Sinistraflix

La sinistra italiana serve davvero ancora a qualcosa?

Negli ultimi giorni, una commissione formata da sondaggisti del Tg de La7, autorevoli opinionisti televisivi, professori e dottorandi all’Università della Vita e una commissione formata da prestigiosi membri della COBAMA-TF (Confederazione di coloro che Battono le Mani ogni cinque secondi alle Trasmissioni di Floris), hanno presentato uno studio dal titolo: “Sinistra, quale futuro?”. Noi de “La Lucciola” siamo riusciti a intercettare questi riservatissimi documenti prima della loro pubblicazione.

In pratica, la ricerca ha uno scopo sociale ben preciso: si propone infatti di trovare una nuova utilità alla sinistra e tra le idee che sono state presentate, la proposta che a nostro giudizio è la più convincente è quella di “Sinistraflix”. Sì, proprio così: anche l’Italia potrà vantare di avere un proprio servizio di film e serie tv in streaming e si dice che Oscar Farinetti sia già interessato a una sua futura acquisizione. Il funzionamento è semplice: ci si abbona al canone renziano di 80 euro fissi all’anno, così da poter usufruire a un vasto catalogo di titoli realizzati da tutti i partiti di sinistra, che per l’occasione verranno riconvertiti in case di produzioni. Eh già, ecco che fine avevano fatto in questi mesi il PD (ormai diventato “Produzioni Deleterie”), LeU (“L’ideale era Universal”) e Potere al Popolo (trattasi di John Albert Popolo, regista italo-americano arruolato perché al provino, alla sua dichiarazione di volersi dedicare a un progetto di fantascienza – che si sarebbe dovuto intitolare “Mars” – Viola Carofalo e i compagni di partito hanno inteso invece “Marx”). I titoli di punta sembrano essere per il PD “Il fratello di Montalbano”, con Nicola Zingaretti nei panni di Bruno Montalbano, commissario di Sora e congiunto del più noto Salvo, per LeU “Il rimpianto di fuoco”, con Bersani e D’Alema che sono due ex-cowboys ormai vecchi e logorati dal passato, i quali credono poi di sfidare ogni giorno a duello un forestiero renziano qualunque – che in realtà è solo un fantasma, e, infine, per quanto riguarda la casa di produzione del maestro Popolo, “Hasta el Martini siempre”, una commedia davvero impegnata, dalla forte valenza simbolica, che racconta di un dibattito anticapitalista come tanti altri, in un circolo di Rifondazione come tanti altri, in cui alla fine tutti si ubriacano di Tavernello, ma comunque restando fedeli ai propri ideali e inneggiando alla costituzione dei consigli di fabbrica.

Tuttavia, nell’eventualità, che noi – sinceramente – non auspichiamo, che le case di produzione tornino a essere partiti e “Sinistraflix” torni a essere un ideale politico, di seguito presentiamo qualche indicazione che potrebbe rivelarsi utile per un futuro lìder maximo… Ehm! Leader di un partito di sinistra in Italia (perdonateci l’espressione desueta): esamineremo gli errori fatti in passato e i punti da dove ripartire, deliberatamente senza prendere in considerazione i provvedimenti del governo giallo-verde – infatti, non ci sembra opportuno mettere in rapporto tra di loro azioni concrete di governo e pura propaganda, anche se “mascherata” in forma di decreto.

LAVORO

Ebbene sì, il primo punto da cui intendiamo iniziare è proprio il lavoro: una parola che forse la sinistra della “terza via”, del liberismo sempre più centrista e del “fare” più diretto e intransigente – anche al costo di adottare provvedimenti impopolari – ha ormai da tempo rimosso dal vocabolario della sua narrazione politica. O meglio, ne fa un uso improprio, alterandone l’accezione originaria di “ciò che dà dignità all’individuo”. Basti pensare che a novembre del 2017, l’ultimo governo di centro-sinistra di questo paese (ve lo ricordate Gentiloni?) celebrava il Jobs Act in base a un dato fornito dall’Istat per cui il numero degli occupati era il più alto degli ultimi 40 anni; peccato che questa cifra si accompagni alla caduta vertiginosa dei contratti a tempo indeterminato (350 mila in meno tra 2016 e 2017, secondo l’Inps). E non solo: secondo un rapporto a cura di Inps, Anpal, Inail e ministero del Lavoro, tra il 2012 (un anno prima dell’entrata in vigore del decreto) e il 2016 i rapporti di lavoro di breve durata sono aumentati di un milione e tra questi, il 25% non supera i due giorni di durata. Con il Jobs Act, in pratica, i datori di lavoro sono incoraggiati a servirsi di lavoratori usa-e-getta, privi delle tutele che erano loro garantite dall’articolo 18 e impiegati per il più breve periodo di tempo possibile – per un massimo che, tuttavia, non supera i 36 mesi: è questa la prassi legata ai contratti “a tutele crescenti”, che prevedono per i datori di lavoro l’obbligo di corrispondere al dipendente licenziato una somma che cresce in base alla durata del contratto. Pertanto, “Jobs Act” – almeno finora – significa sì più occupazione, ma sempre meno retribuita e più precaria: e la frattura con il “paese reale” appare scontata. Allora bisogna demolirlo ‘sto benedetto Jobs Act? Forse. Ma si faccia attenzione a non trascurare politiche di sostegno e di agevolazione fiscale a favore delle imprese stesse: insomma, occorrerebbe una situazione di sostanziale equilibrio, con l’introduzione di sgravi contributivi, magari rivolti per lo più a piccole e medie imprese dal forte radicamento territoriale, accompagnati però alla reintroduzione di tutele per i lavoratori, se non addirittura rendere il contratto a tempo indeterminato come la forma contrattuale più vantaggiosa per tutti. L’ormai defunta coalizione “Liberi e Uguali” (no, stavolta non intendiamo la casa produttrice!) lo aveva inserito nel suo programma, ma probabilmente ne erano a conoscenza solo i suoi esponenti e, forse, qualcuno di quel 3% che l’ha votata. Perché, in fin dei conti, proprio di questo si tratta: di ricostruire un rapporto di fiducia reale con quegli operai, artigiani, impiegati che si sono sentiti traditi da una classe dirigente che ha voltato loro le spalle, di tornare a comunicare e a dialogare “dal basso”, di mostrare il proprio supporto nelle battaglie sindacali, come quella in cui Aboubakar Soumahoro, sindacalista USB, si sta battendo contro lo sfruttamento dei braccianti agricoli in tutta Italia.

