È successo di nuovo

Di nuovo. È successo tutto così in fretta. Così brutalmente. Nessuno ha avuto il tempo di pensare, di reagire, di sperare fosse un’allucinazione, o un incubo, o qualsiasi cosa che non fosse dura e assurda realtà. Sì, avrete già capito, probabilmente fin dal titolo, di cosa sto parlando: Parigi, 13 novembre 2015. 
Non uno o due, ma ben otto attentati fra bombe e sparatorie in diversi punti di Parigi, quasi tutti in contemporanea. Otto terroristi fra uomini e donne hanno colpito vari luoghi nelle zone di primo, decimo e undicesimo arrondissement della capitale francese, con attacchi quasi simultanei a partire circa dalle 21:15 di quella maledetta serata parigina. Tra le 21:25 e le 21:48 due sparatorie, rispettivamente nei pressi di due ristoranti e un locale, per un totale di una trentina di vittime. Nel frattempo, nell’arco di tre quarti d’ora, risuonano tre esplosioni nei pressi dello Stade de France a Saint-Denis, dove si stava giocando l’amichevole Francia-Germania, dove stava assistendo alla partita il presidente francese François Hollande in persona, ma soprattutto dove c’erano decine di migliaia di spettatori. Persone comuni, sorprese e terrorizzate da questi inaspettati araldi di morte e paura. Ma è intorno alle 21:50 che si consuma il grosso della tragedia, con quattro terroristi che irrompono al teatro Bataclan (dove, ignari di tutto, si stanno esibendo gli Eagles of Death Metal) e prendono 89 persone in ostaggio, non prima di aver sparato e ucciso alcuni spettatori. Il blitz delle forze speciali di polizia arriva tardi, troppo tardi, solo quando si registrano 89 morti e tre dei quattro attentatori lasciatisi esplodere. Solo quando non si possono che constatare i danni e pensare: “No, non può essere successo un’altra volta, non dopo Charlie Hebdo…”. Proprio a Parigi, a soli 10 mesi dall’altra serata di terrore dalla quale, purtroppo, la Francia non sembrava aver imparato la lezione. Le acque si erano calmate, la gente era tornata a trascorrere le giornate senza l’angoscia e la preoccupazione di rischiare di diventare un nome in una lista di vittime: e adesso, proprio adesso, loro si rifanno vivi, danno una prova sanguinosa e schiacciante che sono ancora là fuori, da qualche parte. E non puntano a obiettivi militari o politici, ma a noi, alla gente comune, ai luoghi di aggregazione sociale che meglio identificano questo Occidente.Immagine

Il numero di vittime è stimato intorno ai 129 morti e 433 feriti, 80 dei quali gravi. Ed è con numeri così pesanti che oggi, a più di una settimana da quel venerdì nero, la Francia e l’Europa devono ancora riprendersi. La reazione non si è fatta attendere, almeno a livello politico: Hollande, allontanato dallo stadio mentre la partita proseguiva regolarmente, ha incontrato il ministro degli interni francese e dichiarato lo stato di emergenza in tutta la nazione e la temporanea chiusura delle frontiere. All’alba del 18 novembre, la polizia francese effettua un blitz nella banlieue di Saint-Denis e trova altri terroristi, probabilmente in procinto di organizzare altri attacchi: cinque arresti e due morti, tra cui Abdelhamid Abaaoud, presunto organizzatore degli eventi di Parigi. Sono stati dispiegati inoltre settemila soldati dell’esercito francese ai confini e mille a Parigi. Ma chi c’è realmente dietro tutto questo orrore?

La risposta è presto detta: lo Stato islamico, meglio noto come Islamic State of Iraq and Syria (il fatidico acronimo: ISIS) non ha tardato a rivendicare le azioni via Twitter e tramite video, affermando che si tratta di una risposta “alla campagna di guerra e mediatica contro i combattenti ISIS in Siria e per gli insulti rivolti al Profeta Maometto”. Del resto era l’ipotesi più plausibile   in   questo   periodo,   in   cui   alla  parola “terrorismo” le nostre menti associano inevitabilmente quell’acronimo.

