Componimenti Creativi

A TE
A te,
A te che entri tardi, che non dici buongiorno,
Che mi hai promesso la tua vicinanza ma sento solo lontananza.
A te che invece mi stai vicino, da sempre ma
non per sempre,
Che in silenzio mi parli.
A te che potevi essere importante
ma hai scelto di farmi essere niente.
A te che mi sei stata accanto,
con il cuore in mano, sempre.
A te che da sotto una maschera ci sei,
chiedendo tanto ma dando tutto quello che sei.
A te che mi hai fatto sorridere, quando non ci
facevo nemmeno caso a chi fossi.
A te che mi hai insegnato il dialogo e ricordato
i miei valori.
A te che sembra non prendi nulla sul serio, ma
seria sei tu nell’essere te stessa.
A te che mi hai insegnato a non fidarmi di
chiunque, che c’è sempre un’altra storia da
scoprire.
A te che non t’aspettavo, non sapevo di poterci
prendere un caffè.
A te che così monotono non sei,
Come chi non ha ancora trovato il suo posto.
A te che mi hai fatto sorridere nonostante le
richieste, che mi hai fatto sentire utile.
A te che mi parli di cose così, come chi tace,
osserva e capisce.
A te che ridi come un matto, ma matto non sei
affatto.
A te che sei composta anche quando dentro
hai una tempesta.
A te che non parli molto, non riveli chi sei, ma
sei te stessa.
A te che mi sei stata accanto, quando eri l’ultima persona a doverlo fare ma la prima a farlo.
A te che mi hai insegnato a raccogliere questi
pezzi e a farne parte, anche senza di te.
A te, a voi, a noi, che ci stiamo accanto giorno
dopo giorno, osservando e capendo noi stessi
e tutto ciò di bello che è nato da anni di sofferenza.

CWTCH

ALBA MARINA
Passeggiare sull’arenile
Col vento marino sul viso
e cogliere il dolce sorriso
di un alba d’Aprile
Sentirsi d’un tratto leggeri
e simili a bianco gabbiano
sospinti dal vento lontano,
lontano dai propri pensieri
sospinti tra nembi rosati,
tra stormi felici d’aironi,
sospesi tra l’iride e i suoni
di limpidi spazi inviolati.

SYBIL

 

UN ALTRO
Un altro…

È una vita fatta
Di ti richiamo
Ci risentiamo
Non sono matta
Ma avevo bisogno di te
Della tua mano
Leggera come su un areoplano
Sono qua di fronte
Testa a testa
Con gli incubi che mi porto dentro
Senza avere un baricentro
Cado mentre tu hai già un’altra richiesta.

CWTCH

 

TU SEI ASSAI
Tu sei assai
Tu sei molto
anche se non lo sai,
anche se non hai mai colto
il tuo infinito potenziale
apparentemente intangibile
ma reale.

LEONARDO MUSIO

 

PLUMBEA CADUTA
A che
La pioggia
Se silenziosa
Scende?
Fulminea consapevolezza
Nel fisso sguardo
Malinconico.
Muta, rapida, fitta.
Incessante attività invisibile.
Grigio pallore
Come un ricordo sbiadito
Candida, lenta memoria
Gelo che riscalda
Cupa ormai
L’allegria.

GAIA

 