ECOLOGIA

Di ecologia e ambientalismo si parla molto spesso ultimamente: basti pensare agli straordinari risultati delle ultime elezioni in Baviera, dove i Verdi si sono affermati come la seconda forza del governo federale (17,5%), ridimensionando la vittoria della CSU (emanazione regionale dei cristiano-democratici, il partito della cancelliera Merkel, per intenderci), che qui ha dominato quasi incontrastata per 60 anni e che – rispetto alle elezioni precedenti – ha perso il 10% dei voti. Un successo che si spiega con l’incapacità di dare risposte concrete a livello locale da parte dei partiti di governo (appunto, CDU e SPD, i social-democratici) ma anche simbolo di una consapevolezza sempre maggiore da parte degli elettori sulle questioni “verdi”. In Italia, abbiamo sempre considerato – e spesso non a torto – il movimento dei Verdi come una formazione di “nicchia”, composta da una manciata di fanatici dal fare un po’ scanzonato e una attenzione nei confronti delle questioni ambientali come quella dei tedeschi non si è mai palesata in modo significativo. Tuttavia, negli ultimi anni, ci stiamo rendendo sempre più conto di vivere in un paese fragile, a costante rischio idrogeologico, esposto ad alluvioni, terremoti e frane e assai impreparato a resistere a tali eventi e a evitare conseguenze funeste: le istituzioni riescono sì a rispondere sul territorio, ma tale risposta si ha molto spesso solo a “tragedia” avvenuta, mettendo in moto una “macchina dei soccorsi” – per carità – invidiabile ed efficiente, ma in una dinamica che abbiamo visto ripetersi tante, troppe volte, da L’Aquila fino al ponte di Genova. Ultimo per ordine di tempo, il disastro del TMB (trattamento meccanico-biologico) Salario: si tratta di un impianto di smaltimento grande quanto un campo da calcio contenente rifiuti per un’altezza di 6 metri, ubicato sulla via Salaria, nei pressi dei popolatissimi quartieri romani di Villa Spada e Fidene (parliamo di 50.000 abitanti!) e a soli 50 metri dalle abitazioni circostanti e a 100 metri da un asilo nido. L’11 dicembre scorso è divampato un incendio che ha prodotto una coltre scurissima che non ha fatto altro che peggiorare una questione che va avanti dall’apertura dell’impianto nel 2011: da allora gli abitanti hanno dovuto lottare quotidianamente con l’odore tossico del TMB, con conseguenze gravissime per la salute e per i quartieri stessi, che si stanno a mano a mano spopolando. La risposta delle istituzioni non è mai arrivata, e come ha dichiarato a Propaganda Live Christian Raimo, assessore alla Cultura del Municipio III, dopo che tale battaglia è stata fatta propria da gruppi di estrema destra – similmente a quanto avvenuto nella situazione di totale abbandono di Ostia e senza alcun esito significativo, peraltro – “molti cittadini hanno sentito l’esigenza di ripoliticizzarsi contro la mancanza delle istituzioni”. E così era avvenuto il 6 ottobre, quando i comitati di quartiere sono riusciti a organizzare una dimostrazione contro il TMB, radunando ben 2.000 persone in uno spiazzo nel bel mezzo della Salaria. La rabbia c’è, le idee (ambientaliste), pure: cosa aspetta la sinistra a riempire questo gravissimo “vuoto” politico?

