Sapiens?

Via Lattea, spazio, pianeta Terra. 10.000 anni fa – minuto più, minuto meno. <<Igneru wandu omu aha!>>. Il capo-clan è in allerta. Una macchia si muove all’orizzonte, nera. La macchia sembra estendersi, fino a diventare una linea, sempre più estesa, sempre più vicina. Eccoli, sembrano altri sapiens. Cosa ci vengono a fare in un territorio non loro, che intenzioni avranno? <<Waghitte!>> Il capo-clan chiama la sua comunità a prendere le lance, per colpire da lontano <<Waghitte welluh!>>. Sono sapiens, non promettono niente di buono. Sono sapiens, vogliono la guerra. Maledizione! Le lance scagliate sono finite nel burrone che cinge l’insediamento di poche capanne. Poche capanne, di paglia e legno intrecciati, ma la terra è la più fertile della zona. Di sicuro è per questo che sono venuti, i sapiens. <<Ugnah! Ugnah!>>. Lo scontro frontale sembra inevitabile. Il capo-clan chiama in rassegna i più forti del villaggio. Ognuno si ricopre di un’armatura fatta di pelli di bue, bisonte, cinghiale e rinforzata con ossa e denti animali. Scendono in campo, il gruppo di sapiens sembra avvicinarsi pericolosamente. Sono pronti, a tutto. Corrono verso gli avversari, brandiscono i loro cunei di ossidiana. Ma all’improvviso, uno strillo. Stridulo ma vigoroso, terribile. Di fronte ai guerrieri del villaggio, schierati fianco a fianco e ormai sul punto di combattere, si fa avanti, temerario, un piccolo sapiens. Il suo sguardo sembra atterrito e al contempo affascinato dagli strani oggetti da combattimento, da tutte quelle armature e dalla stazza degli indigeni: non pensava potessero esistere creature così poderose! Alle sue spalle gli altri sapiens: non un’intera popolazione, non un gruppo belligerante, ma solo due individui, forse i suoi genitori. Sono nudi, sporchi, ridotti alla fame: il loro insediamento dev’essere stato distrutto dall’intervento di chissà quale spaventoso nume. Il piccolo indietreggia, aspetta il verdetto. Uno dei guerrieri, quello visibilmente più giovane, fa lo stesso e per un attimo scompare: si ripresenta subito con delle pelli avanzate dall’ultima battuta di caccia e le offre ai forestieri. Depone le armi. I suoi compagni fanno lo stesso. Tutto il villaggio si avvicina, le donne accompagnano i bambini. <<Ratissimu su!>>, benvenuti! Non sono sapiens. Sono altri sapiens. Come loro. Il capo-clan osserva stupefatto la scena, limitandosi a mormorare una combinazione di lettere ignota anche a lui: <<Homo>>.

Sempre terra, Lombardia, strada provinciale Paullese. 21 marzo 2019. Un cittadino italiano dirotta un bus con dei bambini all’interno. Ha una tanica di benzina. Vuole incendiare la vettura, vuole uccidere tutti. Ramy fa finta di pregare, ha il telefono tra le mani, chiama i soccorsi: sventa la strage. La dialettica all-news si affolla, fuori luogo, come sempre: <<L’ha fatto per evitare altri sbarchi di immigrati>>, <<L’ha fatto perché squilibrato>>, <<L’ha fatto perché esasperato dalle politiche razziste del nostro governo>>. Violenza per violenza, azione per il gusto di farla, orrore che richiama l’orrore. No, non c’è terrorismo, non c’è perversa vendetta, non c’è sacrificio umano. Qui non c’è l’uomo: quel conducente non sa chi è l’uomo, il suo gesto non si rivolge a un uomo, né ai bambini, né tanto meno lo compie per sé stesso. Una prospettiva di violenza astratta, pura, nella sua forma più barbara, che estrania l’individuo dalla sua natura umana, dal mondo, dalla sua storia. La sua azione si assolutizza, esiste per sé stessa, senza senso. Violenza nell’azione e violenza nelle parole. Un ministro italiano qualche giorno dopo commenta più o meno così: <<Se Ramy vuole che la cittadinanza italiana venga concessa a tutti i suoi compagni, si faccia prima eleggere come parlamentare, poi provi a cambiare la legge. Non ci sono elementi per concederla, nemmeno a lui>>. Un attacco non rivolto a Ramy o ai suoi compagni, né agli immigrati più in generale e – no – neppure agli avversari politici del ministro. Un attacco violento, gratuitamente cattivo: violenza che si aggiunge al turbinio disumanizzante che sta colpendo la nostra società. Praxeis su praxeis, agere su agere, perdendo di vista noi, umani. Ah, sempre lui, il ministro italiano, qualche giorno dopo, cambia idea: <<Sì alla cittadinanza a Ramy, è come mio figlio>>. Tutto risolto, allora. E invece no, siamo alle solite. La benevolenza di facciata, che insegue logiche di alleanza politica, che a loro volta inseguono il consenso, che a sua volta genera il voto, che a sua volta conferisce il potere. E a questo punto? Potere per il potere, non per il popolo, non per le masse e nemmeno per il potente, a dir la verità. Tutto ha un limite, tutto finisce: e il potere prima di tutto. E il potere, prima di tutto, muove l’uomo con l’ardente brama di possederne altro. Altro potere per il potere. E l’uomo scompare. Sapiens?

 

ALESSANDRO IACOVITTI

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