RESTA CON ME
Mi sono accorta di non essere sola in quarto
ginnasio. Ero seduta all’ultimo banco e avevo appena respinto anche l’ultimo compagno di classe che conservava la voglia di sedersi accanto a me. Allora non ti vedevo bene come ti vedo ora. Eri solo una macchia nera, sfocata, come fumo nell’aria chiara della mattina. Non pensavo che ti saresti avvicinata a me così tanto. Piano piano mi isolasti. Me ne rendevo conto, anche se mi sembrava piacevole all’inizio. Io e te,sole. Intorno a me, tutto sembrava senza senso, indistinguibile. Tutto tranne te. Avevi un sorriso sbilenco, gli occhi neri e una pelle chiara come la neve che si era posata l’anno del mio primo liceo su Villa Pamphili. Eri bella? Non so rispondere. Non avevi quel concetto di
bellezza che hanno i mortali. Però ammiravo i tuoi capelli color cenere. Ti chiamai Macaria come la dea della buona morte e tu ridesti a crepapelle. Perché non eri buona, me ne rendo conto ora. Mi avvicinasti senza alcuna paura e mi comunicasti senza indugio che eri la mia migliore amica. L’unica inoltre che sarebbe stata con me tutta la vita. Il tuo sorriso sghembo mi lampeggia nella mente, per sempre pietrificato in quell’attimo. Aveva qualcosa di puerile. Ora ricordo si. Eri rassicurante. Eppure non sono sicura ti comportasti da amica. Io non ne sono un’esperta, ma mi graffiavi e mi facevi comparire su mani, polsi, braccia e cosce segni rossi orribili. Col senno di poi non mi sembra qualcosa che fanno gli amici. Dicevi che erano voti a noi. Allora sorridevo e scuotevo la testa. Come sei insicura, hai bisogno di voti? Ma il tuo sguardo dolce mi dissuadeva dal chiedere o dall’oppormi. In fondo non faceva così male. Certe volte mi facevi saltare i pasti in nome del bene superiore, della bellezza. “E chi mai potrebbe amarti sciocchina, flaccida come sei. Sei brutta. Nessuno ti ama, tranne me. Resta con me. Non mi abbandonare. Non mi lasciare mai.” e io ti seguivo docile. Eri gentile no? Lo dicevi solo per il mio bene. Mi amavi, ne ero sicura. Ti amavo anche io. Altre volte mi rubavi la voce mentre parlavo con gli altri, comprimendomi il petto fino a non farmi respirare più. “Stai facendo una bruttissima figura. Smettila di metterti in imbarazzo. Stai zitta. Smettila di parlare con loro, non sono tuoi amici”.
Mi chiudesti in camera. Per settimane. Ai pochi amici che avevo, dissi che non volevo parlare. Mi addormentavo spesso sul pavimento. Mia madre a volte si avvicinava, mi appoggiava una coperta addosso, ma io la allontanavo. Lei non ti percepiva. Poi un giorno, Macaria, apristi la finestra. Di nuovo quel sorriso adorabile. “ti porto via da qui se lo vuoi. So che odi il mondo – dicesti con voce cantilenante – insieme possiamo andarcene. Qui nessuno tiene a te. Se vieni con me sarai libera.” Quale mondo, pensai. Non ho mai visto il mondo. Tu lo hai sempre colorato di grigio. Però so che è l’ultima cosa da fare. E poi non voglio perderti. Chi sono io senza di te? Niente. Non me lo ricordo più. Perciò prendo la tua mano e scavalco il davanzale. Ci buttiamo e sembriamo leggiadre tuffatrici. Ti guardo e ora ti vedo veramente. Sei un mostro, con corna e braccia tentacolari. Mi abbracci, stringendomi a te, mi inglobi. Non riesco ad urlare. Chiudo gli occhi.

STYX

 

CROLLO
Le lacrime si uniscono alle gocce di pioggia, il cielo piange insieme a me. Quei tuoni che un tempo mi spaventavano sono ora piccoli attimi di conforto, quando scossa dal rimbombo mi rendono la vita persa nella nebbia dei pensieri che offuscano l’anima. L’oscurità è un piacere, tutta attorno a me. Scrosciare ininterrotto, a coprire non abbastanza le odiose note da cui sono fuggita con un nodo alla gola. L’immagine che ho così evitato di avere dinnanzi agli occhi si insinua tuttavia nella mia mente, accompagnata sempre da quelle note, quelle orribili note di una dolcezza fastidiosa.
Gioia preclusa alle ombre, il dilettarsi con canzoni ancelle dell’ambiguo sentimento.
La mia schiena scivola lungo la parete a cui sono appoggiata. Oppressa da mille tormenti inspiegabili, sono schiacciata sempre più in basso. Cedo. Le ginocchia cinte dalle braccia nude, alla vana ricerca di un calore che le calze non offrono. La gonna zuppa, una femminilità che non mi appartiene. Dentro, in sala, calda serenità e spensieratezza, mentre qui fuori il gelo notturno e la fredda solitudine che io stessa ho cercato mi fanno rabbrividire. Nessun abbraccio asciugherà i miei singhiozzi stanotte.

