LUCI E OMBRE: AMAZON
Diciamo la verità, chi di noi non ha mai fatto un acquisto su Amazon? Quante volte ne abbiamo apprezzato la grande competitività dei prezzi e la comodità di ricevere a casa quello che ci serve senza nessuna fatica?
Con pochi semplici click possiamo acquistare un qualsiasi prodotto dalla parte opposta del mondo e riceverlo in tempi ristretti.
La più grande piattaforma dell’e-commerce è la sintesi della globalizzazione e Jeff BEZOS ne è il profeta!
Ma “ non è tutto oro quello che luccica “; anzi su questo miracolo del capitalismo 2.0 si addensano molte zone d’ombra.
Mentre da anni si discute per trovare un accordo internazionale su una web-tax unica per i grandi gruppi tecnologici, Amazon continua a totalizzare guadagni stellari.
Negli Stati Uniti, per il 2019, il colosso americano dovrà pagare 169 milioni di dollari, dopo due anni consecutivi in cui non ha versato alcuna tassa federale.
In Europa la situazione non sembra andare meglio. Secondo uno studio elaborato da Repubblica in Italia le società riconducibili ad Amazon hanno pagato allo Stato soltanto 11 milioni di euro, a fronte di un giro d’affari di 4,5 miliardi di dollari.
Da parte sua, Amazon, si difende affermando di pagare in Italia 85 milioni di euro di tasse, cifra che però include anche le spese sostenute per i contributi dei lavoratori.
Ovviamente il tema non riguarda solo il nostro,ma tutti i giganti del web;
basti pensare che Google, Amazon, Facebook, Apple, Airbnb, Uber e Booking.com hanno versato nel 2019 in tutto all’Agenzia delle Entrate 42 milioni di euro.
La questione è da tempo sul tavolo dell’Ocse – organizzazione internazionale per la cooperazione e lo sviluppo economico – che dovrebbe trovare una soluzione che consenta di affrontare il problema, individuando un metodo comune per garantire un corretto pagamento dei tributi.
La partita, chiaramente, è tutt’altro che semplice.
Trump è riuscito a riportare negli Usa gran parte di questo tesoro, con una specie di sanatoria che ha legalizzato quelle somme pagando solo una tassa del 5,25%. E ora si è schierato in difesa dei colossi digitali Usa minacciando di sanzioni chi (come la Francia) ha approvato una sua web-tax che nel caso di Parigi tasserà del 3% i ricavi dei colossi.
D’altronde la deriva protezionistica del tycoon a stelle e strisce non è una novità. Durante la sua presidenza Trump ha imposto una serie di dazi verso numerosi paesi tra cui in particolare Cina ed UE; fa sorridere che la superpotenza supercapitalistica del pianeta sconfessi di fatto se stessa e la sua ragione sociale contravvenendo alle più basiche regole delle leggi sul libero mercato. Tale schizofrenico comportamento appare come la più evidente sconfitta del capitalismo stesso.
A meno di improbabili cambiamenti di rotta della neo amministrazione Biden, gli Usa impediranno quasi sicuramente di arrivare a una soluzione soddisfacente in casa Ocse.
Emmanuel Macron e Angela Merkel stanno spingendo per approvare quanto prima una tassa digitale Europea. Anche qui non sarà facile: Olanda, Irlanda e Lussemburgo – paradisi fiscali nella Ue – sono pronti a mettersi di traverso.
Ma le problematiche fiscali non solo le uniche zone d’ombra di Amazon.
Anche nell’ambito della gestione del personale il colosso statunitense non sembra brillare di grande trasparenza.
Molti dipendenti testimoniano di vivere un costante clima di terrorismo psicologico che li spinge a rinunciare anche ai diritti più elementari per paura di perdere il posto di lavoro.
Ad esempio a Castel San Giovanni, in provincia di Piacenza, dove è situato lo stabilimento Amazon più grande d’Italia, alcuni dipendenti in assoluto anonimato hanno dichiarato che i servizi igienici sono sempre puliti, in quanto nessuno li utilizza per paura di perdere tempo.
La parola d’ordine di Jeff Bezos è velocità. Gli addetti dello stabilimento di Piacenza denunciano ritmi massacranti di lavoro, perché la pressione è alta, i manager calcolano i singoli minuti e gli specifici standard che devono essere raggiunti. Ecco perché andare al bagno o bere un caffè non è ben visto dai capi anche se non espressamente vietato.
Anche a livello ambientale il nostro caro amico si fa riconoscere, non in positivo.
A seguito di uno studio effettuato dall’associazione Oceana e pubblicato da poco su Repubblica, nel solo 2019, Amazon ha prodotto più di 210 mila tonnellate di plastica, di cui almeno l’1% finisce nelle acque dei fiumi e dei mari;questo immane quantitativo è sufficiente ad avvolgere come un pacco regalo 500 volte la Terra!
Il gigante smentisce dicendo che in realtà il quantitativo sarebbe pari a solo 52 mila tonnellate, appena sufficienti ad incartare 100 volte il nostro povero pianeta!
Giostra dei numeri a parte,come già più volte promesso, il Colosso ha ribadito il proprio impegno nella politica green, assicurando di investire 2 miliardi in materiali a basso impatto ambientale.
Insomma se questa è la realtà che si nasconde dietro i nostri click, dovremmo tutti cercare di trovare un equilibrio, utilizzando gli acquisti on-line soltanto come extrema ratio, ricominciando a privilegiare la libreria sotto casa o il negozio di prossimità.
CAMILLA MARCONI