L’ (A)NORMALITà DEL CRIMINALE

La cronaca attuale riferisce sempre più spesso di crimini; sui giornali leggiamo notizie dell’ultima ora, qualche testimonianza, informazioni riguardanti la vita della vittima e/o del presunto artefice del crimine, ma soprattutto la scritta “le indagini proseguono”. Chi si occupa delle indagini? La prima risposta che ci passa per la mente potrebbe essere il pubblico ministero, la polizia.

In effetti è così, ma dietro eventi denominati “crimini violenti”, quali l’omicidio o la violenza domestica c’è molto di più.

A tal proposito menzioniamo la criminologia, la disciplina che studia la criminalità e la devianza(comportamento che viola le norme della comunità), gli autori e le vittime dei reati e di atti criminali, nonché la reazione tra questi fenomeni.

 La criminologia si caratterizza per lo studio del reo (accusato, colpevole) e del reato secondo un approccio interdisciplinare e include la psicologia, il diritto, la psichiatria, la sociologia e le neuroscienze.

Inoltre si focalizza sulle strategie di prevenzione, trattamento e controllo della criminalità.

Dobbiamo la sua nascita agli studi, conseguiti in contesto italiano nel diciannovesimo secolo, in materia di diritto penale di Cesare Lombroso: medico, antropologo e giuristae del magistrato Raffaele Garofalo.

Analizziamo con più attenzione l’opinione del primo.

Secondo Lombroso,“l’uomo criminale è portatore di una stimmate congruente con le caratteristiche di una modalità comportamentale primitiva e selvaggia”. In poche parole, l’uomo delinquente sarebbe portatore di uno psichismo anormale non tanto perché espressione di una mente malata, ma a causa dell’emergere di strutture comportamentali anticamente adattative, al giorno d’oggi tuttavia del tutto incongruenti con l’evoluzione raggiunta. I delinquenti, alla pari dei folli, esprimono una dialettica mentale patologica e per questo è come se fossero portatori di uno psichismo malato.

In realtà, malgrado le ricerche di fattori biologici riguardanti la tendenza criminale, tentate soprattutto negli Stati Uniti, non è stato possibile scoprire nulla di utile circa il complesso rapporto fra elementi costituzionali e propensione all’azione criminale. Il fenomeno della criminalità presenta aspetti di grande diversità impossibile da ricondurre a fattori generativi unitari.

La ricerca psicologica sta mostrando in modo evidente come gran parte degli atti criminali non sia il frutto di uno psichismo spinto al limite della patologia o non risulti dipendente da una malattia mentale; compiere un’azione di tale portata rientrerebbe, dunque, tra le diverse modalità che sceglie l’essere umano per agire.

I crimini violenti rappresentano un campo della condotta umana distaccato dalla normalità, ma allo stesso tempo non estraneo ad essa.

Il centro del lavoro sta nel comprendere se l’atto violento è causato da una scelta dell’individuo oppure rappresenta l’espressione di uno psichismo che porta a una serie di fattori quali vanno oltre alla razionalità del soggetto.

Ci rendiamo conto che non si tratta di un lavoro semplice, immediato e che soprattutto è in continuo sviluppo.A tal proposito l’orientamento clinico ha assunto in criminologia caratteristiche nuove: il contributo della psichiatria e della psicologia deve essere valutato a partire da obiettivi non usati finora, considerati all’interno delle problematiche del diritto e contestualizzati in senso storico e culturale.

Il problema che viene posto dinanzi al clinico non consiste nel valutare con metodo scientifico le cause psicologiche, e non più antropologiche,che hanno determinato l’attivazione dell’azione criminale, ma di analizzare i complessi fattori soggettivi, interpersonali e razionali che hanno portato alla genesi di un fatto antigiuridico ben preciso.

L’intervento clinico in psicologia criminale occorre per ricostruire lo scenario criminale da un duplice punto di vista, al fine di mettere in luce gli aspetti di natura fenomenologica e di fornire la base per un lavoro di confronto medico legale e criminologico penalistico. Il punto di partenza è segnato dall’analisi dei fatti riscontrati,sia le ragioni della genesi,sia le condotte devianti che manifesta il soggetto.

Ciò implica un lavoro articolato altamente complesso, non privo di una certa validità terapeutica, anchese finalizzato a un obiettivo prevalentemente diagnostico.

È importante sottolineare che ogni reato ha una sua dottrina e una sua storia.

A partire dall’obiettività del fatto indagato, quindi, ha inizio il lavoro criminologico che si completa con la ricerca di fattori soggettivi ma accolti nelle dimensioni delle interazioni sociali.

Numerosi crimini violenti sono avvenuti nel corso della storia, ci sono state indagini, qualcuno ha pagato per le sue azioni e qualcun altro no, ma la domanda rimane la stessa:<< Come può l’essere umano spingersi fino a questo punto?>>

Da qui partono le indagini.

LIVIA PAOLIZZI

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