LA CURA DEGLI ALTRI

Dal momento in cui veniamo al mondo entriamo a far parte di un insieme, la nostra esistenza è da subito co-esistenza. Eppure spesso ci sentiamo soli, se pur circondati da una molteplicità di persone.

La situazione emergenziale che stiamo vivendo è una prova di come lo stare insieme non è un semplice “aggregarsi di account su una piattaforma”. Trovarsi insieme, nello stesso luogo allo stesso momento, è spesso confuso con “stare insieme”. Gli altri a volte ci sembrano  separati da noi, di essi ci accorgiamo nei momenti di necessità, di emergenza e sicuramente ciò è fondamentale, anche se concerne più l’evento che la persona. Paradossalmente sembra che sia tanto più difficile avere cura del prossimo, quanto meno esso manifesta disagio. Come se senza un avvertimento non ci accorgessimo degli altri. Prendersi cura è un atto d’umanità che spesso può insegnare più di quanto si impara pensando principalmente a sé stessi.

La cura è un interessamento attivo dell’animo, è volere l’altrui bene.

Elena Pulcini, docente di filosofia sociale presso l’Università di Firenze, nel suo testo La cura del mondo (Bollati Boringhieri 2020) configura l’attuale società come narcisistica e scrive di un uomo guidato dall’ansia dell’autorealizzazione: “Il narcisismo è una perdita di ‘emotività’, una condizione di apatia. La figura dell’altro, prima identificata con il nemico o il rivale, oggetto di pulsioni aggressive subisce un processo di opacizzazione e di erosione, che trasforma il conflitto in indifferenza. Si configura un io caratterizzato da una sorta di apatico distacco da tutto ciò che non è immediatamente riconducibile alla sua vocazione autoaffermativa. Ciò implica l’erosione del legame sociale”.

La società di oggi, dunque, appare nel suo insieme come esclusivamente autoreferenziale, tanto da dimenticarsi dell’altro, talvolta persino nell’eventuale contrasto. Non esiste dunque neanche il nemico perché è annullato da una visione di continuo autorispecchiamento. La stessa cura dell’altro spesso si riduce ad un’azione coatta, determinata semplicemente dall’aspettativa di essere ricompensati da un accrescimento della propria autostima o da una risposta altruistica da parte di coloro a cui abbiamo prestato cura. Tale comportamento talvolta è addirittura un automatismo, una reazione naturale salvifica.

Curare, invece, si traduce nell’avere un’attenzione pura, sentire spontaneamente l’altro, un altro cui si tiene davvero e avere cura del quale non necessariamente comporta il legarlo a sé, ma il saper essere presenti così come il riuscire ad allontanarsi ed essere soddisfatti, prescindendo dalle gratificazioni concrete. Nella cura dell’altro può anche accadere che, decentrandoci da noi stessi e focalizzandoci sull’altro, si trovino, senza accorgercene, risposte per risolvere i problemi che ci opprimono.

Sentirsi in connessione con qualcuno è energia vitale e necessita di un’emotività non artificiosa. Possiamo tutti diventare una fonte di benessere per gli altri, a partire dai gesti più banali, come un saluto.

Nel nostro mondo globalizzato e avanzato la migliore cura che possiamo dare è sviluppare empatia.

CHIARA ALBONETTI

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