Sovranismo vexata quaestio

Un paio di mesi fa, io ne ero certo, saremmo arrivati al voto per il Parlamento Europeo con più passioni in campo.
Immaginavo un grande dibattito continentale, da una parte gli euro-scettici e gli euro-fobici, per i quali i problemi dei singoli Paesi dipendono dalla malvagia burocrazia europea e dall’euro; dall’altra gli europeisti nella loro pletora di sfaccettature, da quelli che difendono l’Unione Europea, ma vogliono riformarla per renderla più forte, a quelli che la vorrebbero più sociale e meno monetarista. E poi noi, cosiddetti millennials, per i quali l’idea di Europa è viva e praticata, insomma, normale.

I quotidiani battibecchi tra Di Maio e Salvini hanno invece rubato la scena alla questione a tal punto che, oggi, davvero pochi si sentono coinvolti dalle questioni di merito del voto.
Ma il voto è domenica 26.
E’ dunque molto importante entrare nella questione con sguardo diritto.
Se vinceranno i sovranisti, ci sarà più autonomia per l’Italia? No.
L’equivoco nasce dall’intricato dedalo del sovranismo europeo.
Salvini, ad esempio, dice che nel Parlamento Europeo farà gruppo con i suoi partner di altri quindici Stati membri dell’Unione. E’ così, ma sono principalmente i Paesi del Gruppo di Visegràd ed i loro vicini; insomma , sono i partiti sovranisti dell’ex Europa comunista.
Sono davvero anti-europeisti i popoli di questi Stati? No.
Sono entrati nell’Unione nel 2004, nello stesso anno in cui aderirono alla NATO. Tale coincidenza temporale non fu un caso, nacque anzi dalla ricerca di una protezione totale contro eventuali minacce di ritorno dell’egemonia russa. (Minacce molto concrete, come ben sa, per esempio, l’Ucraina del post rivoluzione arancione.)
Aderirono all’Unione Europea per consolidare la loro riacquistata sovranità dopo anni di dominio russo-sovietico e, per questo, contestualmente scelsero anche protezione dalla NATO.
L’Istituto di Ricerca GPF Inspiring Research ha pubblicato il suo ultimo voxpopuli sull’Europa lo scorso 11 maggio. Coinvolge tutti i 28 paesi dell’Unione e inizia con una domanda diretta: “Se si votasse domani per rimanere o uscire dall’Europa, Lei cosa voterebbe?”
La grande maggioranza degli Europei, il 72%, voterebbe per restare in Europa. Dando per acquisito l’europeismo di Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo, della Germania e dell’Irlanda, quest’ultima in chiave antibritannica, che nel loro insieme superano l’85%, dei paesi rimanenti invece, solo apparentemente in maniera sorprendente, gli elettori che più partecipano di sentimenti pro-Europa, in media per il 70%, sono proprio quelli dell’ex Europa comunista.
Ma allora Orban, il magiaro faro del sovranismo europeo, e gli altri capi di Stato di questi Paesi, che sembrano così estremisti nel loro antieuropeismo, avranno una brutta sorpresa alle urne? Anche qui, no. Il fatto è che questi Paesi, nella loro storia secolare, hanno dovuto difendere la loro sovranità non sempre e non solo dai Russi, ma anche dai Tedeschi e dagli Ottomani. Si stanno ora godendo la loro sovranità, e proprio per questo non hanno alcuna intenzione di abbandonare l’Europa, trovandosi poi esposti alle mire di Putin. Allo stesso tempo però non ne hanno di subire l’egemonia tedesca sotto le bandiere dell’Unione, e meno che mai sono propensi a farsi carico dei problemi strutturali dell’Italia.
In breve, c’è sovranismo e sovranismo nel Vecchio Continente.
Però, a ben guardare, gli unici e veri euro-scettici stanno proprio nel cuore dei Paesi fondatori dell’Unione, primi tra tutti l’Italia e la Francia. Noi italiani, di fatto, siamo europeisti solo per il 54%.
A rendere il dibattito ancora più farraginoso poi, ci pensa la politica.
Di fatto, nel linguaggio politico corrente, a volte anche in quello giornalistico, nazionalismo e sovranismo sono artificiosamente diventati sinonimi. Questo avviene soprattutto in Italia, ma è un errore che rischia di confondere le idee e di rendere il dibattito del tutto impreciso.
