Distruggere l’identità tra chiesa, immigrazione, pietre e acqua

Gnòti seautòn.” Così recitava un’iscrizione all’ingresso dell’oracolo di Delfi. “Conosci te stesso.” Ma chi è, effettivamente, questo me stesso? Chi sono io? Io sono Mario Rossi nato qua, in via di là… Facile no? No, manco pe’ gnente.

Pensaci un po’ più a fondo, e allora lo senti. Senti quel senso di indescrivibile frustrazione esistenziale, di sgomento psicologico, di debolezza emotiva, davanti alla domanda che attanaglia l’uomo dalla notte dei tempi. Chi sei tu? Ah, adesso lo senti. Ha tutto un altro sapore, vero? E’ amaro, molto. Talmente tanto, che subito scappi via, e ti rifugi tra gli anfratti di quel castello di carta che si regge su convinzioni fittizie che è la tua presunta identità. Non vergognarti, tutti ne siamo colpevoli. E’ naturale. Una sofisticata illusione costruita sapientemente dal processo evolutivo, ma non per farci del male, anzi, per aiutarci a orientarci nel mondo. Se non mi percepissi come un qualcosa di indipendente e unitario, pensate che casino. Vado a comprare il latte e non capisco quale sia la differenza tra me e il supermercato, tra me e la bottiglia, tra me e la cassiera. Vedo solo una serie di forme sfocate che sfumano l’una dentro l’altra… Avere un “io” quindi è utilissimo, per carità. Ma noi umani, si sa, siamo creaturine bizzarre. Ci fissiamo un po’ troppo sulle cose, tipo l’identità, e poi va a finire che facciamo stragi, genocidi e trasmissioni di Barbara D’Urso. La tragedia arriva quando ci abituiamo alla storiella dell’identità, senza farci mai la fatidica domanda su di essa, a tal punto da scordarci che è una bugia. Oggi voglio allora spazzare via un po’ dei tuoi castelli di carta, anche se mi rendo conto che è un compito difficile. Talvolta le loro fondamenta sono cementate in profondità nella nostra mente, e nemmeno la dimostrazione più ovvia li fa crollare. Vedo esempi ovunque di come la gente sia attaccata alla propria identità, e te ne voglio proporre qualcuno.

Tieni presente che viviamo in un contesto socio-culturale che fin dalla nascita è propenso ad imporre una appartenenza, una definizione identitaria ad ogni individuo. La maggioranza dei neonati italiani viene battezzato, ricevendo così dalla comunità una parte di “io”, corrispondente alla fede religiosa professata, prima ancora di rendersi conto di possedere un “io”, quando ancora probabilmente sta imparando a concepirsi come entità separata. Ciò non vuol dire che battezzare il proprio figlio sia una condanna a morte, non mi interessa del testo sacro a cui fate riferimento. Il cattolicesimo è semplicemente l’esempio più vicino, ci siamo immersi dentro con tutta la nostra coscienza, e forse può rendere più efficace il ragionamento. Basta fare qualche passetto indietro nei secoli, e ci troviamo in un passato dove l’attaccamento, l’appartenenza a un’identità, in questo caso quella cristiana, era una questione di vita o di morte. Rifiutati di riconoscerti in una autodefinizione e nel migliore dei casi diventi un reietto, nel peggiore dei casi… cenere. Questo fa capire quanto l’uomo cerchi in qualunque modo l’affermazione di sé, del proprio sé che è unico e intoccabile, ma non è un segno di coraggio, bensì di paura. Una paura fottuta che ci prende fino a sotto la pelle, ci gela il sangue e ci fa correre ai ripari quando ci sentiamo dentro quel piccolo e innocente interrogativo… “chi sono io?”

