobus, le piazze in cui andare, le vie da percorrere, erano solo uno sfondo. I passi veloci o lenti, non ci appartenevano; le persone intorno a noi erano pedine di chissà quale scacchiera. Le luci e le decorazioni inebriavano l’aria, ci sovrastavano, comunicavano a intermittenza che era da poco passato Natale, unico legame che avevamo con la realtà. Parlare con lui era la via di fuga che da sempre cercavo, non importava se le parole erano mie o sue, importava la traccia che lasciavano in me.

ELEONORA PAPOTTO

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