LA TESTIMONIANZA DI EDITH BRUCK

Il 16 ottobre 1943, è ricordato come una delle pagine più tristi della storia di Roma. Alle 5.30 di quel sabato mattina, festa del Succot, i nazisti bussarono alle porte degli abitanti del ghetto. Portavano un biglietto dattiloscritto, con un ordine per tutti gli ebrei: dovete essere pronti in venti minuti, portare cibo per otto giorni, soldi e gioielli, via anche i malati, nel campo dove vi porteranno c’è un ambulatorio. Così 300 soldati tedeschi iniziarono in contemporanea la caccia per i quartieri di Roma. L’antico quartiere ebraico fu il centro di tutta l’operazione. Furono portati ad Auschwitz 1024 cittadini romani, tra loro c’erano 207 bambini. Di tutti loro fecero ritorno solo 16 persone, 15 uomini ed una donna.

Il 17 ottobre di quest’anno, in presenza di circa un centinaio di giovani delle scuole superiori di Roma, abbiamo ascoltato la testimonianza di una donna sopravvissuta ai campi di concentramento. Lei si chiama Edith Bruck nata in Ungheria nel 1933, da una famiglia povera.

Inizia la sua storia premettendo che nonostante la cattiveria e la crudeltà di quel tempo, bisogna pensare che anche nelle persone più disumane,”c’è sempre una luce nel buio”.

Nel 1944, Edith racconta che dei fascisti bussarono alla sua porta, suo padre andò a prendere le medaglie che aveva ricevuto duranta la prima guerra mondiale, i fascisti le buttarono a terra e gli diedero uno schiaffo insultandolo.

Portarono lei e la sua famiglia, in uno dei vagoni, fino al ghetto, dove rimasero per cinque settimane.

“qui vidi la prima luce” dice: un uomo del suo villaggio entrò di notte nel ghetto e lanciò alla sua famiglia un sacco pieno di cibo che condivisero con gli altri deportati.

Arrivati nel campo di concetramento di Auschwitz iniziarono le selezioni, furono divisi in due gruppi: uomini e donne con i bambini. Edith rimase sola con la madre e le sorelle. Ad un certo punto le si avvicinò un soldato tedesco che le suggerì di andare nella fila di destra, mentre la madre andò a sinistra. Da quel giorno non la rivide mai più.

Lei pianse per cinque settimane e la kapo, stufa di sentirla, le disse di seguirla.

“vedi quel fumo? Senti la puzza di carne umana?” le disse. Edith annuì.

“ecco, tua madre è stata portata là”.

Tre mesi dopo, Edith fu spostata nel campo di Dakau. Là, avenne un altro episodio, “uno di quei piccoli momenti di luce che ti facevano tornare la voglia di vivere, di continuare, la voglia di tornare a casa”: un tedesco le diede dei guanti bucati. Può sembrare un gesto insignificante, ma là, dei guanti, anche se bucati, ti potevano salvare la vita.

In seguito li trasferirono nel campo di Bergen Belsen. Lì accadde un altro barlume di luce, quando un tedesco risparmiò la vita a lei e sua sorella. Edith non vide mai più quest’uomo.

Passano i mesi, fino al giorno della liberazione di Auschwitz.

Dopo aver dormito e mangiato per giorni la spazzatura, furono trovate dagli Americani.

Le ricoverarono e, come dice lei, le trattarono come si trattano dei neonati.

Nel viaggio di ritorno lei incontrò molte persone stremate dalla guerra, tra cui svariati tedeschi, ma nonostante tutto quello che avesse passato per colpa loro, condivise quel poco cibo che aveva.

Quando tornò nel suo villaggio, lei e le sue sorelle non furono credute e nessuno voleva ascoltare le loro storie.

Fu molto difficile ricomincare a vivere una vita normale.

Alla domanda se avesse provato mai odio nei confronti di chi l’ha fatta soffrire, Edith risponde con testuali parole:”l’unica cosa che ringrazio a Dio, è che io sia salva dall’odio. Io non ho mai odiato nessuno, forse questa è una debolezza, ma non mi importa”.

Per evitare che tutto questo si ripeta, lei ci consiglia di contribuire “anche con solo una goccia di bene”. Citando Primo Levi:”tutti coloro che dimenticano il proprio passato, sono condannati a riviverlo”.

MARIA TORNESELLO

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