Ora veniamo al punto: come ha reagito il mondo di fronte a tutto questo? Il primissimo gesto di solidarietà alla Francia da parte delle principali città del mondo è stato spegnere l’illuminazione dei loro edifici simbolo (come nel caso del Colosseo) o illuminarli con i colori della bandiera francese. I musulmani di tutto il mondo, in primis quelli parigini, hanno dato inizio a manifestazioni segnate dall’hashtag #notinmyname, con il quale le realtà islamiche intendono condannare categoricamente le azioni di questi terroristi che musulmani sono solo di facciata. E infatti, se ci fate caso, perché dei terroristi musulmani dovrebbero compiere azioni che istigano l’odio e un clima di diffidenza generale verso i musulmani in Europa? Semplice: non si tratta di autolesionismo, ma di uno sviluppo ulteriore della strategia della tensione. Più odio, più divisioni, più controllo indiscriminato delle realtà islamiche e quindi Europa più fragile e meno sicura. Al di là dei vari movimenti, partiti e personaggi politici di destra (e non solo) che non hanno perso tempo a strumentalizzare la notizia e a Immagineincitare al razzismo e alla chiusura delle frontiere, tutti i controlli e i raid che si stanno effettuando (nel solo Belgio sono state arrestate 16 persone la mattina di lunedì 23) stanno solo continuando a tenere la gente in un’apprensione costante e soffocante.

Frattanto, mentre la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente spagnolo Rajoy si uniscono al cordoglio, Barack Obama denuncia pubblicamente gli attentati e garantisce l’intervento degli USA per fare giustizia. Il premier iraniano Rouhani, come sappiamo tutti, ha annullato il suo viaggio diplomatico a Roma in programma fra il 14 e il 15 novembre. Dal canto suo, il presidente siriano Assad ha invece criticato la politica francese affermando che la Siria subisce azioni del genere da 5 anni e che le misure prese da Holland non fanno che contribuire a espandere il terrorismo. Strana risposta, che sicuramente richiederà ulteriori spiegazioni e approfondimenti… Ma, punto più importante, cosa dovrebbe fare la gente? Come dovremmo reagire tutti noi? La reazione più naturale e istintiva, ma anche la più sconsigliata, è la paura. Non inviterei nessuno, nemmeno nel cuore degli arrondissement parigini, a non uscire più di casa e vivere nel terrore: è proprio ciò che questi folli vogliono. Sono comprensibili la preoccupazione, la prudenza, la tendenza a evitare luoghi troppo affollati almeno finché le acque non si saranno calmate, ma non il terrore ossessivo.

Il senso di insicurezza generale, inoltre, è amplificato dalle continue notizie di nuovi raid antiterrorismo in Europa (specie tra Francia e Belgio) e fuori, nonché da svariate segnalazioni e allarmi, veri o falsi che fossero, che si sono susseguiti negli ultimi giorni: l’enorme risonanza mediatica che si sta dando a tutto questo porta spesso a sopravvalutare la minaccia pensando che questi terroristi siano ovunque e possano colpire in qualunque momento. Non lasciatevi ingannare: all’ISIS, vessata dalle Immaginetruppe siriane e dai continui raid aerei francesi e lontanissima dalla realizzazione di quel loro “sogno” che è lo Stato islamico, non resta che tentare una disperata strategia della tensione in Europa dando l’impressione di una potenza che in realtà non hanno e non avranno mai. È per questo che scrivo di non sopravvalutare l’entità della  minaccia.  Ma  attenzione:  che  si tratti di “lupi solitari”, o di “foreign fighters”, o chissà cos’altro, queste cellule terroristiche in Europa ci sono, e Parigi lo dimostra. Di conseguenza il problema sussiste, e sta alle   grandi   potenze   mondiali   unirsi   e  rendere  il terrorismo solo un brutto ricordo, una volta per tutte. Noi cittadini, però, andiamo avanti con la nostra vita normale, con la nostra vita “occidentale”: prudenza sì, paura mai.

GABRIELE GENNARINI

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