Ma ora i tempi sono cambiati… Ora si vive tranquilli anche senza identificarsi in qualcosa… ci siamo evoluti sotto questo punto di vista, no? No. Manco pe gnente. Qui veniamo all’immigrazione, che ho inserito nel titolo solamente perché è un tema che attira molta attenzione, quindi se sei un esperto di geopolitica che è arrivato fin qui per trovare analisi piene di dati, sappi che non ti parlerò di quello che ti vuoi sentir dire, era solo un tranello per farti leggere. Puoi girare pagina e andarti a leggere le filastrocche di Andrea Crinò, molto carine tra l’altro. La miriade di escrementi politici nazionalisti che stanno conquistando l’Europa ultimamente risponde al fenomeno migratorio con frasi di questa tipologia: “l’Italia agli italiani!” “Questa è casa nostra! Rimandiamoli a casa loro!” Capisci a quali assurdità porta il totale radicamento della menzogna identitaria, e la paura di perdere tale costruzione mentale? Porta un uomo a sostenere razionalmente che esista una “italianità”, come se fosse una sostanza concreta, che ci scorre nelle vene, e ci garantisce diritti esclusivi su lembi di terra su cui noi ammassi di carbonio, idrogeno e ossigeno ci troviamo a bazzicare allegramente per puro caso, senza mai aver fatto qualcosa per scegliere questa come “casa” nostra. Casa nostra potrebbero essere le mura che ho deciso fossero tali, potrebbero essere concettualmente le azoni che caratterizzano i confini del mio vivere quotidiano, ma sicuramente non sono dei confini immaginari, delimitanti un territorio per pura costruzione umana, delineati da persone con cui nulla hai avuto e avrai mai a che fare. Peggiore figura fa la sinistra, o ciò che rimane di essa nel mondo, che si mette in bocca continuamente la parola “accoglienza”, senza rendersi conto che tale espressione rientra perfettamente nello stato mentale dei loro avversari: il verbo “accogliere” presuppone infatti che esistano effettivamente dei confini da valicare, e una “italianità” sostanziale da che rende l’immigrato altro da noi. Ma guarda un po’? Entrambe le cose sono elaborazioni mentali che utilizziamo per abitudine, ma che non hanno nessuna reale sussistenza, esattamente come il tuo “io”! ma come, allora non esiste lo Stato? Sei un anarchico! Forse lo sono. Ma non è questo il punto. Il punto è rendersi conto di quanto siamo affossati fino al collo nella melma stagnante dell’identità e di quanto ci impedisce di essere liberi. Un apolide in Italia non può lavorare, non può guadagnare, non può vivere serenamente. Sarà forse un pericoloso assassino? No, il suo unico crimine è il non potersi riconoscere in alcuna cittadinanza, la non-appartenenza ad alcunchè, la non-definizione della sua identità.

Non solo siamo persi nel folle tentativo di possedere un “io” ben definito: ancor più ci struggiamo per cercare di mantenerlo stabile e immutato, preservarlo come fosse oro. “Non ti riconosco più…” “Sei cambiato.” “Non sei più lo stesso.” Frasi fatte con cui ci rivolgiamo ai nostri simili facendo loro una colpa del cambiamento della propria identità, o di singoli aspetti di essa. Beh, vi darò una notizia: non saremo mai gli stessi per tutta la vita. E meno male, pensate che noia altrimenti. Nel nostro organismo migliaia di cellule muoiono ogni giorno per essere sostituite da altrettante. E in un tripudio di metamorfosi come ve l’ho descritto vorreste impedire a qualcuno di far morire le proprie idee, le proprie ambizioni per portarne di nuove alla luce? Ci rinchiudiamo in una gabbia di cui noi stessi abbiamo forgiato le sbarre, e ci dimentichiamo che la chiave l’abbiamo sempre avuta in tasca. Lo sai perché? Perché ci piace l’orgoglio. E’ un sentimento che ci riempie fino all’orlo, ci fa sentire completi. “Questa è la mia gabbia, mia e solo mia!” E intanto, fieri della nostra prigione mentale, ci perdiamo tutto quello che c’è là fuori. Fatevi il piacere, ogni tanto, di cambiare idea. Crediamo di avere qualcosa da perdere, una reputazione, una immagine che abbiamo di noi stessi, e altre illusioni fasulle legate all’identità. Non avete niente, ma proprio niente, da perdere. Tutte queste zavorre che vi portate appresso non sono reali. E allora sarà come liberarsi da un peso, cambiare idea. Sarà il sollievo di una doccia fresca in un pomeriggio afoso e appiccicoso d’estate. Fatevi delle opinioni, poi mettetele in discussione e buttatele nel cassonetto. Sbagliate, poi chiedete scusa. Lasciate il\la vostro\a ragazzo\a, poi tornate da lui\lei se vi manca. Incazzatevi con qualcuno, poi perdonatelo. Tutte cose che ci risultano ardue, ci soffriamo, perché c’è sempre il maledetto demone dell’orgoglio che ci bisbiglia: “tu sei così e non puoi essere altrimenti, questa è la tua identità, non puoi offenderla cambiando!” Voi rispondetegli: “Oggi sono così, e domani sarò colà. E tu non puoi fare niente per impedirlo, non esisti.”