Il nazionalismo infatti è una ideologia che ha sempre avuto bisogno, per conquistare consensi e seguaci, di un nemico esterno, cronico, ereditario: l’Austria-Ungheria per l’Italia Risorgimentale, la Gran Bretagna per gli irlandesi cattolici, la Russia zarista o bolscevica per i polacchi, la Turchia per i greci. Questo nazionalismo è stato ed è responsabile di molti conflitti, ma in talune fasi della storia ha giocato un ruolo essenziale nella formazione degli Stati nazionali.
Il sovranismo invece è un fenomeno più recente. Come il nazionalismo ha bisogno di un nemico dichiarato per mobilitare i suoi accoliti. Ma questo nemico, apparentemente l’Unione Europea, è invece prevalentemente interno.
Il vero nemico dei sovranisti è il sistema di principi, regole e valori che hanno governato il Paese, qualunque esso sia, negli anni precedenti.
Nel caso dell’Italia, per esempio, “l’aborrito” sistema comprendeva la democrazia rappresentativa, l’economia sociale di mercato, i diritti delle minoranze, la parità di genere, la difesa di orientamenti altri, il diritto all’aborto, alla salute, alla educazione, all’asilo; combatteva la criminalità, ma si opponeva alla pena di morte e alla vendetta privata con il preciso obiettivo di rendere ogni detenzione una possibile rieducazione. Sul piano internazionale il sistema esigeva sì la tutela degli interessi nazionali, ma non mancava di ricordare che in un mondo dominato da giganti soltanto la creazione di una Europa unita e salda avrebbe garantito sicurezza, continuità, solidità economica e futuro. A costo, certo, di taluni sacrifici.
A ben guardare, i partiti sovranisti hanno linee programmatiche nazionali a tratti assai diverse e difficilmente riusciranno a creare una vera Internazionale Sovranista. Ma hanno almeno due posizioni largamente condivise: come prima cosa ritengono che le nuove tecnologie consentano di rinunciare alla democrazia rappresentativa e favoriscano l’era utopica, se non utopistica, della democrazia diretta, e lo credono un vantaggio. In secondo luogo i partiti sovranisti sono riusciti a diffondere la convinzione che la Commissione di Bruxelles abbia penalizzato l’economia italiana ( o le economie nazioni in genere) per favorire quella di altri Paesi eletti, fra cui la Germania. A questi due punti di comunanza però corrispondono altrettante criticità. La democrazia diretta finisce sempre per favorire la nascita di regimi autoritari e di uomini la cui leadership è quasi totalitaria. La Commissione di Bruxelles ha certamente commesso diversi errori, e l’idea stessa di Europa è assolutamente perfettibile, ma ha creato vincoli, garanzie e istituzioni che hanno giovato all’intera comunità delle nazioni e a cui è impossibile rinunciare.
L’unico Paese che ha pensato di poterne fare a meno, la Gran Bretagna, di fatto, si è infilata in un cul de sac da cui non trova alcuna via di uscita.
Oggi, siamo a un crocevia decisivo per il nostro destino.
Al sovranismo, alla chiusura e al particolarismo nazionale vanno opposte speranza, apertura, accoglienza, opportunità per tutti.
Faccio un esempio: l’Europa è ancora leader nelle esportazioni nonostante le imprese più grandi al mondo per capitale siano americane e cinesi. Tradurre questa dimensione economica in chiave politica consentirebbe al Vecchio Continente di assumere il ruolo di mediatore e stemperatore della tensione tra Stati Uniti e Cina e di freno culturale ed etico alla ventata di autoritarismo che si sta diffondendo; perché questo accada è necessario recuperare la centralità politica della Commissione Europea quale garante degli interessi collettivi e sovranazionali e realizzare, come spero tutti ci si auguri, gli Stati Uniti d’Europa.

NICCOLO’ ROSI

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