IMMIGRAZIONE

Bene, sul valore dell’accoglienza e dell’apertura al diverso siamo tutti più o meno d’accordo. Parlare dei flussi migratori in questi termini è importante ed è una delle espressioni più veraci di quelli che sono considerati “valori di sinistra” Ma si tratta di una narrazione molto spesso sterile, che non fa altro che fossilizzare nelle proprie opinioni chi lo pronuncia e, per giunta, rende impossibile realizzare con chi la pensa in maniera opposta un confronto che esuli dalla facile retorica e da questioni di autentico “tifo politico”. Ahimè, un “#restiamoumani” opposto a un “#primagliitaliani” non sortisce alcun effetto significativo nel dibattito: gli slogan sono importanti, per carità, ma solo quando accompagnano esplicitamente o si riferiscono in modo immediato a un concetto più complesso. Perché piuttosto che “radical chic” e “fascistoidi da tastiera”, a opporsi dovrebbero essere l’analisi senza pregiudizi della “complessità” di un fenomeno (storicamente un’attitudine riconosciuta “di sinistra”) contro l’immediatezza della soluzione dettata da una “logica del buon senso” (prassi culturalmente più tipica del populismo “di destra”), che sembra prendere piede nei periodi di crisi e malcontento generale. Dunque, bisognerebbe parlare di immigrazione con altre parole, servendosi di argomentazioni approfondite e veritiere, ma che al contempo riguardino in modo effettivo il presente e il futuro del “paese reale”. Dare, in altre parole, l’impressione nel concreto del fatto che non si stia sfruttando l’immigrazione per finanziare traffici illeciti o in quanto asserviti a un qualsiasi Soros turbo-mondialista o a chissà quale lobby europea. Un esempio? Instaurare un dibattito su questioni che potrebbero avere ripercussioni drammatiche sull’intera società del nostro paese, come ha fatto il presidente dell’Inps, Tito Boeri nel corso della presentazione della “Relazione annuale dell’Inps alla Camera” (4 luglio 2017): egli ha affermato che se si chiudessero le frontiere italiane, tenendo conto dell’evoluzione demografica del paese, nel 2040 ci sarebbero 38 miliardi in meno per le prestazioni pensionistiche (circa ¼ dell’importo erogato nel 2017). Praticamente, ci sarebbe la necessità di adottare una manovra di forte revisione delle spese pubbliche ogni anno, con il rischio di arrivare a un punto di non-ritorno. Si provi, poi, a parlare in base a dati di fatto, meglio ancora se dimostrati dalla stessa scienza, come fa Roberto Burioni, il virologo – ormai – più famoso del web italico, il quale ci fornisce un altro ottimo esempio di questa retorica alternativa: sul suo blog “Medical Facts”, ad esempio, dimostra – ispirandosi a uno studio condotto da ricercatori danesi e britannici, che a loro volta si sono basati su risultati basati su “2.300 articoli scientifici pubblicati negli ultimi anni” – che non sono gli immigrati a portare le malattie in Italia ma ne vengono contagiati proprio stando ammassati e in condizioni disumane nel nostro paese, in cui i batteri resistenti agli antibiotici sono presenti in maniera molto abbondante.

EUROPA

Veniamo poi alla sfida forse più grande per la sinistra: fermare l’ondata straripante dei nazional-populismi e rilanciare un’idea credibile di Europa. Un’Europa che necessariamente non dovrà più limitarsi ad essere de facto un’unione esclusivamente economica, che ha imposto politiche di austerità a beneficio del sistema bancario e delle economie più importanti (Francia e Germania). La risposta non può e non deve essere l’uscita dall’Unione: bisogna salvaguardare e, anzi, richiamare con più forza quei principi, quei valori comuni che ci hanno permesso di vivere in pace per più di sessant’anni – cosa che in età Moderna non si era mai verificata. Occorre però un nuovo modello di Europa, più vicina ai cittadini, più trasparente e che sia in grado di rispondere con efficacia alle sfide economico-sociali del nostro secolo, a essere di nuovo in corsa tra i centometristi delle potenze internazionali – soprattutto quelle emergenti – senza essere disposta a lasciare dietro di sé intere parti della società. La sinistra deve dunque dare l’idea di vicinanza, di inclusione e il messaggio di una nuova Europa può essere davvero un fattore cruciale nella sua ricostruzione: deve dunque saper individuare la giusta sintesi tra la realizzazione degli Stati Uniti d’Europa – con un’unica politica di redistribuzione economica, un unico corpo di polizia e un’unica rappresentanza estera – e il processo di democratizzazione delle istituzioni che consiste, ad esempio, nel rendere l’elezione del presidente del Parlamento Europeo a suffragio universale, o affidando politiche economiche non più a “tecnocrati” che prendono decisioni singolarmente, ma a un Parlamento rinnovato, che condivida il potere con le entità amministrative e legislative nazionali e territoriali. E’ una sfida grande e ambiziosa quanto cruciale e necessaria e maggio 2019 è molto più vicino di quanto si possa pensare: la sinistra deve tornare protagonista, per tutti.

 

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ALESSANDRO IACOVITTI

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