Insomma, ci aggrappiamo all’ “io” e lo idolatriamo come un Dio. A mio avviso, non è un caso che i due termini si assomiglino. Entrambe le idee, di io e di Dio, hanno molto successo perché ci danno certezze. Ci fanno sentire stabili, danno la sicurezza che si prova quando si sta a casa propria. Ma non riusciamo a capire che dappertutto è casa nostra. Convincerci un identità e mantenerla costante ci fa comodo, perché qualora ci assalga quella insidiosa e spaventevole domandina del “chi sono io?”, abbiamo la risposta bell’e pronta, impacchettata con un bel fiocchetto. Ma accontentandoci di questo, non sperimenteremo mai la meraviglia di vedere le nostre risposte cambiare in continuazione di fronte a quella domanda, come in un caleidoscopio di innumerevoli forme mai ferme, che nascono e muoiono in ogni momento, per perdersi e successivamente ritrovarsi nell’incostante provvisorietà e nello squilibrio di ogni stato del divenire. Difatti il divenire è la trama stessa della realtà, la sua struttura fondamentale, almeno per come noi la percepiamo dalla nostra piccola e limitata prospettiva. Abbiamo conferme ovunque di questo fatto: la scienza ci dice che l’universo è un enorme processo inarrestabile nel quale sistemi si scambiano continuamente energia tra loro; la storia insegna che il punto in cui ci troviamo ora è il risultato dell’avvicendarsi di popoli, re, Stati, culture e scoperte che nel loro progredire superando sempre se stessi hanno portato fin qui; infine la biologia ci rammenta che noi stessi, come specie umana, non abbiamo affatto una forma ben definita, e come tutti gli altri organismi siamo parte di un percorso evolutivo in cui ogni generazione attraverso piccole mutazioni sviluppa nuove caratteristiche rispetto alla precedente. Per utilizzare una metafora, fin troppo abusata da chi si tatua il “pànta rèi” eracliteo senza avere la minima idea di cosa significhi, la realtà è un torrente che scorre continuamente, mai uguale a se stesso. Noi spaventati dai potenti flutti della corrente, ci chiudiamo orgogliosamente nella nostra identità, diventando delle pietre, dure e robuste, impenetrabili. Ma così facendo, andiamo a fondo, non riusciamo più a cavalcare il perpetuo fluire della vita. Convinti di aver fatto la scelta giusta nella nostra invincibile solidità, non vediamo come la vita ci sta scorrendo a fianco, e va avanti senza di noi; col tempo, l’uomo-pietra si rivela molto meno robusto di quanto credeva, e il torrente della vita pian piano lo erode riducendolo in polvere infelice che giacerà in una tomba. Allora ti dico: dobbiamo farci noi stessi acqua. O meglio dobbiamo ricordarci di esserlo, perché siamo sempre stati parte del fiume in continuo movimento, ma crediamo così tanto all’illusione dell’identità che ci convinciamo di essere pietre, di essere qualcosa di diverso e separato dall’acqua che scorre, dal processo universale che non conosce confini. Oh, mi raccomando, non ti sto dicendo di diventare uno schizofrenico con personalità multiple e mettere le tende davanti all’ospedale psichiatrico. Ti sto solo dicendo che quando hai paura, sei insicuro, ti senti schiacciato, perché temi di perdere chi tu sei, o chi credi di essere, quando qualcuno ti definisce, soffocandoti tra le mura di una personalità che non ti appartiene… pensa a cosa ti direbbe Pirandello: che laddove credi di essere uno, un “io” con una definizione precisa, in realtà non sei nessuno, non possiedi un’identità stabile perché sei centomila persone diverse, ognuna delle quali è plasmata dall’immagine che gli altri hanno di te, dalla situazione in cui ti trovi, e dallo stato mentale che attraversa la tua coscienza. Pensa a cosa ti direbbe Gilles Deleuze, filosofo francese del ‘900, che così parla nell’introduzione di un suo saggio, scritto a quattro mani col suo amico psicanalista Felix Gattarì: “Abbiamo scritto questo libro in due, ma poiché ciascuno di noi era parecchi, si trattava già di molta gente.” La nostra personalità non è un pacchetto predefinito, ma si plasma continuamente in uno sviluppo senza fine attraverso le interazioni con le altre persone. Pensa a cosa ti direbbe Erwin Schrodinger, pioniere della fisica del secolo scorso, che così si è espresso: “Quale fu la condizione perché tu nascessi, proprio tu e non un altro? Qual è in verità il significato chiaro ed afferrabile, il senso scientifico delle parole: un altro? Se quella che ora è tua madre avesse vissuto in intimità con un altro uomo e con lui avesse concepito un figlio, TU saresti esistito? E se anche così fosse, perché tu non sei tuo fratello e tuo fratello te, perché non uno dei tuoi lontani cugini? Cos’è che ti spinge a trovare una differenza così insormontabile tra te stesso e un altro, mentre obbiettivamente si tratta della medesima realtà?” Noi che ci concepiamo come entità separate e indipendenti, in realtà non siamo altro che una trasformazione del divenire universale a cui abbiamo la fortuna di dare un’occhiata in questo insignificante mistero che chiamiamo vita. E allora ogni volta che incontrate un ostacolo, non resistete al cambiamento, non fate le pietre, o ci andrete a sbattere dritti con la capoccia, e farà male, ve lo assicuro. Fatevi acqua, siate senza forma, e mutate voi stessi di fronte ad ogni circostanza la vita vi metta davanti adattandovi ad essa. Solo così avrete la forza inarrestabile del fiume in piena che spazza via tutti gli argini.

DAVIDE DE GENNARO

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