CHIARA SAVI

 

ORIGINE
Anno indefinito. Luogo sconosciuto.
Non credo di essere mai nato, o meglio… forse devo ancora farlo. In teoria mi sarei dovuto trovare nella solidità di uno sconvolgente frastuono, o almeno ho sempre pensato che sarei dovuto sorgere lì, ma è tra il groviglio del tempo che inizia la mia breve storia. Feci il mio ingresso nella realtà senza memorie né volto in una gabbia di vetro liquido, sulla cima dell’universo, e me ne stetti a guardare ogni singolo mondo che non cessava un secondo di mutare. Fermo lì, per secoli in uno stato di totale immobilità. Senza pensare o registrare.
Esistevo solamente.
Non sapevo dov’ero né tanto meno cosa fossi, e tuttora ne ho un’idea molto vaga, ma so che quando non mi sarei mai dovuto svegliare… mi svegliai.
Sotto e sopra di me c’era solo oscurità, un’oscurità illimitata. Una notte eterna, che tuttavia si sarebbe presto conclusa per dare vita alla luce. Io ovviamente ero lì, sulla vetta all’ombra degli astri, ad un passo dall’infinito, privo di ogni fremito. Congelato e impenetrabile.
Eppure nell’istante in cui il primo raggio di luce si fece avanti una figura perforò la mia immagine. Nel buio qualcosa di assurdo, irrazionale e immenso attraversò il mio labile corpo. Nulla avrebbe mai potuto spiegare o contenere le sensazioni che si riversavano in me senza argini né controllo, per la prima volta mi resi conto di essere stordito. Per la prima volta mi resi conto di qualcosa. Aprii gli occhi, aprii la mente, provai sgomento e confusione, cominciai a pensare…
mi voltai e vidi l’immensità che mi sovrastava, ebbi coscienza di me stesso e della mia fragilità. Iniziai ad avere paura e cercai un appiglio. Tentai di trovare disperatamente qualcosa che non mi facesse sentire perso e, contro ogni evenienza, sentii e vidi una possibilità d’uscita, vidi una figura. Il corpo che mi aveva oltrepassato. Tutto questo accadde nel frammento di un istante, troppo veloce, troppo complesso per essere
compreso da mente umana, tuttavia accadde. Accade ancora che mi gettai da quell’altura, quel rilievo infinito. Non avevo una vera forma, forse qualcosa di più di un’illusione, ciò nonostante avevo una sorta di peso. O almeno, io immaginavo di averlo. Così precipitai. La tagliente lama dell’aria perforava la mia essenza, io superavo la velocità affilata mentre tutto il mio essere si protendeva per raggiungere ciò che mi aveva risvegliato. Combattendo contro il vuoto che si faceva strada fuori e dentro di me sfiorai la materia e, inspiegabilmente, oltrepassai le sue barriere. La mia intangibile esistenza si congiunse a un fondamento. Io ero entrato in quel nuovo, sconosciuto corpo. Ero diventato, quel corpo. Riuscii a percepire la caduta, il peso che mi attraeva verso l’ignoto. Il peso che mi attraeva verso l’inizio. Sentii tutto. Seppi tutto. Mi lasciai cadere.

BIANCA DELLA GUERRA

 

PITAGORA
Breve compendio della sua filosofia
Pitagora è un filosofo immigrato
che giunto in Magna Grecia, giù a Crotone,
fondato ha poi una scuola, che ha studiato
i numeri e del mondo la creazione;
qualcosa che non sembra collegato,
se non si condivide la visione
di un mondo ben preciso e numerato,
che abbia in unità la sua ragione.
È meglio il limitato del contrario,
e dispari è miglior di compar pari
opposti sono dieci, un numerone
dei primi quattro somma soluzione.
Sul piano religioso, che si impari:
è più un indù che un rivoluzionario.

ANDREA CRINÒ

 

ER SUPERFLUO
C’erano na vorta du ciclopi,
er primo disse all’artro : “amico mio
de me te poi fidà, nun c’ho artri scopi
ajuteme e t’aricompensi Iddio
‘O sai che manco a piagne c’ho più ‘n sordo
E senza quelli ‘e cure pe mi figlio,
Che povero me more, me le scordo
Insomma sto a cercà d’un quarche appiglio…”
“Eccerto, mo me devo vende un rene –
Glie disse quello, ricco quanto tirchio –
Pe’ er primo che sta male e se ne viene
a chiede dei miei beni ‘n grosso spicchio”
“t’avessi chiesto ‘n occhio della testa”
Riprese er primo e quasi scoppia in pianto
E disse infine, in tono di protesta:
“Armeno de sti reni ce n’hai n’antro”

ANDREA CRINÒ

 

COMMENTO A CALDO
Ve piacciono proprio ‘sti enjam
bement?

L’IMPAGINATORE DI COMPONIMENTI

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